Radici nel cielo: la riscoperta della terra tra musica e poesia

Tutto è cominciato con un mese on the road in furgone per incontrare nei loro luoghi contadini biologici, allevatori, artigiani, ricercatori scientifici, medici, professori universitari. È il progetto Radici nel cielo, ricerca e produzione artistica sul senso di appartenenza alla terra e alla comunità, realizzato a partire dagli incontri con chi fa agricoltura biologica.radicinelcielo

Tutto questo è stato ripreso per realizzare una web story che racconta ogni tappa compiuta, un film documentario e uno spettacolo teatrale. A realizzare tutto questo un gruppo di professionistiche ci crede profondamente. Un viaggio di oltre quattromila chilometri, ventisei tappe, più di settanta persone intervistate ma il progetto è molto di più ed è in continua evoluzione. Ce lo racconta Andrea Pierdicca, portavoce del gruppo.

Da dove nasce Radici nel Cielo?

Nel mio percorso di attore di teatro inizialmente ho fatto teatro di prosa. A un certo punto, però, ho iniziato a dedicarmi al teatro di narrazione. Con alcuni compagni di viaggio è iniziata un’amicizia e una collaborazione artistica. Sono uscito dai teatri ufficiali e ho iniziato a occuparmi di teatro civile. Abbiamo portato in giro per l’Italia spettacoli che narravano storie sull’inquinamento ambientale da parte di industrie chimiche, sull’agricoltura convenzionale, l’impiego di sostanze chimiche nelle coltivazioni, la scomparsa graduale della biodiversità, il ruolo in particolare delle api. Durante questo percorso abbiamo realizzato anche video, il primo è stato “Il viaggio del fiume rubato” (2013) e poi “La zappa sui piedi”(2014). Si tratta di fare il teatro fuori dai teatri come facevano gli antichi contastorie che giravano per le città e per i paesi raccontando le storie in modo libero e indipendente per far comprendere alla gente realtà che non conoscevano. Questo andare in giro per l’Italia ha creato negli anni una serie di reti e di conoscenze oltre alla scoperta di territori e realtà rurali. “Il viaggio del fiume rubato” nasce da un primo spettacolo itinerante (Il racconto del fiume rubato: la storia dell’ACNA di Cengio) proprio come video che racconta il teatro fuori dai teatri, poi con il secondo lavoro teatrale (Il cantico delle api) abbiamo iniziato anche ad incontrare e quindi intervistare i contadini. In questo modo è nato “La zappa sui piedi”, un video itinerante di narrazione e musica tra agricoltura, api e pesticidi. Ufficialmente Radici nel cielo è nata nel settembre 2015, quando siamo partiti con il tour per il nuovo film-documentario attraversando l’Italia in furgone e contemporaneamente abbiamo creato il sito wwwradicinelcielo.it. Da questo viaggio è nata una Web Story gia online e ora stiamo lavorando per il nuovo documentario e il nuovo spettacolo teatrale. Anche se il gruppo parte ufficialmente a settembre 2015 in realtà nasce da un cammino di circa 10 anni.

Eravate già una compagnia o hai iniziato da solo?

Ho iniziato da solo come attore di prosa nel 2003 poi è arrivato l’incontro e l’amicizia con Alessandro Hellmann ( autore), Federico Canibus ( tecnico-musicista), e da li cammin facendo, km dopo km, anno dopo anno, si è formato un vero e proprio gruppo di lavoro. All’oggi siamo: Antonio Tancredi (regista), Enzo Monteverde (musicista), Nicolò Vivarelli ( video maker), Valentina Gasperini ( comunicazione web), Andrea Lilli (consulente scientifico), Tina Belluscio (P.M.P.), Cristina Rodocanachi (medico ambientalista), Michele Marinangeli presidente della cooperativa che funge da campo base, ed infine io che coordino il progetto oltre a fare l’attore. Ciascuno di noi ha messo in gioco la propria professionalità e attraverso un intreccio di competenze diverse: teatro, musica, scrittura, video, comunicazione, scienza e altro ancora, pian piano si è formato il gruppo di Radici nel cielo.

Cosa fate?

Teatro civile e videomaking documentaristico. Elaboriamo percorsi di ricerca e spettacolo sull’etica e il senso di appartenenza alla terra e alla comunità umana. Facciamo narrazione orale e comunicazione multimediale accogliendo i saperi e le abilità di professionisti diversi, con un metodo di lavoro aperto alle collaborazioni. La nostra base operativa è la Tenuta di San Cassiano (Fabriano) ma, proprio Radici, i suoi membri vivono sparsi e lavorano uniti, disseminati tra monti appenninici e città.

Quali sono i vostri obiettivi?

La ricerca di umanità. Un gruppo che si spende con passione per realizzare un sentire comune. Si tratta di un percorso totalmente indipendente. Ciascuno di noi si mette in gioco in prima persona anche economicamente. Non abbiamo enti, associazioni, fondazioni o altro alle spalle. Il nostro gruppo per ora si autofinanzia. Amici che credono in questo viaggio indipendente ci sostengono e ora stiamo lavorando per attivare un crowdfunding, ovvero sostegni economici di chi condivide e crede in quello che facciamo. Alla base condividiamo un’idea di appartenenza alla natura e all’umanità. Questa idea, in realtà, ce l’hanno in molti e, se ci si mette insieme e si collabora, allora diventa una realtà. Un nostro obiettivo è ad esempio informare sulla realtà delle produzioni intensive, sull’uso indiscriminato di pesticidi e sulle conseguenze ambientali e sulla salute umana di queste sostanze, dimostrare che esistono realtà agricole alternative e possibili oltre a quelle dannose e contraddittorie appartenenti all’agroindustria. Esiste un altro modo di Essere-Umani.

Ci spieghi meglio questa idea?

L’idea è di stare insieme è di non competere l’uno con l’altro per fare carriera. L’idea è di collaborare e mettersi a disposizione per fare chiarezza, mettere a disposizione le nostre capacità tecniche, artistiche e culturali per informare su qualcosa che riguarda tutti come il rapporto tra l’uomo e la natura. L’idea è quella di unire e non dividere, di chiarire e non confondere. L’idea è mettere in discussione un sistema economico che ha portato non solo alla crisi economica e ambientale ma anche alla crisi e allo smarrimento individuale spirituale e morale, alla mancanza di relazioni e a profonde solitudini, un mondo virtuale che ha grandissime potenzialità ma che ha anche fatto grandi danni senza la libertà critica del pensiero. Abbiamo fatto migliaia di chilometri per andar a parlare con i contadini, con le persone che hanno conservato un contatto con la terra e con la natura, quelli che ancora sanno fare e poi anche con ricercatori e professori universitari, medici, nutrizionisti, per capire e per fare un incontro interdisciplinare con persone che hanno esperienza o una preparazione culturale nel loro campo. Attraverso questi incontri si prova a far chiarezza e a ricostruire i pezzi mancanti per meglio comprendere l’oggi. Abbiamo gli antenati, per esempio. Gli antenati sono quelle persone che hanno già parlato di queste cose in passato ma poi sono stati dimenticati: Lao Tse, Shakespeare, Seneca, Giono, Tolstoi e altri che sono andati in profondità e che hanno parlato di queste cose. Avevano parlato di appartenenza, appartenenza tra terra e cielo ma anche tra essere umano ed essere umano.

Come vi sostenete? Il pubblico paga un biglietto per vedere i vostri spettacoli?

Pratichiamo l’on e l’off come si direbbe oggi in un linguaggio di sintesi. Detto meglio significa che andiamo nei teatri dove la gente paga normalmente un biglietto per vedere i nostri spettacoli e contemporaneamente però, siamo usciti dai teatri e giriamo per campagne, aie, fienili, chiese, sinagoghe, paesi, attraversando tutta l’Italia. Ci rifacciamo, come dicevo, alla tradizione dei contastorie che girano e raccontano ovunque, che scendono dal palco per raccontare tra la gente (una vera e propria ricerca popolare), e alla fine col cappello accolgono una libera offerta dal pubblico presente. Da una parte collaboriamo con le strutture teatrali istituzionali e dall’altra usciamo all’aperto per incontrare le persone che a teatro magari non ci andrebbero. Cosi facendo si riesce meglio a ritrovare la spontaneità e condividere i saperi.

Riuscite a vivere di questo?

Riusciamo a vivere ognuno del nostro lavoro, ad esempio io come attore vivo di collaborazioni con teatri ufficiali, seminari di recitazione, letture recitate, eccetera, e nello stesso tempo metto a disposizione la mia arte e il mio sapere per il progetto collettivo di Radici nel cielo. Così fanno gli altri: Antonio è un regista di teatro che fa spettacoli e collabora con diverse realtà teatrali. E così fanno anche gli altri componenti del gruppo. Ognuno fa il suo percorso professionale in cui include anche questo progetto di viaggio in comune.

Come fare per conoscere le date dei vostri spettacoli in giro per l’Italia?

Sul nostro sito Radicinelcielo.it sono pubblicate tutte le date. Nei prossimi mesi saremo nelle Marche e, poi, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Lombardia ecc.. sia con i nostri spettacoli on-the-road come Il cantico delle api e le Letture Recitate in Musica, sia con la proiezione dei video come La zappa sui piedi sia con collaborazioni artistiche ufficiali come quella con gli Yoyo Mundi per lo spettacolo teatrale de La solitudine dell’ape (il 21 giugno saremo al Teatro Franco Parenti di Milano).

Qual è la reazione del pubblico ai vostri spettacoli?

Sia nei teatri convenzionali che nelle campagne o nei paesini (in cui magari la gente che viene ad ascoltarci non va normalmente a teatro) la reazione è sempre la stessa: si passa una o due ore insieme in cui attraverso il teatro si riflette, si collegano i fili, si comprendono cose che magari non si sapevano, oppure si sapevano in maniera confusa. Le persone poi vengono a parlarci alla fine dello spettacolo per condividere le loro esperienze, e la cosa più bella è che si riconoscono in ciò che vedono e ascoltano. Cerchiamo di dare strumenti per comprendere con semplicità ciò che sembra complicato e le persone son contente di questo. E’ un’occasione per dialogare con gli altri, di essere parte attiva della comunità. Nei nostri lavori c’è informazione, cultura, ironia, poesia, racconto, dramma, denuncia, ma soprattutto una ricerca profonda di appartenenza.

Quali sono i vostri prossimi progetti?

Creare nuove collaborazioni, conoscere e diffondere le nuove realtà che incontriamo lungo il percorso, e intanto stiamo montando il film documentario e scrivendo il nuovo spettacolo teatrale. Per il film stiamo cercando una casa di distribuzione mentre per lo spettacolo siamo già in collaborazione con un teatro. In entrambi i lavori cerchiamo di mettere insieme le voci di oggi e le voci del passato cercando di chiarire quali sono i meccanismi che stanno facendo fare corto circuito all”oggi su cose fondamentali e che riguardano tutti come ad esempio ciò che viene coltivato e quindi ciò che mangiamo. Il tema dell’agricoltura contadina (e non dell’agricoltura industriale) e della vita contadina è sempre stato considerato come qualcosa di cui non occuparsi, da tenere ai margini, da denigrare. Mentre invece il contadino è un portatore sano di valori, colui che ha conservato la relazione profonda tra l’uomo e la terra e la custodisce, conosce la natura e la rispetta. E’ necessario ridare valore e dignità alla campagna perché da questa parte la cultura, la salute, l’economia, le relazioni, la comunità, il concetto di appartenenza e, quindi, il benessere delle persone.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Roberto Mancini: come ti cambio l’economia per superare il capitalismo

Personalmente, provo un’eccitazione strana quando vengo a contatto con una nuova idea. Non con un’idea qualsiasi, ovviamente: parlo di quelle rarissime idee che ti colpiscono in profondità perché aggiungono dei tasselli a quel mosaico abbozzato che hai sempre in un angolo della mente e che s’intitola “La mia rappresentazione del mondo”. Quelle che ti fanno cambiare paio d’occhiali, che ti forniscono una nuova chiave di lettura con cui ti sembra di poter abbracciare tutto.  Che posso dirvi, soffrirò di una malattia strana, sta di fatto che le idee mi eccitano. Amo quell’attimo di epifania in cui un’idea nuova ti esplode sotto la pelle e ti sembra di capire improvvisamente tutto. Purtroppo non mi capita spesso. Anzi è vero il contrario: mi capita molto di rado, tanto più di rado quanto più vado avanti con gli anni. Mi è successo quando ho scoperto per la prima volta la teoria della relatività, quando ho letto “Modernità liquida” di Zygmunt Bauman o “Shock Economy” di Naomi Klein, quando ho incontrato la meccanica quantistica e una manciata di altre volte. Recentemente qualcosa di simile mi è capitato quando ho intervistato Roberto Mancini, professore di Filosofia teoretica all’Università di Macerata e di Economia umana all’Università di Mendrisio, Svizzera, autore del recente saggio Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche.

Mi è capitato spesso di chiedermi: “Cos’è il capitalismo?”, dandomi ogni volta risposte diverse. E’ un modello economico? Un’idea del mondo? Un modo di vivere? Un insieme di valori? La risposta ovvia, che mi sono sempre dato, è che il capitalismo è tutte queste cose insieme. Tuttavia non mi è mai sembrata sufficiente: mancava di chiarezza e non definiva come questi aspetti stavano insieme, qual era la forma risultante complessiva. Ecco in poco più di 20 minuti d’intervista Roberto Mancini mi ha fornito la forma esatta del capitalismo, tanto che ora ce l’ho bene impressa in mente: è un albero.

 CHIOMA, TRONCO, RADICI

Per Mancini il capitalismo non è semplicemente un sistema economico ma una civiltà, cioè come una struttura complessiva che colonizza e condiziona tutti gli aspetti della vita. Esso si presenta come un organismo a tre livelli, molto simile a un albero: un livello superficiale, la chioma, che è quello dell’organizzazione economica, delle imprese, delle banche, delle borse; un livello intermedio, il tronco, importante perché svolge una funzione vitale di mediazione, che è il capitalismo come cultura e come organizzazione politica: rapporti di forza politici, governi, ma soprattutto linguaggio quotidiano, categorie di interpretazione della realtà come competizione, flessibilità, mercato; infine il livello più profondo, le radici, ovvero il livello del mito: quell’intuizione iniziale che non viene messa in discussione e a partire dalla quale si pensa alla vita in un certo modo. Ma in cosa consiste il mito del capitalismo? E a quando risale? “Se il capitalismo come organizzazione è moderno, il mito ad esso sotteso è antico quanto la storia dell’occidente” afferma  Mancini, che ce lo rappresenta come un quadrato fatto da quattro asserzioni semi-assiomaiche: 1. “L’uomo è egoista e calcolatore per natura”, 2. “La natura è avara e non ci dà ciò di cui abbiamo bisogno per vivere tutti, dunque la competizione è obbligata”; 3. “La morte vince sulla vita, quindi non dobbiamo convivere ma sopravvivere, ovvero differire il momento della morte scaricando prima le situazioni di morte sugli altri (morte civile, morte sociale, morte giuridica, ecc)”; 4. “Gli dei possono pure esistere ma sono indifferenti a noi per cui dobbiamo cavarcela da soli”. Dentro questa cornice abbastanza cupa e angosciosa è cresciuta la cultura del capitalismo.

 LE TRE SVOLTE NECESSARIE

Dal momento che il capitalismo abbraccia ormai tutti gli ambiti della nostra vita e permea la nostra società sia a livello economico, che politico-culturale, che mitico, una vera e propria alternativa al capitalismo deve necessariamente contemplare tre svolte: una svolta a livello tecnico organizzativo, una svolta a livello culturale e politico e una svolta a livello mitico o “spirituale”, intendendo con spirituale non un aspetto religioso quanto l’orientamento al senso della vita. Dunque l’alternativa al capitalismo non si trova in una semplice ricetta economica ma risiede in un processo più complesso e multidimensonale. E la prima svolta necessaria, afferma Mancini, è proprio quella spirituale: “Occorrono persone orientate diversamente verso il senso della vita: non nasciamo per competere, produrre, lavorare, accumulare e poi morire, non è questo il destino umano. Se io mi convinco profondamente di ciò non accetto più un’economia capitalista e allora cambiano gli stili di vita, cambiano le scelte quotidiane.” La seconda svolta è di tipo politico-culturale: “Dovremo sostituire la parola competizione con cooperazione, flessibilità con dignità e costruire un altro orizzonte in cui questi concetti diventino categorie di uso quotidiano. Inoltre si costruiranno non più politiche di asservimento ai mercati, in cui i mercati finanziari sostituiscono la democrazia, ma politiche che invertano la tendenza, cioè che sacrifichino i mercati per elevare e sviluppare la democrazia. Il livello intermedio è particolarmente importante perché assicura la mediazione fra l’orientamento e il senso delle persone e le tecniche economiche.” Infine l’ultima svolta è quella da cui spesso tendiamo a partire: le ricette economiche, i nuovi modelli tecnici. Essi altro non sono che il frutto delle svolte precedenti, dunque restano schemi sterili e difficilmente applicabili se non arrivano alla fine di un percorso e una presa di coscienza collettivi. Tuttavia esistono già alcuni modelli che negli anni e in alcuni luoghi specifici hanno dimostrato di poter fungere da alternative valide al capitalismo: vediamo quali sono.

LE ALTERNATIVE

5937373146_df4bd85897_z-300x300

Nel suo libro Trasformare l’economia Mancini passa in rassegna e analizza i vari modelli di altra economia alla ricerca di nuove vie percorribili. Dal modello delle relazioni di dono dell’Africa e dell’America Latina, all’Economia gandhiana, passando per quella islamica, quella olivettiana “di comunità”, l’economia di comunione di Chiara Lubich, la bioeconomia di Nicholas Georgescu Roegen (da cui attinge ampiamente il modello della decrescita), l’Economia del Bene Comune di Christian Felber, l’Economia partecipativa e solidale. “La conclusione a cui sono giunto – afferma Mancini – è che non esiste un modello supremo di ‘altra economia’ ma dobbiamo lavorare ad un modello integrato. La soluzione, se la troveremo, arriverà dall’incontro delle culture. Se noi lavorassimo a un modello integrato dove si raccogliesse il meglio che questi modelli ci danno potremmo mettere a punto un metodo per la scienza economica, che sia un modello di servizio all’umanità e in armonia con la natura.” “Non basta la lotta alla politica dell’auterità, se restiamo dentro ai parametri del capitalismo e sosteniamo che lo stato deve investire per generare lavoro restiamo sempre all’interno di questo sistema che ha le crisi come dinamica strutturale della propria riproduzione. Occorre una rivoluzione nel modo di sentire e di pensare in modo che l’essere umano ritrovi la sua dignità, in modo da non poter essere più trattato né come un esubero (un essere inutile) né come una risorsa (un essere strumentale che però non ha un suo valore autonomo).”

 IL RUOLO DEI MEDIA

A dispetto di tutte le iniziative nate e che continuano a nascere nei territori, i media continuano a dipingere il nostro paese come privo di speranze. Come mai? “Tutto quello  che cresce in una società per potersi sviluppare ha bisogno di rispecchiarsi, deve trovare uno specchio sociale che lo rende riconoscibile e l’amplifica. Oggi tutti i nostri specchi sociali, dai media, alla scuola, all’università, agli intellettuali, ai social network, difficilmente sono in grado di rispecchiare il meglio che cresce in una società, che resta non rappresentata, mentre grande rispecchiamento hanno tutti i messaggi negativi. La rassegnazione viene rispecchiata, l’iperadattamento, il cinismo diventano il principio di realtà. Le realtà feconde vengono ricacciate in una zona d’ombra dove non vengono riconosciute al punto che anche i loro protagonisti spesso sono divisi, frammentati, dispersi.”

 LA GLOBALIZZAZIONE

2827206615_4fb4cb493d_z-300x225

Un trasformazione dell’economia è realizzabile all’interno di una società globalizzata? Per Mancini “La globalizzazione ha significato non una unificazione dell’umanità ma una divisione sistematica dell’umanità nell’unica unificazione realizzata che è stata quella sotto il mercato”. Per creare una vera alternativa dobbiamo “ritrovare il rapporto fra persona, comunità e coralità, intendendo con quest’ultima l’appartenenza a una cittadinanza umana globale. Non sarà un movimento di globalizzazione intesa come omologazione e sradicamento. Dovrà essere un rilocalizzare per permettere un tessuto democratico della società, che non potrà essere né individualista né massificato ma dovrà avere comunità aperte, non sette xenofobe, razziste, ripiegate su se stesse sul modello leghista. Lo spazio comunitario è senza dubbio quello più adatto per esercitare la pratica democratica, la cura concreta del bene comune: “La comunità è la dimensione che permette alla persona di fiorire e di esprimersi. Poi c’è un livello più grande, quello della coralità: la nazione, il continente, la globalità. Siamo spesso ignari della cittadinanza cosmopolita, dell’appartenenza ad un unica cittadinanza mondiale. Però la coralità è indispensabile, da un lato nel nome di una stessa dignità umana, dall’altro perché le sfide maggiori che ci si presentano sono sfide di portata mondiale: dal mercato globale, alla sfida ecologica, al cambiamento climatico. O si costruisce una risposta globale democratica col concorso delle tradizioni e dei popoli oppure le nostre risposte rischiano di essere sterili e dal fiato corto.” Dopo l’intervista, prima di salutarci, Mancini ci accompagna in una trattoria a conduzione familiare a poche decine di metri dall’Università. Macerata è una cittadina graziosa, vi si respira un’atmosfera genuina. Mentre mangiamo degli ottimi Vincisgrassi penso a tutte le realtà che abbiamo incontrato in giro per l’Italia e alle nuove che continuano a segnalarci, che prima o poi incontreremo, penso ai dati macroscopici sui cambiamenti dei consumi, sull’esplosione del biologico e del chilometro zero e la crisi della grande distribuzione e vedo tutte queste nozioni inquadrate nella cornice teorica che ci ha appena fornito l’intervista. Una svolta spirituale sicuramente è già in corso e si vedono i segnali di quella culturale-politica. Quella tecnica sembra ancora lontana ma chissà, probabilmente sarà inevitabile.

 

Fonte: italiachecambia.org

Le piante si parlano… attraverso le radici!

Quando, nel lontano 1973, il botanico sudafricano Lyall Watson arrivò alla conclusione che le piante provano emozioni e potrebbero essere sottoposte alla macchina della verità, la reazione del mondo accademico fu di grande derisione.piante-radici-400x250

Eppure, adesso dalla University of Western Australia arriva una sorprendente conferma: le piante reagiscono ai suoni e possono comunicare fra loro attraverso dei “click” fatti dalle radici. La ricerca è stata condotta dalla Dottoressa Monica Gagliano in collaborazione con il professore Daniel Robert dell’Università di Bristol (UK) e il professore Stefano Mancuso dell’Università di Firenze. E’ noto da tempo che le piante comunicano fra loro attraverso sostanze volatili per segnalare l’arrivo di un pericolo, come un erbivoro. La Dottoressa Gagliano un giorno mentre curava le erbe del suo giardino si è chiesta se queste potessero essere sensibili anche ai suoni e da lì ha avviato una serie di esperimenti con il suo team di ricerca. Sono così arrivati alla scoperta che le giovani piante di mais producono dei click sonori della frequenza di 220 Hz. Questi risultati sono stati pubblicati nella rivista internazionale Trends in Plant Science, ma siamo solo all’inizio di un lungo percorso che dovrebbe portarci ad avere maggiori conoscenze sulla capacità sensoriali e comunicative degli organismi vegetali. Nell’attesa di ulteriori ricerche, continuiamo a parlare con le nostre piante e chissà che loro, da qualche parte sotto il terriccio, non ci stiano rispondendo a suon di radici!

Fonte: tuttogreen.it