Non ci salvano i supermercati ma chi coltiva e chi raccoglie

Avere meno del 4% degli occupati in agricoltura è una pistola costantemente puntata alla tempia del nostro paese, che un giorno lontano era chiamato il Giardino d’Europa. E ora con l’emergenza coronavirus manca anche chi raccoglie. Cosa mangeremo?

Non ci salvano i supermercati ma chi coltiva e chi raccoglie

Avere meno del 4% degli occupati in agricoltura è una pistola costantemente puntata alla tempia del nostro paese, che un giorno lontano era chiamato il Giardino d’Europa. Nel settore primario (sarà un caso che si chiama così?) agricolo che determina la nostra sopravvivenza lavora una percentuale ridicola di lavoratori, se paragonata agli altri settori. E come se ciò non fosse già molto pericoloso, si tratta in grandissima parte di una agricoltura che dipende totalmente dalle fonti fossili. Basta una qualsiasi crisetta di approvvigionamento e ci ritroviamo alla fame. Questo perchè i nostri decisori politici sono così lungimiranti che per rendere le cose ancora più eccitanti, hanno deciso di farci dipendere energeticamente per più del 75% dall’estero e dai combustibili fossili. Qualsiasi cosa succede o decide chi all’estero ha la mano sui nostri rubinetti energetici, noi siamo spacciati. E per non farci mancare proprio nulla in fatto di rischio, l’agricoltura dipende molto dalla manodopera di persone che spesso vengono da paesi esteri e per questo più facilmente sfruttabili. Con la cosiddetta emergenza coronavirus, mancano o sono bloccati molti dei lavoratori che raccolgono gli alimenti nei campi, soprattutto in un periodo come quello primaverile/estivo che, per chi pensa che il cibo cresca direttamente negli scaffali dei supermercati, è fondamentale. Improvvisamente si è scoperta la dipendenza da quei lavoratori che qualcuno vorrebbe ributtare a mare quando fa comodo per avere voti elettorali ma che poi sono quelli senza i quali i raccolti delle campagne sono a rischio. E quei lavoratori fanno comodo anche alle aziende prive di scrupoli, alle mafie, ai caporali, ai supermercati e al consumatore perché senza di loro, che lavorano pesantemente per qualche spicciolo l’ora, non potremmo comprare il cibo a prezzi irrisori.

La nostra politica ora si è accorta che lasciare marcire il cibo nei campi potrebbe essere un problemino che nessun supermercato può risolvere. Quindi si cercano come sempre soluzioni di corsa che non possono che essere delle non soluzioni dove vige l’improvvisazione e l’ipocrisia. Si invocano sanatorie, regolarizzazioni temporali o fisse, anche per quei lavoratori dalla carnagione più scura della nostra che ci servono per raccogliere gli alimenti. Oppure si invocano i lavoratori rumeni che però sembra ci stiano facendo il gesto dell’ombrello, visto che non si può prima creare il panico, fare scappare tutti, chiudere in casa la gente e poi quando fa comodo, chiedere l’aiuto di chi si è terrorizzato. Altri vogliono mandare nei campi quelli che percepiscono il reddito di cittadinanza o i disoccupati in genere. Ottima idea ma se ci mandiamo i nostri ariani italici (ammesso che ci vogliano andare), mica possiamo dare loro qualche spicciolo all’ora come percepiscono ad esempio quei lavoratori dalla carnagione più scura della nostra; mica li possiamo fare vivere ammassati nelle baracche, senza acqua, senza servizi igienici, senza nulla; mica li possiamo trattare come bestie nei furgoni del trasporto della mafia e dei caporali. Qualche diritto e una paga dignitosa gliela si deve pure garantire, se non altro perché sono appunto della nostra stessa razza ariana italica e assai difficilmente accetterebbero le condizioni disumane che invece non ci turbano se sono sottoposte ai non italici.

Ma se succede tutto questo, poi gli alimenti quanto ci verranno a costare? Di sicuro non il poco che costano adesso grazie proprio a chi viene sfruttato in maniera vergognosa. E chi sarebbe poi disposto a pagare quel cibo il giusto prezzo?

In questa fase suggerirei a gente come Salvini di combattere la sua personale battaglia del grano e di andare lui a torso nudo modello Papeete a raccogliere gli alimenti nei campi, magari nel sud Italia, così da dare il buon italico/padano esempio alle masse. Lo faccia come campagna elettorale anche solo per un mesetto di seguito, farà un figurone.

Oppure ora mi rivolgerei a tutti i fanatici invasati della supertecnologia chiedendogli di mandare eserciti di droni e robot vari a raccogliere nei campi in un attimo tutto quello che serve e consegnarcelo direttamente sull’uscio di casa. Immagino che sia tecnicamente fattibilissimo, non costi nemmeno nulla e così risolviamo tutti i problemi. Attendo istruzioni in merito dai suddetti fanatici, anzi mi chiedo come mai non ci sia già una task force che stia risolvendo la situazione nel tempo di un click. Ma chissà, forse se si aggrava il problema si deciderà di accelerare la fine dell’emergenza corona virus perché senza mangiare si muore davvero come mosche.

In ogni caso la soluzione per non ritrovarsi più in simili assurde e pericolose situazioni è ritornare a coltivare la terra ovunque sia possibile e per favore non si tiri fuori la solita insostenibile scusa che i terreni costano, perché per farsi almeno un orto, non servono di certo ettari. Inoltre ci sono gli usi civici e ovunque terre incolte, abbandonate, di chi non sa cosa farci e che possono essere chieste in affitto, in comodato d’uso, ecc. Poi ci sono gli orti collettivi comunali, di quartiere, di circoscrizione e se non ci sono, fondateli voi. Queste sono tutte strade percorribilissime senza essere ricchi o spendere chissà quali soldi.

Quindi è bene aumentare l’autoproduzione e per il resto si può acquistare direttamente dai piccoli produttori biologici locali che sono strangolati dalla grande distribuzione, quella che ci dicono che ci sta salvando, quando l’unica cosa che sta facendo sono affari giganteschi. Per fare ciò è possibile anche creare o rivolgersi ai gruppi di acquisto collettivo che sono sparsi in tutta Italia e che da anni fanno un lavoro prezioso come ad esempio qui dalle nostre parti è molto attivo il gruppo storico di acquisto collettivo Pulmino contadino . Sempre in questa ottica si può guardare all’attività encomiabile di strutture come il movimento wwoof che supporta da sempre proprio il mondo agricolo di prossimità. Ma queste sono solo alcune delle tante soluzioni a portata di mano per qualsiasi persona di buona volontà.

Fonte: ilcambiamento.it

Il pulmino contadino: la rete del cibo sano ed etico

Opera in Maremma il “pulmino contadino”, associazione che ha dato vita a una rete locale nella quale produttori e acquirenti, associati tra loro, collaborano organizzando la distribuzione e realizzando una economia locale virtuosa.pulmino_contadino

«Questa collaborazione tra produttori e acquirenti, cioè cittadini, nasce per soddisfare le esigenze degli uni e degli altri, proponendosi come soggetto attivo nello sviluppo della comunità territoriale, senza cadere nel localismo» spiega Sauro Pareschi, presidente di Pulmino contadino. «Il pulmino è partito l’anno scorso da Massa Marittima e una volta alla settimana percorre le campagne maremmane, unendo i centri della costa come Follonica, Piombino, Castiglione della Pescaia e Grosseto, con l’interno delle Colline Metallifere, dove i paesi tendono a spopolarsi – prosegue Pareschi – Quindi collega località montane ricche di storie, di biodiversità e con uno specifico patrimonio di conoscenze e produzioni sull’agroalimentare, spesso ignorate dal mercato globale, con le cittadine costiere, ricercando un equilibrio nei flussi tra città e campagna, in un territorio caratterizzato da grandi distanze e scarsa densità abitativa». L’associazione opera quasi esclusivamente con il passaggio diretto, filiera cortissima insomma, sostenendo quelle attività che mostrano come il sorriso possa essere la cifra del rapporto di lavoro, dove le relazioni economiche contribuiscono al benessere delle comunità in cui operano, alimentando un’economia dove individuale e collettivo si rafforzano a vicenda. «In questo senso tra i fornitori ci sono, e sono privilegiate, realtà di agricoltura sociale e cooperative sociali di produzione» prosegue Pareschi. «Nella scelta di nuovi produttori c’è un altro criterio decisivo: la trasparenza e la sincerità mostrata nella conoscenza diretta. In ambito agricolo, l’associazione si riconosce maggiormente nei principi dei Sistemi di Garanzia Partecipata ancor prima che nelle certificazioni ufficiali e tendenzialmente preferisce le aziende medio piccole. Chiunque può partecipare come acquirente dopo essere diventato socio».

L’organizzazione e i soci sono in contatto attraverso la rete internet con il sito www.pulminocontadino.it e la pagina facebook.

In tempo reale è possibile avere un catalogo sempre aggiornato dei prodotti disponibili e delle loro caratteristiche, sul quale si raccolgono gli ordini che vengono poi smistati ai produttori. Infine il “Pulmino”, tradizionale mezzo di trasporto collettivo, collega fisicamente produttori e acquirenti; in questo modo ogni settimana il giorno prestabilito, tutti i prodotti sono consegnati a tutti i gruppi di acquirenti. Ogni acquirente conosce la provenienza di ciò che ha comprato, spesso anche personalmente il produttore e a volte ne ha visitato l’azienda. La scelta di distribuire a gruppi e non a singoli, oltre a ottimizzare la consegna comporta

  1. a) la creazione o incremento delle relazioni sociali
  2. b) una crescita di consapevolezza data dallo scambio di informazioni, sul cibo e la sua preparazione, che nel tempo ha portato i soci a modificare abitudini di acquisto, quando la personale decisione dell’acquisto perde la sua caratteristica eminentemente individuale.

Naturalmente occorre poi concordare bene cosa e come produrre e organizzare la compresenza di produttori e acquirenti, che sviluppa una conoscenza e una consapevolezza che spesso porta alla produzione di beni poco commercializzati, «a volte con varietà particolari che i nostri produttori propongono avendo in mente la biodiversità e le qualità dei loro prodotti o che i soci propongono in base a riflessioni su nutrimento e salute. Al tempo stesso si va verso un coordinamento tra produttori agricoli per arrivare  ad una programmazione complementare delle semine».

«Sono esclusi i prodotti che comportano sfruttamento o ingiustizia. Questa maggior valorizzazione economica del lavoro di chi produce viene controbilanciata dallo scambio diretto che garantisce, una volta raggiunta una soglia consistente di gruppi di acquisto, un rapporto finale qualità-prezzo vantaggioso. Inoltre il “Pulmino” permette ai soci di avere prodotti freschi, raccolti la mattina, di norma consegnati entro 10 ore, conservandone le proprietà nutrizionali e qualità organolettiche. Il paniere si sta ultimamente allargando oltre il cibo».

Tante sono anche le considerazioni e i calcoli possibili per arrivare a determinare un prezzo giusto per chi compra e per chi vende.

«L’associazione cerca un accordo attraverso la formazione di un pensiero condiviso tra chi produce e chi compra – aggiunge Pareschi – lasciando autonomia di proposta al produttore, con la chiara determinazione a evitare che il prezzo diventi un elemento di discriminazione elitaria, ogni decisione è presa caso per caso. Ogni prodotto ha una storia, un lavoro particolare, che si tratti di ripristinare una filiera con i grani antichi, o dello yogurt di capra o del succo di mirtillo. Un esempio tra tutti: dove ci riforniamo, mediamente le arance da spremuta sull’albero vengono pagate sui 0,07 euro al kg, quelle da tavola ovviamente dipende dalle varietà, dal periodo, dal calibro, ma spesso tra 0,17 a 0,30 euro al kg. E’ un prezzo degno? Remunerativo? Organizzandoci con i produttori possiamo pagare a loro molto di più e chiedere in cambio un prodotto che non abbia avvelenato il terreno, che sia migliore per la nostra salute, che dia loro dignità, e che non utilizzi lavoro in nero sfruttato dai caporali, proprio questa estate le cronache ci riportano l’inaccettabile conto dei morti durante le varie raccolte. Nel nostro caso abbiamo scelto gli aranceti di pregio nella Valle del Gallico, salvati da una lotta contro una discarica; i cui prodotti ci sono consegnati direttamente, così ad ogni consegna ci incontriamo con i produttori; il prezzo finale, visto che saltiamo tutte le intermediazioni, è in linea con i prezzi di mercato».

Altre attività e progetti

Il cuore dell’attività è dunque locale e parte dall’agricoltura, tuttavia inevitabilmente si rivolge al di fuori per tutti quei prodotti agricoli o meno che in loco non sono presenti o non hanno le caratteristiche adeguate. «In questo senso un’esigenza importante è di poter fare riferimento ad altri gruppi o associazioni che diventino garanti dei produttori lontani altrimenti difficilmente conoscibili. Un esempio è il rapporto con Equosud nato per realizzare questo scambio di idee e di prodotti, di visite reciproche e di progettualità comune. La creazione di un intreccio di relazioni, porta a sviluppare attività e iniziative in settori di intervento contigui, tra di esse un laboratorio sulle riparazioni organizzato assieme a Paea (Progetti Alternativi per Energia e Ambiente) associazione presente nel nostro Comune, convinti che riciclare e riusare sia un modo intelligente di creare meno rifiuti, risparmiando denaro ed energia. Poi ci sono gli incontri, fondamentali per confrontarsi, visitare le aziende, approfondire con esperti alcuni temi e vivere momenti conviviali. Mentre a livello globale: telefonia, energia, assicurazioni sono i prossimi obiettivi, con lo scopo di spostare flussi di denaro verso quelle aziende in linea, o più vicine, ai principi già enunciati. In questo l’associazione si inserisce nel movimento più ampio dell’Economia Solidale che sotto diverse forme agisce in Italia e fuori di essa».

Fare economie

L’aria che respiriamo e la biodiversità che ci circonda fanno il nostro benessere, ma altrettanto cruciali tra i beni comuni sono quelli immateriali, di fiducia e di relazione, che rendono le persone e le comunità più solide. Questo richiede un cambiamento delle logiche e dei meccanismi dell’agire economico. «Così, “fare economie” assume diversi significati – spiga ancora Pareschi – Ad esempio permette di risparmiare e avere prodotti che altrimenti costerebbero troppo o non sarebbero facilmente accessibili; per chi produce significa ottimizzare tempi e risorse.  Si creano reddito e lavoro anche per chi organizza la distribuzione, superando il volontariato come unica forma di attività, che nella nostra zona ha finito per essere un tallone d’Achille dei  Gruppi di Acquisto Solidale. Soprattutto si riescono a ridefinire un’etica e una prassi economica, riconoscendo e irrobustendo il legame tra scelte economiche e comunità, tra convivenza civile e i valori che guidano la nostra singola personale attività quotidiana mentre cerchiamo di soddisfare i nostri bisogni. Fare economia diventa allora un’avventura, con una molteplicità di problemi: logistici, di capacità, di energie da mettere in gioco, di ragionamenti validi contrastanti e che cercano un incontro per arrivare a scelte comuni, per trovare una strada che realizzi relazioni felicitanti diffuse dal basso e contagiose». «Realizzare economie è possibile solo se si raggiungono dimensioni minime che rendano sostenibile l’attività e questo è un traguardo che noi non abbiamo ancora raggiunto; tuttavia a volte ci conforta la soddisfazione per i passi fatti. E poi siamo in cammino».

Fonte: ilcambiamento.it