La classifica delle nazioni per produzione eolica e fotovoltaica per abitante: Italia è settima

I paesi europei guidano la classifica dell’energia rinnovabile pro capite prodotta da eolico e fotovoltaico. Più che i valori totali, sono infatti i valori per abitante che misurano il livello di transizione energetica di un paeseClassifica-nazioni-produzione-Eolico-FV-pc

Il sito svizzero Solarsuperstate.com ogni anno fa una classifica della potenza rinnovabile eolica e fotovoltaica pro capite installata nei vari paesi del mondo. Prendendo spunto da questa idea, ho provato a fare una classifica analoga, ma per l’energia effettivamente prodotta. Non ha infatti molto senso confrontare la potenza installata in luoghi diversi del pianeta, dove sono differenti le condizioni di insolazione e ventosità. Un MW eolico in Puglia, Italia rende ad esempio molto meno di un MW nello Sjælland, Danimarca, mentre l’opposto vale per il FV. La Danimarca vince a mani basse grazie ai forti venti e alla ridotta popolazione (5 milioni di abitanti), mentre la Spagna si colloca al secondo garantendo quasi 1400 kWh rinnovabili all’anno a ciascuno dei suoi 47 milioni di abitanti. La Germania (80 milioni) è a 1070 kWh/ab e l’Italia si colloca buona settima dopo le buone performance di Portogallo, Svezia e Irlanda (chi l’avrebbe detto?).

Se il FV italiano non fosse stato ammazzato a inizio 2012 dagli incompetenti burocrati Monti e Passera (1) oggi potremmo essere tranquillamente al quarto posto, insidiando la posizione della Germania. Ma ahimè, questo non sembra importare molto a quasi nessuno. E’ interessante osservare che tra i primi 10 paesi del pianeta per energia rinnovabile pro capite 8 sono europei e tra questi sono rappresentati tutti i “famigerati PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Gracia, Spagna). Vuoi vedere che prima o poi i PIIGS avranno la loro rivincita?

(1) Passera riteneva che riducendo gli incentivi si sarebbero comunque installati da 2 a 3 GW all’anno di FV, mentre in realtà mel 2013 è stato installato solo poco più di 1 GW (un po’ di più nel 2012, ma c’era ancora la coda del quarto conto energia)

 

Fonte: ecoblog

Agromafia, un business da 14 miliardi di euro

Le organizzazioni criminali controllano tutta la filiera, dalla produzione al consumo, distruggendo il mercato libero e l’economia legale159252467-586x390

Dai ristoranti all’autotrasporto, dalle mozzarelle ai terreni agricoli, in Italia il business dell’agromafia tocca ormai i 14 miliardi di euro. Nel tessuto economico indebolito dalla recessione le organizzazioni criminali trovano terreno fertile per ampliare il loro raggio d’azione. Agricoltura e alimentare sono considerati settori strategici negli investimenti della malavita, proprio perché, nelle fasi di crisi, il cibo è l’ultima voce di spesa a essere tagliata. In molti territori mafiacamorra e ‘ndrangheta controllano la distribuzione e, molto spesso, anche la distribuzione di latte, carne, mozzarella, caffè, zucchero, acqua minerale, farina, burro, frutta, verdure e persino del pane clandestino preparato in barba a qualsiasi norma igienica e venduto a 1 euro al chilo dentro i bagagliai delle automobili. Potendo contare su un’ampia disponibilità di capitale (frutto dell’economia illegale), le agromafie possono condizionare gli organismi di controllo e muoversi più agilmente rispetto all’imprenditoria legale. Secondo Coldiretti sarebbero circa 5000 i locali di ristorazione italiani in mano alla criminalità, nella maggior parte dei casi intestati a prestanome. Quasi un immobile su quattro, fra quelli estorti alle mafie, è un terreno agricolo, a dimostrazione dell’importanza data dalle mafie all’accaparramento delle campagne. Ma è tutta la filiera a essere contagiata: oltre ai 2919 terreni confiscati, ci sono 89 aziende confiscate operanti nei settori agricoltura, caccia e silvicoltura, 15 nella piscicoltura, 173 nella ristorazione e alloggio e 471 nel commercio. Tutta la filiera, dal produttore al consumatore, è in mano all’agromafia che in questo modo riesce a controllare i territori, imporre i prezzi e distruggere il mercato legale e l’imprenditoria onesta.

Fonte: Coldiretti

Energie rinnovabili fanno il 36% della produzione elettrica da gennaio a ottobre

La produzione rinnovabile è aumentata del 22% rispetto allo scorso anno e quella da fonte fossile è calata di un ulteriore 14%. Il sorpasso potrebbe avvenire tra il 2014 e il 2015. Per questo è giunta l’ora di non sussidiare più le fonti fossili e di varare un nuovo piano per il fotovoltaico di famigliaRinnovabili-2013-10-mesi-586x406

A dispetto di tutti i profeti di sventura e i falsi ambientalisti antieolico, le energie rinnovabili continuano la loro crescita sul territorio italiano: da gennaio ad ottobre acqua, sole e vento hanno contribuito per oltre 80 TWh alla produzione elettrica nazionale, il 22% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La quota rappresenta il 35,7% della produzione totale, un nuovo record, dopo il 28% del primo trimestre e il 33,8% di fine agosto. Buone le performance di tutti i settori con l’idroelettrico a+ 26% rispetto al 2012, l’eolico a +20% e il fotovoltaico a + 18,6%, nonostante il dissennato stop imposto nel 2012 dal governo Monti e dal suo ministro “fossile” Corrado Passera. Il fotovoltaico in particolare ha già superato da solo i 20 TWh di produzione, un traguardo impensabile fino a poco tempo fa: nel 2010 la produzione è stata di soli 2 TWH e negli anni precedenti non era nemmeno conteggiata separatamente. Il termoelettrico ha proseguito il suo trend decrescente, -14% rispetto allo scorso anno e -30%rispetto a 5 anni fa. Questo significa meno importazioni di combustibili fossili e meno emissioni di CO2. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che il peso del carbone è aumentato nel mix elettrico, dai 39 TWh del 2005 ai  42 TWh nel 2012. Questo non è tollerabile. Le fonti rinnovabili invece non sono un costo per l’Italia, ma una risorsa: quanto viene pagato dallo stato in incentivi ritorna raddoppiato in minori importazioni, più export, appiattimento della domanda e nuovi posti di lavoro. Con questo trend il sorpasso delle rinnovabili sulle fossili dovrebbe avvenire tra il 2014 e il 2015. Dovremo attendere fino ad allora per vedere la fine dei sussidi alle imprese fossili e il varo di un vero piano energetico sostenibile?

Fonte: ecoblog

Nel 2013 gli USA primi produttori di gas e petrolio, ma a quale prezzo?

L’entusiasmo dei commentatori andrebbe raffreddato, perché il sorpasso è avvenuto solo perchè la Russia ha diminuito la sua produzione e perchè l’aumento americano è dovuto all’estrazione di petrolio e gas non convenzionali che hanno un grave impatto ambientaleProduzione-USA-Arabia-Russia-2012

Nel 2013 gli USA potrebbero raggiungere il discutibile primato di maggiore produttore fossile del pianeta, superando la produzione di petrolio e gas di  Russia  e Arabia Saudita (1). L’annuncio, dato dall’EIA qualche giorno fa, ha naturalmente scatenato gli entusiasmi di tutti i media di lingua inglese. Lo scopo di un simile annuncio è soprattutto di tipo geopolitico; l’America (come viene chiamata oltreoceano), manda a dire che è sulla strada dell’autosufficienza energetica. Da tempo l’EIA preparava un simile annuncio, al punto da gonfiare le cifre della produzione sommando i volumi di tutti i combustibili liquidi senza considerare l’effettivo output energetico (2). Facendo questa correzione la produzione effettiva USA cala di circa il 4%, ma resta comunque al primo posto. Ci sono tuttavia una serie di “ma” che dovrebbero smorzare l’entusiasmo dei fossiliferi:

(A) Gli USA consumano ogni giorno circa 30 milioni di barili equivalenti di petrolio e gas, per ci sono ben lontani dall’autosufficienza;

(B) La produzione vera e propria di greggio USA è aumentata (vedi sotto perché), ma rimane significativamente più bassa di Russia e Arabia. Tutto il sistema dei trasporti funziona soprattutto a gasolio e non potrebbe cambiare così in fretta.

(C) Come si vede confrontando la produzione 2013 con quella del 2012 (grafico qui sotto), il sorpasso della Russia è avvenuto perché quest’ultima ha diminuito la sua produzione di circa un milione di barili al giorno, soprattutto a causa di una contrazione della produzione di gas, sembra a causa della riduzione della domanda europea che rivolta ad altri mercati.

(D) La crescita USA è dovuta all’estrazione di petrolio e gas non convenzionali, ottenuti con la tecnica del fracking, che ha altissimi costi ambientali, con pozzi che si esauriscono in fretta. IN altri termini, è probabile che la supremazia USA non durerà a lungo.Produzione-USA-Arabia-Russia-2013-586x498

(1) In realtà, se dovessimo considerare anche il carbone, il primato spetterebbe alla Cina con una produzione fossile totale di 42 Mbbleq/giorno.

(2) A parità di volume il GPL ha un potere energetico che è solo il 70% del petrolio, per cui 1 barile equivalente è pari a 0,7 barili di GPL

Fonte: ecoblog

 

Energie rinnovabili: nel 2016 produzione superiore a quella del gas

Sono i Paesi non Ocse a spingere maggiormente per lo sviluppo delle rinnovabili. E, tra cinque anni, le fonti pulite rappresenteranno un quarto della produzione energetica totale175646103-586x389

I prossimi tre anni saranno quelli di un sorpasso storico, quello delle energie rinnovabili nei confronti del gas. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel 2016 la produzione di energia da fonti rinnovabili non avrà solamente superato quella da gas, ma sarà il doppio di quella da fonte nucleare. Il dato è al centro del rapporto Medium-Term Renewable Energy Market Report che sottolinea come nel difficile contesto economico di questi anni, la produzione di energia si orienterà sempre di più verso le fonti pulite. Nel prossimo lustro le energie rinnovabili cresceranno del 40% diventando, entro il 2018, un quarto della produzione mondiale (25%), contro il 20% del 2011. Al netto dell’energia prodotta in centrali idroelettriche, la produzione energetica da eolico, solare, biomasse e centrali geotermiche sarà dell’8% rispetto al 4% del 2011 e al 2% del 2006. Secondo Maria Van der Hoeven, direttrice esecutiva della IEA, uno dei principali scogli nello sviluppo delle rinnovabili è rappresentato da l’incertezza normativa presente in molti paesi. Spesso è l’instabilità politica la principale causa del rallentamento di chi cerca strade alternative ai combustibili fossili. Crisi e instabilità rappresentano anche un facile alibi per Governi che – assoggettati dalle lobby che li finanziano – sembrano poco propensi a una democratizzazione e parcellizzazione della produzione energetica. Negli ultimi mesi alcune notizie positive sono arrivate dagli Stati Uniti, dove la crescita delle rinnovabili si sta facendo più sensibile, dall’Italia, dove in una domenica di giugno le fonti pulite hanno assorbito, per la prima volta, la totale richiesta di una determinata fascia oraria della giornata. Molto, però, resta da fare in termini di volontà politica visto che, come ricorda Van der Hoeven,

i sussidi per i combustibili fossili rimangono sei volte superiori a quelli per le fonti rinnovabili.

Le previsioni dell’IEA si basano sulla crescita impressionate delle rinnovabili registrata nel 2012, anno in cui l’incremento è stato dell’8%. Altro dato molto interessante è che la produzione da fonti rinnovabili è stata di 4.860 TWh, ovverosia il consumo totale di energia elettrica stimato in Cina. I Paesi non Ocse rappresenteranno i due terzi dell’aumento globale della produzione di energia rinnovabile da qui al 2018. E anche questa è una buona notizia: i paesi emergenti stanno scegliendo un modello di sviluppo maggiormente sostenibile rispetto a quello del Vecchio Occidente che fa i conti con un modello socio-economico che sta dimostrando, quotidianamente, tutta la sua fallibilità anche sotto il profilo ambientale ed energetico.

Fonte: IEA

 

Uranio impoverito, il business segreto della regina Elisabetta

La Casa Reale britannica, incurante dell’impatto ambientale, avrebbe investito nell’uranio circa 4 miliardi di sterline. Una rivelazione shock sull’intreccio fra Buckingham Palace e società produttrici di armi 174296391-586x393

La notizia, se confermata, è destinata a fare parecchio rumore. Secondo il gruppo pacifista Stop the War Coalition, la regina Elisabetta II, una delle donne più ricche e potenti del pianeta, avrebbe fatto affari con l’uranio impoverito, portando ingenti guadagni nelle casse di Buckingham Palace. Nel video, pubblicato su Youtube, gli attivisti raccontano di come, in sessant’anni, il capitale della Casa Reale Britannica sia cresciuto da 300 milioni di sterline a 17 miliardi di sterline. Come? Con investimenti nell’industria petrolifera nazionale (BP) e nelle aziende che producono armi che utilizzano l’uranio impoverito, come la Rio Tinto Zinc. Il video cita l’esperto Jay M. Gould che nel 1996 pubblico The Enemy Within, libro nel quale rivelava come la casa reale britannica, ma soprattutto la regina in prima persona, avesse investito una cifra di circa 4 miliardi di sterline nell’uranio attraverso la Rio Tinto Zinc, la compagnia mineraria fondata nel 1950 (con il nome Rio Tinto Mines) daRonald Walter Rowland, per volontà della casa reale britannica. Nel video si sostiene che la Regina e gli altri reali abbiano investito nell’uranio impoverito, senza farsi troppi scrupoli sulle conseguenze sanitarie e ambientali delle loro speculazioni. Le armi all’uranio impoverito sono state utilizzate dai militari degli Stati Uniti durante la prima Guerra del Golfocontro l’Iraq, nel 1991. Da allora sono diventate di uso comune in numerosi conflitti, fra cui quelli in Afghanistan, nei Balcani e, nuovamente, in Iraq. Secondo il Ministero della Difesa degli Stati Uniti solamente in quel conflitto furono utilizzate fra le 315 e le 350 tonnellate di uranio impoverito in bombe, granate e proiettili. Secondo Doug Rocchi, che fu responsabile del Pentagono per i progetti sull’uranio impoverito, la decontaminazione dell’ambiente dove è stato utilizzato uranio impoverito è impossibile. A ventidue anni dal primo conflitto ea quasi dieci anni dalla “guerra preventiva”, in Iraq continua a crescere il numero di malformazioni, leucemie e patologie genetiche attribuibili all’utilizzo di uranio impoverito. I problemi del Medio Oriente, però, sono distanti dagli affari della casa reale, quegli affari che nascondono parecchie zone d’ombra che la stampa mainstream bada bene a tenere sotto silenzio, interessandosi piuttosto ai cappellini delle principesse e al nome del Royal Baby.

Fonte:  Stop The War Coalition

 

La crisi abbatte anche i rifiuti urbani: in Italia produzione pro-capite in linea con l’Ue

In Italia la quota media annua di rifiuti scende a 504 kg con una spesa di smaltimento di 157,04 euro pro-capite815252811-586x381

Anche dal Rapporto Rifiuti Urbani Ispra 2013 emergono, in maniera evidente, numeri che ci parlano della crisi in maniera piuttosto esplicita. Nelle città italiane la produzione di rifiuti, tra il 2010 e il 2011 era calata di 1,1 milioni di tonnellate, con una diminuzione di 3,4 punti percentuali, è scesa ulteriormente nel 2012 facendo registrare un – 7,7% nel biennio che corrisponde a 2,5 milioni di tonnellate. La produzione nazionale si attesta su valori analoghi a quelli rilevati nel 2002/2003, ovverosia al di sotto dei 30 milioni di tonnellate. Ogni abitante italiano ha prodotto 504 kg di rifiuti, ben 32 kg in meno dello scorso anno. Le differenze, fra regione e regione, sono notevoli: si va dai 637 kg dell’Emilia Romagna alla Basilicata, la cui media riesce a stare al di sotto dei 400 kg per abitante. Sono differenze considerevoli che sembrano non riverberarsi sui costi e sulle tassazioni alla cittadinanza: se, nel 2011, la media annua pro-capite delle spese di igiene urbana è stata di 157,04 euro, le tre macro-zone hanno avuto una media di 144 euro (al Nord), 193 euro (al Centro) e 157 euro (al Sud). Se si considerano i costi di gestione al kg il Nord ha le tariffe più economiche con 27 centesimi al chilo, seguito da Centro (31 centesimi) e Sud (32 centesimi). Con i proventi della Tarsu (che negli ultimi anni ha subito notevoli rincari) la tariffa sui rifiuti è passata dall’83,9% al 94,1% della copertura totale dei costi. Cresce anche il dato sulla raccolta differenziata che passa dal 37,7% del 2011 al 39,9% del 2012. I rifiuti urbani smaltiti in discarica nel 2012 restano 12 milioni di tonnellate. Nel 2011 ben 311mila tonnellate di rifiuti urbani sono stati esportati: l’Austria, con 71mila tonnellate, è il Paese che ha accolto le maggiori quantità di immondizia (23% dell’export), seguita da Cina (17,5%),Ungheria (16,9%) e Germania (10,1%). L’import, invece, è stato di 261mila tonnellate di cui 40 di rifiuti pericolosi.

  Rifiuti urbani: il confronto fra Italia e Paesi dell’Ue

Nell’analisi comparativa su scala comunitaria il dato italiano è assolutamente in media con la quota europea: 502 kg la quota media pro-capite prodotta in Europa, 504 kg quella italiana. Nell’UE 27 il panorama è estremamente eterogeneo: si va dai 298 kg/anno degli abitanti dell’Estonia ai 718 kg dei danesi che producono poco meno di due kg di rifiuti al giorno. Nei Paesi del Nord Europa stanno progressivamente scomparendo le discariche e se in Italia il 39% dei rifiuti finisce in discariche (nonostante la chiusura di ben 288 siti nell’ultimo decennio), alcuni Paesi come Germania,Paesi Bassi e Svezia con l’implementazione degli inceneritori, delle pratiche di riciclaggio e differenziazione e dell’export sono riusciti a portare la quota di rifiuti in discarica su percentuali inferiori all’1% (tanto che la Norvegia sta diventando un importatore estremamente appetibile per nazioni con eccessi di rifiuti come il Regno Unito). Per quanto riguarda l’incenerimento, in Italia sono operativi 45 impianti con una forte concentrazione al Nord (68%) e due regioni nettamente sopra le altre: Lombardia (13) ed Emilia Romagna (8).

Fonte: Ispra Ambiente

Energia elettrica: consumi in calo a maggio 2013, crescono le rinnovabili

Terna pubblica i dati relativi alla domanda nazionale di energia elettrica a maggio 2013: i consumi sono calati del 3,4% rispetto allo stesso mese dello scorso anno, mentre è in crescita la produzione di elettricità da fonti rinnovabili

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Nel mese di maggio 2013 l‘energia elettrica consumata in Italia ha toccato quota 25,3 miliardi di kWh, facendo registrare una flessione del 3,4% rispetto lo stesso mese dello scorso anno. Lo comunica Terna, precisando che i giorni lavorativi sono stati 22 come nel 2012, mentre la temperatura media mensile è risultata più bassa di circa un grado centigrado rispetto allo scorso anno. Se si tiene conto degli effetti della temperatura (che avrebbero dovuto far crescere lievemente i consumi), la domanda energetica risulta diminuita del 3,8% su base annua. Nel mese di aprile 2012, con solo 20 giornate lavorative, i consumi elettrici si erano attestati sui 24,3 miliardi di kWh. Più nel dettaglio, fa sapere Terna nel suo bollettino mensile, la variazione su base annua della domanda di energia elettrica è risultata negativa su tutto il territorio nazionale, ma con delle significative differenze nelle diverse regioni: -2,4% al Nord, -3,6% al Centro e -5,4% al Sud. Un trend che conferma i dati registrati dall’inizio del 2013. Nei primi 5 mesi dell’anno in corso, infatti, la domanda di energia elettrica risulta in flessione del 3,4% rispetto al corrispondente periodo del 2012 (considerando gli effetti del diverso numero di giornate lavorative e della temperatura atmosferica, il calo è da considerarsi del 2,9%).
Per quanto riguarda invece la produzione di elettricità, Terna fa sapere che mese di maggio appena concluso la domanda nazionale è stata coperta per l’87,8% dalla produzione nazionale e per la restante parte dalle importazioni dall’estero. In crescita praticamente tutte le principali fonti di energia rinnovabile: eolico (+44,6%), idroelettrico (+35%), fotovoltaico (+15,7%) e geotermico (+3,4%). Cala invece del 3,4% la produzione da fonte termoelettrica.

Fonte:eco dalle città

Il rapido declino della produzione dei pozzi tra le cause della bolla del shale gas

Lo shale gas non inaugurerà una nuova era fossile, perchè i giacimenti sono piccoli, si esauriscono in fretta, richiedono un maggiore investimento energetico, devastano l’ambiente e … fanno arrabbiare le popolazioni locali.Declino-produzione-pozzi-shale-gas-586x449

“Shale gas” (1) sembra la nuova parola magica che vorrebbe evocare una nuova era di abbondanza nell’energia fossile negli USA. Se ben compreso, il grafico qui sopra dovrebbe raffreddare gli entusiasmi dei filo-fossili. La produzione dei pozzi (ad esempio quelli della formazione Marcellus in Pennsylvania) declina rapidamente al punto che la vita attiva di un pozzo è solo di otto anni e il 60%  della produzione si concentra nei primi tre anni. Questo significa che per mantenere costante la produzione bisogna continuare a trivellare il terreno; per accrescere la produzione bisogna fare aumentare ancora più rapidamente il numero di trivelle, di pozzi produttivi, di tubature di collegamento, di strade e di mezzi meccanici. I costi crescono (2) fino a un punto tale per cui la produzione non è più sostenibile e crolla. Prima ancora di raggiungere questo punto, potrebbe essere la protesta civile delle popolazioni locali a fermare la mano delle aziende fossili per i danni causati dal fracking all’ambiente: inquinamento della falda, terremoti e devastazione del paesaggio. Negli ultimi 5 anni la produzione di gas convenzionale è calata di 145 Mtoe(dati EIA) mentre la produzione di shale gas è passata da 0 a 216 Mtoe. Il copione segue esattamente quanto è previsto dalla teoria del picco del petrolio: prima si sfruttano i giacimenti di migliore qualità fino a che non calano, poi quelli di minore valore, che però caleranno assai più in fretta. Insomma, noi vi abbiamo avvisato; fatevi trovare pronti prima che scoppi la bolla.

(1) In italiano è detto gas di scisto o gas da argille, ma per chi deve vendere questa idea sul mercato è naturalmente più cool chiamarlo shale gas.

(2) I costi di trivellazione del gas negli USA per singolo pozzo sono quadruplicati tra il 2002 e il 2007

Fonte: ecoblog

Il più grande produttore di carbone del Regno Unito in liquidazione volontaria: è l’inizio della fine?

Uk Coal, la più grande azienda inglese di produzione di carbone, è in lotta per la sua sopravvivenza: dopo il pauroso incendio del marzo scorso nella miniera Daw Mill il gigante ha avviato la procedura di liquidazione volontaria.8547622819_6a55811dd1_o-586x391

Potrebbe essere l’inizio della fine dell’era dei combustibili fossili, o semplicemente un esempio della caducità del business incontrollato attorno al carbone, la clamorosa notizia che vuole Uk Coal, il gigante britannico di produzione di carbone (dal 2011 ha estratto 7.3milioni di tonnellate di carbone, il 5% del fabbisogno elettrico totale dell’intero Regno Unito), in liquidazione volontaria. Ecoblog ne ha parlato in tempi non sospetti, e le notizie che giungono dalla Gran Bretagna confermano quanto scritto il 12 marzo scorso. Nonostante l’azienda si rifiuti di parlare di stato patrimoniale disastroso, negando su tutta la linea gli effetti economici del devastante incendio del marzo scorso nella miniera di Daw Mill, lo stato di liquidazione volontaria si lega a doppio filo proprio con quell’incendio, che ha mandato in fumo 100 milioni di sterline di attrezzature, altri 160 milioni di sterline di carbone e ben 32 milioni in costi di gestione: una scure da quasi 300 milioni di sterline (360 milioni di euro) sull’intero business, che ha letteralmente piegato il gigante del carbone britannico. Per consentire a Uk Coal di continuare l’attività, al fine di evitare dunque una liquidazione forzata e il fallimento, l’azienda ha così deciso di cercare una vasta gamma di parti interessate nell’acquisto della compagnia. Ciò che Uk Coal può ancora mettere sul piatto sono le restanti due più grandi miniere del Regno Unito, Kellingsley nel North Yorkshire e Thoresby in Nottinghamshire, più altre sei miniere a cielo aperto tra nord e centro dell’Inghilterra. Un “tesoretto” che, secondo indiscrezioni, Uk Coal ad oggi non sarebbe più in grado di sfruttare, anche per colpa dell’incendio di Daw Mill, che ha riportato il mercato del carbone alla dura realtà fatta di imprevisti, contrattempi e, sopratutto, sicurezza e tutela dell’ambiente. Come scrivevamo però erano tutti rischi previsti (o prevedibili): la produzione mineraria è infatti cresciuta fino a 292 Mt nel 1913 per poi calare inesorabilmente nel corso del XX secolo. Nonostante tutte le innovazioni tecnologiche introdotte, gli inglesi non solo non hanno aumentato le estrazioni, ma non sono nemmeno riusciti a tenerle costanti. I rischi correlati al crollo eventuale di Uk Coal sono enormi, e non legati unicamente ai 2.000 lavoratori che perderebbero il posto di lavoro: i fondi pensione gestiti dall’azienda, i fornitori da pagare, i risparmiatori con quote azionarie (tra cui, in pieno stile anglosassone, proprio i suoi dipendenti), i clienti. Solo la chiusura di Dow Mill alla fine di marzo ha portato ad un taglio di ben 650 posti di lavoro, corrispondenti ad un egual numero di famiglie del nord Warwickshire rimaste senza più niente: il peggior incendio in una miniera di carbone degli ultimi 30 anni ha letteralmente fatto terra bruciata attorno a sè. Il crollo di Uk Coal, in tal senso, rappresenterebbe un dramma sociale, ed è proprio partendo da qui che bisognerebbe cambiare drasticamente le politiche energetiche, industriali ed ambientali: la liquidazione volontaria di Uk Coal permetterebbe il trasferimento di540milioni di sterline di deficit pensionistico dall’azienda all’UK Pension Protection Fund, che salvaguarderebbe stipendi e pensioni dei lavoratori Uk Coal (solitamente al 90%). In questo senso il vero specchio della crisi di Uk Coal è proprio il sistema previdenziale, il deficit milionario cui l’azienda non riesce a fare fronte: avviata una ristrutturazione importante lo scorso anno, l’azienda sperava di farcela entro il 2015 a rientrare nel deficit, ma l’incendio di Daw Mill del marzo scorso ha rimescolato tutte le carte. Nel frattempo però le informazioni e le dichiarazioni ufficiali che provengono dal governo britannico fanno capire che questi si è già attivato per tutelare chi rischia di restare senza lavoro e senza futuro (chi dà lavoro ad un ex minatore di 50 anni?): tutti elementi che fanno pensare ad una fine molto vicina, per il carbone di Sua Maestà.

Fonte:  Guardian