Produttori europei di bevande analcoliche: entro il 2025 bottiglie al 25% in PET riciclato ma non solo

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I produttori di bevande analcoliche, di cui fa parte anche l’italiana Assobibe, puntano a utilizzare negli imballi il 25% di PET riciclato entro il 2025 e ad avere etichette e confezioni interamente riciclabili entro la stessa data. Entro il 2025 solo bottiglie plastica con un contenuto di PET riciclato di almeno il 25%, ma anche bottiglie, chiusure ed etichette in plastica interamente riciclabili e inoltre miglioramento della raccolta degli imballaggi utilizzati, rafforzando la collaborazione con i soggetti coinvolti e incremento del riutilizzo, dove questa soluzione offre particolari benefici a livello ambientale ed economico. Sono questi in sintesi i punti del programma europeo di Unesda, associazione europea dei produttori di bevande analcoliche (soft drink), che ha annunciato oggi l’impegno preso dai propri associati. In Italia l’iniziativa è stata rilanciata da Assobibe, l’associazione di Confindustria federata Unesda.

“L’obiettivo del settore, i cui imballaggi sono i più raccolti nell’UE – afferma David Dabiankov, direttore generale Assobibe – è quello di contribuire alla creazione di un modello circolare per gli imballaggi in plastica migliorandone la riciclabilità, il contenuto riciclato, la raccolta e il riutilizzo. E’ un messaggio davvero importante che questi impegni vengano estesi a tutta Europa: le imprese vogliono che i loro imballaggi, comprese le materie plastiche, siano raccolti e riciclati e non vengano gettati nelle strade, negli oceani e nei corsi d’acqua”. Secondo Dabiankov infine “una migliore raccolta e riciclo degli imballaggi, insieme a una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori, sono elementi fondamentali per questi obiettivi e per aumentare quantità e qualità di materie plastiche riciclate da poter usare”. Assobibe ricorda infine che in Italia, l’83,5% degli imballaggi in plastica è già raccolto e recuperato, anche grazie al sistema Conai-Corepla per cui le imprese pagano per ogni tonnellata di materiale immesso in consumo.

Fonte: ecodallecitta.it

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L’Alveare che dice sì! Già 150 i gruppi in Italia per comprare sostenibile

I produttori incontrano i consumatori e si creano legami di fiducia e sostegno reciproco. E’ la filosofia dell’Alveare che dice sì, una rete di gruppi d’acquisto che si sta diffondendo in tutta Italia. Sono già 150 i gruppi formatisi.9522-10279

Oggi la Grande Distribuzione Organizzata, attraverso la quale abbiamo accesso a tutti o quasi tutti i prodotti che acquistiamo, non consente una connessione tra consumo e produzione. I produttori e i consumatori, in sostanza, sono come due rette parallele che non si incontrano mai. Perdere il contatto con chi produce il nostro cibo, vivere nell’ignoranza di dove sia stato prodotto e in quali condizioni etiche (dall’abuso perpetrato nei confronti della terra e degli animali, all’uso di sostanze chimiche non specificate, allo sfruttamento delle persone coinvolte nei processi di produzione) si ripercuote  negativamente ad ogni livello sulla nostra vita di persone e non solo di semplici consumatori o produttori. A risentirne, infatti, è la nostra salute, il nostro portafoglio, il nostro territorio, la nostra cultura e, non ultime, le nostre relazioni umane, il nostro benessere, la nostra “contentezza”.
L’Alveare che dice sì, attraverso la promozione di una filiera cortissima, vuole recuperare e reinventare un nuovo modo, etico, ecologico e giusto, di produrre e consumare cibo attraverso una vera e propria rete che agisce su base locale con l’obiettivo di realizzare un’economia sana, critica e consapevole. Attraverso quello che sembra un atto quasi distratto, spesso veloce e fatto senza attenzione come quello di fare la spesa è possibile, infatti, agendo localmente, contribuire alla lotta contro lo sfruttamento, i cambiamenti climatici, gli allevamenti intensivi, l’inquinamento di interi territori ed ecosistemi anche molto lontani da noi.

Abbiamo incontrato Paolo Nosenzo, responsabile Comunicazione e Marketing de L’Alveare che dice Sì! che ci spiega di cosa si tratta.

Quando è nato L’Alveare che dice sì!? E dove?

Il progetto è nato in Francia nel 2011, e fa parte del movimento europeo The Food Assembly. In seguito si è poi diffuso anche in UK, Belgio, Spagna, Germania e, da un annetto e mezzo, è arrivato anche in Italia!

Di chi è stata l’idea?

Il progetto è stato portato in Italia da Eugenio Sapora, che ora è il responsabile della rete italiana. Eugenio ha conosciuto il progetto in Francia e se ne è innamorato, e ha pensato (a ragione) che potesse funzionare anche nel nostro Paese.

Come funziona esattamente un Alveare? Ci può spiegare esattamente cosa succede e in che modo?

Il cliente si registra gratuitamente su www.alvearechedicesi.it e si iscrive all’Alveare più vicino (viene visualizzata una barra di ricerca in cui inserire il proprio indirizzo). A questo punto può già iniziare a fare la spesa, scegliendo da una gamma di prodotti locali; frutta, verdura, carne, formaggio, pane… (tutti nel raggio medio di 30-40 km di distanza dall’Alveare in questione). Convalidato e pagato l’ordine online (si può pagare anche con una semplice prepagata o con postepay), la spesa si va poi a ritirare nel luogo e nell’orario di quell’Alveare. Al momento del ritiro, i produttori da cui si ha ordinato saranno lì presenti per consegnare la spesa, farsi conoscere, e scambiare informazioni con i clienti, spesso facendo anche gustare i propri prodotti. In questo modo il cliente ha piena visibilità su chi ha prodotto il cibo che andrà a consumare. A sovrintendere l’organizzazione di ogni Alveare, c’è il Gestore, ovvero una persona che ha deciso di investire 7-8 ore settimanali del suo tempo per costruire una comunità nel proprio quartiere, contattando produttori e clienti, e organizzando le vendite tramite il sito ogni settimana, ottenendo in cambio una percentuale sul fatturato.

Qual è il vostro obiettivo?

I nostri obiettivi sono molteplici. In generale l’obiettivo sul lungo termine è fornire un’alternativa alla Grande Distribuzione Organizzata. Ma anche supportare i produttori locali, fornendo loro un’  ulteriore finestra dove proporre i loro prodotti; dare valore e il giusto prezzo al cibo che si deve produrre nel migliore dei modi; innescare un sistema di fiducia e di relazioni fra consumatori e produttori; stimolare e far rivivere luoghi urbani, ricreando un forte senso di comunità, visto che il momento del ritiro della spesa diventa poi un momento sociale di incontro e di festa, permettendo alle persone del quartiere di riunirsi una volta a settimana.

Che differenza c’è con i GAS tradizionali?

La differenza principale è che i GAS sono diretti a un pubblico di attivisti, ma purtroppo non tutti hanno il tempo e le risorse per iscriversi a un gruppo d’acquisto solidale, anche perchè semplicemente non riescono a trovare i contatti per entrare a farne parte. Con l’Alveare vogliamo rendere il tutto più accessibile. Con letteralmente 2 clic è possibile trovare quello più vicino e iscriversi, e con il terzo clic si può iniziare a fare la spesa! Inoltre, semplifica di molto la procedura di pagamento, visto che avviene tutto online.

Non significa un intermediario in più nella relazione produttore-consumatore? Se no, perché?

Nella nostra rete non c’è alcun intermediario: l’acquisto avviene direttamente, online, fra consumatore e produttore. Ed è il produttore, quando si iscrive (gratuitamente) alla nostra rete, a determinare il prezzo. Il produttore ha poi una commissione sulle vendite (10% per noi della piattaforma e 10% per il Gestore di Alveare), ma queste sono spese di servizio e per la manutenzione del sito, delle quali nessuna azienda può (purtroppo) fare a meno. Pur con questa commissione, al produttore va l’80% del fatturato, ovvero esattamente l’opposto di quello che ottiene vendendo alla Grande Distribuzione Organizzata.

Chi sono i consumatori che si rivolgono agli alveari?

Le tipologie di consumatori sono molteplici; ci rivolgiamo a chi non ha il tempo per fare la spesa al mercato, e compra online per poi venire semplicemente a ritirare la spesa in modo rapido dopo il lavoro, prima di tornare a casa. Ma anche a persone che hanno più tempo, e che vogliono sfruttare appieno l’opportunità di avere di fronte i produttori, per fare qualsiasi tipo di domanda gli venga in mente e soddisfare ogni curiosità sui prodotti che hanno acquistato. Molti utilizzano l’Alveare proprio per essere sicuri di quello che comprano e consumano, quindi ci rivolgiamo anche a chiunque stia cercando prodotti di qualità ma che siano verificabili, senza spendere una fortuna.

E i produttori?

Presso i nostri Alveari copriamo qualsiasi tipologia di prodotto alimentare. Ovviamente, cerchiamo di privilegiare i produttori di piccole/medie dimensioni, che non facciano vendita all’ingrosso

Quanti alveari esistono in Italia? In quali regioni? E in Europa?

Al momento ci sono più di 150 Alveari su tutta Italia, di cui una cinquantina sono attivi (è possibile acquistare prodotti ogni settimana), mentre il resto sono in costruzione, ovvero il Gestore sta ancora contattando produttori e clienti per poter aprire, e apriranno nei prossimi mesi. Le regioni con più Alveari sono Piemonte e Lombardia (essendo una startup torinese, siamo partiti a svilupparci dal Nord), ma la rete si sta sviluppando rapidamente e anche Emilia-Romagna, Lazio e Toscana hanno numerosi Alveari in apertura. In totale, gli Alveari attivi su tutta Europa sono quasi 1.000!

Quanti produttori e consumatori sono coinvolti?

In Italia abbiamo già più di 600 produttori iscritti alla nostra rete, e circa 24.000 membri iscritti ai nostri Alveari.

Che cosa significa essere responsabile di un alveare? Ci può parlare di questa nuova figura professionale?

Il Gestore di Alveare è una persona che decide di portare un Alveare nel proprio quartiere, per dare modo alla sua comunità di avere accesso diretto a prodotti locali, in modo comodo e accessibile. Per aprire un Alveare non è necessario alcun investimento, solo qualche ora settimanale (7-8, soprattutto nella fase di costruzione) per gestire il progetto. Il gestore si occupa quindi di trovare un luogo per la consegna dei prodotti (può essere un bar, un ristorante, un oratorio, una casa del quartiere…), contattare 4-5 produttori locali e farli iscrivere alla piattaforma (in modo che possano proporre i loro prodotti alla comunità) e far iscrivere membri alla pagina del proprio Alveare sul sito (anche qui, l’iscrizione è gratuita). Una volta aperto l’Alveare, il Gestore gestisce le vendite attraverso il sito, e sovrintende alle distribuzioni, per assicurarsi che tutti vengano a ritirare la spesa. In cambio, ha una percentuale sulle vendite settimanali. E’ un ruolo molto bello perchè ti dà modo di conoscere produttori locali e persone del proprio quartiere, diventando una sorta di leader della propria comunità alimentare.

Come si fa a diventare responsabile di alveare? Quanto si può guadagnare e quali sono i requisiti e le mansioni che svolge un responsabile? Deve cercare lui i produttori? Deve cercare lui e quindi pagare un affitto per il locale in cui avverranno le consegne? Può farlo anche a casa sua?

Per avviare la procedura basta compilare un questionario sulla pagina https://alvearechedicesi.it/it/join/as-host , per poi essere contattato dai membri del nostro team, che lo guideranno per tutto il percorso (non si è mai abbandonati a se stessi! Ogni gestore riceve costantemente supporto tecnico e morale dal proprio coordinatore). Il gestore di un Alveare medio guadagna sui 400-500 euro al mese, ma ci sono Gestori che hanno fatto dell’Alveare la propria professione principale, e si possono guadagnare cifre pari a quelle di un vero stipendio, dipende ovviamente dal tempo che ci si dedica. Maggiore è il tempo, maggiori saranno i guadagni. Deve cercare lui produttori, clienti e locale, ma non deve pagare nessun affitto; in genere i proprietari dei locali sono ben contenti di partecipare al progetto, anche perchè gli offre un modo comodo per avere accesso a prodotti locali, aumenti la visibilità del loro locale, e, ad esempio nel caso dei bar, avere 20-30 persone che per un’ora e mezza a settimana vengono nel tuo locale a ritirare la spesa, di solito permette di vendere qualche caffè o aperitivo in più. Sconsigliamo di fare un Alveare in casa propria poichè serve uno spazio abbastanza grande per accomodare le cassette e le borse con i prodotti (minimo 40 metri quadri, e dev’essere al piano terra), e inoltre bisogna considerare che il gestore dovrebbe essere disposto a far entrare una trentina di persone (clienti che spesso non conosce) dentro casa.

Da chi riceve il compenso il responsabile di Alveare? In che modo?

Il sito automaticamente preleva la percentuale del 10% dal fatturato del produttore, e lo manda al Gestore. Il produttore e il gestore ricevono comunque tutti i documenti del caso, scaricandoli direttamente dal sito.

Qual è il futuro degli Alveari?

Il nostro obiettivo è arrivare in ogni città d’Italia (idealmente anche in ogni quartiere), per fornire un’alternativa concreta alla GDO. Nell’anno passato siamo cresciuti molto, e questo è un ottimo segnale che ci fa ben sperare per il futuro del progetto in Italia!

Chi fosse interessato come cliente, produttore o gestore cosa deve fare?

Basta andare su www.alvearechedicesi.it per avere ulteriori informazioni, registrarsi gratuitamente e iscriversi come cliente, Produttore o Gestore. Inoltre siamo sempre raggiungibili alla mail assistenza@alvearechedicesi.it e ci trovate anche su Facebook, alla pagina www.facebook.com/LAlveareCheDiceSi

Fonte: ilcambiamento.it

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Alveare on tour: oltre 50 eventi e 20.000 persone coinvolte nel viaggio alla ricerca del Km0

Si è concluso con successo il primo tour de L’Alveare che dice Sì!, la startup che ha portato in giro per l’Italia l’innovazione e il buon cibo, promuovendo l’incontro tra produttori e consumatori e l’acquisto di cibi a Km0. Nelle 6 città coinvolte sono stati oltre 20.000 i visitatori del Food Innovation Village, supportato da Seeds&Chips, il Global Food Innovation Summit. Nel corso del tour, che ha permesso di scoprire le tradizioni culinarie, sociali ed imprenditoriali italiane, è stato presentata ShareTheMeal, l’app gratuita realizzata dal World Food Programme (WFP) per donare pasti nutrienti ai bambini bisognosi.

6 piazze, oltre 30 produttori incontrati, più di 30 startup e oltre 50 eventi: questi i numeri del tour de L’Alveare che dice Sì!, la piattaforma che promuove il contatto tra produttori e consumatori e gli acquisti di prodotti freschi e a km0 via web. Organizzato dalla startup piemontese seguita da Treatabit, il programma di pre-incubazione del Politecnico di Torino, e supportato da Seeds&Chips, il Global Food Innovation Summit, dal 24 settembre al 15 ottobre il tour ha percorso con successo, a bordo di un food truck, più di 1000 km in giro per l’Italia alla ricerca del km0, coinvolgendo oltre 20.000 visitatori.

Dal Nord al Sud alla ricerca del Km0

Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli e Bari: da nord a sud, queste le città che sono state protagoniste del tour e che negli scorsi giorni hanno visto sorgere il Food Innovation Village dell’Alveare che dice Sì! supported by Seeds&Chips, un villaggio itinerante che ha messo in contatto filiera corta, startup e consumatori. Qui i curiosi hanno potuto conoscere da vicino le realtà italiane che promuovono la sharing economy, la food innovation e lotta agli sprechi: tra queste Gnammo, la più grande piattaforma di social eating in Italia, e Last Minute Sotto Casa, piattaforma che permette ai negozianti di vendere prodotti alimentari invenduti a fine giornata a prezzo scontato. Il tour ha dato voce anche alle associazioni locali e ai produttori, che hanno potuto portare in piazza i loro prodotti. Obiettivo: unire socialità e tecnologia, mostrare come sta cambiando ed evolvendo il mondo del food italiano, raccontare l’innovazione e le tradizioni puntando a migliorare i sistemi produttivi, ottimizzare la distribuzione, evitare gli sprechi.
L’Alveare che dice Sì!, 100 gas 2.0 in tutta Italia

Al centro del Food Innovation Village, il Food Truck de L’Alveare che dice Sì! che ha dato modo ai più golosi di assaggiare i prodotti della filiera corta e di entrare in contatto con i produttori locali e con gli Alveari presenti sul territorio. Scopo della startup è proprio quello di far incontrare produttori e consumatori con gruppi di acquisto 2.0: tramite la piattaforma online www.alvearechedicesi.it è possibile infatti vendere e comprare i prodotti locali utilizzando internet e la sharing economy. I produttori locali presenti nel raggio di 250 km possono infatti iscriversi al portale ed unirsi in un “Alveare”, mettendo in vendita online i loro prodotti; i consumatori che si registrano sul sito possono acquistare ciò che desiderano, senza obbligo di frequenza o spesa minima, presso l’Alveare più vicino casa, scegliendo direttamente sulla piattaforma o sulla app per smartphone dedicata. Il ritiro dei prodotti avviene settimanalmente permettendo l’incontro e lo scambio diretto tra agricoltori e consumatori, che così, in modo semplice, avranno sempre accesso ad alimenti freschi, locali e di qualità. Il progetto, nato in Francia nel 2011, è arrivato in Italia un anno fa e ha già visto nascere circa 100 Alveari su tutto il territorio.

“Il tour ci ha portato a scoprire creazioni culinarie, sociali ed imprenditoriali delle diverse realtà locali ed è stata una grande occasione per diffondere la nostra idea di sviluppare la filiera corta, ritrovare il sapore dei propri territori, lottare contro i cambiamenti climatici e ristabilire un legame tra consumatori e produttori. Ci ha permesso inoltre di fortificare la nostra rete con la creazione di diversi nuovi Alveari in tutta la penisola”, spiega Eugenio Sapora, founder di L’Alveare che dice Sì! “È stata un’azione impegnativa quanto divertente che ha permesso di sviluppare nuove collaborazioni non solo tra le startup presenti ma anche con le belle realtà produttive che ci hanno accompagnato”.
ShareTheMeal, con Alveare presentata la app del World Food Programme (WFP)
Con il WFP Italia Onlus, che ha patrocinato l’evento, il Food Innovation Village ha presentato l’app gratuita ShareTheMeal per condividere il proprio pasto con un bambino bisognoso, realizzata dal World Food Programme (WFP), la più grande organizzazione umanitaria che combatte la fame nel mondo. Con un tocco sul proprio smartphone si possono donare 40 centesimi al WFP sufficienti a sfamare un bimbo per un giorno. L’obiettivo? Contribuire a donare 2 milioni di pasti nutrienti – per un intero anno scolastico – a 58.000 bambini che vivono in Malawi. Il World Food Programme, in occasione del 16 ottobre, Giornata Mondiale dell’Alimentazione, ha inoltre  lanciato la nuova funzione “Community”: per amplificare la portata della sua donazione, l’utente di SharetheMeal può creare un gruppo di sostenitori o aderire a quelli esistenti.

Maggiori informazioni su: www.alvearechedicesi.it

Media partner Alveare on Tour:

Chi è l’Alveare che dice sì!

L’Alveare che dice sì! è una startup nata nel 2016 e incubata presso Treatabit, il percorso per le startup digitali dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino. E’ un progetto che ha origine in Francia nel 2011 col nome di “La ruche que dit oui”, e che nel paese transalpino ha ottenuto un enorme successo: ad oggi sono più di 650 gli Alveari presenti Oltralpe.  In Italia, in soli due mesi, sono sorti oltre 30 Alveari su tutto il territorio nazionale.
Chi è Seeds&Chips:

Seeds&Chips, il Global Food Innovation Summit dove cibo e tecnologia si incontrano. Un punto di riferimento per startup, aziende, investitori, opinion leader e policy makers che operano nel FoodTech e un momento di condivisione di contenuti e visioni, progetti ed esperienze. “Perché innovare nel Food System non è solo un’opportunità, è una sfida che riguarda tutti.” Quattro giorni di esposizione, conferenze, business matching, hackathon, pitch e award con i protagonisti e gli innovatori del settore agroalimentare.

Maggiori informazioni: www.seedsandchips.com

Fonte: agenziapressplay.it

 

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Produttori pera igp: “Vogliamo strumenti per nuovi mercati esteri”

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 “In Italia produciamo 700 mila tonnellate di pere, siamo il primo produttore europeo e mondiale. Siamo interessatissimi a sviluppare il flusso delle nostre pere che si producono per lo più in Emilia-Romagna tra le tre province di Ferrara, Bologna e Modena. Le vogliamo esportare sempre di più verso nuovi mercati esteri perché lì ci stanno possibilità di sviluppo importantissime”, ha spiegato il presidente di Centro Servizi Ortofrutticoli, Paolo Bruni, al Festival Internazionale di Ferrara che si è svolto nel week end. In questa occasione è stato fatto il punto sull’andamento del mercato agroalimentare e in particolare della produzione e della vendita della pera che ha ripreso a crescere negli ultimi due anni.

“Abbiamo ritenuto che la pera regina abate ci stesse benissimo tra i sostenitori di questa grande iniziativa culturale i cui temi sono spesso combacianti con quelli del disciplinare di produzione della pera igp dell’Emilia-Romagna che significa rispetto dell’ambiente, sostenibilità, rispetto delle norme dei diritti umani per le lavorazioni, l’impatto occupazionale che la pera determina”,

ha continuato Bruni. Diversi i settori coinvolti nella produzione e commercializzazione della pera igp. Recentemente un team di ricercatori e cuochi di dell’Istituto Vergani Navarra di Ferrara, ha ideato nuove ricette e nuove modalità di utilizzo della frutta, in particolare in enologia. La pera made in Italy è conosciuta in tutto il mondo, in particolare in Nord Africa e nei paesi del Far East. Serve, però, una strategia per superare i confini dei paesi emergenti come la Cina, con la quale si potrebbe stabilire un accordo di scambio con export di per e import di kiwi.

Fonte: Askanews

 

Al via il progetto AgriTorino, agricoltura sostenibile per rispondere alla crisi

È stato presentato il progetto solidale AgriTorino che mira a creare una nuova agricoltura con funzione sociale, ambientale ed economica. Si tratta di un patto tra produttori e consumatori con il quale i primi affidano a giovani disoccupati delle terre abbandonate o sottoutilizzate.

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Dando un’occhiata ai dati diffusi dall’Istat lo scorso venerdì sembra evidente, anche per i non addetti ai lavori, che il Belpaese si trovi in posizione supina. In riferimento all’anno 2012, il Pil è diminuito del 2,4%, il rapporto deficit/Pil è al 3% (in poche parole lo Stato ha speso più di quanto ha incassato), e il debito pubblico è al 127% del Pil. In tali scenari catastrofici, l’operato del governo dei tecnici ci ha inoltre regalato un incremento del 3% delle entrate fiscali e una disoccupazione, d’inizio d’anno 2013, che si attesta all’11,7% mentre è ai massimi storici per gli under 24, con il 38,7% di inoccupati (è al 50% nel sud del paese). Poche volte ci attacchiamo ai numeri, seppure certi indicatori e certi dati risultino avere una valenza informativa, ed, anzi, di frequente, preferiamo raccontare esperienze reali, azioni, atti di concretezza che dimostrino come la forza e l’impegno degli individui possano remare contro la corrente delle negatività generata da un sistema obsoleto. E così, proprio contro la crisi e l’inefficacia della classe dirigente, l’ingegno si aguzza e si federa intorno ad azioni solidali poste in essere in micro mondi per provare a dare vita ad iniziative stimolanti e speranzose. È il caso del progetto Agritorino, presentato a Torino lo scorso fine settimana, che mira a creare un nuovo modo di fare e vivere l’agricoltura. Il mondo del volontariato torinese come il Sermig, il Cottolengo, la Congregazione Salesiana insieme ai Padri Somaschi, PerMicro e Piazza dei Mestieri si sono fatti promotori di un’iniziativa dalle finalità molteplici: valorizzare la terra, mettere in produzione la terra incolta, produrre prodotti di qualità, vendere in maniera etica e creare occupazione giovanile oltre che professionalità nel settore agricolo. Si tratta di un patto tra produttori e consumatori con il quale i primi affidano delle terre abbandonate o sottoutilizzate a dei giovani disoccupati, i nuovi agricoltori del 2013, che vengono formati all’agricoltura ecosostenibile con l’obiettivo di avere un’occupazione generatrice di un reddito, ma allo stesso tempo di fornire dei prodotti di qualità alla comunità a prezzo etico.

Si è dato il via a questa sperimentazione che sarà supervisionata dal comitato promotore per testare la fattibilità tecnica dell’iniziativa nonché la sua sostenibilità economica. Se il buongiorno si vede dal mattino, sembrerebbe che l’avventura parta nel migliore dei modi visto che sono già stati identificati dei terreni disponibili nel piemontese che verranno dati in comodato d’uso dai proprietari, il Cottolengo e i Salesiani, per l’immediato start del progetto. In assenza di misure incisive dei governi nazionali le micro realtà del paese si organizzano differentemente, provano ad agire unendosi per seminare un benessere comunitario. Il progetto AgriTorino è una sfida interessante che nasce dalla prossimità con il territorio e dall’iniziativa di chi conosce la realtà dei cittadini e sceglie di viverla a stretto contatto anziché osservarla a distanza dalle poltrone del Palazzo. L’unione dal basso per fronteggiare il problema dell’occupazione giovanile e della crisi economica e per dare fiducia e dignità alla persona. La strada tracciata è il ritorno alla terra, dunque, per sviluppare un’agricoltura che possa giocare un ruolo sociale, ambientale ed economico: coniugare il coltivare sano con il vendere etico creando lavoro, professionalità e reddito. La radici del nostro paese e della nostra storia, poggiate sui pilastri della solidarietà, rappresentano la speranza per ripartire e affrontare il vivere presente.

fonte: il cambiamento

Manuale Pratico di Agricoltura Biodinamica

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