Baule Volante, una storia “bio” che dura da 30 anni

Baule Volante compie trent’anni. Nasce nel 1987 a Bologna come una piccola impresa familiare distributrice dei prodotti biologici tedeschi Rapunzel. Da quel giorno, però, di tempo ne è passato molto e, negli anni, quella che era una piccola azienda diventa un vero e proprio punto di riferimento nel settore del biologico in Italia.9523-10280

Oggi l’azienda conta più di 500 prodotti a proprio marchio: alimenti biologici freschi e confezionati, prodotti certificati per la cura della persona e per la pulizia della casa. Quella che rimane immutata nel tempo è la sua visione: prodotti genuini e di alta qualità provenienti non solo da produzioni biologiche ma il cui obiettivo irrinunciabile sia la tutela del terreno e della biodiversità, il rispetto per il benessere e per le esigenze specie-specifiche degli animali allevati, l’attenzione al lavoro dei piccoli produttori, la cura dell’ambiente e delle persone.baulevolante1

Tra le iniziative messe in pista dall’azienda per festeggiare i suoi trent’anni, il Baule Volante on Tour, un’occasione di incontro e di scambio tra negozianti, produttori e addetti del settore. Tra le tappe, Roma, il prossimo 2 aprile.

Abbiamo incontrato Francesca Delle Grottaglie dell’Ufficio Marketing di Baule Volante.

Qual è la vostra storia e perché questo nome?

Baule Volante nasce nel 1987 a Bologna. È una piccola impresa familiare che distribuisce in Italia il già affermato marchio di prodotti biologici Rapunzel. Ben presto, però, mostra i segni di un’azienda destinata a diventare un punto di riferimento per il settore bio in Italia. Un po’ per gratitudine nei confronti del marchio tedesco – oggi leader in Europa nel dettaglio specializzato -, un po’ per la stima e la sintonia d’intenti, è a Rapunzel che Baule Volante s’ispira per scegliere il proprio nome: si tratta di due fiabe, una dei fratelli Grimm, l’altra di Andersen. Negli anni Baule Volante continua a crescere e a rivoluzionarsi, rimanendo sempre ben salda nei valori e negli intenti. Oggi l’azienda conta più di 500 prodotti a proprio marchio: alimenti biologici freschi e confezionati, prodotti certificati per la cura della persona e per la pulizia della casa. Dal 2008 Baule Volante entra a far parte del gruppo EcorNaturaSì, azienda conosciuta a livello nazionale per i propri brand, le iniziative a favore del bio e dell’agricoltura, con la quale condivide missione e intenti.

Che cosa vi ha spinto a cominciare in un momento in cui ancora si sentiva parlare poco di biologico?

La volontà di offrire il migliore prodotto possibile, genuino, di alta qualità, creato in maniera biologica e sostenibile, è un modo per tutelare il terreno e la biodiversità, valorizzare il lavoro dei piccoli produttori, prendersi cura dell’ambiente e della salute delle persone, proteggere la vita ed il mondo. Ci ha spinto con forza la motivazione che l’agricoltura biologica sia l’unica via sostenibile per salvaguardare l’ambiente e la salute delle persone.

Come vi siete adattati nel tempo alla legislazione che cambiava?

Aggiornandoci costantemente e rispettando senza compromessi non solo la legislazione vigente, ma anche un irrinunciabile imperativo morale.

Come è cambiato il consumatore nel tempo e come avete risposto alle sue esigenze?

Di sicuro è diventato sempre più critico e consapevole: questo non ci ha mai spaventato, anzi! Ci dà l’opportunità, sempre di più, per essere trasparenti, fornendo informazioni utili e raccontando il prodotto, come nasce, come viene lavorato, qual è il rapporto che abbiamo con il nostro produttore. Il consumatore è cresciuto insieme a noi, che siamo anche consumatori. Le esigenze del consumatore di avere maggior varietà o innovazione sono state sempre il nostro obiettivo.

Cosa rappresentate oggi nel mercato del biologico?

Oggi, proprio in virtù dell’impegno che portiamo avanti da trent’anni in modo coerente e sincero, Baule Volante è sinonimo di prodotto genuino e quotidiano, di azienda affidabile e trasparente. Baule Volante è l’amico bio di sempre. Siamo un buon partner di riferimento per tutte le attività che commercializzano e trasformano prodotti biologici

In che modo scegliete i produttori?

È una selezione fatta in sinergia con ufficio acquisti e ufficio qualità: c’è una prima selezione “sulla carta” di fornitori possibili. Un audit condotto da buyer e collega della qualità insieme, consente di approfondire l’affidabilità del produttore e del processo produttivo. I prodotti vengono poi selezionati attraverso campionature, studio della ricetta, test con assaggio. Lo standard qualitativo che i produttori devono superare è altissimo e l’azienda predilige quelli bio al 100%.

In che modo ottenete le certificazioni e da chi?

Un prodotto biologico – che provenga da coltivazioni, allevamento o trasformazione – porta con sé la garanzia del controllo e della certificazione di organismi espressamente autorizzati, per l’Italia, dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. In Europa, infatti, ogni Stato membro incarica autorità pubbliche e organismi di controllo privati di eseguire rigorose ispezioni, operando sotto la supervisione o in stretta collaborazione con le autorità centrali. Lo Stato membro attribuisce a ogni ente addetto al monitoraggio un codice identificativo diverso, che viene poi riportato sull’etichetta di ciò che compriamo. Il codice indica che il prodotto acquistato proviene da un’azienda ispezionata da un organismo di controllo, che garantisce il rispetto della regolamentazione per i prodotti biologici. Come previsto dalla normativa europea (in particolare i regolamenti CE n.834/07 e 889/2008, che specificano in dettaglio gli aspetti tecnici della produzione, dell’etichettatura, del controllo e che valgono anche per i prodotti importati), la certificazione biologica copre tutti i livelli della filiera produttiva. A tutela del consumatore, non solo chi produce, ma anche chiunque venda prodotti marchiati come biologici (freschi o confezionati, in campagna, all’ingrosso o al dettaglio), infatti, deve essere sottoposto al controllo, con ispezioni in loco.

Che cosa significa scegliere biologico?

Scegliere un prodotto biologico vuol dire scegliere un cibo buono, genuino, frutto di un processo di produzione che rispetta le persone e l’ambiente. È una scelta che ci aiuta a proteggere la nostra salute e quella del nostro pianeta. Sempre di più il metodo biologico si è dimostrato efficace, perché garantisce un prodotto che non contiene residui di fitofarmaci o altri prodotti di sintesi. I terreni vengono tutelati dall’inquinamento, dimostrandosi, soprattutto nei periodi di siccità, più fertili e in salute rispetto a quelli coltivati in modo convenzionale. L’agricoltura convenzionale, a causa del vasto impiego di erbicidi, insetticidi, fungicidi e fertilizzanti chimici, ha creato danni ambientali spesso irreversibili in molte zone del mondo. Scegliere biologico vuol dire futuro, salute e bellezza del paesaggio.

Come coniugate il biologico con l’etico?

Il metodo biologico rende le coltivazioni più resistenti alle erbe infestanti e protegge la salute dei contadini, che non entrano in contatto con prodotti nocivi; garantisce posti di lavoro e sostiene il settore agricolo, che mantiene un ruolo importante per l’economia nazionale. Concretizza i principi del commercio equo e solidale, e il motto pensare globale, agire locale. Salvaguarda il paesaggio, la flora e la fauna locali, la biodiversità naturale, così fondamentale per la vita del nostro pianeta e la salute delle persone alle quali garantisce un’alimentazione sana. Baule Volante cerca di dare concretezza a questi valori e di rispondere alle esigenze dei consumatori che conoscono il bio ma anche di quelli che non lo conoscono (o non lo scelgono) ancora. È una questione di responsabilità, quella che abbiamo nei confronti della Terra.

Conoscete gli allevamenti da cui provengono le carni che vendete? Come li selezionate?

Certo, sono sottoposti a selezione e controllo come gli altri produttori, a cura del team Assicurazione e Qualità.

L’ultimo prodotto che avete presentato?

Non è l’ultimo, perché ogni bimestre lanciamo prodotti nuovi. Ma ci piace parlare del prodotto lanciato a settembre scorso, che ha meritato il premio SANA novità 2016. Sono i Granomela, frollini senza zuccheri aggiunti (contengono naturalmente zuccheri, derivati dalla sola presenza di pezzettini di mela essiccata), unici sul mercato. Infatti, come mostra la ricerca Nielsen, Totale Italia, 11/2013, contengono il 50% di zuccheri in meno rispetto alla media dei frollini più venduti. Nascono dal desiderio di offrire un prodotto buono, sì, ma che possa incoraggiare un’alimentazione attenta alla salute delle persone, e sono frutto di una lunga ricerca che Baule Volante ha condotto con cura e pazienza insieme con i suoi produttori di fiducia. Ultimissimi lanci: Preparati per burger, falafel e polpette vegetali, Pane bauletto di farina di farro, tipo 2 e Kamut®, Preparati per budini senza glutine.

I vostri prodotti dove vengono venduti soprattutto?

Nella catena di supermercati biologici NaturaSì, nei negozi specializzati bio, erboristerie, profumerie, parafarmacie.

Quanto è cresciuto il consumo di biologico durante la vostra storia?

Da zero al 3% dei consumi alimentari.

Tre caratteristiche che distinguono la vostra azienda?

Prodotti innovativi, affidabilità, sincerità. Relazioni.

Progetti per il futuro?

Il futuro… è una storia bio (come dichiara il nostro payoff)!

Fonte: ilcambiamento.it

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Il bioparrucchiere, e sai cosa ti metti in testa!

Ramon Alaggia, 38 anni, sposato e con due figli, vive a Roma e ha aperto nel quartiere Trieste un negozio di parrucchiere biologico. Il negozio, in parte ristrutturato con le sue mani, a prima vista non ha niente di differente dagli altri ma, entrando, si percepisce un’aria diversa: semplice e moderna, con oggetti in legno autoprodotti alle pareti. Ci parla di un nuovo modo di lavorare, in connessione con la salute dell’ambiente e delle persone.

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«Tutto è curato e seguito nei minimi particolari – spiega Ramon – dalla relazione col cliente all’uso esclusivo di prodotti biologici ed etici, dalla provenienza delle materie prime utilizzate al packaging».

Com’è nata l’idea di un bioparrucchiere?

Ho sempre vissuto in campagna, appena fuori Roma. Lo stile di vita dei miei genitori è stato improntato a un modo di vivere semplice e sostenibile: abbiamo un orto e abbiamo privilegiato una vita il più possibile naturale. Per me è stato quasi automatico ricercare questi valori e modi anche nel mio lavoro. Volevo, infatti, che fosse etico al cento per cento.

Prima di diventare un bioparrucchiere cosa facevi?

Ho sempre fatto il parrucchiere ma c’è sempre stato dentro di me il desiderio di una ricerca verso un nuovo modo di effettuare i normali trattamenti: un modo diverso, nuovo, non dannoso per le donne che vi si sottopongono, per me che li faccio ogni giorno e per l’ambiente. All’inizio non è stato facilissimo perché circa 15 anni fa, quando ho cominciato, non si conosceva come adesso il mondo del biologico e dei prodotti sostenibili. Ho iniziato pian piano a conoscere le aziende (ancora poche) che producevano quello che cercavo.

Come hai fatto a trovare i prodotti biologici e sostenibili che cercavi?

Cercavo prodotti di derivazione naturale al cento per cento, dalle piante da agricoltura biologica e biodinamica al packaging che non fosse plastica ma vetro. Volevo, inoltre, che non fossero testati su animali. Non è stato facile trovare le aziende giuste ma, attraverso un lavoro di ricerca e di informazione ci sono riuscito. Ci credevo profondamente.

Come fate a non usare acidi e chimica? Come fate permanenti, tiraggi, tinture?

Non faccio assolutamente né tiraggi né permanenti. Mi sono sempre rifiutato di fare trattamenti aggressivi e nocivi a ogni livello proprio per evitare di intossicare me stesso, le clienti e l’ambiente con i rifiuti derivanti da questo tipo di pratiche. Ho cercato di lavorare fin dall’inizio così ma direi che c’è stata una vera e propria evoluzione in questo senso. Ho iniziato a informarmi e a cercare di capire cosa significa usare in modo indiscriminato le sostanze chimiche tipiche di questo lavoro. Nel frattempo questa ricerca ha influito anche nelle mie scelte private come ad esempio pormi serie domande sull’alimentazione con uno stile di vita vegetariano, iniziare a pensare ai risvolti del mio lavoro in termini di impatto sull’ambiente cominciando dalla produzione di rifiuti tossici al rispetto degli animali, ecc.. Non usiamo acidi né cartine per fare colpi di sole che facciamo a mano libera, rispettando in questo modo la struttura del capello ed evitando di produrre rifiuti inutilmente.

Che prodotti usi?

I nostri prodotti sono certificati ICEA (Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale), non contengono nickel né altre sostanze nocive e sono, quindi, perfettamente utilizzabili anche da donne in gravidanza o allergiche. Nelle tinture che usiamo ci sono pigmenti vegetali, non c’è formaldeide, né resorcina (sostanze molto pericolose) né parabeni. Inoltre non usiamo prodotti che contengano oli minerali o profumi di sintesi. Si tratta di sostanze che vengono a contatto con la pelle e portano allergie ed altri effetti collaterali. Di solito la gente pensa che nelle tinture la sostanza da evitare sia solo l’ammoniaca e così cerca prodotti che non ne contengano ma ci sono altre sostanze come quelle che ho appena citato che dovrebbero essere evitate. Per quanto riguarda gli shampoo sono profumati solo con oli essenziali e sono mirati alle esigenze specifiche di ogni tipi di capello.

Qual è l’effetto e la durata delle tinture che usi?

Nelle tinture che uso non c’è ammoniaca. L’ammoniaca apre il capello, fa penetrare il pigmento per poi richiuderlo. Il capello, naturalmente, si rovina e spesso non si richiude, quindi il pigmento scivola e viene lavato via. Le tinture che usiamo, invece, fanno penetrare il colore senza aprire il fusto. Il capello rimane lucido, luminoso e con un effetto perfettamente naturale.

Chi sono le tue clienti?

Ci sono alcune persone che si avvicinano solo per curiosità o vedono la cosa come una moda. Per la maggior parte, però, si tratta di persone molto consapevoli e che già fanno scelte etiche attraverso un consumo critico. Attraverso il dialogo con i miei clienti imparo moltissimo ed è l’occasione per sapere di più. All’inizio non è stato facilissimo e la clientela era poca perché non venivo capito. Mi rendevo conto di essere avanti da un certo punto di vista ma forse un po’ troppo rispetto ai tempi. Adesso, invece, vedo che le cose cominciano a cambiare e ad andare bene.

Quali sono i costi al cliente?

Per fare un esempio, una confezione di shampoo da 260 ml costa circa 20 euro. Quindi parliamo di un prezzo piuttosto alto e che sicuramente non è per tutti. Però c’è anche da dire che basta usarne pochissimo e non in modo indiscriminato come si fa di solito. Lo uso per le mie clienti in negozio ma lo vendo anche ricaricando il flacone in vetro. Proprio questa impostazione improntata alla moderazione e al rifiuto dello spreco mi permette di proporre un prezzo equo e soprattutto senza sorprese nei confronti del cliente. Per una messa in piega e un colore non si spendono più di 50 euro, quindi i prezzi sono uguali e qualche volta anche inferiori a quelli di un parrucchiere tradizionale. Non ci sono prezzi differenziati a seconda che si usi un prodotto biologico o chimico come si fa in alcuni negozi o con prezzi aggiuntivi se si usano creme o lozioni. Qui è tutto biologico .

Chi sono i tuoi collaboratori?

Ho due collaboratori: un parrucchiere e una manicure (anche nel caso della manicure i prodotti sono biologici ed etici). Al momento sto cercando personale ma non è facile. I ragazzi a cui ho fatto colloqui sono spaesati al primo incontro, non si ritrovano, non sembrano capire di cosa parlo. Sono abituati a un altro modo di lavorare e fanno fatica ad aprirsi al cambiamento. Cerco personale che condivida il mio sogno e non desidero scendere a compromessi. Preferisco lavorare da solo piuttosto che tornare indietro.

Qual è il tuo sogno?

Ho sempre sognato, fin da piccolo, di fare questo lavoro. In famiglia nessuno faceva il parrucchiere e quando ne parlai con i miei genitori all’epoca non capirono. Ero, però, convintissimo e sono riuscito a realizzarlo nel modo in cui volevo apportando in questo settore un cambiamento che reputo di fondamentale importanza. Ora vorrei continuare così.

Perché venire dal bioparrucchiere?

Per la propria salute e per quella dell’ambiente che ci circonda, prima di tutto. Ma anche per fare un’esperienza di relax: al lavaggio le poltrone fanno un massaggio a tutto il corpo e si attiva una lampada per la cromoterapia. Nei negozi tradizionali, inoltre, c’è spesso la tendenza a voler vendere prodotti a ogni costo, a fare trattamenti comunque, a convincere la cliente con consigli spesso non richiesti. Nel mio negozio l’etica non riguarda solo il prodotto che viene usato ma anche un rapporto diverso col cliente. Mi piace l’idea di condividere un progetto comune.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ne ho tanti. Per me è importante continuare a credere in quello che faccio ed evolvermi. La mia difficoltà al momento è trovare le persone che condividano la mia visione.

Che cos’è la bellezza secondo te?

Secondo me la bellezza è salute e armonia.

Fonte: ilcambiamento.it

L’Unione Europea all’attacco del cibo biologico

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Al Parlamento Europeo, nella Bruxelles ferita dagli attacchi terroristici, si discute delle normative che regolamentano agricoltura e allevamento biologico. Negli scorsi giorni sono emersi i dettagli delle revisioni dell’Europarlamento al testo della Commissione Europea; ora il testo rivisto passerà alla fase di concertazione fra Commissione, Parlamento e Stati. La tendenza che emerge è quella di un preoccupante allineamento del biologico al convenzionale. Innanzitutto il testo prevede che solamente gli erbivori possano mantenere il diritto di pascolare all’aria aperta e fra le proposte si trovano anche il taglio della coda, delle corna e la castrazione, soluzioni simili a quelle degli allevamenti industriali. Un altro nodo della questione riguarda i prodotti trasformati: finora la percentuale consentita di ingredienti non bio era del 5%, mentre la Commissione Europea aveva addirittura deciso di proibire in toto gli elementi convenzionali. Il Parlamento Europeo, al contrario, spinge affinché sia possibile utilizzare ingredienti convenzionali in mancanza di quelli bio. In questo caso gli ingredienti non bio possono essere eccezionalmente autorizzati. Uno degli aspetti più paradossali è l’intenzione di introdurre una norma secondo la quale i prodotti provenienti da Paesi extra Ue che, a causa di “condizioni climatiche e locali specifiche”, non rientrano nei parametri europei possano comunque avvalersi del marchio bio. Infine c’è il tema controverso della possibilità di coltivare nella stessa azienda prodotti convenzionali e prodotti biologici. La Commissione Ue aveva suggerito che si potesse fare solamente in una iniziale fase di riconversione dell’azienda agricola, ma il Parlamento ambisce a una deregolamentazione in tal senso. In Italia il biologico è cresciuto del 17% nel 2015 rispetto all’anno precedente, ma minarne i principi di fiducia sui quali si fonda la disponibilità dei clienti a pagare di più per mangiare più sano appare come una scelta difficile da comprendere e da digerire.

Fonte:  La Stampa

Leggere le etichette: come riconoscere i veri prodotti biologici

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L’acquisto di alimenti biologici è una scelta fatta un numero sempre maggiore di famiglie italiane. Le ragioni di questa decisione possono essere varie, tra cui l’esigenza di poter accedere a prodotti sani e sicuri e la voglia di poter fare qualcosa in più per l’ambiente, nel rispetto dei suoi naturali processi di produzione e senza l’utilizzo di sostanze nocive per il terreno e per l’uomo. Una diffusione così ampia di cibi biologici, però, può avere anche un risvolto negativo: la contraffazione. Per questo, è necessario che i consumatori siano adeguatamente informati sugli strumenti messi a loro disposizione per il riconoscimento dei veri prodotti naturali. Lo strumento più potente in tal senso è l’etichettatura. L’Aiab, l’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologicaha stilato una sorta di vademecum utile per guidare i consumatori nel riconoscimento dei veri prodotti biologici. Vediamo insieme allora quali sono alcuni dei punti principali a cui prestare attenzione, per riconoscere un alimento bio dall’etichetta. Innanzitutto, i Regolamenti e Documenti a cui ci si riferisce quando si parla di etichettatura biologica sono due: Regolamento CE 834/07 e CE 889/08, attualmente in vigore per l’Agricoltura biologica, e Regolamento CE 271/10, che definisce l’uso del nuovo logo europeo e modifica alcune norme di etichettatura. Il termine “biologico” può essere utilizzato solo per i prodotti che rispettino tali regolamenti. Le fascette, le etichette, gli imballaggi primari e secondari che accompagnano il prodotto fino al consumatore costituiscono “etichetta”, pertanto le indicazioni relative al metodo di produzione biologico devono sempre rispettare quanto previsto dai regolamenti CE 834/07 e CE 889/08 ed essere autorizzate da un organismo di controllo a sua volta autorizzato dal Ministero delle politiche agricole e forestali (Mi.P.A.A.F). Sui prodotti biologici certificati deve essere riportata in etichetta: la scritta “da Agricoltura Biologica” seguita da Nome (e facoltativamente il logo) dell’Organismo che esegue il controllo e suo numero di autorizzazione ministeriale. Codice dell’Organismo di Controllo. Codice dell’azienda produttrice e Numero di autorizzazione alla stampa dell’etichetta.

Possono contenere il riferimento di “biologico” in etichetta:

  1. il prodotto che è stato ottenuto secondo le norme dell’agricoltura biologica o è stato importato da paesi terzi nell’ambito del regime di cui ai Reg. CE 834/07 e CE 889/08;
  2. il prodotto i cui ingredienti non derivanti da attività agricola (additivi, aromi, preparazioni microrganiche, sale, ecc.) e i coadiuvanti tecnologici utilizzati nella preparazione dei prodotti rientrano fra quelli indicati nel Reg. CE 889/08
  3. il prodotto i cui ingredienti il cui ciclo produttivo sia totalmente libero da ogm
  4. la materia prima (ingrediente) «biologica» che non è stata miscelata con la medesima sostanza di tipo convenzionale
  5. il prodotto o i suoi ingredienti non sono stati sottoposti a trattamenti con ausiliari di fabbricazione e coadiuvanti tecnologici diversi da quelli consentiti nel regolamento del biologico, e che non abbiano subito trattamenti con radiazioni ionizzanti.

Come riportato da La Stampa, nel caso di prodotti con più ingredienti (ad esempio i biscotti), per poter utilizzare la dicitura “da Agricoltura Biologica” occorre che almeno il 95% degli ingredienti siano biologici certificati. Il restante 5% è rappresentato da una lista di ingredienti normalmente non certificabili (es. sale). Non è ammessa la miscela biologica e non biologica di un singolo ingrediente (es. farina). Esiste inoltre un marchio unico europeo per l’agricoltura biologica che contraddistingue gli alimenti prodotti nei paesi dell’Unione Europea. Il logo europeo si DEVE apporre ai prodotti chiusi confezionati ed etichettati, con una percentuale prodotto di origine agricola bio di almeno il 95%. È invece FACOLTATIVO nei prodotti con le stesse caratteristiche ma provenienti da paesi terzi. PROIBITO nei prodotti con un % bio inferiore al 95%. In questo caso l’etichettatura del prodotto riporterà queste informazioni: indicazioni necessarie per identificare la nazione, il tipo di metodo di produzione, il codice dell’operatore, il codice dell’organismo di controllo preceduto dalla dicitura “Organismo di controllo autorizzato dal Mi.P.A.A.F”. Meglio diffidare dei prodotti che riportano diciture “biologico” o “bio” che siano generiche e non dotate di una etichettatura chiara, che risponda ai criteri appena descritti.

(Foto: images.bidorbuy)

Fonte: ambientebio.it

Coltivare biologico in Italia. L’esperienza Girolomoni

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Sempre più agricoltori, in Italia, stanno decidendo di affidarsi alla coltivazione biologica. Secondo il rapporto Bio in cifre 2014,elaborato dal Sinab, Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica, i terreni destinati al biologico corrispondono a 1.317.177 ettari: circa il 10% del totale della superficie coltivata nazionale. Anche gli operatori del settore sono aumentati: molte nuove aziende agricole, formate soprattutto da giovani, scelgono la via del bio. Ma cosa significa coltivare biologico oggi in Italia, e quanto è difficile farlo? Abbiamo provato a chiederlo a Giovanni Battista Girolomoni, figlio di Gino, uno dei primi che ha dedicato corpo e anima a questo tipo di coltivazione nel nostro Paese.

  1. Iniziamo da una domanda “difficile”: perché proprio il biologico?

In termini generici ormai c’è un’ampia letteratura scientifica a riguardo, che dimostra che è una questione di salute e sostenibilità ambientale. Credo sia però più importante spiegare il perché nel nostro caso. La nostra cooperativa nasce da ricerche e iniziative culturali per capire, analizzare, e riproporre i valori dell’antica civiltà contadina. In un momento in cui la società spingeva le persone ad abbandonare la campagna, mio padre Gino, insieme ad alcuni giovanissimi ragazzi di Isola del Piano, decide di fondare la cooperativa. Cosa fare a Isola del Piano se non quello che si è sempre fatto in passato e cioè gli agricoltori? Mio padre sentiva però che c’era bisogno di un nuovo tipo di agricoltura, rispettosa della vita delle persone, degli animali e della terra, che prendesse spunto da quelli che erano i valori dei padri: la parola data, la solidarietà, non avvelenavano nulla, non producevano rifiuti. Insomma un’agricoltura di cui non doversi pentire.
Per riassumere con una frase di mio padre “Agricoltura biologica come punto da cui partire per ricostruire il mondo rurale”.

  1. Cosa significa, per la vostra azienda, fare agricoltura sostenibile?  

Il concetto di sostenibilità è molto ampio. Per noi è una questione di coerenza, che ti porta nelle scelte di tutti i giorni ad agire secondo non il semplice interesse privato, ma per il bene comune.Nello specifico significa ribadire il concetto di prima e quindi si parte dall’agricoltura biologica per poi allargarsi al altri settori che vanno nella stessa direzione: le energie alternative, la bioarchitettura, i criteri del commercio equo-solidale, ecc.

  1. Quanto è dura, oggi in Italia, attuare un tipo di coltivazione diversa, fatta col cuore e nel rispetto della natura?

Oggi per fortuna è meno dura rispetto al passato. Il biologico ha dimostrato di non essere utopia, ma è oggi realtà per migliaia di agricoltori in tutto il mondo. In generale è stata fatta un’operazione culturale importante, per ridare il giusto valore al lavoro dei contadini. Mentre fino a pochi anni fa la società ha portato i giovani a vergognarsi del mestiere che facevano, oggi l’agricoltore bio è visto in qualche modo come un eroe positivo. In questo la nostra cooperativa credo abbia avuto un ruolo importante, con centinaia di convegni in tutt’Italia tenuti da mio padre per parlare di mondo rurale e di territori svantaggiati come la collina e la montagna.agricoltura-biologica

  1. Come far sopravvivere il biologico in un mercato fatto di concorrenza serrata, contraffazione, e di prodotti di scarsa qualità e, quindi, a basso prezzo?

Il biologico sta uscendo dalla nicchia e quindi attrae sempre più l’attenzione degli avvoltoi. Credo comunque che in un settore come il nostro, trasparenza e qualità saranno sempre premiate dalle persone. Dobbiamo fare attenzione a non cadere nella chimera del prezzo più basso e le scelte devono essere coerenti. L’importazione di prodotto bio dall’estero va limitata non tanto per una questione di affidabilità delle certificazioni, ma perché dobbiamo fare di tutto per creare delle opportunità locali di sviluppo agricolo.

  1. La politica cosa può fare? L’esperienza di Gino Girolomoni comincia quando diventa sindaco di Isola del Piano: amministratori locali e nazionali, come possono contribuire allo sviluppo del biologico nel nostro Paese?

La politica agricola è innanzitutto Europea, l’attuale PAC ha introdotto dei concetti come il greening che dovrebbero portare le aziende ad una maggiore attenzione ambientale. Si poteva fare di più sicuramente e il grosso della partita si gioca ora nei P.S.R. delle singole regioni, che hanno la possibilità di incentivare il metodo agricolo biologico, che ha dimostrato di portare esternalità positive e di ridurre quelle negative. Per le caratteristiche dell’Italia, che per due terzi del territorio è rappresentata dalla collina e dalla montagna, è assolutamente fondamentale tutelare le produzioni di qualità.

  1. La vostra azienda utilizza l’energia pulita per sostentare la produzione. In che modo?

Contribuiamo a produrre energia pulita tramite il fotovoltaico e l’eolico. Inoltre tutta l’energia che acquistiamo per produrre la pasta, anche se ci costa di più,  è certificata rinnovabile.

Tra i progetti della cooperativa c’è anche quello di sviluppare attività culturali e di divulgazione della sostenibilità, rivolta, tra gli altri, a giovani e bambini. Qual è la reazione dei ragazzi di oggi di fronte alla natura e ai processi di lavorazione biologica dei prodotti?

Ricerche recenti danno buone speranze per il futuro. Sembrerebbe che la generazione dei Millennials o generazione y (nati tra il 1980 e il 2000), quindi generazione a cui appartengo, sia molto meno attratta dal mito del fast food. Questi erano miti della generazione precedente, che abbiamo ereditato e che ci hanno conquistato solo in parte. Fanno infatti sempre meno presa sulle nuove generazioni, che vogliono sapere la storia dei prodotti che mangiano, per nutrire non solo il corpo ma anche lo spirito.

  1. Dopo più di 40 anni di attività, quali sono stati i principali ostacoli e i momenti più felici, nella Sua esperienza e in quella di Suo padre?

All’inizio è stata molto dura per la cooperativa, abbiamo avuto quasi 20 anni di sequestri di pasta. Prima perché facevamo pasta con semola integrale (una legge Italiana ne vietava l’utilizzo), poi perché biologica (non c’era ancora una legge che dicesse cosa volesse dire e quindi era considerata pubblicità ingannevole). Tante difficoltà finanziarie e, poi, si è partiti veramente dal nulla. I nostri genitori hanno fatto una vita molto intensa, combattendo tantissime battaglie e sono scomparsi prematuramente. Per noi figli è stata molto dura andare avanti dopo la loro morte. Grazie all’aiuto dei famigliari, degli amici, della cooperativa, siamo riusciti a superare queste difficoltà e oggi guardiamo al futuro con ottimismo, convinti di continuare a combattere la buona battaglia dei nostri genitori.

  1. Cosa consigliare a un giovane (o anche meno giovane, perché no!) che vuole abbracciare la cultura del biologico oggi in Italia?

Alimentazione e agricoltura sono questioni talmente importanti che non possiamo delegarle o non preoccuparcene. È importante quindi per tutti informarsi.  Per usare le parole di nostro padre “Essere consapevoli che l’agricoltura biologica e biodinamica sono la cura per le ferite profonde della campagna, che coltivare la terra avvicina la vita e che custodirla con i gesti la rende abitata, fedele”.

(Foto: girolomoni.it)

Fonte:  ambientebio.it

Biologico, boom di vendite in Italia: +17% nei primi 5 mesi del 2014

Nonostante la crisi dei consumi nel settore alimentare cresce il segmento dei prodotti biologici che fa registrare un incremento record del 17,3 per cento proprio nella GDO e per i prodotti confezionati

I prodotti biologici piacciono e convincono gli italiani tanto che sono gli unici prodotti che fanno registrare una impennata nei volumi di vendita. Mentre per il resto del comparto alimentare si registra una flessione dell’1,4% l’incremento riguarda i prodotti confezionati con marchio bio venduti nella grande distribuzione: tra gli scaffali gli italiani scelgono:

pasta, riso e sostituti del pane (+73 per cento), zucchero, caffè e tè (+37,2 per cento), biscotti, dolciumi e snack (+15,1 per cento). Aumenti piu’ contenuti – precisa la Coldiretti – si rilevano invece per gli ortofrutticoli freschi e trasformati (+11 per cento), le uova (+5,2 per cento), i lattiero-caseari (+3,2 per cento) e le bevande bio (+2,5 per cento).

I dati sono stati snocciolati al SANA – Salone Internazionale del Biologico e del Naturale che chiude a Bologna domani e dove si vive grande entusiasmo per questo mercato in netta espansione. Conferma la tendenza al rialzo anche lo studio Nomisma per Federbio rivela che negli ultimi 12 mesi le famiglie italiane che hanno acquistato almeno un prodotto bio dal 53% del 2012 al 59% del 2013 (più 2,2 milioni di famiglie acquirenti) e che la spesa pro-capite è passata dai 28 euro del 2011 ai 39 euro attuali. Il mercato in Italia vale 2,32 miliardi di euro e la crescita è del 6,7 per cento rispetto al 2012 con una quota bio sulla spesa totale del + 1,96 per cento.86541117-620x350

Spiega Coldiretti:

Ben il 45 per cento di italiani mette cibi biologici nel carrello regolarmente o qualche volta con un fatturato stimato pari a 3,5 miliardi per il 2014

Secondo l’indagine Nomisma emerge che ciò che innesca nei consumatori la preferenza per il biologico riguarda proprio lo stile di vita per cui si sceglie di essere molto attenti ai cibi che si portano a tavola. Infine il 2015 si prospetta radioso con il 19 per cento dei consumatori che annuncia di voler aumentare la spesa di biologici e con il 70% che dichiara di volerla tenere stabile; appena l”11 per cento dichiara di volerla ridurre. Per il 2015, infine, le famiglie intervistate non prevedono un’inversione di tendenza: il 19% dichiara che aumenterà la spesa bio nel 2015; il 70 per cento annuncia che la manterrà stabile, mentre solo l’11% prevede di ridurla.

Fonte:  Coldiretti, Italiafruit

© Foto Getty Images

OGM, la lista di 400 marchi privi di organismi geneticamente modificati

Mangiare cibi privi di OGM in Europa è difficile poiché in Europa entro la soglia dello 0,9% di presenza non va dichiarato in etichetta. Dagli Stati Uniti arriva una lista di 400 prodotti OGM free e alcune marche sono conosiute anche in Europa

Le filiere di approvvigionamento degli alimenti sono complesse come ci ha insegnato la storia dei lasagne con carne di cavallo: i prodotti industriali si affidano a materie semilavorate che poi assemblano nelle loro fabbriche. Molto spesso rintracciare ogni singolo ingrediente è complicato e a carico delle aziende che hanno voglia di investire (come il caso di Heracles il naso elettronico della Coop, ad esempio) ciò perché la direttiva europea ammette la non indicazione in etichetta della presenza di OGM al di sotto della quantità per ingrediente dello 0,09%. In Europa circolano 14 prodotti OGM autorizzati per l’alimentazione umana. Negli Usa l’associazione NON GMO Project ha messo su una task foce che analizza i singoli prodotti inseriti poi in un database che al momento conta 400 marchi accertati essere senza OGM. Per la maggior parte sono prodotti provenienti da agricoltura biologica e la lista di circa 15 mila prodotti per 400 marchi è consultabile anche su iPhone grazie a una App dedicata.458551297-620x350

In effetti in Europa, come negli Stati Uniti non c’è un indicazione chiara per i consumatori che indichi in maniera trasparente se ciò che vanno ad acquistare sia privo di OGM: ultimo in ordine di arrivo il miele, per cui l’Europa ha ribadito il no all’indicazione in etichetta di pollini contaminati OGM. Notiamo una serie di indicazioni come No OGM o OGM FREE che non hanno alcun valore scientifico ma servono piuttosto al marketing. Come sapere allora se il latte di soia o il mais che stiamo acquistando sia davvero privo di OGM? Nel 2012 Altroconsumo fece analizzare 98 prodotti in Italia non trovando nel 90% dei casi tracce di OGM ammettendo però che poteva essere un difetto dei test usati mentre la FAO qualche giorno fa ha pubblicato un rapporto in cui ha verificato l’aumento dell’incidenza di contaminazione degli OGM sui prodotti alimentari convenzionali. La prima scelta è di rivolgersi verso i prodotti biologici per cui è in atto una vera e propria guerra da parte delle multinazionali che provano con ogni mezzo mediatico a screditarli (non sono sicuri, fanno male, non sono nutrienti ecc. ecc). Una seconda scelta riguarda l’informazione, ossia consultare le liste che associazioni ambientaliste periodicamente vanno a testare i prodotti in cui non vi è presenza di OGM. Un modo per essere sicuri di tenere gli OGM fuori dal piatto è di smettere di mangiare alimenti trasformati. Ciò eviterà quasi tutti OGM con una varietà di altri ingredienti pericolosi. Meglio ancora sarebbe riuscire a produrre il proprio cibo e imparare a nutrirsi di ​​germogli di girasole biologici, di verdure fatte in casa e fermentate oppure di ortaggi acquistati a Km zero e da coltivatori di fiducia, così come i legumi e altri prodotti della campagna.

Fonte: NON GMO Project

Brooklyn Grange, il più grande orto urbano del mondo è a New York


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L’orto urbano è un modo per ritornare a coltivare in città. Si va dai vasi in balcone a pochi metri quadri dei terreni utilizzati nei quartieri fino a quello che attualmente è il più grande orto urbano del mondo: il Brooklyn Grange. Aperto nella primavera del 2010 su un tetto di un edificio del Queens a New York, è diventato in pochi anni un centro di richiamo per tutti i newyorchesi che cercano prodotti biologici e rifornisce vari mercati e ristoranti della città.

Tutto questo grazie all’iniziativa di Ben Flanners, un ingegnere industriale che, nel 2009, ha partecipato al primo orto urbano su un tetto di New York e che è riconosciuto come esperto di agricoltura urbana. La coltivazione avviene senza pesticidi e prodotti chimici secondo le regole del biologico, la terra è la rooflite, un mix di terriccio e e composto bio prodotto in Pennsylvania appositamente per la coltivazione su tetto, ma è stato scelto di non richiedere la certificazione biologica al Dipartimento agricoltura americano.

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La produzione attuale di Brooklyn Grange è sui 18.000 Kg e viene molto differenziata con la coltivazione di parecchie varietà di ortaggi: insalata, peperoni, cavoli, bietole, carote, ravanelli, fagioli e ben 40 varietà di pomodori. Vengono organizzate molte iniziative che coinvolgono le scuole, con lezioni sugli orti, e corsi di coltivazione aperti a tutti. Perché uno degli scopi di questo orto è fornire un’educazione ambientale e agricola alle persone che vivono in città, contribuendo allo stesso tempo a migliorare la qualità della vita permettendo l’accesso semplice a cibi sani e freschi. The Brooklyn Grange: NYC’s Biggest Rooftop Farm from SkeeterNYC on Vimeo. Che l’orto urbano sul tetto sia stata una scelta vincente lo dimostra il fatto che è stato impiantato un nuovo campo su un edificio storico, il Brooklyn Navy Yard, che ha permesso di aumentare di altri 13.000 mq la superficie di produzione. Brooklyn Grange è un’azienda agricola, finanziata mediante una combinazione di capitale privato, i prestiti, eventi di raccolta fondi di base e piattaforme di crowdfunding come kickstarter.com e ioby.com. Già dal secondo anno della sua attività Brooklyn Grange ha cominciato a essere in attivo, dimostrando che il modello adottato è vincente e può essere applicato anche da altri agricoltori in città, che la società vuole aiutare a diventare autonomi fornendo loro un salario di sussistenza e di sostentamento affidabile, in modo da creare un’agricoltura fiorente in un contesto urbano.

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Fonte:enelgreenpower

 

CIBO BIO ALTRO CHE CRISI: nel 2012 + 7.3% in Italia


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Nel 2012 la crisi ha indotto gli italiani a drastici tagli della spesa alimentare, una sforbiciata che, per la prima volta dopo vent’anni  ha visto il peso medio degli italiani in diminuzione rispetto all’anno precedente. Anche il cibo di qualità ha avuto una battuta d’arresto con un -3,4% di spesa per il pesce fresco e un -1,9% per la frutta. Al cospetto di questa contrazione c’è una nicchia che non solo ha tenuto, ma ha addirittura aumentato il giro d’affari: quella del cibo biologico. In controtendenza rispetto all’andamento generale del mercato la spesa per i prodotti biologici è aumentata del 7,3% dopo il notevole +9% del 2011.

Se per biscotti, dolciumi e merendine (+22,9%) e bevande analcoliche (+16,5%) si può parlare di un vero e proprio boom, l’aumento è superiore alla media generale del settore anche per pasta, riso e sostituti del pane (+8,9%) e frutta e ortaggi (+7,8%). I prodotti bio lattiero-caseari registrano un +4,5%, mentre per quanto riguarda le uova i dati sono in calo di un -1,9%. Proprio le uova, nonostante il segno meno del 2012, restano il prodotto bio più gettonato con una quota del 12,5% sulla spesa complessiva; confetture e marmellate bio rappresentano l’8,8% del mercato bio, mentre il latte è all’8,6%.

Geograficamente il Paese è spezzato in tre con il 70,8% della spesa nelle regioni del Nord Italia, il 22,3% in quelle del Centro e 6,9% in quelle del Sud. Tra esportazioni e consumi interni il giro d’affari del biologico, secondo i dati FIBL-IFOAM, ammonterebbe a 3 miliardi di euro, un fatturato che fa del nostro Paese il quarto in Europa dopo Germania, Francia e Regno Unito e il sesto a livello mondiale.

Fonte: ecoblog