Amianto, Olivetti sapeva dagli anni Ottanta. E l’inchiesta si allarga

Sin dal 1981 l’azienda era a conoscenza della presenza di amianto. E ora il processo potrebbe coinvolgere altri stabilimenti, oltre alle sedi dell’eporediese169331121-586x427

All’Olivetti sapevano tutto sin dai primi anni Ottanta, erano a conoscenza della nocività dell’amianto ma non hanno detto nulla: né ai lavoratori, né alla Commissione ambiente della fabbriche, né alla Rsu. Nel febbraio 1981 – dopo un’analisi del Politecnico di Torino – i vertici dell’Olivetti scoprono che nei campioni di talco– materiale utilizzato in numerosissime lavorazioni – vi è un’altissima concentrazione di tremolite, una sostanza tossica che sarà fra le cause dei morti (18 fino a questo momento) per amianto che sono attualmente l’oggetto dell’indagine della procura di Ivrea.

Gli ex operai della Olivetti raccontano di nubi di polvere e della dirigenza che portava aspiratori per sopperire al problema. Agli atti dell’inchiesta che vede coinvolti, fra gli altri, anche Carlo De Benedetti (presidente dell’azienda eporediese dal 1978 al 1996) e Corrado Passera, c’è una lettera del 13 febbraio 1981 in cui Maria Luisa Ravera, responsabile del servizio Ecologico e Processi dell’Olivetti, che chiede vengano effettuate analisi microscopiche su due campioni di talco. Dopo tre giorni arriva la risposta del Politecnico torinese a firma Enea Occella:

In entrambi i campioni è presente in elevate proporzioni la tremolite d’amianto. La concentrazione di tremolite supera le 500 mila unità per milligrammo, ben oltre, quindi, il limite tollerato di 1000 unità per milligrammo.

La quantità è, dunque, 500 volte superiore al limite tollerato.

Fino a quella data, il 1981, il talco viene utilizzato quotidianamente. Ma, attenzione, facciamo un salto in avanti, all’aprile 1988. Un’indagine del servizio Ecologia della Olivetti rileva la presenza di fibre d’amianto nelle officine San Bernardo e Galtarossa. Si teme che l’asbesto possa essere nocivo per i dipendenti. Un anno dopo, nel marzo 1989, l’ingegner Piero Abelli comunica che è necessario bonificare l’ambiente. Come? Non con la rimozione, ma con un fissativo oppure stuccando le parti a rischio di frantumazione e dispersione nell’ambiente. Un rattoppo per rimandare al futuro il problema. Intanto dal Piemonte, l’inchiesta della Procura di Ivrea rischia di estendersi altrove. Una famiglia del casertano si è fatta avanti per denunciare la morte di un congiunto che aveva lavorato dal 1966 al 1996 nella fabbrica di Marcianise. Altri stabilimenti sotto osservazione da parte della magistratura sono quelli di Crema e Pozzuoli. Insomma non è così remota che anche il processo all’amianto Olivetti assuma una rilevanza nazionale, come accaduto con l’Eternit.

fonte: La Stampa

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