Cambia il paniere Istat per la rilevazione dei prezzi al consumo 2019: fuori le lampadine a risparmio energetico e dentro bicicletta elettrica e scooter sharing

L’aggiornamento del paniere tiene conto dei cambiamenti emersi nelle abitudini di spesa delle famiglie, dell’evoluzione di norme e classificazioni e in alcuni casi arricchisce la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati. Ogni anno l’Istat rivede l’elenco dei prodotti che compongono il paniere di riferimento della rilevazione dei prezzi al consumo e aggiornando contestualmente le tecniche d’indagine e i pesi con i quali i diversi prodotti contribuiscono alla misura dell’inflazione. Nel paniere del 2019 utilizzato per il calcolo degli indici NIC (per l’intera collettività nazionale) e FOI (per le famiglie di operai e impiegati) figurano 1.507 prodotti elementari (1.489 nel 2018), raggruppati in 922 prodotti, a loro volta raccolti in 407 aggregati.

Per il calcolo dell’indice IPCA (armonizzato a livello europeo) si adotta un paniere di 1.524 prodotti elementari (in lieve ampliamento rispetto ai 1.506 nel 2018), raggruppati in 914 prodotti e 411 aggregati. L’aggiornamento del paniere tiene conto dei cambiamenti emersi nelle abitudini di spesa delle famiglie, dell’evoluzione di norme e classificazioni e in alcuni casi arricchisce la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati. Per quanto riguarda l’ingresso di prodotti che hanno acquisito maggiore rilevanza nella spesa delle famiglie, sono da segnalare: tra i beni alimentari, Frutti di bosco e Zenzero; nei trasporti, Bicicletta elettrica e Scooter sharing. Entra inoltre nel paniere la Cuffia con microfono (tra gli apparecchi audiovisivi, fotografici e informatici), l’Hoverboard (tra gli articoli sportivi) e la web TV (nell’ambito degli abbonamenti alla pay tv). Ad arricchire la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati, entrano nel paniere Tavolo, Sedia e Mobile da esterno (tra i mobili da giardino), Pannoloni e Traversa salvaletto (tra gli altri prodotti medicali) e i prezzi dell’Energia elettrica del mercato libero, affiancano quelli del regime di maggior tutela nel contribuire alla stima dell’inflazione. Escono dal paniere il Supporto digitale da registrare e la Lampadina a risparmio energetico. Nel complesso, le quotazioni di prezzo usate ogni mese per stimare l’inflazione sono circa 6.000.000 e hanno una pluralità di fonti: 458.000 sono raccolte sul territorio dagli Uffici comunali di statistica e 238.000 direttamente dall’Istat; oltre 5.200.000 tramite scanner data; più di 86.000 arrivano dalla base dati dei prezzi dei carburanti del Ministero dello Sviluppo economico.

Fonte: Istat

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Figli di un Bio minore

Quando ci si trova, con amici o conoscenti a parlare di biologico, le argomentazioni più frequenti sono spesso le seguenti: i prezzi sono proibitivi, è roba per ricchi, non tutti se lo possono permettere, va di moda, è qualcosa di esclusivo per gente che vuole mostrare, non credo che ci sia davvero tanta differenza con la produzione convenzionale, è tutta una buffonata, i pesticidi si usano lo stesso, solo in misura ridotta. Ma è veramente così?

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Soprattutto, però, c’è la questione dei prezzi. Ma come mai il biologico costa di più? Per chi vive in città ed ha a disposizione solo i punti vendita specializzati effettivamente non c’è questione: i prezzi sono molto alti sia per il fresco che per il confezionato. Coltivare biologico è impegnativo, ci vogliono tecniche aggiornate che richiedono molto lavoro. La terra e gli animali allevati non vengono sfruttati come nella produzione tradizionale e daranno quindi una resa inferiore. Biologico significa quanto più possibile naturale. E naturale significa una produzione con tempi e modi diversi, sicuramente più lenti di quelli dell’agricoltura convenzionale che risponde ai bisogni di consumatori che vogliono tutto, sempre, subito, in grandi quantità e a basso costo. La logica è basata sulla velocità e sulla riduzione dei costi, a prezzo della qualità e di conseguenza della salute. Ma i costi sono davvero ridotti? Apparentemente sì, per noi che compriamo al dettaglio ma se facciamo un conto da un diverso punto di vista, vediamo che non è esattamente come sembra.

Ci sono persone che si trovano in reali condizioni di difficoltà e le loro urgenze immediate non permettono di acquistare cibo biologico. Lo trovo giusto e responsabile se si è effettivamente in condizioni limite e con la responsabilità di una famiglia sulle spalle. Tuttavia molte persone continuano a spendere molti soldi per carrelli strapieni di cibo spazzatura, inutile quando non dannoso da un punto di vista nutrizionale e deleterio per il nostro portafoglio, di cibo già pronto, già lavato, già cotto, già porzionato quando sono cose che potremmo fare da noi in poco tempo. Si spendono centinaia di euro per un parrucchiere, per una vacanza dall’altra parte del globo, per vestiti nuovi quando sappiamo che i nostri armadi strabordano di abiti mai messi di cui neanche ci ricordiamo. Accumuliamo cellulari uno sull’altro quando ancora funzionerebbero perfettamente solo per avere l’ultimo modello con più funzioni che non useremo mai, siamo disposti ad avere un tablet a persona in casa, una tv ad alta definizione per camera, un nuovo arredamento del tutto inutile a rate. Bruciamo letteralmente, e senza pensarci troppo, quasi 2000 euro in un anno per fumare un pacchetto di sigarette al giorno che ci costerà, a lungo termine, altro denaro per curare le malattie che avrà causato. Siamo attratti da quel pacchetto così conveniente per andare in palestra 24 ore su 24 che non useremo mai,  frequentiamo in tutta tranquillità ristoranti e bar che ci danno un po’ di relax a prezzi esorbitanti, siamo felici di acquistare auto nuove che pagheremo per i prossimi dieci anni e che non ci piaceranno più l’anno prossimo lasciandoci a maledire il giorno che ci siamo fatti abbindolare da quella tale pubblicità.  Siamo abituati, però, a dire che il biologico costa troppo e non possiamo permettercelo. Non abbiamo, spesso, la consapevolezza di tutto questo perché le pubblicità fanno bene il loro compito, la televisione lavora essenzialmente per questo e noi siamo troppo distratti tra lavoro e incombenze quotidiane per fermarci un momento. Se ci sono punti vendita del biologico sicuramente non alla portata di tutti, ci sono anche circuiti meno frequentati e conosciuti che propongono spesso le stesse cose a un prezzo nettamente inferiore. Oltre ai GAS, ci sono mercati biologici settimanali o mensili in molte città. I prezzi sono onesti e accettabili, spesso uguali o di poco superiori a quelli dei grandi supermercati che propongono cibo non bio. Adesso anche molti discount offrono prodotti biologici certificati, ultimamente anche nel fresco e i prezzi sono molto convenienti. Per fare qualche esempio, si trovano uova a 25 centesimo l’uno, latte a un euro al litro, pasta a un 1,80 al chilo, frutta o verdura a meno di due euro. Non siamo sicuramente ancora ai livelli di altri paesi europei come la Germania, dove esistono veri e propri discount del biologico in cui si trovano prodotti a prezzi ancora più accessibili: il miele a 7 euro, lo yogurt a meno di 3, le mele a poco più di 2,  il formaggio a 3 euro. E, ancora, il pane a 1,50 o l’olio di oliva extravergine a poco più di 4 euro. Sempre per chilo di prodotto. Tuttavia, i discount italiani con una linea biologica sono sempre di più. Esistono, inoltre, contadini appena fuori città fuori dal circuito dei mercati che non assicurano un vero e proprio biologico ma di certo i loro prodotti sono più sani di quelli prodotti dall’agricoltura intensiva e sono a km zero. Vi sono, poi, altre possibilità: coltivare un orto presso le associazioni di orti condivisi o allestirne uno sul nostro balcone. Questo non soddisferà tutto il nostro fabbisogno familiare ma sicuramente inizieremo a portare sulla nostra tavola del biologico fatto da noi, perfettamente alla nostra portata. Veniamo invece ai costi del cibo prodotto dall’agricoltura intensiva e convenzionale. Non si tratta di soldi che spendiamo direttamente quando acquistiamo il prodotto ma di costi differiti e indiretti che però prima o poi siamo tutti costretti a pagare. La produzione biologica è basata sul rispetto e la salvaguardia delle risorse e dei cicli naturali, sulla convinzione dell’importanza della biodiversità e del benessere negli allevamenti, sull’esclusione di prodotti chimici di sintesi per concimare o combattere le malattie di piante e animali. La produzione intensiva, invece, è basata su principi completamente diversi: produrre in quantità, avere la massima resa possibile, sfruttare la terra, usare pesticidi e fertilizzanti chimici. Con conseguenze serissime sull’inquinamento dell’aria e dell’acqua e sull’impoverimento del suolo.

Sul lungo termine che ripercussioni ha questo tipo di produzione sulla nostra salute? Quanto è compatibile con noi e col nostro ambiente? Sappiamo ormai che molte malattie sono strettamente legate al nostro stile di vita e al nostro modo di alimentarci: diabete, ipertensione, obesità, in molti casi il cancro. E queste patologie, a loro volta, una volta presenti, sono la causa, a catena, di altre malattie con cui dovremo avere a che fare per il resto della nostra vita con enormi ripercussioni sulla nostra qualità di vita, sulla nostra famiglia e, ancora una volta, sul nostro portafoglio. Quanto spendiamo in farmaci e terapie una volta ammalati? In quanto possiamo monetizzare i danni sul nostro vivere quotidiano e di conseguenza sulle nostre relazioni e sul nostro lavoro? Quanto ci costa, come comunità, dover provvedere a risolvere con bonifiche costosissime l’alterazione dell’ambiente naturale a ogni livello? Forse sono costi che non avevamo considerato ma che prima o poi ognuno di noi sarà chiamato a pagare. Possiamo dare il nostro contributo a cambiare le cose informandoci nelle nostre città su modi alternativi di acquistare e consumare biologico per poter cambiare la rotta a cominciare dalle nostre piccole e piccolissime scelte quotidiane.

Fonte: ilcambiamento.it

Illuminazione a LED, con i prezzi in discesa l’avanzata continua

Con il calo dei prezzi registratosi in questi ultimi anni, l’illuminazione a LED è sempre più diffusa. Nell’illuminazione pubblica e nel settore commerciale gli investimenti in questa tecnologia efficiente possono tagliare anche del 50% la bolletta, ripagandosi in tempi brevissimi. Ne parliamo con il professor Gianni Forcolini del Politecnico di Milano.LED

Grazie all’evoluzione tecnologica e all’ingresso sul mercato di nuovi attori, i LED, light emitting diode, in questi ultimi anni hanno subito un drastico calo dei prezzi. Grazie alla grande efficienza energetica, questa tecnologia per l’illuminazione è sempre più diffusa negli esterni urbani e negli ambienti commerciali, dove consente di tagliare la bolletta anche del 50%. Ma le lampade a LED si cominciano a vedere sempre più spesso anche nelle case. Ne parliamo con Gianni Forcolini, docente al Politecnico di Milano e già curatore dello Speciale Tecnico sui LED di QualEnergia.it uscito nel 2012. Di illuminazione a LED si parlerà anche il 9 aprile a Milano a Solarexpo-The Innovation 2015, nel convegno “Nextlighting. Illuminazione urbana, architetturale e industriale a LED”.

Professor Forcolini, l’ultimo speciale di QualEnergia.it che parlava di LED, da lei curato, risale ad aprile 2012. Cosa è cambiato in questi tre anni nel mondo delle tecnologie dei LED? Come sono evoluti i prezzi?forcolini gianni_0

Cominciamo dai prezzi. Da un lato la deflazione ha contribuito a una riduzione del prezzo di acquisto dei LED, ma d’altro canto bisogna dire che l’ingresso sui mercati internazionali dei grandi brand dell’elettronica di consumo – Samsung, Panasonic, Citizen, Nichia e altri – ha portato più concorrenza e quindi ha innescato una lotta sui prezzi. Oggi un LED di buona qualità costa pochi decine di centesimi, mentre solo tre o quattro anni fa arrivava quasi all’euro. Passando alla tecnologia abbiamo assistito negli ultimi anni alla diversificazione del prodotto LED. Si conferma, dunque, che il diodo luminoso ha molteplici applicazioni e sempre più si candida a sostituire tutte le lampade tradizionali.

In quali ambiti particolari i LED hanno avuto una penetrazione maggiore e grazie a quali loro caratteristiche?

Sicuramente negli esterni urbani. Molte pubbliche amministrazioni in Europa intervengono sugli impianti sostituendo lampade e apparecchi con i prodotti a tecnologia optoelettronica, per i significativi vantaggi economici nella gestione e nella manutenzione. Notevole anche la penetrazione negli interni commerciali e museali, dove la luce svolge un ruolo fondamentale nell’esposizione al pubblico di oggetti e di beni culturali e nella costruzione di scenografie luminose ad alto impatto visivo e comunicativo.

Tra i punti di forza dei LED c’è la grande efficienza energetica. Ci può fare un esempio di un intervento in ambito commerciale o industriale nel quale si è sostituito con LED un impianto preesistente, indicandoci costi, risparmi e tempi di rientro dell’investimento?

Gli esempi da fare sarebbero molti, ma l’analisi di un caso concreto richiederebbe più spazio. Posso dire che l’entità del risparmio, ad esempio per un negozio illuminato precedentemente con le lampade alogene, supera il 50%, il che significa ridurre ad oltre la metà la spesa energetica per l’illuminazione, con un tempo di ritorno dell’investimento non superiore a un anno e mezzo. Si consideri poi il risparmio dovuto alla lunga durata di funzionamento dei LED e alla minore emissione termica, risparmio indotto sui consumi dovuti alla climatizzazione.

Come diceva, grandi risparmi si possono ottenere anche nel campo dell’illuminazione pubblica: quali tecnologie si sostituiscono e con quali tempi di rientro?

I tempi di ritorno oggi oscillano tra i due e i tre anni, dipende dall’effettiva entità dell’intervento di riqualificazione impiantistica. In alcuni casi ci si limita a sostituire all’interno di armature stradali e di lampioni, ancora in buono stato, le sorgenti luminose e il sistema di alimentazione elettrica. In altri casi si cambiano i supporti meccanici – il più delle volte i pali – e le armature, con apparecchi più snelli, più leggeri, di minore impatto visivo, con l’ottima qualità cromatica dei nuovi LED.

Rispetto a 3 anni fa vediamo più prodotti per il mercato domestico, con attacco a vite, e con prezzi più accessibili. I produttori hanno già finito di sfruttare l’onda delle lampade a fluorescenza e iniziano a spingere i LED anche nel residenziale, o dovremo attendere ancora? Prevede che i prezzi calino nei prossimi anni?

Sì, prevedo un calo ulteriore. Però si consideri che la diversificazione dei prodotti di cui ho parlato propone molte alternative, quelle più economiche e quelle che restano costose per il budget famigliare. Per il settore residenziale e dell’ospitalità abbiamo all’orizzonte gli OLED, leggeri fogli luminosi, oggi ancora piuttosto costosi. In un futuro non lontano saranno più accessibili. Direi che per le fluorescenti compatte il consumatore domestico sta perdendo sempre più interesse.

In una casa, tenendo conto del maggior costo dei LED rispetto alle lampade a fluorescenza, in quali ambienti installerebbe prima i LED?

Sicuramente nel soggiorno, per la zona pranzo e la zona conversazione. Userei i LED nelle cucine e in modo particolare nei bagni e nella zona fitness. E poi tutti i locali dove si studia o si lavora. Cambiano aspetto e sono più confortevoli con un buona illuminazione LED.

Fonte: Redazione Qualenergia.it

 

Fattorie verticali negli USA, verdure fresche dalle fabbriche in disuso

L’esperienza delle vertical farms è un buon modo di riutilizzare gli spazi industriali dismessi, ma gli elevati costi energetici probabilmente ne limiteranno la diffusioneFattoria-verticale

L’idea delle colture idroponiche era abbastanza comune nella fantascienza del XX secolo, ma ora inizia a diffondersi anche nel mondo reale attraverso l’esperienza delle vertical farms,fattorie verticali urbane, adatte a colonizzare spazi industriali in disuso. Negli USA aprirà a breve la seconda i queste farms in Pennsylvania, seguendo l’esperienza pioneristica di Green Spirit Farms (GSF) di New Buffalo, Michigan. Il progetto di GSF è quello di produrre ortaggi biologici con rack verticali o con l’innovativo sistema Omega Garden (vedi oltre) con colture idroponiche alimentate da energia rinnovabile all’interno di vecchie fabbriche. I prezzi, almeno per gli standard italiani, sono abbastanza alti (paragonabili a quelli della quarta gamma), ma sono probabilmente destinati a scendere se questo approccio dovesse diffondersi. Ma torniamo al sistema Omega Garden, quello nella foto in alto. Le colture sono poste sulla superficie interna di un cilindro rotante che ha nel suo asse la sorgente di luce. In questo modo tutta la radiazione luminosa incide sulle piante; la lenta rotazione permette ai vegetali di assorbire acqua e nutrienti quando si trovano nella parte bassa del cilindro. La rotazione sembra che riduca l’altezza delle piante aumentando i punti di fioritura e quindi la produzione. E’ un buon esempio di ecologia urbana e di riuso degli spazi, ma difficilmente potrà essere la soluzione per sfamare l’umanità, come alcuni sostengono. Se le colture sono infatti al riparo da siccità e alluvioni, esse necessitano di luce artificiale e di acqua che deve essere pompata magari anche fino agli ultimi piani degli edifici. I costi energetici sono comunque elevati visto che si utilizzano lampade da 400 a 1000 W per crescere 80 piante, oltre all’energia per ruotare i cilindri e azionare le pompe.  Le luci devono essere alimentate da impianti fotovoltaici che si dovranno occupare suolo da qualche parte, il suolo che appunto ci si illude di risparmiare con una fattoria verticale.

fonte: ecoblog

Da ottobre bollette gas in forte calo -3%, luce -0,8%

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Dal 1° ottobre bollette del gas e dell’energia elettrica in significativa discesa per i consumatori serviti in tutela. L’Autorità per l’Energia ha infatti deciso di ridurre del 3% i prezzi di tutela del gas naturale e dello 0,8% quelli dell’energia elettrica nel prossimo trimestre ottobre-dicembre. Ancor più significativo il calo cumulato della bolletta del gas che da aprile (-4,2%), a luglio (-0,6%) e ora -3% porta ad una riduzione complessiva del 7,8%, pari ad un risparmio totale medio di circa 100 euro a famiglia-tipo nel periodo dei maggiori consumi invernali. Di fatto, quindi, per il gas, il calendario torna indietro di due anni, azzerando tutti gli aumenti della materia prima dal 2011 ad oggi. Nello specifico, con questo aggiornamento, l’ulteriore riduzione della spesa su base annua sarà di circa 37 euro per il gas e, per l’energia elettrica, di circa 4 euro. La netta diminuzione del prezzo del gas è l’effetto concreto della riforma avviata dall’Autorità nel 2011, in un contesto di profondi mutamenti a livello nazionale e internazionale, per trasferire ai consumatori i benefici derivanti dal progressivo azzeramento dello spread di prezzo tra il mercato all’ingrosso italiano e quello dei principali hub europei; azzeramento oggi ancora valido, ad eccezione dei costi di trasporto internazionali. Con la riforma sono state introdotte nuove regole per promuovere un mercato all’ingrosso del gas liquido e flessibile per rivedere il metodo di calcolo dei prezzi del gas dei clienti in tutela, attraverso una revisione complessiva, organica e strutturale, tale da garantire al consumatore finale un adeguato livello di tutela e prezzi aderenti ai costi e, quindi, il più efficienti possibili. La novità sostanziale del metodo di calcolo della bolletta dal 1° ottobre è l’utilizzo al 100% dei prezzi spot del gas che si formano sui mercati nel trimestre dell’aggiornamento (in questo caso ottobre-dicembre) e non più dei contratti di fornitura di lungo periodo indicizzati alle quotazioni dei prodotti petroliferi dei nove mesi precedenti: in questo modo, il consumatore finale paga il gas al valore effettivo del momento in cui lo consuma. Per il primo anno termico, il 2013-2014, saranno utilizzate le quotazioni a termine rilevate presso l’hub olandese TTF (Title Transfer Facility) e, in seguito, quelle che si formeranno nel nuovo mercato a termine recentemente avviato dal GME. Una svolta che può essere definita epocale, in quanto viene definitivamente archiviato un meccanismo obsoleto che non riflette più i costi di approvvigionamento dei venditori nel mercato e fa sì che i prezzi del gas vengano definitivamente svincolati da quelli del petrolio. Per tutelare le famiglie dal rischio di futuri rialzi delle quotazioni spot – per loro natura più soggette alla volatilità dei mercati – l’Autorità ha introdotto anche un meccanismo regolatorio che introduce uno ‘scudo’ pro-consumatori rispetto ai picchi di prezzo. Il meccanismo, inoltre, garantisce alle imprese di vendita la necessaria gradualità nell’attuazione della riforma e contribuisce a promuovere la rinegoziazione dei contratti pluriennali, ma anche a sviluppare la liquidità del mercato. Altre innovazioni nel metodo di aggiornamento della bolletta gas riguardano le voci a copertura di costi per servizi quali la commercializzazione all’ingrosso, al dettaglio e il trasporto mentre sono state cancellate alcune componenti (in particolare, quella a copertura del servizio di stoccaggio inclusa nel prezzo della materia prima). Per informare i consumatori sulle principali novità della riforma, l’Autorità ha previsto che in tutte le bollette dei clienti serviti in tutela sia inserito un apposito messaggio, con l’invito a rivolgersi anche al numero verde 800.166.654 per ogni ulteriore chiarimento. Per l’energia elettrica, la diminuzione della bolletta è stata possibile per effetto del calo dell’1,2% della componente relativa al dispacciamento, il servizio che serve soprattutto per garantire il costante equilibrio fra immissioni e prelievi nella rete e, quindi, la sicurezza del sistema. Questa diminuzione è l’effetto, in particolare, dell’applicazione dei recenti provvedimenti dell’Autorità (deliberazioni 239/2013/R/eel e 285/2013/R/eel) che hanno introdotto misure specifiche per il contenimento degli oneri di dispacciamento anche con interventi per bloccare i comportamenti speculativi dello scorso anno in alcune zone del Paese, in attesa della riforma strutturale del bilanciamento elettrico. Il complesso degli oneri generali risulta in leggero aumento (+0,36%) per la necessità di gettito a copertura della componente A3 che incentiva le fonti rinnovabili e assimilate e della componente A5 per il sostegno della ricerca. Nel dettaglio, dal 1° ottobre, il prezzo di riferimento dell’energia elettrica sarà di 19.049 centesimi di euro per kilowattora, in calo rispetto al trimestre precedente, di 0,147 centesimi di euro, tasse incluse.

Fonte: AEEG

Troppe uova in Francia, crollano i prezzi e 100 mila vanno al macero ogni giorno

Troppe uova in Francia, almeno il 10% in più delle necessità dei consumatori e i prezzi crollano.175747746-594x350

Dall’inizio di agosto ogni giorno sono andate distrutte 100 mila uova a notte ma l’Europa ha deciso di non intervenire. Il punto è che lo scorso anno i produttori della Bretagna vivevano una situazione inversa, ossia le uova ebbero un impennata dei prezzi a causa della siccità del 2012. Ma i consumatori non ebbero modo di accorgersene essendo i prezzi fissati per contratto di anno in anno. Dopo la siccità i pollicoltori francesi hanno affrontato l’adeguamento delle gabbie e degli allevamenti a terra sostenendo investimenti. L’allargamento delle gabbie e delle aree di produzione e l’abbassamento della mortalità delle galline ovaiole ha portato a una superproduzione di uova ma il mercato non le ha assorbite e ecco fatta, letteralmente, la frittata con 100 mila uova mandate al macero ogni giorno. Proprio ieri a Rennes si è tenuto l’incontro tra Le Foll ministro per l’Agricoltura e i rappresentanti dei pollicoltori che hanno però dato un ultimatum al Governo di 15 giorni affinché trovi una soluzione per far rialzare i prezzi delle uova o per trovare fondi per eventuali indennizzi,altrimenti riprenderanno a distruggere le uova. Il ministro ha comunque proposto di portare le uova in eccedenza al Banco alimentare e a fare donazioni piuttosto che distruggerle o di usarle per mangimi animali.

I sindacati dicono:

Dobbiamo affrontare il problema alla radice e affrontare la vera causa: la sovrapproduzione dovuta alla deregolamentazione Per questa produzione, come quella di altri prodotti agricoli, la necessità di una regolamentazione è fondamentale per mantenere una agricoltura affidabile e produttiva ancorché gratificante.La riforma della Politica Agricola Comune 2015 fornisce una soluzione di questo tipo, e questo è ciò che il Ministro dell’agricoltura deve affrontare se vuole veramente fare una risposta la disperazione dei produttori di uova.

Fonte: Europe1, Le Figaro

Lo shale gas in Europa non è conveniente come negli Usa

Il fracking per la produzione di shale gas in Europa? Forse non è così conveniente come sembra169558724-594x350

Robin Miege, director of strategy Environment Directorate-General della Commissione europea gela le possibilità dell’Europa di ottenere gas a prezzi bassi attraverso le estrazioni di shale gas. Anche se la consultazione pubblica in merito lanciata dal 20 dicembre 2012 al 23 marzo 2013 i cui risultati sono stati presentati lo scorso 7 giugno riporta che i cittadini europei (per la verità hanno votato 22.122 cittadini per lo più polacchi, francesi, rumeni, spagnoli e tedeschi) si sono espressi positivamente nei confronti dello sviluppo dello shale gas. La posizione Europea è la seguente e l’ha espressa Connie Hedegaard commissario europeo per l’azione per il clima che nel corso dell’European Business Summit dello scorso 15 maggio ha detto:

In Commissione europea non ci importa dello shale gas. Se gli Stati membri vogliono lo shale gas, possono farlo. La scelta del mix energetico spetta agli Stati membri. E se decidono per lo shale gas, gli esperti gli diranno che in UE non sarà possibile ottenere gli stessi prezzi degli Stati Uniti.

Anche secondo Miege, le condizioni in Europa sono piuttosto diverse e probabilmente non potranno essere replicate quelle di vantaggio ottenute negli Stati Uniti in merito all’abbassamento dei prezzi del gas. Il punto però è che con i prezzi per l’energia in Europa oltre il doppio dei livelli degli Stati Uniti, i combustibili fossili non convenzionali iniziano a essere considerati interessanti anche qui. Per Friend’s of Earth Europe la consultazione non dice che i cittadini europei,per lo più polacchi e direttamente interessati alle trivellazioni, siano favorevoli alle estrazioni di gas scisto, anzi viene posta l’attenzione su fatto che non esiste in merito una legislazione adeguata. In merito c’è molta cautela anche da parte dell’IEA, l’Agenzia internazionale per l’ambiente che avverte che i costi di produzione sui carburanti non convenzionali costano il doppio in Europa. Infatti, ci sono importanti differenze geologiche e geografiche tra Stati Uniti e Europa, così come la maggiore densità di popolazione e infrastruttura per il gas da sviluppare in alcuni paesi. Sostanzialmente ogni Stato membro può decidere ovviamente per se stesso ma nella consapevolezza che: a)estrarre gas scisto costerà troppo anche per l’ambiente con inquinamento delle acque e emissioni di CO2; b) non ci sono stime sufficienti rispetto alle possibili quantità di gas che si andranno a ottenere tali da giustificare le estrazioni; c) l’Europa non sembra essere troppo interessata.

Fonte: Euractiv

 

La produzione mondiale di petrolio (USA a parte) non è aumentata negli ultimi otto anni

Il mondo in sostanza ha raggiunto il picco: solo gli USA si ostinano a spremere giacimenti di bassa qualità e alto impatto ambientale per cercare una mitica autosufficienza energetica.Produzione-petrolio-2001-2012-corretto-586x500

Questo grafico mostra i dati ufficiali EIA di produzione del nostro liquido più amato: il petrolio (1). Senza contare gli USA, la produzione di greggio del resto del mondo (area blu nel grafico) di fatto non è più aumentata negli ultimi otto anni69,1 milioni di barili al giorno nel 2012 a fronte di 68,5 milioni nel 2005, ovvero lo 0,93% in più (2).

Nello stesso periodo il prezzo del petrolio è aumentato del 66%, da 56 a 94 dollari al barile, segno di un’offerta che non riesce a seguire la domanda. L’aumento netto della produzione mondiale, peraltro pari a un non certo brillante 1,8% è quindi essenzialmente legato alla crescita USA da 5,1 a 6,4 milioni di barili al giorno. Cosa è successo?

L’estrazione di greggio americana, dopo aver raggiunto il famoso picco del 1971 di 9 Mbbl/giorno, è calata inesorabilmente per 37 anni fino ai 4,9 Mbbl/giorno del 2008. In seguito all’aumento del prezzo del petrolio, le aziende petrolifere hanno intensificato gli sforzi per l’estrazione di petrolio non convenzionale, il cosiddetto tight oil (3).

Il tight oil possiede molti limiti e criticità. In forte sintesì (ne riparlerò meglio un’altra volta):

  • i singoli giacimenti sono piuttosto piccoli,
  • si esauriscono molto in fretta,
  • occorre usare la fortemente contestata tecnologia del fracking per recuperarlo,
  • occorre continuare a moltiplicare le perforazioni per compensare il rapido declino,
  • forse si è già giunti al “picco delle perforazioni”.

I proclami secondo cui “il peak oil è morto” oppure “gli USA produrranno più petrolio dell’Arabia” hanno più che altro lo scopo di rafforzare il ruolo geopolitico degli USA, ma con poco fondamento fisico e geologico.

(1) Sono debitore dell’idea di questo post a crudeoilpeak.info; ho naturalmente rianalizzato i dati dell’EIA ed ho prodotto un grafico maggiormente leggibile rispetto all’originale. I dati si riferiscono solo al “crude oil”, per cui non comprendono i “natural gas liquids”, cioè il GPL.

(2) Tanto per avere un’idea, nel 1980 era pari a 53 Mbbl/giorno e nel 1990  a 57 Mbbl/giorno.

(3) C’è una certa confusione nella terminologia relativa al petrolio non convenzionale. Il tight oil (petrolio di roccia compatta) è una bolla di petrolio “normale” intrappolato tra strati di roccia impermeabile; per essere recuperato occorre utilizzare la discussa tecnologia della fratturazione idraulica (fracking). Non va confuso con lo shale oil, olio di scisto, che è petrolio ottenuto dalla (costosa) raffinazione del cherosene ricavabile dagli scisti.

 

Fonte. Ecoblog

 

Agriturismo: in Italia si spende in media 38,5 euro a notte

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La spesa media pro capite per una notte in agriturismo è di 38,5 euro, ovverosia il 3% in più rispetto al 2012. È questo uno dei risultati del Barometro dei prezzi per l’agriturismo, la ricerca annuale di Toprural, il principale motore di ricerca europeo per agriturismi e strutture rurali. Il risultato è pressoché identico sia per un soggiorno rurale in appartamento indipendente (38,2 euro), sia per l’affitto di una singola stanza (38,9 euro). Se al Nord la spesa meda è di 35,3 euro, è il Centro a proporre le tariffe più alte con una media di 39,8 euro, poco più di un euro rispetto alle strutture ricettive del Sud che fanno registrare una media di 38,7 euro a persona. La combinazione più costosa è l’affitto di una stanza in un agriturismo del Centro Italia (40,5 euro), mentre la spesa minore è l’affitto di un appartamento completo al Nord (32,2 euro). Il 2012 ha fatto registrare un 3% di aumento dei prezzi sul quale ha inciso, naturalmente, l’introduzione dell’IMU sui fabbricati. L’introduzione dell’imposta sui fabbricati rurali ideata nell’ambito della manovra Salva Italia si è tradotta (secondo Agriturist) in un onere aggiuntivo di circa 1600 euro per azienda agricola. L’Italia è il Paese più caro dell’Europa mediterranea. Toprural ha condotto uno studio comparativo sulle strutture agrituristiche di Spagna, Francia e Portogallo, constatando come nei primi due Paesi si spendano in media 26,7 euro per persona e nell’ultimo 32,7 euro. In Francia Spagna, dunque, il pernottamento costa il 31% in meno che in Italia, in Portogallo il 15%. Lo studio analizza i prezzi dichiarati dai 1130 agriturismi campione presenti su Toprural e la rilevazione dei dati è stata effettuata il 20 gennaio 2013.

Fonte: Toprural