Vandana Shiva: “Fermiamo la deriva tossica del mondo”

Incarna lo spirito della guerriera, combatte contro la povertà globale e sostiene le lotte per il diritto alla salute delle persone in tutto il mondo, denunciando le multinazionali che avvelenano il cibo e rendono sterile il suolo. Ecco la nostra intervista all’attivista indiana Vandana Shiva, esperta mondiale di ecologia sociale. Incontriamo Vandana Shiva a Roma il 7 e l’8 marzo. Conoscerla di persona in questa data dedicata al femminile sembra una coincidenza interessante. Questa donna indiana, laureata in Canada in Fisica, da quasi 40 anni sta portando avanti un movimento internazionale contro la povertà globalizzata, promuovendo in tutto il mondo sistemi di ecologia sociale basati su alternative agro-ecologiche rispettose della biodiversità, della salute e della dignità dei popoli. Lo fa dirigendo diversi centri scientifici, interessandosi di bioetica, biotecnologie e ingegneria genetica e in qualità di presidente di Navdanya – il braccio operativo di Vandana in India – e di Navdanya International, la onlus che sostiene le lotte delle comunità per il diritto ad una alimentazione sana, all’autodeterminazione e alla cura del pianeta in tutto il mondo.

Alcuni stati e regioni del mondo stanno già portando avanti quest’alternativa basata sull’agricoltura biologica e sulle economie locali, capace di proteggere i territori e la biodiversità. Le comunità hanno infatti un ruolo centrale nel contrastare le lobby della chimica e dell’agro-industria, per questo è necessario che conquistino strumenti di democrazia reale. Solo sistemi agro-alimentari sani possono liberarci dalla povertà, combattere i cambiamenti climatici e promuovere la salute di tutti. L’occasione della sua presenza a Roma è quella della presentazione e partenza del “Tour di mobilitazione per un cibo e un’agricoltura senza veleni” che ha toccato varie località italiane, da Campobasso a Bassano del Grappa, Bolzano, Malles, Trento e Torino. Un viaggio e tanti eventi in occasione dei quali Vandana ha incontrato esempi concreti di buone pratiche, testimonianze di come non solo sia possibile, ma addirittura più efficiente e conveniente produrre e consumare senza ricorrere a sostanze chimiche velenose. Ma ha anche potuto constatare l’estensione e l’impatto delle monocolture intensive sulle comunità del nostro paese, incontrando i tanti cittadini che stanno facendo rete contro questa deriva tossica e contro lo sfruttamento del territorio.

Foto tratta dalla pagina Facebook di Navdanya International

Risuonano le parole che Vandana Shiva ha pronunciato al fianco di Don Ciotti nella tappa torinese: “Se siamo seri, quando diciamo di voler mettere fine alla povertà allora dobbiamo mettere fine ai sistemi che creano la povertà derubando i poveri dei loro beni comuni, dei loro stili di vita e dei loro guadagni. Prima di poter far diventare la povertà storia dobbiamo considerare correttamente la storia della povertà. Il punto non è quanto le nazioni ricche possono dare, il punto è quanto meno possono prendere”. 

In questo contesto, la Campagna internazionale di Navdanya International Per un’alimentazione e un’agricoltura libera da veleni si propone di sviluppare un movimento globale coeso per un cambiamento del paradigma produttivo. I cittadini italiani e di tutto il mondo sono pronti per una transizione basata su un modello economico che garantisca tutti un’alimentazione nutriente, sana, che non faccia esclusivamente gli interessi delle grandi multinazionali dell’agrobusiness e della grande distribuzione organizzata.

“Penso che l’Italia e l’India siano due civiltà che hanno riconosciuto che il cibo è centrale e che hanno riconosciuto che il cibo è cultura, ecologia, che il cibo è eredità e tradizione, che il cibo riguarda come gestisci la terra e il cuore di un territorio, il cibo è identità”, ci dice Vandana. “Quindi il punto di partenza, sia per l’Italia che per l’India, è molto ‘alto’, ma c’è un’aggressione globale ai sistemi alimentari e alle colture, attraverso la produzione di prodotti tossici e fraudolenti causati dall’utilizzo di pesticidi, che vede i piccoli produttori, così come le api, come nemici da sterminare. E vede inoltre le economie locali basate sulla sovranità come una minaccia. Tutto questo dovrebbe farci riflettere sul sistema alimentare globale che è stato creato, considerato che anche in Italia l’impatto economico globale è molto alto.

C’è un’economia globalizzata, distorta e disonesta, che è sotto il controllo di compagnie tossiche come Cargill, che scarica fertilizzanti tossici che distruggono la pasta italiana, oppure delle aziende che trasformano il cibo buono che cresce nei nostri campi in rifiuti tossici come la Nestlè, la Coca Cola e la Pepsi, le compagnie chimiche come Yara e le grandi multinazionali come Walmart, Amazon e Carrefour che lavorano insieme e si fanno chiamare ‘Fresh Alliance’. Loro vogliono la fine del cibo fresco. Quindi ci troviamo a fronteggiare una minaccia comune che è ormai ovunque. Ma Italia e India hanno molto da perdere perché hanno di più”. 

Vandana Shiva incarna lo spirito della guerriera, combatte contro la povertà globale, sostiene le lotte al diritto alla salute delle persone in tutto il mondo denunciando le multinazionali che avvelenano e rendono sterile il suolo. Proprio dal cibo, dal sistema agroalimentare si possono rigenerare i territori e le comunità. E nella rigenerazione del suolo, nel ritrovare la fertilità della terra, le donne possono giocare un grande ruolo: “Il primo ruolo delle donne è non mollare mai. Abbiamo un’intelligenza che solo noi conosciamo. In India è nato un grande movimento di non-cooperazione contro il sistema alimentare distruttivo, fatto dalle donne che dicono ‘noi sappiamo cos’è il buon cibo e non vi lasceremo cancellarlo e criminalizzarlo. Non permetteremo che un’economia distruttiva ci nutra con cibo spazzatura, avvelenato e tossico’.

Foto tratta dalla pagina Facebook di Navdanya International

Non solo le donne hanno una buona conoscenza del cibo, ma sanno anche che la vita è intelligente, che ogni cellula del nostro corpo è intelligente. Quando si perde l’intelligenza si perde la capacità di autoregolazione e arriva il cancro. Il cancro non è altro che una malattia derivante dal collasso del processo regolatore del nostro corpo. Stiamo uccidendo la capacità delle nostre cellule, dei nostri batteri, del nostro corpo, della terra di regolare sé stessa. Le donne hanno questa conoscenza, anche se è spesso attaccata da un sistema antiscientifico che dichiara che la natura è morta e le donne sono ignoranti, ma il sistema antiscientifico non è stato in grado di uccidere la vera conoscenza e ciò che le donne hanno appreso nel corso dei secoli e che la scienza adesso valida: che l’ecologia è la scienza della relazione e ciò che danneggia la terra danneggia il nostro corpo. Qui è dove abbiamo una connessione con la rigenerazione. La rigenerazione della salute delle donne, dei bambini, della terra è anche la liberazione delle donne, che deve andare avanti e non può essere separata dalla liberazione della terra.

La nostra intervista a Vandana Shiva presso la Casa delle Donne di Roma

Le crisi dei rifugiati, dei cambiamenti climatici, della sovranità alimentare e della salute globale dipendono dalle comunità agricole, dalle economie locali, dal sistema di produzione di cibo e dalla gestione delle sementi che ormai sono in mano a pochissimi. Infatti sono quattro gruppi industriali (Monsanto, Bayer, DuPont, Dow Chemical) che controllano il monopolio mondiale della chimica e delle sementi.  Ingegnerizzando, e quindi brevettando, semi e piante si detiene il potere sulla vita del pianeta e sulla libertà dei popoli”. 

L’esperta mondiale di ecologia sociale denuncia che queste sono battaglie di democrazia. Il principio di sussidiarietà è il diritto di poter scegliere le priorità per la tutela dei propri diritti. “Bisogna decolonizzare corpi e cervello, essere capaci di pensarsi liberi. La libertà ha a che vedere con il ristabilire le relazioni di interdipendenza tra noi, il cibo, l’agricoltura e il pianeta. Siamo cicli di una rete alimentare, si dà e si riceve. La terra va protetta, custodita e ringraziata”.

Intervista e riprese: Daniela Bartolini e Annalisa Jannone
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/04/vandana-shiva-fermiamo-deriva-tossica-mondo-meme-21/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Sulla terra si muore di fame ma noi sprechiamo soldi per andare nello spazio

L’uomo è certamente l’essere vivente più strano e inconcepibile che ci sia sulla faccia della terra. Di sicuro non il più intelligente, dato che sta riuscendo ad autodistruggersi come specie e portando con sé innumerevoli altri esseri viventi nella sua follia suicida: sta provocando le sesta estinzione di massa.

L’uomo è certamente l’essere vivente più strano e inconcepibile che ci sia sulla faccia della terra. Di sicuro non il più intelligente, dato che sta riuscendo ad autodistruggersi come specie e portando con sé innumerevoli altri esseri viventi nella sua follia suicida: sta provocando le sesta estinzione di massa. Ci sono tanti esempi eclatanti che dimostrano che dobbiamo ancora evolverci e parecchio pure. Sulla terra l’80% della popolazione, che non vive nell’attico del restante 20%, è in situazioni molto difficili o drammatiche a seconda dei casi. Miseria, fame e disperazione determinati dal modello di sviluppo del ricco 20% sono la quotidianità di miliardi di persone e i più cinici fra i nostri simili dicono pure che è colpa loro, che sono sottosviluppati, che non si danno da fare. Di fronte a tale situazione (che dovrebbe vederci tutti impegnati fino a che l’ultimo dei nostri simili abbia una vita degna di questo nome, cibo, riparo e serenità), si sprecano soldi, risorse, energia e competenze nelle maniere più assurde e insensate in spregio e sdegno alla gente in condizioni spaventose.

Uno dei modi più eclatanti per sputare sulla povertà e dignità umana è la corsa fra le nazioni per mandare equipaggi nello spazio. Conosciamo pochissimo della nostra terra, degli animali, dei vegetali, dei processi naturali, ma nonostante ciò vogliamo andare nello spazio, senza nessun motivo razionale e intelligente.  Andare nello spazio è estremamente dispendioso, non serve e in più è pericoloso perché lassù non ci sono le condizioni per sopravvivere all’esterno nemmeno un minuto.  La mentalità tipicamente maschile di prevalere e primeggiare la si ha anche nella corsa allo spazio, cioè la corsa al nulla. Gli americani andarono sulla luna esclusivamente per farlo prima dei russi, piantarono una bandiera americana  (in un luogo dove non c’è letteralmente niente, il che già dà la dimensione della follia) e se ne tornarono a casa. Come i cani che fanno la pipì per marcare il territorio, solo che in questo caso la cosa è assai più dispendiosa. Che non servisse a nulla andarci è dimostrato anche dal fatto che sulla luna non c’è mai più andato nessuno. Ma ogni paese che abbia una potenza economica ragguardevole cerca di entrare a fare parte del club dei marcatori del territorio in qualche modo. Adesso l’obiettivo si è anche spostato ed è diventato ancora più impegnativo e costoso. Qualche ricco miliardario ha deciso che bisogna andare su Marte o fare passeggiate ed escursioni spaziali e quindi via ad investimenti stellari per questa spaziale idiozia.  Ma con tutti i  gravi problemi che ci sono nel mondo e negli stessi Stati che concorrono alla corsa nello spazio, possibile non si capisca che tutti quei soldi buttati in questa demenza potrebbero essere usati per risolvere i tanti e drammatici problemi in cui quotidianamente si dibattono le persone a cui dello spazio interessa più o meno che zero? Ma qui entra in gioco un fattore fondamentale che è quello della immaginazione umana purtroppo indirizzata verso direzioni assai discutibili. Lo spazio è l’ignoto e nell’ignoto si può immaginare tutto quello che si vuole e quindi cinematografia, televisione e letteratura ci hanno ricamato molto. E quando c’è di mezzo il condizionamento dei media, del cinema, si accetta che si buttino soldi invece di utilizzarli in maniera sensata. L’immaginazione, la fantasia, il sogno utilizziamoli per fare stare meglio ogni persona e salvaguardare il nostro ambiente. Scegliamo il tutto del pianeta Terra e non il nulla dello spazio. Anche perché se non siamo capaci di preservare il nostro di pianeta e i suoi abitanti con quale senso andiamo a colonizzare altri pianeti? Per rendere una pattumiera pure loro? Meglio di no, meglio rimanere con i piedi ben piantati per terra e la mente rivolta al benessere di tutti. 

Fonte: ilcambiamento.it

Ricchezza e povertà: le disuguaglianze si riducono rifiutando il consumismo

Sono stati resi pubblici i dati della ricchezza a livello mondiale e risulta che ventisei multimiliardari hanno una ricchezza pari al reddito di 3 miliardi e 800 milioni di persone che si dibattono fra disperazione e fame.

I dati sono stati diffusi ufficialmente.  Sono dati incredibili, inaccettabili e la forbice continua ad allargarsi invece di diminuire, il che è anche logico: più sei ricco e più avrai la possibilità di diventare ancora più ricco, comprandoti governi e mass media, diversificando i settori di investimento e avendo sempre più influenza e potere. Questo dimostra ancora una volta che la ricchezza in mano, appunto, ai ricchi non si ridistribuisce affatto a tutti, o anche solo a tanti, vecchia stantìa favoletta dei fan del capitalismo, secondo i quali è meglio non tassare chi ha tantissimo, meglio non frapporre loro alcun ostacolo, perché grazie a loro migliorerà la situazione per tutti…

Il dato di fatto, invece, è che loro si arricchiscono sempre di più e la gente impoverisce di conseguenza. I mega-ricchi operano qualsiasi strategia pur di dare il meno possibile alla società e aumentare i loro profitti con ogni mezzo e in ogni modo, sfruttano bestialmente la manodopera, collocano le loro sedi nei paradisi fiscali, pagano tasse irrisorie (se le pagano) rispetto ai loro profitti e, non appena intravedono condizioni migliori, delocalizzano le produzioni laddove il costo del lavoro corrisponde a una miseria. Quindi gli allocchi, con tanto di lauree e prestigiose cattedre universitarie, che continuano a dire che bisogna lasciare fare al mercato, che non bisogna tassare troppo le multinazionali e che non bisogna disturbare i miliardari ma agevolarli in qualsiasi modo, sono praticamente i corifei del suicidio, corresponsabili della conduzione di miliardi di persone alla miseria. I politici e gli Stati in genere, invece di richiedere il giusto e sacrosanto contributo ai Dracula del soldo, li supportano cedendo ben volentieri al ricatto che grazie a loro si ottiene occupazione (fino a che gli fa comodo); ricevuti tutti i benefici possibili e spolpato bene l’osso, i Dracula vanno da qualche altra parte a succhiare sangue. C’è chi pensa che la soluzione stia nei redditi forniti dallo Stato alle persone meno abbienti per farle uscire dalle cosiddette sacche di povertà. Di per se non è una cattiva idea, ma una volta ottenuti i soldi dallo Stato dove e come verranno spesi? Basta vedere chi sono i più ricchi del pianeta per capire che i soldi che vengono spesi non fanno che alimentare il sistema che rende povere le persone stesse e che allarga la forbice fra ricchi e poveri. I più ricchi al mondo sono infatti spesso persone che vendono prodotti in massa cioè che devono la loro ricchezza al sistema consumista. Ai primi posti c’è ad esempio il proprietario di Amazon, Jeff Bezos, che paga le tasse dove e se gli pare, che affonda librerie e ogni tipo di vendita al dettaglio e che sfrutta i lavoratori in maniera sistematica. In classifica c’è anche il suo fratellino cinese, Jack Ma, con il sito di E-commerce Ali Baba che come Amazon vende qualsiasi cosa. Ciò che vendono questi colossi del consumismo è superfluo oppure indispensabile? Per la gran parte è paccottiglia superflua e che non serve per sopravvivere ma solo per fare girare la ruota del grande criceto PIL; e la gente spesso, pur di comprare i prodotti superflui propagandati dalla pubblicità martellante che li spaccia per prodotti indispensabili, si indebita e impoverisce. Fra i mega miliardari non può mancare il settore informatico con Bill Gates e Steve Ballmer della Microsoft, i capi di Google e poi c’è Zuckerberg che con Facebook ha inventato la migliore e più redditizia piattaforma di pubblicità del mondo travestita da social e interamente sovvenzionata dagli utilizzatori che gli regalano tutti i loro dati e lavorano gratis alacremente per lui. E’ singolare poi constatare che malgrado i capi di Google, Zuckerberg o Bill Gates si dicano progressisti e benefattori dell’umanità, donino spiccioli a fondi umanitari, finanzino Ong o ne creino ex novo, la situazione non faccia che precipitare anziché migliorare. E se il loro progresso significa affamare miliardi di persone, forse non è vero progresso considerando che con tutti i soldi che guadagnano la situazione la potrebbero migliorare davvero immediatamente. Continuando a leggere la classifica dei super miliardari, c’è Amancio Ortega, padrone dei vestiti Zara che pubblicitariamente imperversano ovunque; in un paese come il nostro dove gli armadi traboccano di vestiti è veramente un prodigio miracoloso che se ne comprino ancora. Questo la dice lunga sulla potenza enorme del messaggio consumista.

Poi c’è la capa dell’Oreal Francoise Bettencourt, che guida l’azienda di profumi e cosmetici. La Bettencourt e tutti i soggetti che vendono prodotti status symbol sprigionano una capacità di attrazione così forte che, nonostante i loro prodotti siano del tutto superflui, riescono a venderli a milioni di persone e fare guadagni stratosferici. Poi c’è il capo della LVMH Bernard Arnault che vende prodotti di lusso, altro acquisto imprescindibile per il povero che vuole fare finalmente il salto di qualità. E abbiamo i capi di Wal Mart, altro mega supermercato che strangola concorrenza e lavoratori e nel quale viene venduta qualsiasi cosa (superflua). Ci sono i compari della Koch Industries che fanno dell’aggressione all’ambiente da sempre il loro passatempo principale e Sheldon Adelson della Las Vegas Sands proprietario di catene di hotel-casinò in tutto il mondo, altra attività benefica tutta a favore dei poveri…

L’arricchimento stratosferico di queste persone, e tanti altri come loro, non ha come conseguenza solo l’aumento delle disuguaglianze e il dilagare della miseria ma anche lo scempio ambientale, dato che tutte le attività svolte da costoro, e tutte le merci che vengono prodotte e acquistate attraverso i loro canali, aumentano i consumi energetici, l’inquinamento e fanno diventare il mondo una pattumiera. Quindi, per diminuire le disuguaglianze bisogna innanzitutto non buttare i soldi dandoli a questi squali, perché più si danno a loro e più la situazione peggiora e la gente impoverisce. Considerando che gli Stati e la politica sono fermi a un centinaio di anni fa e hanno ancora l’illusione che, se le multinazionali e gli imprenditori guadagnano, ci si guadagna tutti, bisogna che le persone singolarmente inizino a prendere in mano il loro destino.

I soldi vanno usati con grande oculatezza perchè attraverso il loro uso si decide che sistema si vuole supportare. Quindi meglio non ascoltare nessuna sirena della pubblicità, non ascoltare nessuno che dica che bisogna spendere per fare crescere il paese; bisogna invece smettere di sprecare, occorre comprare solo se strettamente necessario, investire localmente, rivolgersi a filiere corte, acquistare da gruppi di acquisto collettivo, creare circuiti locali di supporto reciproco, far nascere progettualità collettive, investire nell’autoproduzione energetica e alimentare. In questo modo ci si sgancia da un sistema votato al suicidio e che rende sempre più ricchi i paperoni del mondo, che vanno invece abbandonati al loro destino; bisogna dar loro minore supporto possibile e creare zone di resilienza e resistenza al consumismo imperante. Questo è il modo per combattere veramente le disuguaglianze; nessuno Stato o governo schiavo dei super ricchi lo farà mai per voi. Invece di prendere questi multimiliardari come esempi di successo e osannarli,  bisogna trattarli per quello che sono: persone senza alcuna morale che hanno smarrito qualsiasi umanità e relazione con la realtà, visto che guadagnare così tanto in un mondo pieno di sofferenza, disperazione e miseria è paragonabile a un crimine contro la stessa specie umana.

Fonte: ilcambiamento.it

Gli empori solidali in aiuto alle famiglie in difficoltà

Sono all’incirca 180 gli empori solidali in Italia, distribuiti in 19 regioni, diffusi in quasi tutte le regioni. Una forma di contrasto della povertà che ha vissuto una crescita impressionante negli ultimi tre anni e che continua a essere in forte espansione, con una ventina di nuove aperture già previste nei prossimi mesi.

Il punto sui numeri e sulla situazione italiana è stato fatto nei giorni scorsi alla presentazione del primo Rapporto nazionale sul tema curato da Caritas e CSVnet.

Quella degli empori solidali è una storia di volontariato.

Nati alla fine degli anni ’90, dopo il 2008 hanno iniziato a darsi una forma più organizzata; oggi, alla tradizionale distribuzione delle borse-spesa per aiutare le persone in stato di povertà si affiancano ulteriori servizi di accompagnamento. Gli empori sono servizi simili a un negozio o a un supermercato dove individui o famiglie in situazione di difficoltà economica, accertata in base a determinati parametri, possono recarsi per scegliere prodotti (cibo, vestiti, articoli per la casa, eccetera), acquisendoli gratuitamente attraverso una tessera a punti.

Gli empori sono una forma avanzata di aiuto per le famiglie che vivono situazioni temporanee di povertà; spesso costituiscono un’evoluzione delle tradizionali e ancora molto diffuse (e indispensabili) distribuzioni di “borse-spesa”.

Mendicanti e senza tetto ormai sono solo una minima parte della fascia dei poveri assoluti, che negli ultimi 10 anni in Italia sono aumentati del 182%. Poveri oggi spesso sono lavoratori, pensionati, famiglie numerose, madri single. Per loro il “pacco viveri” regalato dalla parrocchia o il pasto alla mensa dei bisognosi rischiava di essere un’ulteriore miliazione. Ecco allora l’idea, nata a fine anni ’90 ma esplosa nell’ultimo decennio, di creare luoghi simili negozi di alimentari dove chi ha bisogno può fare la spesa riempiendo il carrello con i prodotti più conformi alle proprie abitudini.

Il 57% degli empori (102) ha aperto tra il 2016 e il 2018, quota che sale al 72% se si considera anche l’anno precedente. Il primo è nato nel 1997 a Genova. Nella quasi totalità dei casi gli empori sono gestiti da organizzazioni non profit, spesso in rete fra loro: per il 52% sono associazioni (in maggioranza di volontariato), per il 10% cooperative sociali, per il 35% enti ecclesiastici diocesani o parrocchie, per il 3% enti pubblici. Le Caritas diocesane hanno un ruolo in 137 empori (in 65 casi come promotrici dirette); i Csv lo hanno in 79 empori, offrendo prevalentemente supporti al funzionamento. Gli empori sono aperti per 1.860 ore alla settimana per un totale di oltre 100 mila ore all’anno. La maggioranza apre 2 o 3 giorni alla settimana in giorni infrasettimanali, mentre 37 sono aperti anche il sabato.

L’utenza è anagraficamente molto giovane: il 27,4% (di cui un quinto neonati) ha meno di 15 anni, appena il 6,4% supera i 65. L’86% degli empori offre anche altri servizi come accoglienza e ascolto, orientamento al volontariato e alla ricerca di lavoro, terapia familiare, educativa alimentare o alla gestione del proprio bilancio, consulenza legale ecc. Il costo mensile per la gestione degli empori oscilla tra 0 e 28 mila euro, tuttavia più del 70% si attesta nella fascia tra 1.000 e 4.500 euro. A pesare maggiormente sono le voci di costo relative all’acquisto diretto dei beni (circa 40%) e personale (per il 22%). Gli empori gestiscono: alimenti freschi e ortofrutta (in 124 servizi), alimenti cotti (in 30) e surgelati. Ma anche prodotti per l’igiene e la cura della persona e della casa (in 146 empori), indumenti (in 50), fino ai prodotti farmaceutici, ai piccoli arredi e agli alimenti per gli animali. Quella degli empori è una storia di volontari, che sono presenti in tutte le strutture. Sono stati 5.200 (32 in media) quelli dichiarati nell’attività di questi anni e 3.700 (21) quelli attivi al momento della rilevazione. Presenti anche i volontari stranieri, mediamente 4 per servizio. Sono 178 gli operatori retribuiti dichiarati da 83 empori: 54 di questi ha solo personale part-time; le persone a tempo pieno sono 49 distribuite nei restanti 29 empori, mentre sono 44 i giovani in servizio civile.

Fonte: ilcambiamento.it

Puglia: una legge contro gli sprechi alimentari per contrastare la povertà ma non solo

387010_1

Intervista a Ruggiero Mennea primo firmatario della legge: “Bisogna farsi trovare pronti e mettersi in rete per costruire un sistema virtuoso e veloce nel trasferire queste eccedenze da chi le produce a chi ne ha bisogno”

La Regione Puglia a breve si doterà di una nuova legge e di uno strumento in più per combattere lo spreco alimentare, un fenomeno non marginale della nostra società che influisce negativamente sulla produzione e sul corretto smaltimento dei rifiuti e, indirettamente, sottrae risorse a tutti coloro che per mille ragioni fanno fatica anche a reperire il cibo. In Puglia, dove quasi la metà dei residenti (per la precisione il 47,8%, dati Istat dicembre 2016) risulta a rischio povertà o esclusione sociale, ogni anno si sprecano circa 310mila tonnellate di cibo ancora edibile, pari a 76 chili a testa. A fine giugno dello scorso anno era stato il consigliere regionale Ruggiero Mennea, primo firmatario e grande sostenitore della legge, a presentare in anteprima il provvedimento all’Urban Centre di Giovinazzo durante un dibattito con i cittadini, operatori del Terzo settore, della ristorazione collettiva, delle mense di carità e studenti che a vario titolo sono impegnati su progetti di recupero e ridistribuzione del cibo. Per capire meglio a che punto è l’iter legislativo e quali sono i punti cardini di una legge che ha tutte le carte in regola per diventare uno strumento forte per il contrasto allo spreco alimentare abbiamo raggiunto telefonicamente il consigliere Mennea.387010_2

A che punto è l’iter della legge?

C’è stato il primo passaggio in commissione attività produttive e sviluppo economico dove ho esposto la ratio della legge. Il testo è stato condiviso anche dal rappresentante dell’assessorato Risorse agro alimentari con alcuni suggerimenti nel merito di problematiche tecnico legislative, con relativa proposta di emendamenti da parte del governo regionale. C’è stata una condivisione da parte di tutti i gruppi politici. Mercoledì 15 febbraio sarà convocata la commissione congiunta Sviluppo economico e Welfare dove sarà esaminato in via definitiva il testo e poi sotto posto al consiglio regionale. Nell’arco di un mese la legge dovrebbe essere approvata e pubblicata.

C’è qualche differenza con la Legge Gadda, e quali sono i soggetti interessati dalla legge regionale?

Siamo in perfetta sincronia con l’impianto legislativo della Legge Gadda, infatti quella pugliese ne prevede le procedure e individua i soggetti attuatori. Da un lato chi produce le eccedenze alimentari come commercianti, gdo, produttori agricoli, ristorazione collettiva; e dall’altro i soggetti che devono attuare questa distribuzione, in una catena virtuosa che sposta le eccedenze da chi le produce a chi ne ha bisogno e dove servono attraverso i comuni con i propri piani di zona, fondazioni, cooperative sociali, di promozione sociale, associazioni caritative e tutto il Terzo settore. Per agevolare questa attività di partenza abbiamo previsto una dotazione di 600mila euro che andrà a beneficio non solo dei soggetti attuatori ma verranno utilizzati per una campagna d’informazione che dovrà arrivare in tutte le case dei pugliesi, perché è lì che si produce circa il 50% di tutti gli sprechi. Questo ha un implicazione non solo sulla povertà ma anche sull’inquinamento, perché questi sprechi si trasformano in rifiuti e quindi con i relativi costi di smaltimento e gli evidenti danni ambientali.

Quale sarà lo strumento per coordinare i soggetti coinvolti e le azioni operative?

Lo strumento operativo della legge è una tavolo di coordinamento composto dai rappresentanti degli assessorati al welfare e alle attività produttive, l’Anci, Città metropolitana e rappresentati del terzo settore. Una volta messi insieme tutti i soggetti attuatori della legge e coordinati dagli assessori regionali, a quel punto verrà fatto il programma per attuare la legge e per far partire in prima battuta la campagna di informazione e comunicazione.

Quando prevede che la legge diventi attiva e venga licenziata dal Consiglio regionale?

Nell’arco di un mese la legge dovrebbe essere approvata e pubblicata.

Vuole fare appello in vista dell’imminente approvazione?

A tutte le associazioni del terzo settore e ai sindaci dico di prepararsi e organizzarsi in reti di solidarietà, di farsi trovare già pronti, mettersi insieme per costruire un sistema virtuoso e veloce nel trasferire queste eccedenze da chi le produce a chi ne ha bisogno. Bisogna farsi trovare pronti all’applicazione di questa legge perché abbiamo bisogno di una risposta efficacie da parte di chi già opera in questo settore ma non è organizzato a sufficienza per gestire questa nuova sfida o ha bisogno di un ulteriore stimolo da parte delle istituzioni per fare rete e per rispondere efficacemente alla domanda di povertà che sta crescendo sempre di più in questi ultimi anni.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Un miliardo e mezzo di persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno

Un nuovo studio dell’Overseas Development Institute (ODI) inglese riporta che un miliardo e mezzo di persone al mondo vive con meno di 1,25 dollari al giorno, un numero già più alto di quello che era stato stimato dalla Banca Mondiale.poverta_mondiale

«Un quarto di persone in più rispetto a quanto stimato» affermano i ricercatori. Ma pare che i numeri siano comunque ancora sottostimati e c’è chi pensa che a essere costretti a vivere con meno di 2 dollari al giorno siano 2,5 miliardi di persone sul pianeta. Le classi sociali più povere (i senza casa o chi vive in situazioni di guerra e di grande pericolo cui i ricercatori non hanno avuto accesso) non rientrano nel calcolo. Elizabeth Stuart, la prima firmataria del rapporto, ha dichiarato al sito web World Socialist che la non totale aderenza alla realtà dei dati su povertà e mortalità infantile e materna è già di per sé un elemento significativo. Se si definisse povertà vivere al di sotto dei 5 dollari al giorno, allora quattro miliardi di persone nel mondo, cioè due terzi della popolazione planetaria,vi ricadrebbe. Eppure, come commenta la giornalista Zaida Green, i multimiliardari intramontabili continuano a guidare auto di superlusso, ad avere lo yacht e un numero record di appartamenti costosissimi. La Banca Mondiale ha fatto la sua scelta e cioè di praticare continuamente iniezioni di enormi quantità di denaro nei forzieri dell’aristocrazia finanziaria mentre il grosso dell’umanità lotta per la sopravvivenza tra povertà, austerità e guerre. In marzo Forbes ha riportato che il patrimonio netto dei miliardari nel mondo ha raggiunto nel 2015 un nuovo record: 7,05 trilioni di dollari. Dal 2000 il loro “benessere” è aumentato di otto volte. La rivista ha raccontato che malgrado la caduta dei prezzi del petrolio e la debolezza dell’euro, l’indice della ricchezza in mano a pochi nel mondo continua ad aumentare. La quantità di ricchezza controllata dall’1% della popolazione è maggiore di quanto posseduto dal 99%, stando ai dati Oxfam. Nei giorni scorsi il Fondo Monetario Internazionale ha diffuso il suo World Economic Outlook, secondo cui non si farà più ritorno, per un periodo indefinito, agli indici di crescita economica registrati prima della crisi finanziaria del 2008. Cioè, chiariamoci e definitivamente, la crescita di prima NON TORNERA’ MAI PIU’. Malgrado le multinazionali abbiano un sacco di soldi, gli investimenti privati sono crollati e il rapporto dice chiaramente come governi, banche centrali e decisori politici pensino, in generale, soltanto all’arricchimento della elite finanziaria globale, a spese delle forze del mondo produttivo e delle popolazioni. Ad inibire studi che mostrino la faccia sconvolgente della povertà sono gli abissali livelli di disuguaglianza, lo spreco di risorse in infrastrutture, l’erosione degli standard di vita di lavoratori e giovani. Perché non c’è l’interesse a che tutto ciò si sappia. Lo studio ODI sottolinea anche come oltre 100 paesi non abbiano un sistema funzionante di registrazione delle nascite o delle morti, non calcolino cn accuratezza i dati sulla mortalità infantile e materna. Ventisei nazioni non raccolgono i dati sulla mortalità infantile dal 2009. Le stime della povertà sono poi ulteriormente inficiate dal disaccordo che c’è sulla definizione stessa di povertà. Acune organizzazioni non governative hanno fissato la loro soglia. In Thailandia la soglia ufficiale è di 1,75 dollari al giorno,mentre comunità urbane l’hanno fissata a 4,74: ovviamente questo porta a percentuali di povertò che variano dall’1,81% al 41,64%. Le guerre e altri conflitti violenti hanno un effetto devastante, creano zone impenetrabili dove accade di tutto. I soldi spesi per le guerre potrebbero servire ad alleviare la miseria. Gli Stati Uniti hanno speso 496 miliardi di dollari per la difesa l’anno scorso; secondo la United Nations Food and Agriculture organization «il mondo avrebbe bisogno di 30 miliardi di dollari all’anno per sradicare la fame». Diciamo quindi “grazie” al sistema capitalistico, il cui solo obiettivo è di arricchire l’oligarchia finanziaria che domina la società a spese della stragrande maggioranza dell’umanità.

Si ringrazia Zaida Green

Fonte: ilcambiamento.it

Fame nel mondo, combattiamo la povertà per nutrire il Pianeta

Per porre fine alla fame si deve porre fine alla povertà. Eppure la maggior parte delle notizie e dell’informazione si concentra sulle tecnologie per produrre più cibo, piuttosto che su come porre fine alla miseria.

Raj Patel, economista e attivista, nonché accademico e giornalista a a proposito della fame nel mondo e della povertà ha detto:

Se si guarda ai motivi per cui le persone oggi soffrono la fame nel mondo, notiamo che la ragione principale è rappresentata dalla povertà. Ma quando si pensa a questo obiettivo si pensa a nutrire il mondo,e la questione povertà viene abbandonato in questa equazione – rappresenta un problema di difficile soluzione.

Su Grist c’è una interessante riflessione nel merito:perché è così complicato parlare di povertà e del perché sia così tanto più semplice parlare di nuove tecnologie agrarie, inclusi gli OGM sbandierati come la soluzione alla fame nel mondo. Suggerisce Patel, perché probabilmente siamo in un momento storico in cui cambiare le cose con la politica ci sembra impossibile, mentre ci sembra che cambiare le cose con la tecnologia sia decisamente più realizzabile. Nel rapporto del International Food Policy Research Institute sulla fame nel mondo si riconoscono i progressi fatti nel contrastare questa piaga: ci sono meno persone che soffrono la fame nel mondo sebbene alcuni paesi stiano affrontando una ricaduta e si sottolinea che è necessario prestare maggiore attenzione alle carenze alimentari di micronutrienti. Ma come sottolinea Grist:

Ecco la parte sorprendente: Quando sono arrivato fino alle raccomandazioni alla fine del rapporto non c’era assolutamente nulla in riferimento all’aumento delle rese. Al contrario, le prescrizioni erano esclusivamente politiche: la nutrizione è una priorità politica: educare e responsabilizzare le persone a rafforzare le reti di sicurezza sociale; giro di vite contro la corruzione; richiesta alle aziende alimentari di fornire le informazioni nutrizionali.(FromL) Members of anty-poverty group Ox

Shenggen Fan direttore generale del IFPRI ha spiegato:

C’è stato un cambiamento epocale. Ora ci sono ha quattro obiettivi strategici: la riduzione della povertà, la lotta contro la fame, migliorare la nutrizione e la salute e il raggiungimento della sostenibilità ambientale.

Perché se veramente vogliamo debellare la fame nel mondo allora dobbiamo sapere che la tecnologia è solo un mezzo e che la risposta è invece solo politica.

Fonte:  Grist

© Foto Getty Images

Soldi sprecati, rubati e inutilizzati, dov’è la crisi?

In Italia tanti lamentano una povertà a livelli da terzo mondo eppure sono vari i segnali che indicano che la morte per fame di milioni di italiani non è prossima.denaro

In Italia tanti lamentano una povertà a livelli da terzo mondo eppure sono vari i segnali che indicano che la morte per fame di milioni di italiani non è prossima. Il lamento maggiore è che non ci sono più soldi, la qual cosa potrebbe anche essere un bene visto come normalmente vengono utilizzati. Ma ammettendo che i soldi adesso non ci siano più o comunque ne girino di meno, facciamoci una domanda: quando i soldi c’erano come sono stati utilizzati?

È illuminante da questo punto di vista citare un recente film del regista Daniele Ciprì intitolato È stato il figlio che fornisce un panorama eloquente di come gli italiani, da nord a sud, abbiano utilizzato i propri soldi negli ultimi decenni.

Il film descrive una storia realmente accaduta negli anni ’70 a una famiglia “povera” del Sud Italia, una famiglia cioè che tira a campare e alla quale improvvisamente in seguito all’uccisione incidentale di una figlia per mano della mafia, arriva un risarcimento di vari milioni delle allora lire. Come decide di utilizzare i soldi il capofamiglia? Comprando una Mercedes fiammante per dimostrare a tutti finalmente che loro ce l’hanno fatta. Quante montagne di soldi hanno buttato gli italiani inseguendo il mito dell’automobile nuova da mostrare ad amici e parenti? Tanti piccoli Fantozzi che hanno raggiunto il grande risultato di fare diventare il nostro paese un immenso garage e fargli raggiungere l’invidiabile posizione numero due al mondo per numero di automobili ogni mille abitanti.

E poi è entrato in scena l’altro grande protagonista del nostro tempo: il mutuo per la casa. Scusa valida a se stessi e al mondo per incatenarsi a una vita fatta di sacrifici, routine, lavori mediocri, miti pretese. Argomento perenne che assieme al “tengo famiglia” è l’architrave della sofferenza autoimpostasi di milioni di persone. Grazie anche ai mutui abbiamo cementificato ogni angolo del paese per soddisfare un singolare bisogno di sicurezza laddove la percentuale di case di proprietà è fra le più alte in Europa con oltre il 70%.

E chi ha arricchito a dismisura Berlusconi e i vari magnati d’Italia guardando le sue televisioni e comprando i loro prodotti superflui e/o inutili?

Veniamo ai commercianti. Qualcuno ha mai sentito dire a un commerciante che gli affari vanno a gonfie vele? Io mai. Eppure in tempi di vacche grasse hanno guadagnato assai, sperperato in ogni modo, comprando e spendendo a più non posso: case, Suv e macchine di ogni tipo, vacanze in giro per il mondo, vestiti di marca, acquisti folli, investimenti sballati ecc.

Questi soldi non si potevano utilizzare meglio o risparmiare anche in previsione dei cosiddetti periodi di vacche magre?

E adesso si ha pure il coraggio di dire che non ci sono più soldi? Dopo tutto quello che si è sperperato?

Ma in fondo è lo stesso sistema della pazzia economica che induce a spendere, altrimenti l’economia non cresce; peccato che poi quando il sistema va inevitabilmente in crisi non si sa come fare per continuare a spendere come e più di prima. Si pensava forse che fosse Natale tutto l’anno per sempre? Chi aveva i soldi in passato, tanti o pochi che fossero, e li ha utilizzati in maniera direi alquanto discutibile, ritengo che oggi non possa lamentarsi, quindi in teoria ben pochi sarebbero autorizzati a farlo. Quando non si vedranno più esempi come l’acquisto di insalata lavata in busta di plastica a 15 euro al chilo o quando la moda diminuirà le vendite del 90% e centinaia di altri esempi simili, inizierò a credere che forse siamo in crisi. Fino al momento in cui gli acquisti fatti senza alcuna razionalità e senso avranno il sopravvento, parlare di crisi mi sembra decisamente fuori luogo. In questa sagra del lamento si distinguono le istituzioni pubbliche, campioni assoluti del pianto e che dicono ovviamente che soldi in cassa non ce ne sono. Lo dicevano comunque anche prima ma adesso hanno una scusa pronta all’uso: c’è la crisi. Soldi non ce ne sono nello Stato, in qualsiasi istituzione, nelle Regioni, nelle Provincie e nei Comuni di ogni grandezza e latitudine. Peccato però che non passi giorno dove in queste stesse istituzioni altre montagne di soldi vengano rubati, sprecati o non utilizzati. Scandali, corruzioni e ruberie a non finire, cantieri, cattedrali nel deserto ovunque con costi che lievitano ogni giorno di più, archistar pagate a peso d’oro per opere vergognose da ogni punto di vista estetico ed economico, affitti stratosferici pagati ai privati quando ci sono strutture pubbliche inutilizzate, sprechi di qualsiasi materiale, energia, lavoro, da nord a sud senza grosse differenze e con qualche macroscopica problematica come gli eserciti di dipendenti pubblici pagati per non fare letteralmente nulla o per misurare i metri di neve in Sicilia o mille alte diavolerie inventate solo per spillare soldi alla collettività e quindi anche a se stessi.

E le amministrazioni pubbliche oggi si svendono tutto (e spesso li beccano con le mani nella marmellata subito dopo che hanno parlato di tagli e sacrifici) con la scusa della crisi ma poi ben poche di queste amministrazioni approntano programmi di lotta senza quartiere allo spreco e quindi risultano del tutto non credibili in quello che dicono, per quanto falsamente possano piangere miseria.

Che dire poi dei soldi dell’Unione Europea che non vengono utilizzati e ritornano indietro, spesso per colpa della stessa burocrazia che avendo appunto eserciti di servitori, rende gli interventi difficili da realizzare.

Alla luce di questi fatti sotto gli occhi di tutti quotidianamente, il ragionamento è assai semplice, direi matematico: come si fa ad affermare che non ci sono soldi quando questi vengono sistematicamente sprecati, rubati o inutilizzati?

Soldi ce ne sono, e pure tanti, ma gli italiani, sia nel loro privato che nelle loro istituzioni, hanno deliberatamente deciso, senza che nessuno gli puntasse una pistola alla tempia, che i soldi dovevano e devono essere utilizzati sempre nel peggiori dei modi. Prima di dire che siamo alla fame si facciano i conti in tasca davvero agli italiani e si chieda loro quanto hanno speso per farci diventare il paese/garage di cui sopra, quanto cibo commestibile buttano, quanti soldi vanno nelle slot machine e in giochi d’azzardo, quante decine di cellulari hanno collezionato in questi anni e quante comunicazioni inutili che costano si fanno attraverso gli stessi, quanti quintali di vestiti “alla moda” giacciono inutilizzati nei loro armadi, quanta energia è quotidianamente sprecata e pagata per non avere voluto mai pensare a come risparmiare una delle spese più alte nell’abitazione e così via in un elenco assai lungo. Tutta questa lamentela, questo modo di agire distorto e insensato non cambierà di un millimetro la situazione perché qualora la crisi finisse, e speriamo invece che si aggravi così forse per davvero saremo costretti a non sprecare, si riprenderebbe tutto come prima e paesi che in teoria non sono in crisi come la Germania sono lì a dimostrarlo dove la corsa all’acquisto e quindi allo spreco è più sfrenata che mai, basta farci un giretto proprio in questi giorni di orgia natalizia.

Altro che crisi economica: spreco, opportunismo, ladrocinio, ipocrisia, tutto ciò deve essere messo in discussione e rifiutato alla radice, solo allora inizierà l’uscita dalla vera crisi che è quella ben più grave dei valori e della perdita di senso.

Fonte: il cambiamento

Cambiamenti climatici: verso un futuro di guerre e povertà

pianeta_riscaldamento_globale

 

Fame, povertà, inondazioni, siccità, ondate di caldo, guerre e malattie. A causa dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale, questi mali sono destinati ad aggravarsi nei prossimi anni. È quanto emerge da alcuni stralci della bozza di un rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), organizzazione di esperti sui cambiamenti climatici che nel 2007 vinse il premio Nobel per la pace assieme ad Al Gore. Al centro del rapporto che verrà pubblicato a marzo vi sono gli effetti dei cambiamenti climatici sulla vita dell’uomo.
“Nel 21/o secolo – si legge nella bozza – l’impatto del riscaldamento globale rallenterà la crescita economica e la riduzione della povertà, erodendo ulteriormente la sicurezza alimentare e dando vita a nuove trappole di povertà” in particolare nelle aree urbane. Secondo l’Ipcc a subire i danni del global warming saranno soprattutto i più deboli.
“Il cambiamento climatico – si legge nel rapporto – esacerberà la povertà soprattutto nei Paesi a medio e basso reddito e creerà nuove sacche di povertà nei Paesi a reddito medio-alto provocando una crescente diseguaglianza”.
L’Ipcc evidenzia quelli che saranno i principali rischi: morti collegate al caldo ed alle inondazioni provocate dall’innalzamento del livello del mare, in particolare nelle grandi città; carestie causate dai cambiamenti nelle piogge e nelle temperature, soprattutto nei Paesi più poveri; agricoltori in rovina a causa della mancanza di acqua; collasso delle infrastrutture a causa di condizioni meteorologiche estreme; peggioramento delle ondate di calore pericolose e mortali; collasso di alcuni ecosistemi terrestri e marini. Per quanto riguarda le malattie, dal rapporto emerge che fino a circa 2050 “il cambiamento climatico avrà un impatto sulla salute umana principalmente esacerbando i problemi di salute già esistenti”. Particolarmente preoccupanti sono i rischi di guerra legati al global warming: secondo il rapporto, “il cambiamento climatico aumenta indirettamente i rischi di conflitti violenti sotto forma di guerra civile, violenze inter-gruppo e proteste violente, esacerbando i driver ben conosciuti i di questi conflitti, come la povertà e crisi economiche”.
A.P.
Fonte: il cambiamento

7. Pagare il prezzo «giusto»?

Le economie di molti paesi in via di sviluppo puntano sullo sfruttamento delle risorse naturali per affrancare le loro popolazioni dalla povertà, con un danno potenziale per i sistemi naturali da cui dipendono. 16

Spesso, le soluzioni a breve termine compromettono il benessere della popolazione sul lungo termine. Possono i governi aiutare i mercati a stabilire il prezzo «giusto» per i servizi della natura e influenzare le scelte economiche? Analizziamo cosa significa per il Burkina Faso utilizzare acqua per la produzione del cotone. A livello mondiale, oltre un miliardo di

persone vive in condizioni di «povertà estrema», ovvero con meno di 1,25 dollari USA al giorno secondo la definizione della Banca mondiale. Sebbene la percentuale di popolazione povera nel mondo sia diminuita notevolmente negli ultimi 30 anni, un numero significativo di paesi, molti dei quali africani, stentano a fare passi in avanti. In questi paesi, l’economia è spesso incentrata sullo sfruttamento delle risorse naturali: attività agropastorale, forestale, mineraria e così via. Di conseguenza, gli sforzi per stimolare la crescita economica e soddisfare le esigenze di popolazioni in rapida crescita possono mettere a dura prova gli ecosistemi. In molti casi, le risorse, come il cotone, vengono coltivate o estratte nei paesi in via di sviluppo ed esportate nelle aree più ricche, come l’Europa. Una simile realtà investe i consumatori del mondo industrializzato di un ruolo importante: aiutare «l’ultimo miliardo» a uscire dalla povertà o minarne ogni possibilità di successo danneggiando i sistemi naturali da cui queste persone dipendono.

L’«oro bianco»

In Burkina Faso, un paese arido, privo di sbocco sul mare ed estremamente povero, situato ai margini meridionali del Sahara, il cotone è un grande affare. Anzi, enorme. Con il rapido aumento della produzione degli ultimi anni, il Burkina

Faso è oggi il maggiore produttore di cotone del continente africano. L’«oro bianco», come è conosciuto nella regione,

rappresentava nel 2007 l’85% dei proventi delle esportazioni del paese e il 12% della produzione economica. Fatto fondamentale, i proventi derivanti dal cotone risultano estremamente dispersi. Il settore occupa tra il 15% e il 20% della forza lavoro, fornendo un reddito diretto a 1,5–2 milioni di persone. Come principale motore della crescita economica

dell’ultimo decennio ha generato un gettito fiscale in grado di finanziare interventi migliorativi in settori quali la sanità e

l’istruzione. Per la popolazione del Burkina Faso, i vantaggi della coltivazione del cotone son ben chiari. Spesso, i costi lo sono meno.

Breve glossario dell’acqua

L’impronta idrica e l’acqua virtuale sono due concetti che aiutano a capire quanta acqua consumiamo.17

L’impronta idrica è il volume di acqua dolce utilizzata per produrre i beni e i servizi consumati da una persona o da una comunità oppure realizzati da un’azienda. È costituita dalla somma di tre componenti. L’impronta idrica blu rappresenta il volume di acqua superficiale e sotterranea utilizzato per produrre beni e servizi. L’impronta idrica verde è la quantità di acqua piovana utilizzata durante la produzione. L’impronta idrica grigia è costituita dal volume di acqua inquinata dalla produzione. Qualsiasi bene o servizio esportato comporta anche l’esportazione della cosiddetta «acqua virtuale», ovvero l’acqua utilizzata per produrre il bene o il servizio in questione. Si parla di esportazione di acqua virtuale quando un bene o un servizio viene consumato al di fuori dei confini del bacino idrografico da cui l’acqua è prelevata. Per i paesi o i territori importatori, l’importazione di «acqua virtuale» consente di utilizzare le risorse idriche interne per altre finalità, che possono essere di grande utilità per i paesi in cui l’acqua scarseggia. Purtroppo, molti paesi esportatori di acqua virtuale sono in realtà paesi poveri d’acqua ma dal clima soleggiato, che ben si addice alla produzione agricola. Nei paesi carenti d’acqua, l’esportazione di acqua virtuale comporta ulteriori pressioni sulle

risorse idriche e spesso impone costi sociali ed economici in quanto l’insufficiente disponibilità d’acqua viene destinata ad altre

attività e ad altre esigenze.

Fonte: Water Footprint Network (Rete dell’impronta idrica)

 

Un quarto degli abitanti non ha accesso all’acqua potabile. Per oltre l’80% si tratta di coltivatori che praticano l’agricoltura di sussistenza, per i quali la capacità di soddisfare i bisogni primari, quali cibo e rifugio, dipende dall’acqua. Inoltre, secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, la domanda annua di risorse idriche supera del 10–22% la disponibilità. In tale contesto, la forte crescita della produzione di cotone degli ultimi anni appare rischiosa. Il cotone ha bisogno di molta acqua per crescere: richiede interventi di irrigazione durante la stagione secca e consuma molta più acqua di altre colture ampiamente diffuse. Destinare l’acqua alla produzione del cotone significa sottrarla ad altri possibili utilizzi. La maggior parte del raccolto viene esportata, il che significa che grandi quantità d’acqua vengono utilizzate per soddisfare la domanda di consumatori che vivono altrove. Questo processo è conosciuto sotto il nome di esportazione di «acqua virtuale». Una metà del cotone del Burkina Faso è

esportata in Cina, dove viene venduta alle filande locali e da lì alle ditte produttrici, che servono i mercati mondiali. Alla fine della catena di approvvigionamento, i consumatori di prodotti derivati dal cotone importano di fatto considerevoli volumi d’acqua, talvolta da aree del pianeta molto più aride. Nel caso del cotone, uno studio ha rivelato che l’84% dell’impronta idrica dell’Europa si colloca fuori dall’Europa. Per i paesi aridi, come il Burkina Faso, è generalmente preferibile importare prodotti a elevato consumo idrico, anziché esportarli. Dopo tutto, esportare «acqua virtuale» può significare che non ne rimanga a sufficienza per le popolazioni e

gli ecosistemi locali. Detto ciò, l’unico modo per capire se usare l’acqua per coltivare il cotone sia una buona soluzione per il Burkina Faso è valutare i costi e i benefici totali rispetto ad altri impieghi. Come tale, il concetto dell’acqua virtuale non dice quale sia il modo migliore di gestire l’acqua, anche se fornisce informazioni molto utili sull’impatto delle nostre scelte di produzione e consumo.

Più inquinamento, meno foreste

Il consumo idrico non è l’unico motivo di preoccupazione legato alla produzione di cotone in Burkina Faso. Di solito, la coltivazione del cotone comporta un uso massiccio di pesticidi. Infatti, il cotone corrisponde a ben il 16% dell’uso di pesticidi a livello mondiale, pur coprendo appena il 3% delle terre coltivate. Le ripercussioni sulle popolazioni e gli ecosistemi locali possono essere gravi. Tuttavia, finché i singoli coltivatori che utilizzano i pesticidi non percepiscono la totalità di questi effetti e finché, addirittura, non ne diventano consapevoli, le loro decisioni non potranno tenerne conto (per tale ragione, può essere importante istruire e informare gli

agricoltori locali sui pesticidi e sui loro effetti). L’acqua non è l’unica risorsa a essere utilizzata. Un’altra risorsa fondamentale è la terra. Come quasi dappertutto, in Burkina Faso il territorio può essere utilizzato in molti modi diversi. I suoi abitanti devono forse gran parte della ricchezza del paese alla destinazione della terra alla coltivazione del cotone?18

«A soli otto anni, Modachirou Inoussa già aiutava i genitori sui campi di cotone. Il 29 luglio 2000 Modachirou aveva lavorato duramente ed era corso a casa assetato. Lungo il tragitto aveva trovato un recipiente vuoto, con cui aveva raccolto da un canale un po’ d’acqua da bere. Quella sera non fece ritorno a casa. Il suo corpo fu ritrovato dagli abitanti del villaggio accanto a un flacone vuoto di Callisulfan».

Casi di avvelenamento da endosulfan in Africa occidentale, riportato da PAN UK

(Pesticide Action Network) Rete d’Azione sui Pesticidi, Regno Unito, 200619

Ciò che è bene per uno può non essere bene per tutti

Questa non è una domanda inutile. La superficie forestale del Burkina Faso si è ridotta del 18% nel periodo 1990–2010, in parte a causa dell’espansione agricola, e il tasso di diminuzione è in crescita. In Burkina Faso, un proprietario privato di un terreno forestale può preferire produrre il cotone perché vendere il legno (o utilizzarlo come combustibile) e coltivare la terra è più redditizio che preservare la foresta. Questo però non è necessariamente il risultato migliore per il paese, per la sua popolazione e per i suoi ecosistemi. La foresta fornisce agli esseri umani, vicini e lontani, vantaggi di gran lunga superiori al valore della legna. Costituiscono un habitat per la biodiversità, prevengono l’erosione del terreno, assorbono biossido di carbonio, offrono opportunità ricreative e così via. Se la società nel suo insieme dovesse decidere quale uso fare della terra, e se potesse decidere sulla base di una valutazione completa dei costi e dei benefici delle diverse opzioni, probabilmente non esaurirebbe tutta la terra e tutta l’acqua

solo per produrre cotone. La differenza tra i benefici e i costi per i singoli e per la società è di fondamentale importanza. Nel rispondere ad alcune domande chiave (quanta acqua usare per coltivare il cotone, quanti pesticidi, quanta terra) gli agricoltori di tutto il mondo decidono sulla base dei relativi costi e benefici. Tuttavia, mentre può beneficiare appieno della vendita del cotone,

l’agricoltore di solito non ne sostiene tutti i costi. La spesa per acquistare i pesticidi, ad esempio, spesso appare irrisoria di fronte

agli effetti che i pesticidi hanno sulla salute. In questo modo, i costi gravano su altri, tra cui le future generazioni. I problemi nascono dal fatto che l’agricoltore, come del resto tutti noi, fonda le sue decisioni sull’interesse personale. Tale distorsione si trasmette attraverso i mercati globali. I prezzi sostenuti da commercianti, aziende tessili e, in ultima analisi, dai consumatori danno una rappresentazione falsata dei costi e dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse e dalla produzione delle merci. È un problema serio. In buona parte del mondo, i mercati e i prezzi servono a guidare le nostre decisioni; di conseguenza, se i prezzi forniscono un’immagine fuorviante dell’impatto della produzione e del consumo, le decisioni che prenderemo saranno sbagliate. La storia ci insegna che i mercati possono costituire un meccanismo molto efficace per orientare le nostre decisioni sull’utilizzo delle risorse e sulla produzione e per aumentare al massimo la prosperità. Quando però i prezzi sono sbagliati, i mercati falliscono.h2o

«Il 99% dei coltivatori di cotone nel mondo vive in aree in via di sviluppo. Ciò significa che i pesticidi vengono utilizzati

dove il livello di analfabetismo è elevato e dove il tema della sicurezza è poco sentito, con rischi sia per l’ambiente che per

le vite umane».

Steve Trent, direttore di Fondazione per la giustizia ambientale (Environmental Justice Foundation)

Quando i mercati falliscono: correzioni e vincoli

Cosa possiamo fare? In una certa misura, i governi possono intervenire per correggere i difetti del mercato. Possono imporre norme e tasse sull’utilizzo dell’acqua e dei pesticidi, in modo tale che gli agricoltori ne utilizzino meno oppure trovino alternative meno dannose. Per contro, possono prevedere pagamenti destinati ai proprietari dei terreni forestali tali da rispecchiare benefici che le foreste forniscono alla società a livello nazionale e internazionale, garantendo in questo modo una fonte alternativa di reddito. Il segreto sta nell’allineare gli incentivi rivolti ai singoli con quelli destinati alla società nel suo insieme. È inoltre importante fornire informazioni ai consumatori per completare quelle veicolate dal prezzo. In molti paesi, sono sempre più diffuse le etichette che spiegano come viene prodotto un bene, così come le campagne promosse dai gruppi di interesse per sensibilizzare e migliorare la comprensione di queste tematiche. Molti di noi sarebbero disposti a pagare di più o a consumare di meno se comprendessero la portata dell’impatto delle nostre scelte. In alcuni casi, i governi devono fare di più e, oltre a correggere il mercato, sono effettivamente chiamati a limitarne il ruolo di distribuzione delle risorse. Gli esseri umani come gli ecosistemi hanno bisogno dell’acqua per vivere e prosperare. Di fatto, si potrebbe argomentare che le persone hanno diritto all’acqua in quantità sufficiente per dissetarsi e per avere il cibo, i servizi igienici e un ambiente salubre. I governi potrebbero quindi essere tenuti a garantire che tali esigenze siano soddisfatte prima di ricorrere al mercato per spartire il resto. Tornando al Burkina Faso, il governo e i partner internazionali puntano a soddisfare il bisogno primario dell’accesso all’acqua potabile. Benché la realtà non sia ancora

questa per un quarto della popolazione, la situazione attuale rappresenta un netto miglioramento rispetto a 20 anni fa, quando il 60% degli abitanti non aveva accesso all’acqua.20

Cambiare gli incentivi

A livello globale, sono in atto interventi per correggere e porre vincoli sui mercati aperti, traendone al contempo numerosi benefici.

In questo momento, tuttavia, i prezzi del mercato forniscono spesso informazioni fuorvianti, con il risultato che produttori e consumatori prendono decisioni errate. Se i mercati funzionassero in maniera adeguata e se i prezzi rispecchiassero appieno costi e benefici delle nostre azioni, continuerebbe il Burkina Faso a produrre cotone? Benché sia difficile saperlo con certezza, sembra assai probabile. Per un paese come il Burkina Faso, estremamente povero, privo di sbocchi sul mare e carente di risorse, non esistono strade agevoli per raggiungere la prosperità. Il settore del cotone offre quantomeno ricavi considerevoli, fornendo potenzialmente una piattaforma di sviluppo economico e livelli di vita migliori. Tuttavia, continuare a produrre cotone non deve significare continuare ad applicare tecniche produttive a elevato consumo idrico e di pesticidi. Né continuare a ridurre le aree forestali. I metodi alternativi, quali la produzione di cotone biologico, possono ridurre il consumo di acqua ed escludere del tutto l’utilizzo dei pesticidi. I costi diretti della coltivazione del cotone biologico sono superiori, il che comporta prezzi più alti pagati dai consumatori per i prodotti in cotone, ma sono più che compensati dalla riduzione dei costi indiretti a carico dei coltivatori e delle loro comunità.

A noi la scelta

I responsabili politici hanno certamente un ruolo da svolgere nel far sì che i mercati funzionino correttamente, in modo tale che

i segnali dei prezzi incoraggino l’assunzione di decisioni sostenibili. Ma non sono solo loro a dover intervenire: anche una cittadinanza informata può fare la differenza. Disporre di catene di approvvigionamento globali implica che le decisioni dei produttori, dei rivenditori e dei consumatori in Europa possano condizionare in modo significativo il benessere di popolazioni in territori remoti come il Burkina Faso. Tale condizionamento può includere non soltanto la creazione di occupazione e di reddito, ma anche lo sfruttamento eccessivo di risorse idriche limitate e l’avvelenamento delle comunità e degli ecosistemi locali. In definitiva, i consumatori hanno il potere di decidere. Proprio come i responsabili politici possono orientare i nostri consumi influenzando i prezzi, così i consumatori possono inviare segnali ai produttori, chiedendo un cotone coltivato in modo sostenibile. È un aspetto che vale la pena di considerare la prossima volta che acquistiamo un paio di jeans.

Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)