Economia Circolare, CIC: approvazione pacchetto EU porterà nuovi posti di lavoro e aumenterà purezza del compost

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“Un passo importante che potrebbe portare allo sblocco di 50.000 nuovi posti di lavoro in tutta Europa nel settore della gestione dei rifiuti organici, aiuterà a raggiungere importanti obiettivi di riciclaggio e permetterà all’Italia di valorizzare quanto già fatto per posizionarsi come esempio dell’Economia Circolare in Europa. Un’ottima notizia da festeggiare in occasione dell’Earth Day, la Giornata Mondiale della Terra”. Così Massimo Centemero, Direttore del Consorzio Italiano Compostatori (CIC) commentando l’approvazione da parte del Parlamento Europeo del pacchetto sull’Economia Circolare avvenuta nel corso della settimana.

“Come CIC e in quanto rappresentanti dell’Italia all’interno dell’ECN (European Compost Network) – sottolinea Centemero vice chair di ECN – abbiamo seguito da vicino i lavori sulla Circular Economy promossi dalla Commissione Europea, portando la nostra esperienza e ponendo l’Italia come esempio per molti Paesi per quanto riguarda l’organizzazione della raccolta e la trasformazione e la valorizzazione dei rifiuti organici”. Ora l’Italia dovrà lavorare per l’attuazione del pacchetto, ad esempio promuovendo il riciclo e attuando politiche di incentivazione dell’intera filiera e soprattutto dei prodotti della trasformazione del biowaste.

Tra gli obiettivi previsti dall’accordo, c’è l’obbligo dal 2023 della raccolta differenziata dei rifiuti di materiali organici (“bio-waste”) da avviare al compostaggio e dal 2030 è previsto che vi sia un dimezzamento degli sprechi alimentari lungo la catena di produzione, distribuzione e consumo, con obiettivi di riduzione obbligatori che saranno fissati nel 2023.

“I rifiuti organici costituiscono oltre un terzo dei rifiuti urbani in tutta Europa e sono una componente essenziale per raggiungere gli obiettivi di riciclaggio e messa in discarica di nuova adozione. In particolare – aggiunge Centemero – compostaggio e digestione anaerobica dei rifiuti organici producono materie prime seconde che la direttiva quadro sui rifiuti definisce come un’opportunità di innovazione e crescita”.

La trasformazione dei rifiuti organici in compost in Italia ha contribuito a stoccare nel terreno 600.000 t di sostanza organica e ha permesso di risparmiare 3,8 milioni di CO2 equivalente/anno rispetto all’avvio in discarica (dati 2016). “Grazie ad una buona raccolta dell’organico e agli impianti di compostaggio facciamo sì che scarti organici e materiali biodegradabili tornino alla terra sotto forma di compost, fertilizzante e ammendante di origine naturale in grado di nutrire la terra in maniera sana ed ecosostenibile”, aggiunge Centemero. “È bene sempre sottolineare come la filiera di valorizzazione del biowaste creata in Italia sia presa ad esempio da diversi paesi europei e extraeuropei. L’elevata purezza merceologica (nelle città italiane è superiore al 95%), l’introduzione – primi in Europa – dei manufatti compostabili, l’efficienza impiantistica e la qualità del compost sono i principali elementi dell’eccellenza italiana in questo settore”.

Oltre al compost, si aggiungerà a breve anche la produzione di biometano, biocarburante avanzato realizzato con tecnologie e biomasse nazionali ottenuto dagli scarti organici, destinato all’autotrazione. “Grazie al nuovo pacchetto europeo e ai decreti firmati di recente in Italia dal Ministero dello Sviluppo Economico, avremo modo di valorizzare pienamente il rifiuto organico in Italia”, conclude Alessandro Canovai, presidente del Consorzio Italiano Compostatori.

Chi è il CIC

Il CIC (Consorzio Italiano Compostatori) è l’associazione italiana per la produzione di compost e biogas. Il Consorzio, che conta più di 130 soci, riunisce imprese pubbliche e private produttrici di fertilizzanti organici e altre organizzazioni ed imprese che, pur non essendo produttori di compost, sono comunque interessate alle attività di compostaggio (produttori di macchine e attrezzature, di fertilizzanti, enti di ricerca, ecc.). Il CIC promuove la produzione di materiali compostati, tutelando e controllando le corrette metodologie e procedure. Promuove le iniziative per la valorizzazione e la corretta destinazione dei prodotti ottenuti dal compostaggio e svolge attività di ricerca, studio e divulgazione relative a metodologie e tecniche per la produzione e utilizzazione dei prodotti compostati.
Maggiori informazioni sul sito istituzionale: www.compost.it

Fonte: agenziapressplay.it

 

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Agenzia Ambiente Ue: “Europa lontana da economia low carbon per il 2050, acceleri” | Documento

Sul fronte dell’economia sostenibile l’Agenzia Europea dell’Ambiente vede un peggioramento nei prossimi vent’anni ma lancia un appello: “Potremmo diventare la Silicon Valley dell’economia low carbon, creare posti di lavoro, ma servono azioni urgenti e più coraggiose” (ansa ambiente)382117

Se l’Europa vuole veramente diventare un’economia sostenibile e a basso contenuto di carbonio per il 2050, deve premere l’acceleratore, adesso. L’appello arriva dall’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), che in un maxi-rapporto sullo stato della salute ambientale dell’Ue, in una prospettiva oltre i 20 anni vede una generale tendenza al peggioramento: dalla tutela della natura, già in grande sofferenza, all’uso di carburanti fossili, all’inquinamento dell’aria, fino agli effetti dei cambiamenti climatici. “Potremmo diventare la Silicon Valley dell’economia low carbon, creare posti di lavoro, ma servono azioni urgenti e più coraggiose” spiega Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Aea, secondo cui “le politiche ambientali e sul clima se ben disegnate funzionano, ma per il 2050 serve un approccio più sistematico. Una transizione nei campi dell’energia, dei trasporti, di consumi alimentari e di materiali sarà essenziale”.
Facendo l’esempio del settore trasporti, le attuali politiche non sono sufficienti. Gli standard di emissioni di CO2 sono migliorati, ma l’uso dell’auto è ancora centrale. Allora “viaggiare tutti in auto elettriche non risolve il problema, bisogna riflettere su quale ruolo debba avere l’auto” spiega Bruyninck, secondo cui occorrono grandi investimenti e tecnologie per passare ad una nuova economia. Già “abbandonare sussidi insostenibili” come quelli ai carburanti fossili, per il direttore dell’Aea “libererebbe finanziamenti pubblici”. Ecosistemi e risorse naturali sono sistemi complessi, da cui dipendiamo e ai quali servono decenni per fare progressi. L’emergenza numero uno è sul fronte natura, per cui il 60% delle specie valutate e il 77% degli habitat risultano in un cattivo stato di conservazione. Oltre il 40% di fiumi e acque costiere sono interessati da un inquinamento diffuso causato dall’agricoltura, mentre sono soggetti a inquinamento da fonti specifiche, come strutture industriali e sistemi fognari, fra il 20 e il 25% a livello Ue e in oltre il 90% dei casi nell’Italia meridionale.
Gli ecosistemi marini e costieri sono quelli in condizioni peggiori e nel Mediterraneo il 91% degli stock di pesce valutati nel 2014 è stato vittima di un eccessivo prelievo. Anche l’inquinamento dell’aria nelle città europee è da allarme rosso, considerando che nel 2011 si stima abbia provocato 430mila morti premature, mentre sono 10mila quelle legate a problemi di cuore, complice l’inquinamento acustico. La produzione dei rifiuti è un altro tasto dolente: è calata di appena l’1% fra 2004 e 2012 in Europa, in Italia da 540 kg a 529 kg pro capite. Il tasso di riciclo medio dell’Ue nel 2012 è arrivato a quota 29%, contro il 22% nel 2004. Su questo fronte l’Italia si è data da fare, passando dal 18% al 38%, ma si ricorre ancora troppo alla discarica, che altri Paesi hanno quasi eliminato. In sostanza la gestione dei rifiuti fa progressi, ma secondo l’Aea “l’Europa è ancora lontana dall’essere un’economia circolare”, cioè in grado di ricorrere al minimo a risorse extra al di fuori di quelle a disposizione. Materie prime sempre più care, ormai al centro della grande competizione globale.

Fonte: ilcambiamento.it

Green economy e auto a gas, una scommessa da 66mila posti di lavoro

Fondazione per lo sviluppo stima in 66mila posti di lavoro in quindici anni le potenzialità occupazionali del settore delle auto a gas. Quanto potrà rendere in termini occupazionali la green economy nel mercato dell’automobile nei prossimi quindici anni? La Fondazione per lo sviluppo sostenibile, con la collaborazione di Assogasliquidi Federchimica e Consorzio Ecogas ha provato a rispondere a questa domanda con il rapporto Green economy e veicoli stradali: una via italiana dedicato alle potenzialità delle imprese in qualche modo connesse ai veicoli a gas. Il binomio fra mobilità sostenibile green economy sarà una delle strade per diminuire una delle principali cause di emissioni di C02 in atmosfera: il 28% dei consumi di energie e, quindi, un quarto delle emissioni di CO2 sono attribuibili al miliardo di veicoli che circolano nel mondo. Le soluzioni tecnologiche alternative in grado di aiutare la transizione verso l’auto a emissioni zero e l’auto a gas esistono e possono offrire sviluppo e occupazione tra i 22.700 e i 66mila posti aggiuntivi nel 2030. Molto dipenderà dalle scelte economiche di questo e dei prossimi governi. Il premier Matteo Renzi e la compagine attualmente al governo con il decreto Sblocca Italia sembra voler intraprendere in maniera decisa la strada delle fonti fossili, riproponendo la logica industriale e concentrazionaria delle energie da fonti non rinnovabili. Una vera e propria retromarcia rispetto alle promesse di rilancio della green economy che vengono puntualmente riproposte a ogni tornata elettorale (che sia per le primarie Pd o per le elezioni europee). Perché i posti di lavoro aggiuntivi siano più vicini ai 66mila che non ai 22.700 occorrerà una decisa inversione di rotta della politica nostrana. Nonostante la crisi abbia pesato sulle immatricolazioni delle auto tradizionali, quelle a gas hanno continuato a crescere passando tra il 2011 e il 2012 dal 5,55% al 13%; nel 2013 la quota di mercato è arrivata al 14,1% (8,9% GPL e 5,2% metano). Le auto a gas in Italia rappresentano il 76,8% del parco europeo per quelle a metano e il 26% per quelle a GPL, numeri che alimentano “una piccola e grande industria” che va dalla produzione di impianti per la conversione a GPL e metano, alla rete di trasformazione e assistenza (più di 6000 officine), fino al rifornimento stradale (3000 distributori GPL e 1000 metano).1812-586x377

Fonte:  Ansa

© Foto Getty Images

L’Italia del Riciclo: aumentano imprese e occupazione, 34 miliardi di fatturato

L’Italia dei rifiuti genera più occupazione e aziende in crescita: negli ultimi 5 anni le imprese del settore della gestione della spazzatura sono aumentate del 10%, di queste il 94% fanno attività di recupero, ed i posti di lavoro registrano un incremento del 13%, mentre il fatturato del recupero dei rifiuti sfiora i 34 miliardi381264

Un’industria della green economy, quella della gestione dei rifiuti, è cresciuta negli ultimi 5 anni: sono aumentati il numero di addetti (+13%) e di aziende (+10%), il 94% delle quali svolge attività di recupero. E’ questa la fotografia scattata dal rapporto ‘L’Italia del riciclo’ 2014, promosso e realizzato da Fise Unire (l’Associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del recupero rifiuti) e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile.
Secondo il report resta preponderante il numero delle piccole impreseaumentano le società di capitali e cala il peso delle ditte individuali. Nonostante “l’impatto della crisi dei mercati internazionali e dei consumi, l’incertezza del quadro normativo e l’inadeguatezza dei mercati di sbocco delle materie riciclate”, continua a crescere il riciclo degli imballaggi (più 1% nel 2013 rispetto all’anno precedente) che sostiene settori industriali (siderurgia, mobili, carta, vetro) strategici per il nostro Paese. Oltre il 68% dei nostri imballaggi viene avviato a riciclo, con un miglioramento delle performance delle filiere alluminio, carta, legno, plastica e vetro. E – spiega lo studio – sarebbero “notevoli i margini di ulteriore sviluppo con un quadro normativo più chiaro e omogeneo”. Secondo il rapporto “il valore aggiunto generato in totale ammonta a circa 8 miliardi di euro”, cioè “oltre mezzo punto di Pil”. Le imprese che in Italia fanno attività di recupero dei rifiuti sono in tutto oltre 9000, soprattutto micro-aziende con meno di 10 addetti. La crescita sia delle imprese che del numero di occupati – viene spiegato – “a fronte di un andamento generale negativo per il manifatturiero, si può considerare una manifestazione concreta del processo di transizione verso la green economy”. Il riciclo degli imballaggi cresce dell’1%: 7,6 milioni di tonnellate contro le 7,5 del 2012. L’incremento c’è in tutte le filiere con punte d’eccellenza nel tasso di riciclo, per esempio, di carta (86%), acciaio (74%) e vetro (65%).
Risultati altalenanti registrano le altre filiere. In particolare sono in calo i materiali ottenuti da bonifica e demolizione di veicoli fuori uso e la raccolta pro-capite media nazionale di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. C’è molto spazio di miglioramento per la raccolta dei tessili. “Proprio in considerazione delle dimensioni di queste imprese – evidenzia Anselmo Calò, presidente di Unire – le profonde carenze ed inefficienze che affliggono il settore, a livello soprattutto normativo ed amministrativo, sono ancora più difficili da sopportare”. Per Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, “il riciclo dei rifiuti in Italia potrebbe crescere con norme più chiare”, tra cui un decreto ministeriale per la classificazione dei rifiuti. Infine è “indispensabile scoraggiare il ricorso allo smaltimento in discarica”.

Corretta gestione rifiuti,risparmio 600 mld e meno gas serra 

Un ulteriore risparmio di 600 miliardi di euro e una riduzione delle emissioni di gas serra tra il 2 e il 4%. Questa la stima – riportata dal rapporto di Fise Unire e Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ‘L’Italia del riciclo’ 2014 – che la ricetta sulla ‘prevenzione dei rifiuti’ potrebbe portare a livello nazionale ed europeo guardando alle prospettive di crescita per il settore del riciclaggio. Secondo il report “il conseguimento dei nuovi obiettivi in materia di rifiuti creerebbe circa 600.000 nuovi posti di lavoro, rendendo l’Europa più competitiva e riducendo la domanda di risorse scarse e costose”. Le misure proposte, che consentirebbero peraltro di ridurre l’impatto ambientale, prevedono “il riciclaggio del 70% dei rifiuti urbani e dell’80% dei rifiuti di imballaggio entro il 2030 e, a partire dal 2025, il divieto di collocare in discarica i rifiuti riciclabili”.

Fonte: ecodallecitta.it

Conai ad Ecomondo: “Con il riciclo dei rifiuti urbani 89mila nuovi posti di lavoro”

In occasione della fiera Ecomondo di Rimini, Conai ha presentato lo studio “Ricadute occupazionali ed economiche nello sviluppo della filiera del riciclo dei rifiuti urbani”. L’occupazione nel settore (raccolta differenziata, trasporto, selezione e riciclo) porterebbe a 89mila nuovi posti di lavoro380874

La vera sfida per lo sviluppo economico ed occupazionale del Paese viene dalla green economy. E’ quanto sostiene CONAI nello studio “Ricadute occupazionali ed economiche nello sviluppo della filiera del riciclo dei rifiuti urbani”, presentato nell’ambito del gruppo di lavoro 2 della 3° edizione degli Stati Generali della Green Economy, il cui tema centrale di quest’anno è “Lo sviluppo delle imprese della green economy per uscire dalla crisi italiana”.
Lo studio realizzato da CONAI, in collaborazione con Althesys, valuta quali ricadute occupazionali ed economiche per il nostro Paese si possano conseguire con il raggiungimento degli obiettivi europei al 2020, che fissano al 50% il riciclo dei rifiuti urbani. La sessione dedicata all’”Economia Del Riciclo Dei Rifiuti” tenutasi il 5 novembre, coordinata da CONAI e da COBAT, ha visto i principali attori della filiera del riciclo confrontarsi circa le prospettive di crescita economica e le concrete proposte di sviluppo del settore industriale del recupero.
“La normativa europea sui rifiuti” ha dichiarato Walter Facciotto, Direttore Generale di CONAI “ha fissato obiettivi più ambiziosi rispetto al passato che a nostro avviso solo attraverso lo sviluppo della green economy potranno essere raggiunti. In particolare ciò significa realizzare una più marcata industrializzazione della filiera italiana del waste management: dalle economie di scala, agli investimenti in infrastrutture, fino allo sviluppo dell’innovazione e della ricerca.”

La gestione dei rifiuti urbani oggi

Ad oggi, la situazione italiana nella gestione dei rifiuti urbani è ancora eterogenea. A livello Paese circa un terzo dei rifiuti urbani è avviato a riciclo e il ricorso alla discarica supera di poco il 40%: al Nord viene conferito in discarica solo il 22% dei rifiuti a fronte del 60% delle Regioni del Sud.

L’evoluzione al 2020

Lo studio di CONAI elabora due possibili scenari. Il primo scenario è definito teorico e prevede il raggiungimento del 50% del riciclo dei rifiuti urbani nelle tre macro aree Nord, Centro e Sud ed il conseguente sostanziale superamento del ricorso alla discarica.  Il secondo scenario, definito prudente, tiene conto delle attuali differenti situazioni ed ipotizza il raggiungimento di un tasso medio nazionale di riciclo dei rifiuti urbani al 50%, con punte minime al 40% e punte massime al 61%. In questo scenario, il conferimento in discarica si ridurrebbe di 4 milioni di tonnellate, ovvero rispetto al 2013 del 20% al Centro Sud e del 10% al Nord.

Gli effetti sull’occupazione

Nello scenario prudente, gli addetti aggiuntivi (occupazione diretta e indiretta) della filiera del riciclo (raccolta differenziata, trasporto, selezione e riciclo al netto dell’occupazione persa in altri settori, come per esempio le discariche) sarebbero circa 76.400, cui si andrebbero ad aggiungere ulteriori 12.600 posti creati dalla nuova necessaria infrastruttura impiantistica, per un totale di 89.000 nuovi posti di lavoro. Gli effetti occupazionali sarebbero più evidenti al Centro e al Sud, grazie al solo decollo della raccolta differenziata, mentre al Nord il maggiore impatto occupazionale si avrebbe nell’implementazione dell’industria del riciclo.

Le ricadute economiche complessive

L’occupazione non è l’unico fattore a beneficiare della diffusione e del rafforzamento dei sistemi di gestione integrata dei rifiuti. Il volume d’affari incrementale della filiera (raccolta differenziata, trasporto, selezione, produzione di semilavorati per il riciclo, compostaggio, termovalorizzazione etc.) nello scenario prudente è valutato pari a circa 6,2 miliardi, gli investimenti in infrastrutture in 1,7 miliardi, mentre il valore aggiunto generato da tali attività sarebbe di 2,3 miliardi.
Rilevanti potranno essere i benefici economici netti, cioè la differenza i benefici generati dal sistema CONAI e i costi. Un precedente studio di Althesys, infatti, ha valutato che, per la sola filiera del riciclo degli imballaggi da rifiuti urbani, dal 1998 al 2012 i benefici netti sono pari a circa 12,7 miliardi di euro.

Fonte: ecodallecitta.it

Sei milioni e mezzo di posti di lavoro nel settore rinnovabili nel mondo; e l’Italia…

La crescita rispetto allo scorso anno è del 14%. Il settore delle rinnovabili garantisce più posti di lavoro per unità di potenza rispetto alle energie fossili. I numeri per l’Italia sono buoni e per questo occorre fare di più.

Nel 2013 le fonti energetiche rinnovabili hanno garantito sei milioni e mezzo di posti di lavoroin tutto il mondo. Lo rileva il rapporto annuale di IRENA. Rispetto al 2012 la crescita è pari al14%. Si tratta in pratica di un abitante del pianeta ogni mille. Secondo uno studio dell’Università di Sidney, le fonti rinnovabili sono a più alta intensità lavorativa rispetto a quelle fossili per unità di potenza installata: il fotovoltaico  garantisce 40 posti di lavoro per MW, l’eolico 15 e l’idroelettrico 11, mentre il carbone ne fornisce 8 e il petrolio appena uno e mezzo. Come si può vedere dal grafico in basso, i settori trainanti per l’occupazione sono il fotovoltaico  (2,2 milioni), che si sta riprendendo da un biennio poco felice, e i biocombustibili liquidi (1,4 milioni). E’ da notare che questa statistica non include l’occupazione nell’idroelettrico tradizionale di grande scala. La nazione con più occupati nel settore è naturalmente la Cina (2,6 milioni). Al secondo posto c’è sorprendentemente il Brasile, con 900mila persone impiegate soprattutto nel settore del bioetanolo e del biodiesel. Seguono gli Stati Uniti, l’India e la Germania che conta 370 mila addetti. E l’Italia? IRENA no fornisce dati disaggregati, ma secondo GSE le fonti energetiche rinnovabili hanno generato 53 mila posti di lavoro permanenti (attività di esercizio e manutenzione) e 137 mila temporanei (nuove installazioni), per un totale di 190 mila posizioni lavorative, che rappresentano il 14% circa degli occupati dell’UE nel settore (1). Tutti i ragionamenti sull’occupazione non possono prescindere da questo settore, che invece nel nostro paese è ancora piuttosto sottovalutato.

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(1) Secondo IRENA gli occupati in Europa sono pari a 1,44 milioni. Non è possibile stabilire con certezza se i conteggi di GSE e di IRENA siano compatibili, ma sembra che l’Agenzia internazionale consideri nelle sue statistiche anche i lavori temporanei.

Fonte: ecoblog.it

Torna ministro per l’Ambiente francese Ségolène Royal e promette 100 mila posti di lavoro

Il neo ministro per l’Ambiente presenta a 3 settimana dalla nomina presenta il suo programma. La Royal è l’ex compagna del Presidente francese Françoise Hollande e madre dei suoi 4 figli nonché compagna di partito

Non c’è pace al ministero dell’Ambiente francese del governo Hollande. Nominato il nuovo premier Manuel Valls questi ha provveduto a presentare la nuova squadra di governo e il ministero per l’Ambiente ha visto così un nuovo ministro per la quarta volta dall’elezione del Presidente Hollande nel 2012. Attualmente è stata nominata Ségolène Royal, dicastero che aveva seguito dal 1992 al 1993, ex compagna del presidente Hollande e madre dei suoi 4 figli, lasciata con clamore un paio di anni fa per la giornalista francese Valérie Trierweiler da cui poi si è recentemente separato. Il dicastero era stato proposto da Valls prima ai Verdi che però hanno rifiutato. Ségolène Royal nel 2007 si era presentata per le presidenziali contro Nicolas Sarkozy e portando a casa però la sconfitta. Nel 2012 all’indomani della vittoria alle presidenziali di François Hollande era stata nominata ministro per l’Ambiente Nicole Bricq che aveva immediatamente iniziato la sua battaglia contro le trivellazioni per la ricerca di shale gas, ma tempo pochi mesi viene destinata a altro incarico; le succede Delphine Batho che pure ha vita breve, politicamente parlando, a causa sembra della tassa su gasolio; la Batho viene sostituita da Philippe Martin compagno di partito di Hollande che anche scivola sulla questione fracking.Segolene Royal Named As France's New Environment Minister

Lo scorso 25 aprile Ségolène Royal ha tenuto la conferenza stampa di presentazione del suo programma per l’Ambiente che consiste in 6 progetti suddivisi in 27 azioni concrete da intraprendere entro l’estate e ha esordito con l’annuncio che grazie alle energie rinnovabili sarà possibile creare 100 mila nuovi posti di lavoro in tre anni. Il che detto in un Paese che vive di energia nucleare suona già come una mezza rivoluzione. Ma tra le voci più o meno di settore compaiono un paio di eventi che potrebbero fare la differenza della reggenza della Royal al dicastero dell’Ambiente: la conferenza dei prossimi 5 e 6 maggio a Roma del G7 dell’Energia; una legge contro l’inquinamento dell’aria; superare l’impasse dell’ecotassa sul diesel; portare avanti il progetto del presidente Hollande su una Conférence bancaire et financière a sostegno della transizione energetica.

Ci riuscirà prima dell’estate?

Fonte:  Vanity Fair, Actu-Environment, ministero per l’Ambiente

Foto:  Getty Images

La bella storia di Marco e del suo riscatto personale e sociale

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La bella storia che vi raccontiamo oggi è quella di Marco: la storia di un riscatto personale da un passato difficile e di un successo lavorativo che, da semplice operaio, lo ha portato a diventare socio e, infine, responsabile della cooperativa per cui lavora. Nel settembre 2003, Marco viene assunto da una cooperativa sociale di Rimini, grazie a due soci della cooperativa che collaboravano con la comunità in cui Marco era all’epoca inserito.“Al tempo”, ricorda, “venivo da un passato di tossicodipendenza e stavo terminando il mio percorso in comunità. Mi ero già reso conto che il lavoro, per me, era una cosa urgentissima, ma forse ancora non immaginavo quanto. Mi ero separato da mia moglie, avevo paura di quello che mi aspettava, ma ero anche fermamente deciso a voltare pagina, volevo a tutti i costi riscattarmi, per me e per mio figlio, che allora aveva solo 4 anni”.

“Ricordo bene che mi misero in guardia più di una volta: che non sarebbe stato facile, perché già altri della mia comunità avevano provato e qualcuno si era perso per strada”. Ma Marco sapeva che questa era un’occasione unica e che non andava sprecata. Si è rimboccato le maniche ed ha imparato diversi lavori, poiché la cooperativa offre numerosi servizi, che vanno dalla raccolta differenziata alle pulizie civili ed industriali, dalle affissioni pubblicitarie alla manutenzione stradale e segnaletica verticale.

E, come racconta lui stesso, il fatto di lavorare in un’impresa sociale – oltre a dargli una seconda possibilità –  ha avuto un ruolo fondamentale nel trasformare la sua vita. “Mi ci è voluto un po’ per mettermi a regime e lavorare con affidabilità: fidandomi di chi mi dava il lavoro e facendo in modo che si fidassero di me. Non sono state poche le crisi, non ho mollato neanche nei momenti più bui, e alla fine ci sono riuscito. Adesso posso dire che il lavoro mi ha restituito anche più di quello che speravo”.

 “Qualche anno più tardi“, continua Marco, “dopo aver raggiunto una certa sicurezza per me e per chi mi stava attorno, non ero più concentrato solo su di me e ho iniziato a guardarmi intorno. Ho iniziato a capire la funzione di una cooperativa sociale, il fatto che i soci, pur essendo proprietari dell’azienda, non si dividono nessun utile a fine anno, perché l’unico obiettivo è quello di creare nuovi posti di lavoro. E’ stato allora che ho capito veramente il valore dell’opportunità’ che mi era stata data”.

“Ho scelto di diventare socio, per partecipare più attivamente e dare anche ad altri l’occasione del riscatto che avevo avuto io”. E poi è arrivata una sorpresa inaspettata: proposta di diventare membro del Consiglio d’Amministrazione: “E’ stata una possibilità che mi è capitata da qualche mese e che ho voluto cogliere. Un impegno importante, di grande responsabilità, che mi fa sentire ancora più coinvolto e mi consente, in un certo senso, di restituire alla cooperativa un po’ di quanto ho ricevuto. Fra i miei impegni personali nel C.d.A. c’è anche quello di tenere unite le persone fra i diversi settori di lavoro, fra chi lavora in ufficio e chi è sulla strada e fra la direzione e gli operai”.

“Oggi come oggi, sono davvero contento del mio lavoro, mi sento affezionato alle persone che ho più vicine, ho costruito dei rapporti di lavoro seri, diventati poi anche belle amicizie, grazie al fatto che ogni giorno si lavora fianco a fianco e ci si aiuta”.

E conclude: “In cooperativa, è vero, ci sono tanti aspetti da migliorare, ma credo che con un po’ di pazienza, comprensione e con la coerenza ai nostri impegni, possiamo superare, com’è già successo, anche i momenti più difficili”.

Fonte: buonenotiziei.t

4.Prestazioni ottimizzate

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8:30 – IN UFFICIO

Il 15% della popolazione lavora in ufficio. Vi è una grande varietà di posti di lavoro in ufficio: dagli uffici dirigenziali di un amministratore delegato all’ufficio di vendita nel laboratorio di un artigiano; dall’ufficio di una compagnia di assicurazione all’ufficio di controllo delle giacenze di uno stabilimento produttivo. La maggior parte di questi lavoratori operano principalmente davanti allo schermo di un computer. Qui, l’illuminazione ha un ruolo importante: stimolare, motivare e dare una sensazione di benessere, oltre a favorire la produzione di lavoro di alta qualità. Diminuzione dei livelli di attenzione e l’assenteismo possono essere molto costosi. Le ricerche dimostrano che, nel corso della giornata lavorativa, l’illuminazione dinamica è molto apprezzata. Questa supporta, stimola e motiva i lavoratori nel corso della giornata lavorativa.

Gli effetti più significativi dell’illuminazione sono:

> Livelli di illuminazione stimolanti per l’attività lavorativa e la tipologia di ambiente

> Fornire un’illuminazione senza abbagliamento e che garantisca una corretta rappresentazione degli oggetti e dei volti

> Ambiente visivo motivante per la durata dell’attività lavorativa

Fonte: CELMA-ELC

Regioni ed enti locali pronti a rilanciare l’Italia con un “green plan”

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Sono 360.000 le aziende (il 23% del totale) che negli ultimi tre anni hanno investito in tecnologie ‘green’ e 240.000 posti di lavoro (il 38% delle assunzioni del 2012) sono stati creati da imprese della green economy. Per cogliere questa opportunità, Regioni ed enti locali hanno elaborato un documento programmatico che individua un percorso scandito in 5 punti: programmazione dei Fondi strutturali per sviluppare l’innovazione nelle imprese e nei territori; mercati verdi pubblici e privati; credito e fiscalità ambientale; sviluppo di partnership pubblico-privato; tutela e valorizzazione dei territori. Un “Piano verde” per rilanciare l’Italia che è stato presentato in occasione di “Regioni ed Enti Locali per la green economy”, tema della decima e ultima assemblea programmatica nazionale in preparazione degli Stati Generali della Green Economy organizzati dal Consiglio Nazionale della Green Economy, in collaborazione con i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico e con il supporto tecnico della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile (6 e 7 novembre a Rimini nell’ambito di Ecomondo). ”La green economy – osserva il coordinatore del gruppo di lavoro, Gian Carlo Muzzarelli – è un processo complesso che non rappresenta solo il passaggio da un’economia tradizionale a un’economia più verde, ma presuppone un cambiamento radicale nella struttura, nella cultura e nelle pratiche che caratterizzano la società. E questo cambiamento sarà tanto più radicale quanto più potrà essere generato dal territorio e dalle comunità locali che interpretano più velocemente e più capillarmente i bisogni di una società in evoluzione”. Ed ecco i 5 punti nello specifico. Nel ciclo 2007-2013 i fondi strutturali (Fesr, Fse e Feasr) hanno messo a disposizione risorse a livello nazionale pari a circa 66 miliardi di euro intercettando settori che rientrano nel campo della green economy. Per rafforzare un percorso verde dei Fondi, il documento propone che le Regioni convergano nel proporre misure coordinate a livello nazionale sulla green economy ; si coordinino per implementare un sistema di monitoraggio omogeneo; si utilizzino risorse per intervenire sulla Capacity Building degli Enti locali. Mercati verdi pubblici e privati: nel 2010 la spesa della Pa per acquisto di prodotti e servizi ammontava al 16,3% del Pil (per una spesa di circa 252 miliardi di euro). Gli acquisti verdi pubblici e privati di beni e servizi rappresentano una leva di rilancio in chiave green del sistema produttivo e l’evoluzione green degli appalti pubblici. Il documento propone di agevolare il raggiungimento dell’obiettivo del 50% di appalti verdi; promuovere la formazione di addetti ai lavori e del consumatore. Credito e Fiscalità ambientale: il documento propone di dare orizzonte temporale pluriennale agli strumenti di incentivo più efficaci come il bonus fiscali del 65% e 55%; riformulare il mix di strumenti fiscali per privilegiare la produzione e il consumo eco-compatibile; sviluppare forme di fiscalità proporzionali all’effettivo sfruttamento delle risorse ambientali ed energetiche; intervenire sulla disciplina del rapporto tra Enti Locali ed Esco al fine di favorire la realizzazione di interventi di efficienza energetica del patrimonio pubblico; attivare nuovi strumenti e prodotti finanziari. Per quanto riguarda lo sviluppo di partnership pubblico-privato, Regioni ed enti locali possono assumere un ruolo strategico. Le proposte per questo capitolo prevedono di dare impulso a livello nazionale per la trasformazione dei distretti industriali in eco-distretti; di stabilire e incentivare forme di partecipazione pubblico private che facilitino la ricerca e lo sviluppo di innovazione green; di sostenere attività specifiche per la valorizzazione dei prodotti italiani anche sotto il profilo della qualificazione ambientale. Infine, la tutela e la valorizzazione dei territori: il documento propone di definire meccanismi e strumenti per sbloccare la possibilità di intervento degli enti locali consentendo, ad esempio, di derogare al patto di stabilità per spese di interventi di prevenzione, tutela e messa in sicurezza del territorio; prevedere idonee premialità per gli Enti pubblici in grado di dimostrare il proprio impegno al miglioramento degli aspetti ambientali, territoriali e paesaggistici; applicare per la gestione integrata dei rifiuti la direttiva quadro 98/08/CE e il principio di responsabilità del produttore; finanziare progetti sperimentali per favorire nuove opportunità di sviluppo economico sostenibile dei territori.

Fonte: Adnkronos.it