Il Canada rivendica il polo Nord nella corsa al petrolio artico

Le riserve di petrolio e gas naturale sono meno rilevanti di quello che si vorrebbe fare credere, ma il loro sfruttamento creerebbe comunque enormi rischi ambientaliOrso-polare-Canada

Cercando di giocare d’anticipo, qualche giorno fa il Canada ha rivendicato il possesso del polo Nord presso le Nazioni Unite, nell’intento di assicurarsi la più ampia fetta possibile delle riserve di petrolio e gas della zona artica. E’ improbabile che questa mossa dal vecchio sapore imperialista possa portare a qualche risultato, dal momento che l’area è rivendicata anche da Russia, Stati Uniti e Danimarca, che mantiene ancora la sovranità sostanziale sulla Groenlandia. La Russia sta attuando una politica imperialista ben più aggressiva, come dimostra la vicenda della repressione della protesta di Greenpeace. Molti sostengono che la zona artica possa contenere una quota considerevole delle riserve non ancora scoperte: 15% per il petrolio e 30% per il gas naturale. Dal momento che il concetto di “riserva non ancora scoperta” è piuttosto discutibile dal punto di vita scientifico, sarebbe opportuno confrontare le stime sui giacimenti artici con le riserve provate e tecnicamente estraibili. Secondo l’USGS, a nord del circolo polare potrebbero esserci 12 Gt di petrolio e 6 Gtep di gas naturale, che rappresentano rispettivamente il 5% delle riserve stimate di greggio (235 Gt) e il4% di quelle di gas (187 Gtep). I numeri sono quindi assai più bassi di quanto si vorrebbe fare credere. L’ errore compiuto anni fa da qualche giornalista si riproduce imperturbabile di sito in sito, ma è anche perfettamente funzionale a chi vorrebbe attrarre investimenti per una nuova bolla speculativa. L’estrazione del petrolio nella regione artica si scontra con enormi difficoltà tecniche, come dimostra la sospensione delle trivellazioni nel mare di Beaufort da parte di Shell in seguito agli incidenti accaduti alle sue piattaforme off shore. Come da tempo chiedono i Verdi europei, occorre un trattato internazionale che dichiari l’artico bene comune, sottraendolo alle mire di petrolieri e militari.

Fonte: ecoblog

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Il ghiaccio artico cala come gli scorsi anni, ma è più frammentato

Per la prima volta, ci sono zone con meno del 70% della superficie coperta di ghiaccio, anche in prossimità del polo nord. In molti punti la calotta compatta lascia quindi posto a banchi di ghiaccio più o meno isolatiConcentrazione-ghiaccio-artico-14-ago-2013-586x449

La fusione estiva della calotta artica procede come negli ultimi 5 anni, cioè molto al di sotto della media 1980-2010, ma senza raggiungere i livelli record delle scorso anno, quando per la prima volta nella storia si è toccato il minimo assoluto di 3,5 milioni di km² (a fronte di una media trentennale di oltre 6,5 milioni di km²). Quest’anno le condizioni meteorologiche hanno portato temperature un po’ più basse sull’artico rispetto alle condizioni di eccezionale “tepore” del 2012. Si aggiunge però un altro elemento di preoccupazione: quest’anno ci sono molte zone con meno del 70% dell’area coperta da ghiaccio (1), per cui la calotta compatta lascia il posto a banchi di ghiaccio più o meno isolati. Come si vede dalle immagini satellitari acquisite tramite sensore a microonde AMSR-2, la calotta è compatta solo nell’emisfero occidentale, a ridosso della Groenlandia e delle isole canadesi, mentre nell’emisfero orientale esiste un’ampia fascia che attraversa la calotta dallo stretto di Bering alle isole Svalbard in cui l’area coperta dal ghiaccio è minore del 70%. Ci sono alcune zone in prossimità del polo nord in cui la concentrazione è persino inferiore al 50%. E’ improbabile che la maggiore frammentazione della calotta possa portare ad un’accelerazione del disgelo in quest’ultimo mese, prima del recupero invernale, ma rappresenta in ogni caso un indice di cattiva salute del ghiaccio, come il suo scarso spessore e la costante diminuzione del volume complessivo della calotta.

(1) Ricordiamo che per il NSIDC una regione marina risulta coperta da ghiaccio, quando esso rappresenta più del 15% dell’area in questione.

 Fonte: ecoblog

L’Artico è un bene comune e occorre un trattato internazionale per salvarlo da petrolieri e militari

Occorre un trattato artico che protegga la regione polare dagli appetiti dei petrolieri e dei militari. L’Artico è un bene comune perchè i suoi ghiacci proteggono il clima temperato quale noi lo conosciamo oggi.Artico-Greenpeace-586x389

Questa performance artistica è stata realizzata qualche settimana fa da< Greenpeace: un mosaico di un migliaio di fotografie è stato portato fino al polo Nord dagli attivisti con una settimana di trekking come parte del progetto Save the Arctic. L’artico deve essere salvato, non c’è dubbio; i suoi ghiacci rappresentano una sorta di “patrimonio climatico” che è un bene comune di tutta l’umanità. L’enorme perdita estiva dei ghiacci polari rappresenta infatti una minaccia per la stabilità delle correnti a getto e quindi del clima delle correnti temperate. Esiste infatti una crescente evidenza sperimentale del legame che sussiste tra la riduzione del ghiaccio estivo e l’aumento dei fenomeni climatici estremi quali siccità, inondazioni e ondate di freddo/caldo. Difendere il poco ghiaccio che è rimasto dovrebbe quindi essere una sorta di imperativo categorico per tutte le persone dotate di ragione. Non è questo il caso dei militari USA che nella loro roadmap parlano di rischi e opportunità legati all’apertura di nuove rotte navali nell’Artico. Non si sta parlando naturalmente di rischi per il clima, ma di rischi geopolitici o economici, cioè di non arrivare abbastanza in fretta ad accaparrarsi il petrolio artico (1). Il massimo dell’apertura mentale dei militari è invocare una cooperative partnership tra gli stakeholders artici (USA, Russia, Canada, Norvegia e Danimarca) per spartirsi le risorse. No signori, l’artico non appartiene ai paesi confinanti (2), ma a tutta l’umanità. Occorre un trattato internazionale, come da tempo chiedono i Verdi Europei, per proteggere la calotta del mondo dagli appetiti minerari e militari, in modo analogo a quanto si è fatto per l’Antartide oltre cinquant’anni fa.

(1) Spesso si sostiene che il mare artico contenga il 25% delle risorse di petrolio e gas ancora non esplorate. E’ una valutazione che manca di una buona base sperimentale e inoltre occorre capire quanto siano davvero estraibili queste risorse: gli incidenti che hanno costretto Shell a sospendere le trivellazioni nel mare di Beaufort dovrebbero insegnarci qualcosa.

(2) La Danimarca vorrebbe sedere al tavolo artico per il suo ex status coloniale in Groenlandia, ma la grande isola di ghiaccio è (purtroppo) abbastanza adulta per fare da sola.

Fonte: ecoblog