Lo smog e gli italiani: dati e percezioni non coincidono

Confrontando le concentrazioni di Pm10 registrate in Italia negli ultimi anni con le risposte date dai cittadini al sondaggio Istat, emerge una forte discrepanza tra le tendenze dello smog e la sua percezione. Emblematico il caso Lombardia, in cui ogni anno sono diametralmente opposte378114

L’inquinamento dell’aria rappresenta indubbiamente uno dei principali problemi ambientali, soprattutto in ambito urbano. La concentrazione di inquinanti e odori sgradevoli varia considerevolmente sul territorio, in relazione alla densità abitativa, alla concentrazione di attività economiche, al traffico stradale. È interessante perciò la dichiarazione delle famiglie italiane circa la propria percezione della presenza di tali elementi nella zona in cui vivono.
Vediamo cosa hanno risposto ai sondaggi Istat racchiusi nell’edizione 2014 del Rapporto Annuale Noi Italia.
Nel 2013, il 36,7% delle famiglie italiane segnala problemi relativi all’inquinamento dell’aria e il 18,7% lamenta la presenza di odori sgradevoli. Il confronto con il 2012 mostra una sostanziale stabilità nella quota di famiglie che evidenziano i problemi suddetti nella zona in cui abitano.  Ma è rimasto stabile anche lo smog? In realtà no. Tra 2011, 2012 e 2013 le variazioni del Pm10 sono state piuttosto ingenti, soprattutto nelle città più inquinate d’Italia,Torino Milano. Nel 2011 i risultati erano stati pessimi, soprattutto in confronto con un 2010 particolarmente positivo (Smog: 2011 annus horribilis o 2010 particolarmente fortunato?). Nel 2012 la situazione era leggermente migliorata, confermando poi la tendenza positiva anche nel 2013, per quanto ben lungi dall’essere al riparo delle soglie europee, come invece si è letto su alcuni quotidiani.(Pm10 nei limiti europei? Veramente no…). E’ interessante vedere come invece la percezione dell’inquinamento atmosferico da parte dei cittadini sia andata aumentando negli stessi tre anni di riferimento.

Dati e percezione, perennemente in contrasto?

Nel Rapporto 2011 i cittadini lombardi che dichiaravano di avvertire la presenza di inquinamento nell’aria erano il 49,2% della popolazione regionale. Attenzione: il dato fa in realtà riferimento alla percezione sull’anno 2010. Nel Rapporto 2012 erano scesi al 47,5%, proprio mentre invece il 2011 – anno sul quale si esprimevano – aveva registrato un incremento delle polveri particolarmente alto. Nel Rapporto 2013 la quota saliva invece al 50,1%, nuovamente in contrasto con i dati che indicavano un miglioramento della qualità dell’aria. La percentuale è rimasta costante nel Rapporto 2014, evidenziando quindi la mancata registrazione da parte della popolazione dell’ulteriore miglioramento.
Il Rapporto 2014 nelle diverse RegioniSecondo Istat, la quota di famiglie che dichiarano la presenza di problemi di inquinamento dell’aria è sistematicamente superiore a quella delle famiglie che lamentano la presenza di odori sgradevoli. Nel 2013, per quanto riguarda l’inquinamento dell’aria, è il 44,4% dalle famiglie del Nord-ovest a segnalare il problema, ma la quota sale al 50,1% tra le famiglie che vivono in Lombardia. Nel Nord-est la quota scende al 33%; in Veneto, tuttavia, raggiunge il 36,5%, mentre la quota più bassa si osserva in Trentino-Alto Adige (24,7%). Tra le regioni del Centro, il Lazio registra un significativo aumento rispetto al 2012 e mostra il valore più elevato (43,6%); ToscanaUmbria Marche presentano percentuali inferiori alla media nazionale. Nel Mezzogiorno la situazione peggiore è quella della Puglia, dove il41,9% delle famiglie segnala il problema; seguono le famiglie della Campania(40,1%) e della Sicilia (35,1%). Nel resto delle regioni del Mezzogiorno si osservano valori molto più bassi, in particolare in Molise (11,2%) e in Sardegna (15,6%). Per ciò che riguarda la percezione di odori sgradevoli, la situazione appare migliore su tutto il territorio nazionale. Nel Nord-ovest la regione con la percentuale più alta di famiglie che segnalano questo problema è la Lombardia (22,6%); nel Nord-est è il Veneto(20,0%). Nel Centro sono le famiglie del Lazio a mostrare il valore più elevato (21,3%), mentre nel Mezzogiorno sono quelle della Campania (22,8%), Puglia(21,4%), Calabria (19,9%) e Sicilia (19,6%).

Fonte: ecodallecittà

PM10 2013: per la prima volta a Milano la media sotto i 40 mcg/m3

Qualità dell’aria e dati ARPA. L’assessore Maran conferma che nel 2013 per la prima volta Milano ha rispettato uno dei parametri dell’Unione Europea: 37 mcg/m3, la media annuale delle PM10, che per l’85% dipende ancora dal traffico. Controlli sui riscaldamenti aumentati del 25%. Positivo il progetto di riduzione del Black Carbon in AreaC377892

Una buona notizia sul fronte dello smog e confermata dal Comune, che avevamo già anticipato con i dati di inizio anno di ARPA Lombardia.  Nel 2013 la media annuale delle concentrazioni diPM10 è stata di 37 mcg/m3, inferiore quindi al valore limite UE di 40 mcg/m3: si tratta del valore più basso mai registrato a Milano dal 2002, come si vede dalla tabella allegata, grazie anche all’alta piovosità, ma non solo. “Per la prima volta la nostra città rispetta uno dei parametri richiesti dall’Unione Europea in materia di qualità dell’aria per la tutela della salute”, ha dichiarato l’assessore alla Mobilità e Ambiente Pierfrancesco Maran. “Un risultato raggiunto non solo grazie alle condizioni meteo, che sarebbero state addirittura più favorevoli in anni come il 2010, ma anche attraverso un’insieme di politiche per ridurre la congestione del traffico e di interventi per l’efficienza e il risparmio energetico”. I dati ARPA ed AMAT presentati il 22 gennaio in Commissione Ambiente mostrano anche come il 2013 sia stato l’anno con il minor numero di sforamenti (81) dal 2002. Pur trattandosi di un anno particolarmente piovoso, però, i giorni e l’accumulo di pioggia non sono stati tanti da giustificare da soli il calo record di concentrazioni che si è verificato: gli anni più piovosi, infatti sono stati il 2002 (che allo stesso tempo ha presentato, però, il livello di concentrazioni più alto del decennio, 166 mcg/m3) e il 2010 (quando i giorni di sforamento furono 85). A favorire questo importante calo, secondo il Comune, sono state anche le tante iniziative messe in campo: da AreaC al potenziamento dei mezzi, dall’estensione del BikeMi alla liberalizzazione del car sharing, infatti, le politiche di mobilità hanno portato Milano in pochi anni a scendere di ben 13 posizioni nella classifica sulla congestione del TomTom Traffic Index. Passando dall’11° posto del 2010 al 24° del 2013, Milano è stata, secondo questo indice di rilevamento, la migliore in Europa dal punto di vista della riduzione del traffico.
Riguardo le fonti responsabili dell’inquinamento da PM10, si conferma che a Milano per l’85% esso deriva dal traffico stradale e solo per il 15% dalle fonti fisse, come il riscaldamento. Diverso naturalmente il discorso per l’altro inquinante maggiore – gli ossidi di azoto (NOx) – e l’anidride carbonica (CO2), responsabile del riscaldamento climatico: qui i dati sono solo del primo semestre 2013, ma sul totale delle emissioni atmosferiche (traffico+riscaldamenti) sale il contributo delle fonti fisse, rispetto al traffico: il 50% viene dalle fonti fisse per gli NOx e per la CO2 il 70%.
Con riferimento alla zona di AreaC, sono stati forniti anche i dati di riduzione del Black Carbon, ritenuto dalla comunità scientifica un importante indicatore dell’inquinamento ‘di prossimità‘ che consente di valutare l’efficacia delle
politiche di regolamentazione del traffico, in termini di rischio sanitario locale e specifico: come si vede dal documento allegato, nelle zone (AreaC e Maciacchini) e nei periodi in cui il Black Carbon è stato monitorato, la riduzione in AreaC è del 30-40% rispetto alle aree più trafficate.  Anche sul fronte del risparmio e dell’efficientamento energetico, il Comune ha elencato le azioni avviate: la trasformazione graduale a gas naturale degli impianti più vecchi ancora in funzione in parte dei 600 edifici comunali e l’allacciamento al teleriscaldamento A2A di ulteriori 700.000 m3. Inoltre, una consistente campagna per i controlli sui riscaldamenti, che prevede il 25% in più di ispezioni rispetto alla media degli anni precedenti (con anche un risparmio di circa il 18%): al 31 dicembre 2013 erano già stati effettuati 7.200 interventi sui 12.645 previsti (57%). I controlli hanno permesso di portare alla luce circa un 40% di impianti non conformi alla normativa vigente, principalmente per questioni di manutenzione e gestione (indici di fumosità e condizioni di aereazione dei locali) e di intervenire d’urgenza con il sequestro dell’impianto, in collaborazione con la Polizia locale, in una ventina di casi che presentavano condizioni di imminente pericolo per la sicurezza domestica.
Infine, per accompagnare e informare i cittadini sui temi dell’efficienza, del risparmio energetico e della riqualificazione dell’edilizia, a fine ottobre 2013 il Comune di Milano ha aperto 9 Sportelli Energia, uno per ogni Consiglio di Zona, che hanno portato fino a 200 contatti in due mesi (nelle Zone 4, 7 e 8).

I dati della Commissione Ambiente del Comune [0,97 MB]

Fonte: ecodallecittà

Torino: Pm10 nei limiti europei? Veramente no…

E’ vero che nel 2013 la media annuale delle concentrazioni del Pm10 è calata notevolmente rispetto all’anno precedente, ma restano sopra i limiti due centraline su 4, e la media di Lingotto,m Consolata, Rubino e Grassi è 41 mcg/m3 (superiore al limite europeo) e non 38,8 come riportato dalla stampa377680

La media annuale delle concentrazioni di Pm10 a Torino è stata data per assodata e pari a 38,8 mcg/m3 da La Stampa, quindi al di sotto dei limiti previsti dalle direttive europee che vietano il superamento dei 40 mcg/m3 annuali. I dati però non sono esatti: consultando la banca dati dell’Arpa Piemonte, allo stato attuale la media delle quattro centraline attive per il Pm10 – LingottoRubino,Grassi Consolata – risulta essere 41 mcg/m3.  Ma non solo: il conto è stato fatto senza attendere l’aggiornamento dei dati registrati dalle centraline che sono ferme al 24 dicembre (Consolata e Grassi) e al 28(Lingotto). L’unica praticamente completa è Rubino (30 dicembre). E’ più alto anche il numero degli sforamenti: 117 giorni, contro una soglia annuale limite di 35.

2013: la media delle concentrazioni centralina per centralina

Complessivamente, la media annuale delle concentrazioni ha superato il limite di legge in due stazioni su quattro: 42 mcg/m3 alla Consolata, che ha totalizzato anche 98 sforamenti e un picco giornaliero di 144 mcg/m3. Fuori legge anche Grassi: 49 mcg/m3 di media annuale, 117 sforamenti e picco più alto registrato 145 mcg/m3. Meglio Lingotto (38 mcg/m3 di media, 89 superamenti, picco massimo di 157 mcg/m3) e Rubino: 35 mcg/m3 di media annuale, 86 superamenti, 132 mcg il picco più alto.

L’andamento negli ultimi anni, centralina per centralina

Nonostante la discrepanza fra i dati diffusi dalla stampa e quelli rilevati dal database dell’Arpa, è vero che il 2013 ha segnato un forte calo nelle concentrazioni su tutte le centraline coinvolte. Prosegue quindi la tendenza positiva registrata fra 2011 e 2012, ma soprattutto si ritorna – quasi ovunque – a valori più bassi anche rispetto al 2010. (Ricordiamo a questo proposito la discussione sul 2011, anno nero dello smog). La serie delle concentrazioni annuali medie alla Consolata dal 2010 al 2013 è stata infatti: 43,3 – 50,4 – 48,1 – 42 mcg/m3. Ugualmente positive anche la serie di Rubino (39,4 – 47,3 – 40,3 – 35) e Grassi (50,8 – 59,4 – 60,3 – 49). La centralina Lingotto è l’unica a non essere tornata ai livelli del 2010, ma la tendenza è comunque in calo: 34,4 – 47,6 – 40,9 – 38.

Fonte: ecodallecittà

PM10 Milano 2013: per la prima volta media anno sotto i 40 mcg/m3

Secondo i dati ARPA, Milano per la prima volta scende sotto uno dei due limiti PM10 superati da anni: quello della media annuale dei 40 mcg/m3. Si continua invece a superare più del doppio (80 giorni all’anno, contro i 35 per legge), il limite giornaliero dei 50 mcg/m3, ma è andata meglio del 2012. L’impennata del PM10 dell’1 gennaio per i botti di Capodanno

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Milano aveva concluso il 2013 non senza polemiche riguardo il problema smog, a causa del conflitto creatosi tra Comune e Provincia, sulla non applicazione del Protocollo provinciale antismog, nonostante gli oltre 10 giorni consecutivi di superamento dei limiti PM 10. Solo da Natale in poi, la pioggia e lo svuotamento della città hanno riportato le concentrazioni di inquinanti dell’aria ben sotto la fatidica soglia giornaliera dei 50 mg/m3, per quasi tutto il periodo delle Feste. Unica sorprendente eccezione, come si vede dai dati della Provincia, la giornata dell’1 gennaio, dove le polveri sottili (PM10) hanno riavuto un’impennata verso l’alto, a conferma del fatto che botti e petardi non solo causano incidenti e feriti, ma inquinano davvero pesantemente l’aria: la media provinciale dell’1 gennaio è balzata a 106 mg/m3,contro i 37 del 31 dicembre e i 38 del 2 gennaio; in via Senato (pieno centro di Milano) ha toccato i 140 mg/m3. Tuttavia i primi dati complessivi che arrivano dall’ARPA riguardo lo smog a Milano e provincia nel 2013 sono sicuramente positivi, almeno per quanto riguarda le polveri sottili e in specie le PM10 (si parla di meno infatti di PM 2,5 e di NO2). Il 2013 sarebbe per ora l’anno meno inquinato da quando si misurano le concentrazioni degli inquinanti, per quanto concerne le PM10: per la prima volta è infatti stata rispettata la media annuale, scesa sotto il limite consentito dei 40 mg/m3. L’andamento è stato registrato in tutte e tre le centraline della città: via Pascal (con 38 mg/m3), via Verziere (35) e via Senato (38). Per anni la media annuale è stata ben sopra i 40, aggirandosi tra i 55 e 60 mg/m3 fino a 10 anni fa. Il calo PM10 è confermato inoltre anche in tutte le altre stazioni di rilevamento dell’ARPA in Lombardia. Naturalmente tali dati, oltre a dovere essere certificati definitivamente, possono essere il risultato di più cause positive concomitanti: in primis le condizioni meteo, le misure antismog regionali, quelle comunali, AreaC, la lenta ma continua disaffezione all’auto privata in città, le alternative di mobilità in condivisione (car e bikesharing) ed elettriche. Comunque rappresentano un decisivo passo in avanti nella lotta all’inquinamento in Lombardia. Come già comunicato, restano invece “fuorilegge” i giorni annuali consentiti di superamento giornaliero del limite dei 50 mg/m3 di PM10: 80 contro 35, che a Milano hanno visto 80 superamenti registrati in via Juvara, 69 in Verziere e 82 in via Senato. Anche qui tuttavia la tendenza può dirsi “positiva”: se nel 2002 gli “sforamenti” erano stati addirittura il doppio, 163; nell’ultimo decennio c’è stato un calo costante. Il più recente anno positivo era stato il 2010, con 85 giorni di sforamento, ma già nel 2011 erano risaliti a 132.

di Stefano D’Adda

Fonte: ecodallecittà

Taranto, Peacelink fa il punto su benzo(a)pirene, diossine, composizione chimica del Pm10

«Ilva acquistando del carbon coke evita di produrlo abbattendo drasticamente le emissioni di benzo(a)pirene». Eppure spiega Peacelink «la composizione chimica delle polveri sottili tarantine (PM10) rimane più tossica che in altre città». Sulle diossine: «Perchè non parte il campionamento continuo pur previsto dalla legge regionale»374748

Il punto di Peacelink, sulla produzione di benzo(a)pirene, sulla composizione chimica delle polveri sottili (pm10) e sulle diossine misurate dai deposimetri Arpa Puglia. Articolo di Alessandro Marescotti del 2 maggio 2013 http://www.tarantosociale.org

Benzo(a)pirene e carbon coke
«Ci risulta che almeno 11 navi piene di carbon coke sono attraccate a Taranto nel 2013 e hanno rifornito l’Ilva. Questo l’elenco.
– Ince Inebolu (22 mila tonnellate di carbon coke),
– Astoria (30 mila tonnellate)
– Pedhoulas Leader, (43 mila tonnellate)
– Nikos N, (30 mila tonnellate)
– Dorado, (32 mila tonnellate)
– BCC Danube, (8 mila tonnellate)
– Assos Striker, (25 mila tonnellate)
– Anatoli, (27 mila tonnellate)
– Antonis Pappadakis, (41 mila tonnellate)
– Ocean Voyager, (22 mila tonnellate)
– Redondo, (43 mila tonnellate)
Il tutto per un totale di oltre 320 mila tonnellate di carbon coke. Acquistando del carbon coke l’azienda evita di produrlo abbattendo drasticamente le emissioni della cokeria. Questo significa che le emissioni del benzo(a)pirene (la maggior parte delle quali frutto della cottura del carbon coke nella cokeria) sono destinate a calare drasticamente nel quartiere Tamburi di Taranto. Ma l’inquinamento complessivo continua a rimanere preoccupante per via della composizione chimica (più tossica che in altre città) delle polveri sottili (PM10) che continuano ad essere inalate dagli abitanti del quartiere Tamburi e anche nei quartieri più distanti di Taranto».
Diossine misurate dai deposimetri Arpa Puglia
Sul tablet vengono mostrati i dati dei deposimetri Arpa Puglia. E’ evidente come nel tempo le diossine misurate nei deposimetri del quartiere Tamburi continuano a evidenziare picchi. I deposimetri sono una “sentinella continua” che evidenzia criticità non risolte. Intanto non decolla il “campionamento continuo della diossina pur previsto dalla legge regionale (art.3) e dalla stessa AIA. Come mai?
I Cinque elementi di conoscenza
1) Per i lavori prescritti dall’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) l’Ilva ha fermato le batterie più inquinanti della sua cokeria. Le batterie fermate sono anche le più vicine al fronte urbano. Rimangono in funzione solo quelle più lontane dalle case. Per poter ovviare alla mancata produzione della propria produzione di carbon coke negli ultimi mesi sono arrivate almeno 11 navi per rifornire l’Ilva di carbon coke.
2) E’ ragionevole pensare che – per la prima volta a Taranto – possa essere registrato nel quartiere Tamburi (il più vicino all’Ilva) un calo drastico del benzo(a)pirene, il che confermerebbe il nesso che lega le emissioni della cokeria alla presenza di benzo(a)pirene nell’aria che si respira in quel quartiere, storicamente considerato il simbolo dell’inquinamento di Taranto. Siamo in attesa pertanto dei dati dell’Arpa sul benzo(a)pirene per verificare se al fermo delle batterie più inquinanti corrisponde un calo significativo del benzo(a)pirene nel quartiere Tamburi, il che sarebbe un importante elemento ai fini delle indagini della Procura.
3) L’alleggerimento dell’inquinamento è tuttavia transitorio. Non è il risultato “miracoloso” dell’AIA ma deriva semplicemente del fermo tecnico delle batterie più vicine e più inquinanti. Quando la produzione ritornerà come prima, l’inquinamento tornerà verosimilmente a salire.

4) L’aria del quartiere Tamburi tuttavia rimane non salubre. Lo dimostriamo con i dati del PM10 (polveri sottili) della centralina dell’Arpa di via Machiavelli nel quartiere Tamburi. Tali dati sono stati moltiplicati per il “coefficiente di tossicità” di quelle polveri sottili, pari a 2,226. Grazie a questo calcolo possiamo dichiarare che chi vive nel quartiere Tamburi è ancora a rischio, nonostante il calo della concentrazione del PM10. Ad esempio 32 microgrammi di PM10 nel quartiere Tamburi di Taranto hanno effetti sanitari, in termini di mortalità, equivalenti a 70 microgrammi di PM10 a Milano, a Torino o a Bologna. Ma mentre a Milano, Torino o Bologna il valore di 70 segnerebbe uno sforamento del limite di legge, a Taranto il valore di 32 risulta “a norma”, pur rappresentando lo stesso pericolo in termini di mortalità. Ciò è causato dalla composizione chimica delle polveri ddi Taranto, come affermato dall’Istituto Superiore della Sanità. Nel file allegato vi sono ulteriori elementi di documentazione di tale affermazione.
5) PeaceLink chiede al Centro Ambiente e Salute di Taranto (in cui confluiscono le competenze di Asl e Arpa) di fornire i dati della mortalità e dei ricoveri mese per mese, suddivisi per quartiere, età, sesso, causa e professione. Ad oggi invece i morti vengono resi noti solo dopo tre anni mentre i ricoveri non vengono comunicati al pubblico, evidentemente per una scelta politica: quella di non allarmare la popolazione. E soprattutto ciò non viene fatto, evidentemente, per non indagare sul nesso fra danni alla salute e inquinamento. A tal fine nel file allegato riportiamo importanti informazioni che dimostrano come è possibile studiare il nesso fra ricoveri ed emissioni di un’acciaieria nell’Utah (Stati Uniti).
http://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/38339.html

Fonte: eco dalle città

Taranto. Regione e Arpa Puglia: “Nei limiti di legge i dati per pm10 e Benzo(a)pirene”

Taranto. Piano di Risanamento per la qualità dell’Aria. Nel 2012 il benzo(a)pirene per la prima volta è nei limiti di legge (il valore più basso dal 2008 in poi). Sotto la soglia gli sforamenti giornalieri per il pm10 (meno di 35 annui). A pesare l’obbligo per l’Ilva di ridurre le operazioni di carico/scarico delle materie prime durante i giorni di vento (meno di trenta nel 2012)

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Primo bilancio della regione Puglia a sei mesi (luglio 2012) dall’adozione in Giunta regionale del Piano di risanamento per il quartiere Tamburi di Taranto predisposto per le sorgenti delle zone industriali di Taranto e Statte. La sua redazione fu ritenuta necessaria a seguito del superamento concomitante negli ultimi tre anni, sia del valore obiettivo di concentrazione per il Benzo(a)Pirene che del numero di giorni limite (35) di concentrazione massima giornaliera per il PM10. L’Assessore alla Qualità dell’Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro, ha inoltre commentato i dati del 2012 dell’Arpa Puglia presentati dal direttore generale Giorgio Assennato. Hanno partecipato alla conferenza stampa Ippazio Stefano, sindaco del comune di Taranto, e l’assessore Giampiero Mancarelli, l’assessore all’Ambiente della Provincia di Taranto. Il commento dell’Assessore all’ambiente Lorenzo Nicastro.
“Dopo mesi di una campagna mediatica su Taranto che ha tratteggiato un quadro desolante in termini ambientali, oggi facciamo il punto sui dati dell’ultimo quadrimestre dello scorso anno: si inverte una tendenza, emerge un miglioramento rispetto ai parametri fissati per legge e, soprattutto, abbiamo contezza del fatto che l’ambientalizzazione di Ilva è possibile e può portare risultati concreti in termini di qualità dell’aria e di salute dei cittadini”.
“Non è un punto di arrivo, è uno spiraglio nel buio degli ultimi mesi. Interventi non radicali rispetto all’attività degli impianti hanno prodotto nell’ultima parte dell’anno scorso l’azzeramento dei superamenti del valore limite giornaliero di 50 microgrammi/metrocubo previsto per PM10. I ripetuti superamenti che fino ad agosto dello scorso anno, anche in vigenza del sequestro, si registravano sulle centraline di Via Machiavelli e di Via Archimede a partire da Settembre non si sono più verificati. L’Altro dato rilevante è il valore medio di benzo(a)pirene per il 2012: si registra – prosegue Nicastro – un dato medio di 0,76 nanogrammo/metrocubo, il valore più basso dal 2008 in poi”.
“Non è il momento, per evidenti ragioni, di cantare vittoria né di abbandonarsi a facili entusiasmi. Tuttavia l’inversione di tendenza nei dati, dovuta ad una concomitanza di fattori ed alla sinergia tra i vari soggetti istituzionali coinvolti, merita attenzione ed è necessario che giunga ai cittadini. Non mi interessa attribuire meriti e, soprattutto, non è un esercizio di vanità: vogliamo comunicare ai cittadini che le loro sensibilità, lo stimolo da parte della società civile e dell’associazionismo e, infine, l’attività da guardia della stampa locale sui temi, trovano un rivolto pratico in questi dati. Siamo assolutamente consapevoli che resta tanto lavoro da fare, che, soprattutto in relazione alle prescrizioni Aia, Ilva debba percorrere molta strada e che il Garante per l’applicazione avrà anch’egli da lavorare parecchio, ma – conclude Nicastro – oggi abbiamo un ulteriore elemento di speranza: se piccoli interventi hanno prodotto risultati così significativi la completa applicazione delle prescrizioni, su cui siamo tutti impegnati a richiamare i soggetti responsabili, potrebbe davvero restituire una maggiore serenità ai tarantini rispetto alle problematiche ambientali”.

Piano-risanamento-qualita-dell’aria – Taranto. File [3,65 MB]

Fonte: eco dalle città

Smog, nel primo trimestre 2013 è in recessione anche il Pm10

I primi tre mesi del 2013 sono stati “i più respirabili” dal 2009: le capitali dello smog italiano, Torino, Milano e Alessandria hanno registrato le concentrazioni medie e il numero di sforamenti più basso degli ultimi cinque anni. Merito del meteo, ma pesa anche il calo dei consumi di carburante: fino a – 17,6% per la benzina a gennaio 2013 rispetto allo stesso mese del 2012

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Saranno state le condizioni meteo particolarmente favorevoli, sarà che con i prezzi della benzina alle stelle hanno circolato meno auto, ma i primi tre mesi del 2013 sono stati “i più respirabili” da cinque anni a questa parte. Torino e Milano, le capitali dello smog italiano non vedevano medie mensili e sforamenti così bassi dal 2009. Non che questo basti a rientrare nei limiti di legge: come abbiamo visto, i 35 giorni di bonus annuali ce li siamo già abbondantemente mangiati. In ogni caso, dati alla mano, quest’anno è andata meno peggio del solito…

Torino
La media delle centraline nel primo trimestre di quest’anno – gennaio, febbraio e marzo fino a data corrente – si è fermata a 59,5 mcg/m3: un valore che lascia ancora ampi spazi di miglioramento, ma che è comunque nettamente più basso degli anni precedenti: 81,2 mcg/m3 nel 2012, 70,8 nel 2011, 63 nel 2010 e 71,4 nel 2009. Anche per quanto riguarda gli sforamenti, considerando gennaio, febbraio e marzo fino al 20 del mese per ciascuno degli anni presi come riferimento, possiamo dire che il 2013 è stato di gran lunga l’anno migliore: “solo” 51 sforamenti, contro i 65 del 2012, 66 del 2011, 61 del 2010 e 62 del 2009.

Milano
Stessa tendenza anche a Milano: 55,3 mcg/m3 è la media del primo trimestre 2013. La serie storica – dal 2009 al 2012 – segnava tutti valori superiori: 65, 59, 78 e 71 mcg/m3. In calo anche gli sforamenti: 40 alla data corrente, contro i 49 del 2012, 60 del 2011, 45 del 2010 e 47 del 2009.

Alessandria
Ad Alessandria, che si è appena conquistata il “premio” come città più inquinata d’Italia dal rapporto Mal’Aria di Legambiente, la media delle concentrazioni del Pm10 nei primi tre mesi del 2013 è stata di 59 mcg/m3. Gli sforamenti sono stati 36. L’anno scorso erano quasi il doppio: 62, con una media di 84 mcg/m3. Risultati peggiori anche nel 2011 (media 63 mcg/m3, sforamenti 51) e nel 2009. (81 mcg/m3 di media, 62 sforamenti). Meglio solo la media del 2010, 48 mcg/m3 con due sforamenti in più, 38.

Il meteo o il carburante?

L’influenza di pressione, precipitazioni e temperatura sulle concentrazioni degli inquinanti in atmosfera è sempre molto alta. A contribuire alla riduzione c’è però anche il pesante calo dei consumi di carburante segnalato dall’Unione Petrolifera, sia a gennaio che a febbraio. A gennaio la contrazione era stata del – 10,4%, con percentuali particolarmente alte per il settore autotrazione: “I prodotti autotrazione, con un giorno di consegna in più, hanno rilevato le seguenti dinamiche: la benzina nel complesso ha mostrato un regresso del 13,7% (95.000 tonnellate) rispetto a gennaio 2012, e il gasolio autotrazione del 5,3% (98.000 tonnellate). A parità di giorni di consegna, il calo per la benzina sarebbe stato del 17,6% e per il gasolio del 9,6%“. In calo anche febbraio, – 8,7% in totale, con percentuali più basse sull’autotrazione, viziate dall’emergenza neve dell’anno precedente: ” I prodotti autotrazione, con un giorno di consegna in meno, hanno rilevato le seguenti dinamiche: la benzina nel complesso ha mostrato un aumento pari al 3,8% (+21.000 tonnellate) rispetto a febbraio 2012, mese anomalo caratterizzato da forti nevicate e dal blocco di molte attività (la benzina segnò un 20%). Mentre il gasolio autotrazione un calo del 2,1% (36.000 tonnellate)”.

fonte: Eco dalle Città su fonte Arpa Piemonte e Arpa Lombardia

 

LCA dell’auto: la parola alla Fondazione Telios

Continua la nostra inchiesta sul ciclo di vita delle automobili: quanto inquina un’auto se consideriamo il suo intero ciclo di vita? Come si valuta l’impatto ambientale di un’auto tenendo assieme Pm10, ossidi d’azoto e CO2? Risponde Umberto Novarese della Fondazione Telios di Torino

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Ne abbiamo parlato altre volte su Eco dalle Città, ma l’argomento è complesso: quanto inquina un’automobile se consideriamo il suo intero ciclo di vita? Se dal punto di vista delle emissioni inquinanti – Pm10, NOx… – la differenza tra le automobili di ultima generazione e le vecchie categorie Euro è notevole, come la mettiamo con la CO2 emessa durante la fase produttiva? A quanto pare la risposta non è così immediata, e si presta purtroppo a diverse strumentalizzazioni. Per qualcuno il rinnovamento del parco veicoli sarebbe poco più di un bluff, un’eco-bufala su cui si reggerebbe l’intera industria dell’auto. A queste considerazioni hanno già risposto diversi esperti autorevoli. (Vi rimandiamo alle seguenti interviste: Marco Gasparinetti della Direzione Generale Ambiente dell’Unione Europea; Bruno Villavecchia, Direttore del Settore Ambiente ed Energia di AMAT; Alessandro Bertello, responsabile dell’Ufficio Controllo della Qualità dell’Aria della Provincia di Torino). Resta però da capire se – e come – sia possibile valutare l’impatto ambientale di questo rinnovamento, tenendo conto del “risparmio” in termini di ossidi d’azoto e particolato fine, ma anche della CO2 impiegata per produrre i nuovi veicoli. Dopo il parere dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, continuiamo a cercare. Questa volta ha risposto alle domande di Eco dalle Città Umberto Novarese della Fondazione Telios di Torino.

“Le nuove auto sono sempre meno inquinanti: è un messaggio rassicurante. E’ il messaggio che le case costruttrici mandano per tranquillizzare, e per non cambiare. Se l’impatto ambientale sia maggiore rottamando la vecchia auto e producendone una nuova è una domanda a cui non credo sia possibile rispondere con dati certi. Non conosco uno studio di ciclo di vita (life cycle assessment, LCA per gli adepti) sull’intero stadio di produzione di un autoveicolo, dai materiali ai componenti e al loro assemblaggio. Empiricamente si può quindi affermare che è probabilmente meno impattante, sotto questo profilo, “tenersi la propria vecchia auto” anziché acquistarne una nuova. Attenzione però: un’auto nuova senza distinguo? Perché è questa la domanda giusta da porsi. Se dal punto di vista sempre empirico (in mancanza di dati certi) è probabile che l’LCA di un’auto a motore endotermico assomigli a quello di un’auto elettrica, quello che è certo è che l’energia elettrica può essere prodotta da una molteplicità di fonti tra cui quelle rinnovabili, e che in ambito urbano – dove la commistione pedoni-ciclisti-veicoli è piuttosto stretta – l’auto elettrica non immette veleni nei polmoni della gente (ed è pure silenziosa)”.

Ma come viene calcolata la CO2 emessa per produrre un’auto? E’ vero che la quantità di CO2 che deriva dal processo di costruzione di un’auto elettrica è più alta di quella prodotta dalla costruzione di un’automobile a benzina o diesel?

 

Se sì, da cosa dipende? E in tal caso, dopo quanti km percorsi viene ammortizzato lo scarto?
“L’emissione di CO2 è diretta conseguenza delle combustioni: e allora tutte le combustioni necessarie nelle varie fasi produttive dei materiali, dei singoli componenti e dell’assemblaggio finale di un veicolo, devono entrare a far parte dei calcoli, che sono oltremodo complessi e numerosissimi. Occorre, ad esempio, partire dall’estrazione dei minerali contenenti ferro per giungere al prodotto semilavorato, a sua volta differenziato per tipologia e sempre costituito da un composto o lega (quindi occorre effettuare la stessa analisi per ciascun componente di questa lega); di qui proseguire scomponendo tutte le lavorazioni necessarie per giungere al componente (parti di carrozzeria, del motore, ecc.), e quindi all’assemblaggio. I componenti sono numerosissimi a loro volta: si pensi alle parti elettriche, a quelle elettroniche, alle batterie al piombo-acido ospitate in tutti veicoli endotermici… Calcoli del genere sono parte preponderante di quelli necessari per stimare l’intero ciclo di vita del prodotto “automobile”, e comprendono anche quelli connessi ai trasporti dei materiali, dei componenti, e di tutto il resto. Come ho già detto, non sono a conoscenza dell’esistenza di un simile calcolo per la stima dell’LCA e quindi dell’emissione di CO2 derivante dall’intero ciclo produttivo di un’auto. La differenza tra un’auto endotermica ed una elettrica, consiste principalmente nel motore molto complesso ed ingombrante nel primo caso e molto semplice e di ridotto peso ed ingombro nel secondonella batteria molto piccola al piombo-acido nel primo caso e molto grande sia come dimensioni che come contenuto energetico nel secondo, mentre l’elettronica di controllo ha sì funzioni diverse nei due casi ma poco si discosta come volumi e pesi. Tutto il resto è sostanzialmente uguale, a parità di peso e di categoria dei due veicoli messi a confronto. Empiricamente, i processi necessari per la loro costruzione e quindi le emissioni di CO2 ad essi collegati non dovrebbero discostarsi più di tanto. Una risposta esauriente, con i numeri, oggi tuttavia non c’è, a mia conoscenza”.

Quando si parla di inquinamento causato dalle auto, ci sono due aspetti diversi da considerare: le emissioni di CO2 da una parte e gli inquinanti prodotti dall’altra, come le micro polveri e gli ossidi d’azoto. Elementi che non sono affatto direttamente proporzionali. E allora come si fa a stabilire l’impatto ambientale complessivo tenendo conto di entrambi i parametri? 
“Rispondo citando lo studio che un giovane ricercatore del Politecnico di Torino ha compiuto nel 2008-2009 sotto la guida del prof. Massimo Santarelli del Dipartimento di Energetica, grazie al finanziamento della nostra fondazione. Nella relazione finale, pubblicata sul sito http://www.fondazionetelios.it , si legge infatti: “L’indice well-to-wheel è un indicatore assoluto, nato per analisi strettamente energetiche, ma può essere applicato, senza particolari difficoltà, anche a riflessioni di carattere ambientale: è sufficiente, infatti, considerare le emissioni di gas inquinanti al posto dei consumi.” Vengono poi sviluppati calcoli e concetti, che consentono un confronto esauriente tra i diversi tipi di motorizzazioni, e i diversi tipi di emissioni sia inquinanti che ad effetto-serra. Esistono inoltre tutta una serie di criteri che mirano a ricondurre tutti gli impatti derivanti dai vari tipi di emissioni ad un unico indice monetario. Ad esempio il criterio ExTerne di cui si può vedere un’applicazione per i diversi tipi di mobilità in questa presentazione (pag. 34). Spero di fare cosa utile per i lettori di Ecodallecittà rimandando a questi studi, perché è davvero difficile sintetizzarne il contenuto in una risposta breve…”.

Fonte: eco dalle città