Mediterranea, da 2 anni in mare per “misurarne” la salute

Cinque anni a vela attraverso il Mediterraneo, il Mar Rosso, il Mar Nero per connettere persone, luoghi, sogni, pensieri… Oltre a fare il punto sullo stato di salute del nostro mare. Questo il progetto di un gruppo di sognatori del mare accompagnati dagli amici di Mediterranea. Sono passati già due anni dal momento in cui tutto ha avuto inizio. Per fare il punto abbiamo incontrato Simone Perotti, marinaio, scrittore e co-ideatore del Progetto Mediterranea.

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Sono passati già quasi due anni da quel maggio del 2014 in cui Mediterranea è salpata. Quante miglia sono state percorse delle 20.000 previste? In quali paesi siete sbarcati? Dove siete in questo momento e qual è la vostra prossima tappa?

Circa 5.500, che vuol dire che alla fine saranno ben più delle 20000 teoriche previste. E’ pur vero che dall’Italia ci siamo già spinti per ogni dove in Grecia, poi nel Mar di Marmara, nel Mar Nero e fino alla Georgia, fino alla foce del Danubio, ma molto c’è ancora da navigare. Dunque Italia, Grecia, Turchia, Georgia, Bulgaria, Romania. Ora siamo a Creta e tra Dodecaneso e Rodi arriveremo ad agosto. Poi andremo a est, verso la Siria e verso Cipro.

Mediterranea è salpata anche con lo scopo di fare il punto sulla salute del nostro mare. Quali sono i risultati al momento?

Non buoni. Troviamo molte microplastiche nei prelievi di plancton che effettuiamo per l’istituto di ricerca inglese Sahfos (Sir Alister Hardy Foundation for Ocean Seas) e a breve avvieremo, quasi certamente, una ricerca sulle macroplastiche, con l’utilizzo delle reti maggiori per prelievi in superficie. Oggi i dati ci dimostrano cosa accade a non curarsi del mare per decenni, a scaricarci dentro di tutto. Con l’Università di Siena, un anno fa, abbiamo aperto il ventre di pesci trovati lungo la costa, pescati dai pescatori e pronti a finire sulle nostre tavole: contenevano spesso microplastiche, cioè (semplificando) la degenerazione delle grandi buste di plastica che vediamo in mare. Averle smaltite per decenni ha generato questa situazione. E ora il mare muore…

Tra sponsor, associazioni ed enti che avreste voluto vi sostenessero, chi vi ha aiutato o vi sta aiutando?

Al momento siamo noi a sostenere la ricerca, più che il contrario. Il co-sailing è talmente potente come strumento di condivisione e di progettualità, da rendere un gruppo di avventurosi appassionati senza soldi perfino in grado di finanziare un istituto di ricerca inglese col proprio impegno e col proprio lavoro. Cosa che trovo straordinaria. Abbiamo invece avuto occasioni di lavoro congiunto, di mutuo sostegno, con Università di Siena, INAF e altri. Una buona premessa. Penso che le cose, lentamente, si affermino quando sono buone. E Mediterranea lo è.

Quanti uomini e donne amanti del mare sono saliti in questi due anni su Mediterranea accompagnandovi e condividendo sogni e riflessioni?

Centinaia, credo quasi mezzo migliaio di posti occupati in quasi tre anni, dalla partenza da Messolongi. Mediterranea è soprattutto un esperimento sociale, e come tale sta dando i suoi frutti. I pochi che avevano obiettivi diversi da quelli della spedizione hanno preso la loro strada divergente, il grosso è entrato sempre più dentro il progetto. In una spedizione lunga e ambiziosa i contatti con il le persone, la condivisione, è uno dei centri focali dell’esperienza. E da questo punto di vista Mediterranea ci sorprende per la sua capacità d’attrazione. La gente sogna grazie a questa spedizione, e i più arditi vengono con noi per una settimana, o per due, e poi perfino per unirsi al gruppo della spedizione stessa, facendone parte ufficialmente. Una grande soddisfazione che il gruppo si allarghi di miglio in miglio.

Hai incontrato giornalisti, intellettuali, scrittori e artisti per chiedere le risposte a questa epoca di decadenza e di crisi. Quali sono state le risposte che ti hanno convinto o sorpreso di più? C’è una persona che in particolare ti ha colpito?

Mi ha coplito molto che alla nostra idea di lavorare per la realizzazione degli “Stati Uniti del Mediterraneo” nessuno ci abbia dato una manata in faccia come si fa con chi ci vuole prendere in giro. Al contrario! Quasi tutti sono caduti dalle nuvole, ci hanno pensato un po’ su e poi hanno esclamato: “Ma che splendida idea, che bell’orizzonte, che bella prospettiva! Lavoriamoci!”. Vuol dire che l’esigenza di trovare un nuovo modello mediterraneo è possibile, sentita e vera. Dunque anche il presupposto ideologico e se vogliamo politico della nostra spedizione è sensato. Una buona conferma per noi che, come Diogene, avanziamo sporgendo avanti la mano che tiene la lanterna accesa.

I sogni e la libertà non sono innocui quando riusciamo a incarnarli. Quali sono state le difficoltà maggiori che avete dovuto affrontare?

Quelle di Giasone, quelle di Ulisse, quelle di Ghilgamesh, quelle di Enea, quelle di Colombo, e cioè avere un progetto ambizioso e dover passare dalle chiacchiere ai fatti. Ma sono difficoltà contenute, perché il vero scoglio è avere idee e volerle davvero realizzare. Poi come fare è problema che viene dopo. Noto che la maggiore difficoltà è sempre quella che deriva dalle persone: di fronte ai problemi ci si blocca, si ha la tentazione di mollare. Ma una spedizione lunga e ambiziosa, come una carriera di lavoro, come un matrimonio, come ogni impresa, ha momenti di difficoltà che o interrompono il flusso o rendono più solidi. Andare avanti, come iniziare, è una questione da gente con lo stomaco che regge bene.

Fare comunità, mettersi insieme anche se per un progetto o per realizzare un sogno comune è comunque una cosa difficile. Voi avete realizzato un’esperienza di co-sailing. Cos’è e com’è andato questo esperimento?

E’ quello a cui accennavo. fare le cose da soli è più rapido, farle insieme è più complesso. Ma da soli si va meno lontano. Soprattutto, da soli facciamo già tutto, mentre insieme ad altri poco. Credo che questa spedizione sia rivoluzionaria soprattutto per questo. Testimonia che le teste della gente, messe insieme, fanno sì una grande confusione, ma generano anche opportunità sia per l’esterno che per l’interno. Tenere duro di fronte ai problemi da soli è difficile, in tanti è difficilissimo, perché oltre al problema in sé devi anche gestire le persone. E tuttavia, ognuno è portatore di soluzioni, di energia, e questa è una risorsa straordinaria. Ci stiamo forgiando, come singoli e come gruppo. Stiamo facendo un percorso. Non siamo fermi, come individui e come realtà collettiva. Questo trovo che sia splendido. In un mondo inchiavardato dalle convenzioni, noi siamo inconvenzionali, cosa che metterei già di per sè al petto come medaglia.

Dal sogno e poi dal progetto immaginato, Simone, a una realtà che si sta svolgendo e che è quasi a metà del suo percorso. Era così che la immaginavi quando ancora la sognavi?

Sì, direi che questo avevamo in mente, e questo stiamo realizzando. Sia nelle difficoltà sia nelle cose che vanno per il meglio.

C’è stato un momento in cui avete avuto paura?

A San benedetto del Tronto, quando, prima di salpare, un Forza 12 (dati della Capitaneria) ha disormeggiato Mediterranea e per un pelo non l’affonda. Quel giorno ho pensato che il progetto sarebbe naufragato insieme alla barca. Poi l’affetto di centinaia di persone ci ha sostenuto. Sia moralmente che economicamente. Un’esperienza di solidarietà splendida. Altro elemento di grande valore.

I migranti all’interno del Mediterraneo sembrano persone senza diritto di cittadinanza e senza un luogo cui appartenere. Dal punto di vista di Mediterranea che idea vi siete fatti?

Li abbiamo intervistati, visti arrivare. Abbiamo provato l’emozione di gettar loro una cima, di vedere con quante poche residue forze la prendevano in mano, stanchi e affranti. Ma abbiamo anche visto la gioia di dormire per la prima volta in un luogo dove nessuno li avrebbe bombardati o violentati. Abbiamo provato l’emozione profonda di dir loro “benvenuti” e comprendere che quella parola era la cosa più preziosa per i loro cuori martoriati. Abbiamo visto che non sono straccioni, che non sono disperati, al contrario, sono persone come me e te, e anche più dignitose di noi talvolta, che scappano per una vita migliore. Tutto dunque ma non disperati, al contrario, gente che spera. Sono l’epifenomeno di questo mondo, che straccia, rompe, vessa, sfrutta e poi si stupisce delle migrazioni che ne conseguono. Ipocrisia, ecco la causa. Questo dolore è figlio della mentalità capitalista e ipocrita.

L’Unione degli Stati del Mediterraneo. Il vostro sembra il primo passo ideale per realizzarla davvero in futuro. Perché è così importante che sia quella la strada?

Come dicevo occorre un nuovo modello di impostazione esistenziale e sociale. Non più quello nordeuropeo e nordamericano, di cui siamo solo follower sciocchi e pedissequi, ma un modello nuovo, adeguato ai tempi, adatto a noi. Penso che, come sempre, dal Mediterraneo uscirà una voce originale, nel cui canto possiamo riconoscerci. Cerchiamo di dare il nostro contributo alla stesura di questo spartito. I nostri sono vocalizzi, tra i tanti buoni che vedo, per cercare quel tono di canto. Non si può vivere secondo modelli inautentici e adatti ad altri. Occorre trovare un proprio modello originale, migliorarlo, renderlo vivo. Cosa che il Mediterraneo non fa più da troppo tempo, diciamo un secolo e mezzo. Ora basta, è bene abitare a casa propria, ma quella casa, prima di entrarci, va ristrutturata. Altrimenti fa acqua quando piove.

Sulla scia di Unlearning, di questi cinque anni in giro per l’universo Mediterraneo si potrebbe realizzare un film documentario e poi magari distribuirlo con Movieday. C’è questo progetto?

In parte sì. Lo stiamo maturando. Intanto riprendiamo tutto. Abbiamo molto materiale già, ed altro ancora produrremo. Poi si vedrà.

Fonte: ilcambiamento.it

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Anche l’idroelettrico inquina: ecco perché

Una ricerca dell’Università di Harvard mette a nudo l’inquinamento da metilmercurio causato dagli invasigettyimages-480597262

L’idroelettrico è ritenuto da tutti una fonte pulita, ma secondo una ricerca compiuta da un team dell’Università di Harvard non sarebbe così, anzi, le inondazioni dei bacini idrici delle centrali elettriche immetterebbero negli ecosistemi marini una grande quantità di metilmercurio, ben più di quanto non stiano facendo i cambiamenti climatici. I ricercatori di Harvard si sono concentrati sul caso delle cascate Muskrat, nella regione canadese del Labrador. Dal 2017, la costruzione di un nuovo impianto dovrebbe sommergere un’ampia regione situata a monte di un fiordo, il lago salato Melville, nel quale sono state trovate colonie di microrganismi con un tasso di metilmercurio molto superiore alle attese. A causare l’inquinamento di questa neurotossina è l’incontro fra acqua dolce e salata: la stratificazione dei due tipi di acqua trattiene i detriti a una determinata profondità (fra 1 e 10 metri) nella quale i batteri trasformano il mercurio presente naturalmente in mortale metilmercurio. In sostanza il plancton alimentandosi di mercurio, lo trasforma e inserisce la neurotossina nella catena alimentare. L’inondazione causata dall’attivazione del nuovo impianto idroelettrico andrebbe ad aumentare i livelli di metilmercurio, mettendo a rischio le comunità locali che vivono prevalentemente di pesca. Lo stesso problema avverrebbe negli impianti idroelettrici in progetto nell’Artico. In tal senso, come sottolineano fra le righe i ricercatori di Harvard la fonte sarebbe pulita solamente per chi usufruirà dell’energia da remoto, mentre i costi ecologici degli impianti idroelettrici ricadrebbero totalmente su coloro che vivono nei pressi degli impianti.

Fonte:  Harvard Gazette

Gli oceani più acidi contribuiranno a riscaldare il clima per i cambiamenti del fitoplancton

In un ambiente più acido il plancton rilascia infatti meno solfuro dimetile, sostanza che generando aerosol contribuisce a raffreddare il clima riflettendo più luce solare e formando nubi. L’impatto potrebbe essere notevole, fino a mezzo grado in più nel 2100Phytoplankton_-_the_foundation_of_the_oceanic_food_chain-586x394

Chi segue le questioni ambientali sa che l’eccesso di emissioni di CO2 prodotte dall’uomo sta acidificando gli oceani e che questo sta creando seri problemi per la formazione del guscio calcareo di molte specie viventi, comprese le ostriche.

Come se questo non bastasse, una ricerca appena pubblicata su Nature mostra che  oceani più acidi causeranno ulteriore global warming per i cambiamenti indotti nel fitoplancton. Questi minuscoli esseri vegetali hanno infatti un ruolo importante nella mitigazione del clima, poichè rilasciano solfuro dimetile (quello che al mare dà il tipico odore di salsedine) che in atmosfera contribuisce alla formazione di aerosol che a loro volta riflettono la luce e favoriscono la formazione delle nubi,  fenomeni che riducono il riscaldamento del pianeta. La ricerca del Max Planck Institute mostra che l’acidificazione degli oceani riduce significativamente le emissioni di solfuro dimetile da parte del plancton, con un possibile ulteriore aumento di temperatura di 0,23-0,48 °C entro fine secolo. Quanti sono ancora i fattori che ancora non conosciamo che potrebbero accelerare il riscaldamento? Quanti i feedback positivi che possono scatenare un effetto valanga? Questo dovrebbe insegnarci la massima precauzione e la massima priorità nel combattere i cambiamenti climatici.

 

Fonte: ecoblog