Aerobico o anaerobico? Proviamo a capire una querelle romana

Queste differenti modalità di trattamento dell’organico sono uno degli elementi di dibattito sulle soluzioni da adottare per risolvere le criticità di Roma.387470_1

Aerobico o anaerobico? Ma anche integrazione tra i due processi. Queste differenti modalità di trattamento dell’organico sono uno degli elementi di dibattito sulle soluzioni da adottare per risolvere le criticità di Roma nella gestione dei rifiuti.

Ai tempi della giunta Marino, era stata avanzata la proposta di creare degli “ecodistretti con impianti anaerobici dove i rifiuti si sarebbero trasformati in biogas” ricorda il quotidiano La Stampa. La nuova giunta guidata da Virginia Raggi,invece, così come indicato nel piano Ama per la gestione dei materiali post-consumo 2017 – 2021, prevede la costruzione di impianti per la valorizzazione della frazione organica con “l’individuazione di aree per la costruzione di impianti di compostaggio aerobico che possano trattare almeno 120.000 tonnellate di organico”.

Legambiente, che in un comunicato “ribadisce le 4 mosse per liberare la capitale dai rifiuti”, indica tra le misure da adottare, “la costruzione di 10/15 impianti anaerobici per la gestione dell’organico e la produzione di biometano. La frazione organica – sottolinea l’associazione – pesa per circa il 30% del totale dei rifiuti urbani e a Roma, al superamento del 65% di differenziata come previsto per legge, sarebbe di circa 500.000 tonnellate annue; per smaltirle sarebbero necessari 10/15 digestori anaerobici per il trattamento dell’organico e la produzione di biometano, impianti piccoli, a zero emissioni e miasmi. La giunta invece si era detta favorevole alla costruzione di 3 impianti aerobici, scelta che Legambiente ritiene sbagliata, pensando che non si possa condannare un territorio che ha sopportato già così tanto, a miasmi perenni provenienti da impianti i cui progetti sono ancora sconosciuti, la localizzazione altrettanto e le persone non coinvolte nelle scelte”.

C’è da ricordare, tuttavia, che recentemente l’attuale l’assessora alla Sostenibilità Ambientale di Roma, Giuseppina Montanari, i vertici di Ama e numerosi rappresentanti del Comune e dei Municipi di Roma, sono stati in visita al Polo Ecologico di Acea Pinerolese Industriale S.p.A., realtà all’avanguardia che integra un impianto di depurazione acque reflue, al trattamento anaeorobico dei rifiuti, al compostaggio aerobico e all’impianto di produzione di biometano. “Una visita molto utile” aveva affermato in quella occasione l’assessora Montanari “perché mi sembra ci sia un esempio virtuoso di valorizzazione dell’organico”.

Ma quali sono i principali vantaggi e svantaggi dei due processi? Riprendiamo a questo proposito un documento del Consorzio Italiano Compostatori: La digestione anaerobica produce energia rinnovabile (biogas) a fronte del compostaggio aerobico che consuma energia; gli impianti anaerobici sono in grado di trattare tutte le tipologie di rifiuti organici indipendentemente dalla loro umidità, a differenza del compostaggio che richiede un certo tenore di sostanza secca nella miscela di partenza; gli impianti anaerobici sono reattori chiusi e quindi non vi è rilascio di emissioni gassose maleodoranti in atmosfera, come può avvenire durante la prima fase termofila del compostaggio; nella digestione anaerobica si ha acqua di processo in eccesso che necessita di uno specifico trattamento, mentre nel compostaggio le eventuali acque di percolazione possono essere ricircolate come agente umidificante sui cumuli in fase termofila; gli impianti di digestione anaerobica richiedono investimenti iniziali maggiori rispetto a quelli di compostaggio la qualità del digerito, in uscita dalla digestione anaerobica, è più scadente di quella del compost aerobico.

Tuttavia, si legge ancora nel documento, l’integrazione dei due processi può portare dei notevoli vantaggi, in particolare: si migliora nettamente il bilancio energetico dell’impianto, in quanto nella fase anaerobica si ha in genere la produzione di un surplus di energia rispetto al fabbisogno dell’intero impianto; si possono controllare meglio e con costi minori i problemi olfattivi; le fasi maggiormente odorigene sono gestite in reattore chiuso e le “arie esauste” sono rappresentate dal biogas (utilizzato e non immesso in atmosfera). Il digerito è già un materiale semi-stabilizzato e, quindi, il controllo degli impatti olfattivi durante il post-compostaggio aerobico risulta più agevole, si ha un minor impegno di superficie a parità di rifiuto trattato, pur tenendo conto delle superfici necessarie per il post-compostaggio aerobico, grazie alla maggior compattezza dell’impiantistica anaerobica; si riduce l’emissione di CO2 in atmosfera (Kubler and Rumphorst, 1999) da un minimo del 25% sino al 67% (nel caso di completo utilizzo dell’energia termica prodotta in cogenerazione); l’attenzione verso i trattamenti dei rifiuti a bassa emissione di gas serra è un fattore che assumerà sempre più importanza in futuro.

Foto: impianto biometano Acea Pinerolese

Fonte: ecodallecitta.it

 

Fugge dalla padrona per tornare al canile: la storia del labrador Dado

La storia di Dado sembra una favola capovolta. Sopravvissuto al sisma dell’Aquila e portato in un canile di Bibiana (To), nei pressi di Pinerolo, il labrador è scappato dalla sua nuova padrona per tornare al canile che lo aveva accolto quattro anni fa.

2362137-586x311

 

Lo avevano visto aggirarsi da solo per la città, dopo il terremoto del 2009. All’epoca aveva sei mesi, un cucciolo senza casa né padroni. Un’attivista della Lega Nazionale del Cane abruzzese, vista la situazione di emergenza, chiese a Graziella Avondetto, responsabile del canile di Bibiana (To) se potesse occuparsene. Il labrador è giunto in Piemonte dopo il terremoto, ancora impaurito dai rumori forti ha impiegato un po’ di tempo ad abituarsi al nuovo ambiente. Inizialmente ha dovuto metabolizzare il trauma subito, ma con il passare del tempo – racconta la volontaria – ha assunto un ruolo di leader all’interno del canile, venendo identificato dagli altri come un capo branco. Il canile di Bibiana è una struttura-modello con tanto di pannelli solari per scaldare le cucce. Dopo l’intervento di educatori e di un veterinario comportamentista Dado ha cominciato a lasciarsi avvicinare dagli umani. Il lungo iter per trovargli una casa è culminato con l’adozione di un paio d’anni fa. Ad accoglierlo è stata una signora residente di Prarostino, piccolo paese a cavallo fra le valli Pellice e Chisone. Tre giorni dopo l’adozione, la signora ha telefonato ai responsabili del canile per avvertirli che Dado aveva saltato un’alta rete e un muretto ed era scomparso. Il cane ha iniziato il suo viaggio nei boschi. A quindici giorni dalla scomparsa, una domenica i volontari del canile decidono di organizzare un rastrellamento delle campagne per trovarlo. Verso le sei di sera scorgono una macchia bianca. È Dado che ha ritrovato la strada di casa, percorrendo i quindici chilometri di distanza da Prarostino a Bibiana. Provato dagli stenti, con dieci chili di meno, il labrador è finalmente tornato in quella che è ormai la sua vera casa. Per restarci.

Fonte: Repubblica