Arriva in Italia Yescapa, la piattaforma per condividere il proprio camper

Sull’onda del successo già ottenuto in Europa, Yescapa, la piattaforma di camper sharing tra privati, arriva in Italia.

Ora viaggiare in libertà diventa ancora più semplice per gli oltre 8 milioni di turisti che ogni anno percorrono le strade della Penisola a bordo di veicoli ricreativi.yescapa

Scoprire il piacere di viaggiare in libertà e a prezzi vantaggiosi: dal 15 aprile arriva in Italia Yescapa, la piattaforma leader in Europa nella condivisione di camper, van e furgoni camperizzati tra privati.

Il turismo in libertà è una tipologia di vacanza tra le più gettonate in Italia. Dati alla mano sono 8,2 milioni di visitatori*, tra italiani e stranieri, che ogni anno percorrono le strade della Penisola a bordo di veicoli ricreazionali. Senza considerare che il nostro Paese rientra tra i migliori produttori europei di autocaravan, con oltre 15mila veicoli prodotti e oltre 4mila camper immatricolati ogni anno. Numeri di grande valore e in forte crescita, che giustificano l’attrattività del turismo en plein air in Italia.

Che cos’è Yescapa

La piattaforma online di Yescapa mette in contatto i proprietari di veicoli ricreazionali con i viaggiatori di tutto il mondo, proponendosi come intermediario di fiducia e assicurando una soluzione chiavi in mano per un viaggio in camper in totale libertà e sicurezza. A distanza di 5 anni, quella che nacque come un’avventura emozionante si è trasformata oggi in una grande realtà imprenditoriale, con oltre 150mila utenti e più di 5000 veicoli messi a noleggio in tutta Europa, in particolare in Francia, Spagna, Regno Unito e Germania. Dal 2012 al 2018, Yescapa ha effettuato circa 200.000 giorni di noleggio, che equivalgono a 540 anni di viaggi on-the-road.

Come funziona Yescapa?

La piattaforma di Yescapa permette ai proprietari di veicoli ricreazionali di inserire il proprio annuncio gratuitamente, impostando le proprie tariffe. I viaggiatori possono così scegliere tra un’ampia gamma di veicoli: dal grande camper per la famiglia dotato di ogni comfort, al minicamper, ai furgoncini volkswagen. Il giorno della partenza, proprietario e viaggiatore si incontrano per la consegna delle chiavi, l’ispezione del veicolo e la firma del contratto: a questo punto, il proprietario riceve la sua remunerazione e il viaggiatore si gode il suo road trip in totale serenità. Il tutto senza dimenticare la sicurezza: Yescapa verifica i documenti degli utenti e offre la migliore assicurazione camper multi-rischi per tutto il periodo di noleggio nonché un’Assistenza stradale 24/7.

“Gli italiani da tempo stanno sperimentando la sharing economy, grazie a piattaforme che permettono di affittare case tra privati o condividere passaggi in auto: con Yescapa vogliamo aggiungere un tassello importante per contribuire alla crescita dei viaggi in camper, offrendo una nuova soluzione tra privati basata su un modello collaborativo e complementare al tradizionale noleggio professionale”, spiega Dario Femiani, Country Manager Italia di Yescapa.

Vantaggi per viaggiatori e proprietari di camper: risparmio e ampia scelta

Semplicità, convivialità e affidabilità: questi sono i vantaggi annunciati dalla piattaforma. Il camper sharing da una parte consente a chi intende sperimentare un viaggio on the road in completa libertà di farlo a prezzi accessibili, dall’altra a chi possiede un camper di ammortizzare i costi di manutenzione del veicolo in modo sicuro e semplice. “Chi possiede un camper lo sa bene – aggiunge Dario Femiani – il divertimento è assicurato ma i costi, oltre all’acquisto, sono molto elevati rispetto al suo utilizzo. Si calcola infatti che un camper rimanga inutilizzato per oltre il 90% del tempo, a fronte di una spesa annua di circa 4000€, tra assicurazione, revisione e manutenzione. Piuttosto che lasciare il camper parcheggiato in giardino, perché non condividerlo con altre persone?”.

*Fonte: Rapporto nazionale 2017 sul turismo in libertà in camperunnamed

Fonte: agenziapressplay.it

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Greenpeace: blitz sulla piattaforma Polar Pioneer

Sei attivisti di Greenpeace sono saliti sulla piattaforma Shell che dovrebbe trivellare nelle acque dell’Oceano Artico. Che il new deal “eco” di Obama fosse propaganda a scopo elettorale e una delle leve su cui costruire la propria immagine di presidente vicino ai problemi della contemporaneità non lo scopriamo oggi, certo è che nelle ultime settimane le contraddizioni dell’attuale amministrazione Usa sono emerse in tutta la loro evidenza. Se da una parte è stato presentato l’Unfccc per ridurre le emissioni di gas serra, a bilanciare questa scelta virtuosa è arrivato l’imprimatur presidenziale all’Arctic Drilling Plan della Shell, un progetto di trivellazione dell’Artico contro cui gli ambientalisti si battono da tempo. E Greenpeace Usa ha deciso di organizzare un’azione dimostrativa delle sue, ieri, lunedì 6 aprile, sei climbers hanno intercettato una piattaforma petrolifera Arctic-bound della Shell nel mezzo dell’Oceano Pacifico, a circa 750 miglia a nord-ovest delle Hawaii e si sono arrampicati sul lato inferiore del ponte principale del Polar Pioneer. Anche se “appesi” a centinaia di miglia da terra, i sei attivisti – provenienti da Usa, Germania, Nuova Zelanda, Australia, Svezia e Austria – sono stati dotati di una tecnologia che gli permetterà di comunicare con i supporter di tutto il mondo. La mediatizzazione delle azioni di disturbo di Greenpeace è uno degli elementi fondamentali dell’attività dell’ong “eco”. L’operazione di “assalto” alla Polar Pioneer è avvenuta dopo che alcuni gommoni sono stati messi in mare dalla Greenpeace Esperanza. Aliyah Field ha pubblicato alcuni tweet dalla Polar Pioneer in cui dopo avere informato del successo dell’operazione ha chiamato a raccolta gli ambientalisti di tutto il mondo a dar loro man forte. Fra meno di 100 giorni Shell potrebbe iniziare la perforazione nell’Alaska artica, dando il via a quello che gli attivisti di Greenpeace definiscono un “climate-killing plan”. La Polar Pioneer è una delle due piattaforme Shell che stanno viaggiando verso l’Artico, l’altra si chiama Noble Discover ed è una delle più vecchie al mondo. Entrambe dovrebbero arrivare a Seattle fra una settimana, per poi essere trasferite nel mare dei Chukchi. Secondo i piani di Shell le trivellazioni esplorative per l’estrazione del petrolio dovrebbero iniziare già quest’estate: i timori di Greenpeace sono legati sia alla dimensione locale, con la paura per le eventuali fuoriuscite nelle acque artiche annichiliscano definitivamente la fauna selvatica, sia alla dimensione globale, con la preoccupazione connessa a un’attività estrattiva che rappresenterà un ulteriore incremento per le emissioni di gas serra, in un contesto nel quale la superficie dei ghiacci marini artici ha raggiunto il record più basso. Il Polar Pioneer ha lasciato la Malesia ai primi di marzo e dovrebbe rappresentare – insieme a Noble Discover – il ritorno di Shell nell’Oceano Artico, dove la compagnia non perfora dal 2012.

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Fonte:  The Guardian Greenpeace

© Foto Getty Images

Congo, affonda piattaforma petrolifera. “Fermare trivellazioni nei nostri mari”

È affondata nella notte del 2 luglio nell’Oceano Atlantico il Perro Negro 6, una delle 6 piattaforme marine ‘offshore’ di Saipem, sussidiaria di Eni. Il disastro, afferma Greenpeace, ripropone con urgenza la questione della sicurezza di questi impianti.

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Il Perro Negro 6, piattaforma marina che fa parte del gruppo Saipem (azienda leader nella realizzazione di impianti petroliferi e in ambito di perforazioni) è affondato, nella notte tra l’1 e il 2 luglio scorso, nelle acque dell’Oceano Atlantico. A renderlo noto, un paio di giorni fa, è stata la stessa Saipem, con un comunicato in cui vengono spiegati e ricostruiti gli andamenti dei fatti. Il bilancio dell’incidente, a quanto si sa fino adesso, è di un disperso e 6 feriti. Le cause, sembrano da imputarsi al cedimento del fondo marino sotto una delle 3 gambe del Perro. Altro dettaglio: la piattaforma, costruita nel 2009 in Indonesia e capace di lavorare in acque profonde più di 100 metri, si è inabissata precisamente all’altezza della foce del fiume Congo, tra l’Angola e la Repubblica Democratica del Congo (ad una profondità di circa 40 metri). Nella notte in questione, il mezzo stava compiendo delle operazioni di posizionamento che sarebbero state utili alla perforazione. Venendo meno il fondale, la struttura ha incominciato ad imbarcare acqua ed è scomparsa nelle profondità dell’oceano intorno alle 10.30 del mattino. Fortunatamente, avendo attivato per tempo l’allarme e avendo fatto evacuare la piattaforma, non c’erano membri dell’equipaggio. Eppure, nonostante questo, su 103 membri si contano un disperso e 6 feriti. La Saipem, per adesso, non sa se ci sono stati danni ambientali e sottolinea di aver preso tutte le misure di prevenzione previste e di essere assicurata sia per la perdita dell’impianto, sia che per eventuali danni ambientali e per la rimozione del relitto. Il fatto poi che il Perro Negro 6 operasse in acque non particolarmente profonde, attenuerebbe ancora di più l’investimento economico per rimediare a questo incidente. Il dramma della piattaforma Perro Negro 6, di proprietà dellaSaipem – sussidiaria di Eni – affondata ieri in Congo, ripropone con urgenza la questione della sicurezza di questi impianti, proprio quando anche nei nostri mari è in corso un vero e proprio assalto all’oro nero. E’ quanto afferma Greenpeace che ricorda come “a poco meno di un mese dallo sversamento di petrolio a Gela, Eni é di nuovo sul banco degli imputati”. “Pensare che la Saipem sarà capace di trivellare in piena sicurezza a 700 metri di profondità nel Canale di Sicilia mentre non riesce a gestire una perforazione a 40 metri in Congo è una follia. Eppure, negli studi di impatto ambientale presentati per farsi autorizzare i pozzi esplorativi nel Canale di Sicilia, Eni continua a non prendere in considerazione l’eventualità di un serio incidente”, dichiara Alessandro Gannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. Eni millanta procedure d’avanguardia che escluderebbero ogni rilevante pericolo, ma alla luce di quello che è successo alla Perro Negro 6, non sembrano eccessive le richieste delle autorità norvegesi che (dopo l’incidente della piattaforma Scarabeo8)avevano già chiesto a Saipem di rivedere “la gestione dei processi” e di “applicare misure che garantiscano la conformità con i requisiti relativi alla salute, sicurezza e l’ambiente, nella compagnia in generale.” Nonostante i continui disastri, e le ovvie carenze negli Studi di Impatto Ambientale, la Commissione di valutazione di impatto ambientale (VIA) avrebbe già dato parere favorevole per progetti di trivellazione dei giacimenti Cassiopea e Argo nel Canale di Sicilia, e ora si accinge a valutare la richiesta su Vela 1 [1]. Questa è l’ennesima dimostrazione che Eni non è in grado di operare in condizioni di sicurezza. “Non possiamo permetterci di rischiare nuove catastrofi sulle nostre coste. I progetti di estrazione di Eni – continua Greenpeace – rappresentano un serio pericolo per l’ambiente, per la nostra salute e per la nostra economia. Per questo motivo, chiediamo al Ministro dell’Ambiente di fare finalmente qualcosa e intervenire affinché la Commissione VIA effettui finalmente una seria e indipendente valutazione dei rischi delle attività petrolifere in mare. Allo stesso tempo, chiediamo a tutte le Regioni di schierarsi contro le speculazioni di giganti petroliferi senza scrupoli”.

Fonte: Greenpeace