15 piante che attirano le farfalle

Lilla, lantana, veronica, alisso, valeriana e altre undici piante da fiore adatte ad attrarre nell’orto, nel giardino e sul balcone le farfalle cedronelle, cleopatra, icaro blu e celastrina e molte altre. Vediamole in dettaglio per scegliere le migliori adatte al nostro uso.

Orti, giardini e balconi sono molto più belli se attirano a sé anche le farfalle, non solo sono più belli ma anche più ecologici. Vediamo le 16 piante più adatte per realizzare il nostro eden di casa. Ecco una carrellata delle piante da utilizzare per preparare un ambiente ideale.

LILLA

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Il suo nome latino è sirynga vulgaris ed è un arbusto molto rustico e diffuso da millenni in gran parte dell’Europa anche se ha origini asiatiche. La sua fioritura, del caratteristico colore, è molto odorosa e la facilità di coltivazione la rende una pianta diffusissima. I suoi fiori sono a pannocchia e sbocciano da aprile in avanti.

VERONICA

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E’ un erbacea perenne originaria dell’Europa e dell’Asia. Questo piccolo arbusto che si sviluppa a cespi, più o meno grandi ha foglie verde scuro e piccoli fiori blu-viola riuniti in piccole pannocchie perfetti per attirare le farfalle.
LANTANA

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Della famiglia delle verbenacee e con origine in America ed Africa è pianta che oggi ha svariati ibridi in natura. Le foglie, ricoperte da piccole venature in rilievo, se spezzate emanano un aroma molto particolare. Una pianta che non deve mancare nel vostro giardino speciale.

BUDDLEIA

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E’ considerata la pianta delle farfalle per eccellenza ed è un arbusto sempreverde originario dell’Asia e dell’America del sud. E’ composta da ciuffi di lunghi steli ad arco. Produce delle spighe molto grandi dall’estate all’autunno e dei fiori profumati di miele e colorati di rosa, bianco o lilla in cui si tuffano volentieri le farfalle.

VERBENA

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Di verbene ce ne sono almeno una decina di specie e quelle più diffuse sono di origine americana. Sono teoricamente piante perenni, ma in realtà difficilmente sopravvivono agli inverni rigidi motivo per ci sono considerate annuali. In realtà è pianta che col tempo tende a crescere in maniera disordinata ed è per questo che la si preferisce in varietà annuale.
ALISSO

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L’alyssum saxatile è il suo nome scientifico. Trattasi di una sempreverde tappezzante di originae europea dalle piccole foglie allungate riunite in rosette da cui in primavera si alzano dei fusti sottili da ci scoppiano mazzetti di fiorellini gialli amatissimi dalle farfalle.

ORIGANO

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Non solo aromatico l’origano, ideale per il clima mediterraneo ha grande resistenza in casi estremi sia di siccità che di freddo. Lo si può far nascere dalle piantine o direttamente con la semina in semenzaio nel corso dell’inverno.

TIMO

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Altra pianta nota per le sue qualità aromatiche, molto utilizzata in cucina è una perenne sempreverde molto spesso arbustiva. Di Tymus vulgaris ne esistono moltissimi ibridi. Tutte le foglie, molto piccole, sono ricoperte da una fitta peluria e sopra esse, all’inizio dell’estate sbocciano dei fiorellini a spiga rosati amatissimi dalle farfalle.
PISELLO ODOROSO

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Se ne conta circa duecento specie diverse di questa pianta di origine europea. Solo nel nostro paese se ne conta una ventina ed ognuna è specifica per un certo tipo di clima (arino, collinare, montano), Le esigenze e le forme e i colori sono però le stesse con bellissimi fiori di colore rosa acceso.

VALERIANA

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La comune Valeriana officinalis è pianta a fiore della famiglia delle Valerianacee ed è una di centocinquanta specie diffuse dall’Europa all’America del nord. Il nomignolo diffuso di “erba dei gatti” deriva dall’attrazione che esercita l’odore di questa pianta fresca, quasi stupefacente, sui gatti. Ma anche le farfalle la amano per questo.

ORTICA

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L’Urtica dioica è un’ erbacea diffusa sia in oriente che in occidente famosa soprattutto per il potere irritante dei peli che ne ricoprono le foglie e i fusti. Meno conosciute sono però le sue proprietà benefiche e curative, che la rendono un’efficace pianta medicinale e la capacità, con l’odore che emana di attrarre le farfalle.

NASTURZIO

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Perfetta per regalare un gran bel tocco di colore al giardino è pianta facile da coltivare. Vi sorprenderà con le mille sfumature dei suoi gialli e arancioni che fioriscono in abbondanza per tutta l’estate e anche oltre. I suoi fiori per altro oltre ad essere multicolor e bellissimi sono indicati anche per essere mangiati.

RUTA

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Conosciuta da tempi antichissimi la Ruta graveolens della famiglia delle Rutaceae veniva chiamata un tempo “l’erba che tiene lontano gli spiriti” ed era il talismano ideale per tenere lontane le streghe ed il malocchio. E’ pianta usatissima anche in erboristeria, in cucina e ancor più in liquoreria. Forse le farfalle amano la grappa alla ruta?
MENTA

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E’ pianta perenne con fusto legnoso e l’odore intenso, molto gradevole. Ne esistono molte specie e la più comune è diffusa è la piperita, ibrido fra menta acquatica e la menta viridis. Oltre alla menta piperita troviamo la menta nera ricca di oli essenziali e dal penetrante aroma.

ZINNIA

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Al suo genere appartengono circa venti specie annali. E’ pianta originaria del Messico ed è coltivata come ornamentale. E’ forata da folti cespugli eretti, ramificati, con foglie ovali, di verde scuro e fiori solitari a simil margherita. I fiori sono di tanti e ne esistono addirittura varietà bicolori e screziate amatissime dalle farfalle.
PIANTE NUTRICI DELLE FARFALLE, QUALI SONO

Fondamentali per il vostro giardino a beneficio delle farfalle sono le piante ideali per ospitare i bruchi, le cosiddette piante nutrici. A questa categoria appartengono quasi tutte piante della nostra flora e la più celebre è l’edera. Piante da coltivare sia in terra che in vaso perfette per il “butterfly garden” sono anche la ruta, il cavolo ornamentale, il nasturzio, la carota selvatica, il finocchio selvatico, l’angelica ed altre piante appartenenti alla famiglia delle Ombrellifere, il fiordaliso, la piantaggine, le graminacee appartenenti a diverse specie comuni nei prati, le viole selvatiche, i cardi, le leguminose appartenenti a diverse specie, l’acetosella, il romice, la silene, l’erba zoffina, l’erba viperina, il salice bianco, il ramno, l’alaterno, la frangula, il corbezzolo, l’agrifoglio, le coronille arbustive, il pruno e il prugnolo, la veigelia e il biancospino.

QUALI FARFALLE ARRIVERANNO IN GIARDINO

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Esistono delle specie di farfalle che sono difficili da attrarre ed altre che, di contrappasso, è facile che vengano a fare visita al vostro giardino. Le specie che più facilmente verranno a svolazzare fra i vostri fiori sono: macaone, podalirio, le varie cavolaie, colia, cedronelle, cleopatra, icaro blu, celastrina, silvano minore, caraxe, apatura, fritillarie minori, latona, le varie vanesse, ninfa minore, bruna dei prati e dei muri, macchia del bosco, esperide venato, pavonia maggiore e minore, falena colibrì, sfinge del convolvolo, zigane e falena tigrata.

COME REALIZZARE UN PICCOLO TERRAZZO PER LE FARFALLE

Per realizzare un terrazzo a misura di farfalle è necessario partire dalla conoscenza delle quattro fasi di vita del lepidottero perché è dalla loro ricostruzione fedele che è possibile sbocciare le crisalidi. E’ importante offrire quindi cibo e riparo alle giovani larve, garantire un angolo ideale per le pupe ed infine attirare le adulte con piante e fiori dove poi deporre anche le uova. Polline, nettare, frutta zuccherina, acqua e zucchero sono il cibo ideale per attirare le farfalle e far si che il vostro terrazzo venga da loro prescelto. Servono quindi sul terrazzo piante nettarine e piante nutrici che servono invece da nutrimento per i bruchi che si origineranno dalle uova.

Fonte: stilenaturale.com

A Expo 2015 apre il Parco della Biodiversità

L’area tematica di 8500 mq aprirà i battenti il prossimo 9 maggio. Aprirà il 9 maggio, poco più di una settimana dopo l’apertura ufficiale dell’Expo 2015, il Parco della Biodiversità, un’area di 8500 metri nella quale tra alberi, piante e campi verranno mostrati esempi di coltivazioni dell’agro-biodiversità italiana: circa trecento specie di piante, terre naturali e colture delle zone del paesaggio italiano, dalla montagna alpina alla Pianura Padana, dall’Appennino alle pianure e alle coste mediterranee. Il parco è stato presentato dai vertici di BolognaFiere che ne hanno curato l’allestimento e dal ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Maurizio Martina. Il presidente di BolognaFiere, Duccio Campagnoli, ha spiegato che si tratta di un investimento di diversi milioni e di “uno dei luoghi più originali” dell’Esposizione.

L’Italia è la patria della biodiversità e nel contesto di Expo sapremo valorizzare al meglio anche la nostra straordinaria esperienza sul fronte del biologico. Il modello agricolo italiano fa della sostenibilità un tratto distintivo e di competitività: non è un caso, infatti, se nel nostro Paese già oggi un ettaro su dieci è dedicato all’agricoltura biologica e se siamo leader in Europa con oltre 52.000 operatori. A settembre promuoveremo a settembre, in Expo, il Forum internazionale del Biologico,

ha aggiunto il ministro Martina. Tra i partner del progetto curato da BolognaFiere anche Federbio, FederUnacoma e Cosmetica Italia – per una carrellata sulle nuove tecnologie di una agricoltura bio anche al servizio della cosmesi -, Legambiente, la Fiera di Norimberga che organizza Biofach e Ifoam l’organizzazione mondiale per il biologico. Con 52mila operatori nel settore, l’Italia è il Paese leader per quanto riguarda la biodiversità.147885311-586x335

Fonte:  Ansa

© Foto Getty Images

Ecco perché l’alluminio limita la crescita delle piante

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A volte la terra smette di essere produttiva: si stima che negli ultimi 40 anni circa un terzo dei terreni coltivabili di tutto il mondo sia stata persa in questo modo. Uno degli elementi responsabili di questo processo è l’alluminio, che costituisce un problema in particolare per i suoli acidi, circa il 40% dei terreni agricoli del mondo, in cui i minerali si dissolvono e rilasciano in soluzione il metallo, che poi limita la crescita delle piante. Nonostante gli effetti dell’alluminio fossero noti sin dai primi del Novecento, le ragioni alla base della sua tossicità non sono mai state comprese fino in fondo. Oggi, uno studio pubblicato sulla rivista Plant Physiology, e realizzato dall’Università del Queensland (Australia), l’Università dell’Australia del Sud, l’Università di Oxford ed Elettra Sincrotrone Trieste in Area Science Park, aiuta a chiarire i meccanismi di tossicità dell’alluminio, fotografando per la prima volta le modalità d’accumulo dell’alluminio nelle radici dei semi di soia, in funzione dei tempi di esposizione. Lo studio ha utilizzato il microscopio TwinMic, che usa la luce di sincrotrone di Elettra, dimostrando che gli effetti tossici dell’alluminio sono estremamente rapidi, esercitandosi già a partire dai primi cinque minuti di esposizione al metallo e sono dovuti a un’inibizione diretta dell’allungamento di determinate cellule situate all’apice della radice e direttamente responsabili della sua crescita. “Utilizzando TwinMic e la tecnica della fluorescenza ai raggi X – commenta Alessandra Gianoncelli, ricercatrice di Elettra – siamo riusciti a ottenere una serie di mappe chimiche, che hanno evidenziato come l’alluminio si concentri nelle pareti di queste cellule, impedendone l’allentamento e l’allungamento necessari. In questo modo le radici non possono crescere e la pianta non potrà accedere all’acqua e ai nutrienti necessari per portare a termine il ciclo riproduttivo. L’effetto è già chiaramente visibile in pochi minuti ma, anche lasciando passare 24 ore, le cellule in cui l’alluminio si è concentrato sono sempre quelle collocate nella stessa zona della radice”. “Questo studio – commenta Peter Kopittke dell’Università australiana del Queensland, primo autore della pubblicazione – è una chiave importante per la corretta costruzione di strategie atte a contrastare la perdita dei suoli agricoli. Una possibile soluzione per tutelare la produzione agricola passa infatti attraverso la produzione di colture più resistenti all’alluminio. A questo scopo la conoscenza dei meccanismi d’accumulo e d’azione del metallo, a livello cellulare e subcellulare, è di fondamentale importanza”.

Riferimenti: Identification of the primary lesion of toxic aluminum (Al) in plant roots; Peter M. Kopittke et al.; Plant Physiology doi:10.1104/pp.114.253229

Credits immagine: via Pixabay

Fonte: galileonet.it

La vita sociale segreta delle piante: il documentario della BBC

Le piante comunicano tra loro, inviano segnali sia sopra che sotto il suolo per avvisarsi a vicenda dei pericoli esterni, come per esempio i pesticidi. Riescono a mettersi “in rete” fra loro e a rispondere agli stimoli. Un mondo ancora in gran parte sconosciuto che merita di essere scoperto.piante_comunicano

Ormai sono innumerevoli gli studi che attestano la capacità delle piante di relazionarsi tra loro attraverso un vero e proprio linguaggio organizzato. A questo proposito, illuminante e rivelatore è il documentario diffuso qualche giorno fa dalla BBC dal titolo “Come le piante pensano e comunicano”.

Semplice e immediato è il cortometraggio, animato da Minute Earth, che spiega come la piante riescano a comunicare tra loro, inviarsi segnali sia sotto che sopra il suolo e anche riconoscere fattori esterni pericolosi, come i pesticidi. E’ affascinante pensare che l’odore dell’erba tagliata di fresco ci possa riportare alla nostra infanzia, ma a una pianta fa un effetto differente. Di generazione in generazione, le piante hanno imparato a interpretare i composti complessi nell’aria e a reagire ad essi comunicando specifiche paure e reagendo anche all’unisono.  Come spiega il cortometraggio, alcune piante come il mais o il cotone possono aiutare gli insetti quando sono in difficoltà. La pianta di pomodoro riesce ad avvertire che la pianta vicina sta male e inizierà a produrre anticorpi in risposta. Le piante comunicano da tempo immemorabile tra loro in una fitta e complessa rete. Gli scienziati lo confermano. Sulla rivista scientifica Trends in Plant Science è stato anche spiegato che le piante non solo riescono a rispondere ai suoni, ma producono esse stesse suoni che i ricercatori dell’università dell’Australia occidentale sono stati in grado di ascoltare. I ricercatori della Bristol University hanno anche osservato che quando le radici vengono messe in sospensione nell’acqua e viene prodotto un suono continuo a 220Hz, frequenza simile a quella delle piante, le piante crescono dirigendosi verso la fonte sonora. Oltre ovviamente ad utilizzare la luce, le piante utilizzano anche le sostanze volatili per comunicare tra loro per esempio quando si avvicina un erbivoro, quindi un pericolo. Addirittura ci sono piante che sprigionano determinati gas quando si trovano in specifiche situazioni in modo da riuscire ad avvertire i vegetali che sono vicini.

La vita sociale segreta delle piante

Fonte:  ilcambiamento.it

Guida alle piante disinquinanti da casa

E’ possibile ridurre l’inquinamento in casa? Può essere fatto anche scegliendo intelligentemente le piante da tenere in casa.  Sì, la scelta delle piante d’appartamento può essere fatta in maniera consapevole tenendo conto delle diverse proprietà disinquinanti che hanno le varie piante e quindi contribuendo in modo significativo a migliorare la qualità dell’aria indoor.donna-con-pianta-400x250

Che poi la scelta sia importante, lo si capisce anche vedendo statistiche che dicono che nelle nostre case ed uffici, l’aria è assai più inquinata rispetto all’ambiente esterno, data la presenza di materiali per la costruzione e l’isolamento più o meno dannosi per la qualità dell’aria, impianti di riscaldamento / raffrescamento che sollevano polveri e molte altre piccole e grandi insidie. Sicuramente ci sono delle buone abitudini che ci possono aiutare in questo senso (non tenere a mille il riscaldamento e ventilare spesso l’ambiente per dirne due), ma anche le piante possono darci una mano. Ma quali sono le piante ideali per le nostre case? Quali le piante con le maggiori proprietà disinquinanti?

Vediamo le varie piante in funzione degli agenti inquinanti più frequentemente presenti in casa.

Formaldeide: Contro la formaldeide, sostanza utilizzata nella produzione di numerosi materiali per l’edilizia e nella fabbricazione dei mobili, che è anche la principale fonte di inquinamento indoor, le seguenti piante sono specialmente idonee: le piante di ficus, l’edera, il pothos, la palma, la Phoenix Roebelenii, la Dracaena fragrans (il famoso Tronchetto della felicità) o l’Aglaonema.

Ammoniaca: presente in molti dei nostri detergenti per la casa, l’ammoniaca è una sostanza tossica che può fare danni alle vie respiratorie in particolare. Non solo, studi recenti confermano il fatto che l’ammoniaca danneggia il feto in donne incinte che siano esposte all’ammoniaca. Contro questa sostanza, azalee, palme, l’anthurium, il ficus e l’edera sono assai efficaci

Fumo e benzene: piante come Edera, sanseviera, DracaenaPhilodendron, Azalea e le piante di Falangio (Chlorophytum) hanno ottime proprietà nel trattenere il fumo ed il benzene, altro fattore di inquinamento indoor.

Odore di vernice: I Crisantemi e Philodendron assorbono il Tricloroetilene usato nelle vernici e solventi e sono la scelta ideale in una casa tinteggiata di fresco.

Per umidificare l’aria: piante che emettono vapore acqueo, come DieffenbachiaPothos e Gerbera aiutano in questo senso.

Altre piante sono eclettiche nelle loro qualità anti-inquinamento e si prestano sia per umidificare l’aria (importante, perché fa si che si depositino a terra diverse particelle dannose che altrimenti respireremmo) che per assorbire sostanze nocive: si parla qui dello spatifillo, della Schefflera e della Nephrolepis exaltata (la felce di Boston). Le piante anti-inquinamento sono un modo naturale per migliorare l’aria che respiriamo a casa e conferirle bellezza e colore. Cosa state aspettando?

Fonte: tuttogreen.it

Scoperta importante per la resa delle colture: come piante regolano la fioritura

Un segreto rimasto celato per anni dietro i geni delle piante e portato alla luce da una equipe di studiosi dell’università americana di Washington che potrebbe aprire scenari finora inimmaginabili. Stiamo parlando della recente scoperta dell’intricato processo che regola il meccanismo di fioritura delle piante che, a quanto pare, avverrebbe in maniera ‘consapevole’ e per nulla casuale.fioritura_rosso_giallo-400x250

Ebbene sì, le piante ‘sanno’ quando fiorire e grazie alla proteina FKF1 riconoscono il cambiamento stagionale in atto e reagiscono dischiudendo i primi boccioli. La FKF1, infatti, è un fotorecettore attivato dalla luce solare la cui produzione avviene solitamente in tardo pomeriggio, rigidamente regolata dai cicli vitali della pianta. Durante le stagioni fredde i giorni sono brevi e la luce captata dalle piante è troppo scarsa perché la proteina possa essere attivata; con l’allungarsi delle giornate, invece, la luce nel tardo pomeriggio aumenta e il fotorecettore comincia ad attivare il meccanismo della fioritura. Ed è così che dalle foglie della piante partono dei veri e propri segnali chimici diretti alle cellule vegetali implicate nello sviluppo dei fiori. La sorprendente scoperta è frutto dello studio condotto sulla Arabidopsis, una piccola pianta appartenente alla famiglia della senape utilizzata nella ricerca genetica. Se confermata ed estesa ad altre varietà più complesse come orzo, riso e grano potrebbe rivoluzionare il mondo dell’agricoltura e portare ad una regolazione dei cicli di fioritura per aumentare e ottimizzare le rese dei raccolti e delle colture alimentari. Una prospettiva affascinante solo in parte, però, poiché per quanto potenzialmente utile rappresenterebbe l’ennesima ‘manipolazione’ umana sui cicli biologici della natura. E voi, che ne pensate?

Fonte: tuttogreen.it

Le piante si parlano… attraverso le radici!

Quando, nel lontano 1973, il botanico sudafricano Lyall Watson arrivò alla conclusione che le piante provano emozioni e potrebbero essere sottoposte alla macchina della verità, la reazione del mondo accademico fu di grande derisione.piante-radici-400x250

Eppure, adesso dalla University of Western Australia arriva una sorprendente conferma: le piante reagiscono ai suoni e possono comunicare fra loro attraverso dei “click” fatti dalle radici. La ricerca è stata condotta dalla Dottoressa Monica Gagliano in collaborazione con il professore Daniel Robert dell’Università di Bristol (UK) e il professore Stefano Mancuso dell’Università di Firenze. E’ noto da tempo che le piante comunicano fra loro attraverso sostanze volatili per segnalare l’arrivo di un pericolo, come un erbivoro. La Dottoressa Gagliano un giorno mentre curava le erbe del suo giardino si è chiesta se queste potessero essere sensibili anche ai suoni e da lì ha avviato una serie di esperimenti con il suo team di ricerca. Sono così arrivati alla scoperta che le giovani piante di mais producono dei click sonori della frequenza di 220 Hz. Questi risultati sono stati pubblicati nella rivista internazionale Trends in Plant Science, ma siamo solo all’inizio di un lungo percorso che dovrebbe portarci ad avere maggiori conoscenze sulla capacità sensoriali e comunicative degli organismi vegetali. Nell’attesa di ulteriori ricerche, continuiamo a parlare con le nostre piante e chissà che loro, da qualche parte sotto il terriccio, non ci stiano rispondendo a suon di radici!

Fonte: tuttogreen.it

La peste del ventunesimo secolo e le due medicine

Sonia Savioli si dedica alla terra da 27 anni; semina, raccoglie e ha compreso come la chimica non serva alle piante, anzi faccia danno. E le piante sono un po’ come guardarsi dentro, da un seme crescono la nostra biologia, i nostri equilibri, la nostra anima e i nostri corpi. Nemmeno a noi fa bene la chimica, conclude Savioli. E ci propone questa sua riflessione sull’importanza del terreno, sia quando è “terra” sia quando è “uomo”.medicina_industriale

Uno dei grandi tabù del nostro tempo è la medicina “industriale”. Possiamo chiamarla così? Dato che è nelle mani di poche grandi industrie multinazionali, le quali condizionano le politiche sanitarie dei governi, le informazioni (e le menzogne) dei media ufficiali, le ricerche pubblicate (o non pubblicate) sulle riviste scientifiche ufficiali, i corsi universitari e l’ascesa o la caduta di carriere mediche, direi che possiamo chiamarla così.

La medicina industriale sta alla medicina naturale come l’agricoltura industriale sta all’agricoltura biologica. D’altra parte, ambedue si occupano di creature viventi: l’agricoltura e la medicina industriale unicamente per trarne profitto economico e, in ambedue i casi, il profitto principalmente della grande industria. L’agricoltura e la medicina naturale, escludono la grande industria (tutto ciò che è naturale pare essere incompatibile con la grande industria) e, benché chi ci lavora debba cercare di portarsi a casa la pagnotta, ambedue le attività hanno come presupposto filosofico, ideologico e morale, la necessità di mantenere o ripristinare la salute e la forza, l’equilibrio e il benessere delle creature a loro affidate. La medicina e l’agricoltura industriale hanno presupposti e obiettivi completamente differenti: vogliono sterminare i nemici degli organismi di cui si occupano; organismi che considerano imperfetti, deboli e inetti; nemici che vedono nella natura che ci circonda e nella nostra stessa natura: virus, batteri e predisposizioni genetiche. Natura di cui facciamo parte, della cui sostanza siamo composti e ci nutriamo. Virus e batteri che ricerca avidamente e combatte indefessamente (a furia di antibiotici somministrati anche per una sbucciatura al ginocchio, noi si diventa immunodeficenti e i batteri antibiotico resistenti). “Koch aveva ragione: il microbo è niente, il terreno è tutto”, lo disse persino Pasteur, convertitosi alla realtà poco prima di morire. Da ventisette anni semino, pianto, raccolgo e posso vedere con i miei occhi come la “medicine chimiche” non servano alle piante quando terreno e clima non sono adatti a loro. Grazie al cambiamento climatico e al riscaldarsi del pianeta, in questa zona già piuttosto arida di Toscana parecchi tipi di piante da frutto un tempo coltivati si sono estinti. Non sono serviti a nulla i pesticidi usati dagli agricoltori industrializzati. Il rimedio trovato dagli altri è stato quello di ricercare e piantare vecchie cultivar, specie più adatte a sopportare caldo, aridità, gelate più tardive. Piante più forti e rustiche, in grado di sopportare e difendersi. La medicina industriale combatte la malattia attaccando ciò che all’interno del nostro organismi ci sta danneggiando, senza domandarsi il perché, senza occuparsi delle cause, senza valutare le conseguenze delle sue “cure”. Al vertice della medicina industriale ci sono le grandi industrie multinazionali; quelle a cui dobbiamo colpi di stato, sfruttamento a livelli schiavistici nel terzo mondo e tentativi sempre più pressanti di importarlo anche in Europa, distruzione dei mari e delle terre, falsificazioni di ricerche scientifiche. Per tali industrie della medicina ogni ammalato è un cliente, ogni sano è un cliente perso. Ma potenziale. L’interesse di chi guadagna miliardi (e potere) distruggendo l’ambiente e la salute è di continuare a distruggere; l’interesse di chi guadagna miliardi (e potere) vendendo medicine è di non prevenire e di non guarire la malattia, ma di “curare” il cliente in modo che sopravviva (non importa come) il più a lungo possibile. Come possono le industrie multinazionali voler eliminare le cause delle malattie? Nel novanta per cento dei casi sono loro le cause: i loro rifiuti tossici, i loro cibi industriali, i loro pesticidi irrorati nei campi e sui nostri cibi, i loro trasporti su gomma e per mare e per cielo che impestano l’aria e producono il riscaldamento globale, il loro petrolio e la loro plastica sparsi per ogni dove… E come possono industrie multinazionali che prosperano economicamente, oltre che per merito di tutte queste cause di inquinamento e malattia, anche per merito di medicinali elargiti a malati cronici, che sono ormai la maggioranza dei malati, desiderare il proprio drastico ridimensionamento e la propria estinzione come industria globale? Perché questo comporterebbe “curare il terreno”. Ed ecco a chi oggi ci affidiamo per mantenere o ripristinare la nostra salute; ecco perché il potere medico è tabù indiscutibile; ecco chi istruisce, consiglia, “aggiorna” i nostri medici curanti, i nostri pediatri.

La medicina è industria e merce e pretende di essere più che una scienza: una religione dogmatica e indiscutibile.

Secondo l’Associazione degli Anestesisti i morti per errori medici in Italia sono 14.000 l’anno (quattordicimila!). C’è chi contesta questo dato. affermando che sono molti di più, ma noi ci atterremo alla stima più bassa, dato che ci sembra già mostruosa. Eppure l’infallibilità di tale scienza rimane un dogma, metterla in discussione è tabù. I medici che ci si provano vengono ostracizzati, minacciati, diffamati, infamati. E così, se una buona percentuale di medici meno ottusi ha qualche dubbio, se lo tiene per sé. I medici che scelgono le terapie naturali sanno che per loro le difficoltà saranno molto maggiori, i guadagni molto minori. Se poi scelgono di contestare la medicina industriale, vuol dire che sono degli eroici combattenti decisi a vender cara la pelle con il solo scopo di difendere un avamposto. In attesa di tempi migliori.

Primo, non nuocere.

Nel  quattordicesimo secolo in tutta Europa imperversò la peste. Morì la gran parte della popolazione, più nelle città che nelle campagne. In alcune città morì il 90% degli abitanti.

La peste è un batterio.

Batteri e virus sono apparsi sulla terra qualche miliardo di anni prima di noi, pare, e sono incommensurabilmente più numerosi di noi. Il buon senso e la logica dovrebbero dirci, e la medicina naturale ritiene, che qualsiasi organismo si sia sviluppato in seguito sul nostro pianeta non possa che essere in grado, in condizioni normali, di difendersi egregiamente da essi. Se e quando è necessario difendersi. Lo scopo della medicina naturale, quando il nostro organismo non è in grado di reagire in modo efficace a un’eventuale attacco, dovrebbe essere quello di aiutarlo sì a difendersi, ma soprattutto di ripristinare l’equilibrio e la forza del nostro sistema immunitario, e di eliminare le cause che hanno portato a tale squilibrio. E’ ovvio che un fitoterapeuta o un omeopata (né alcun altro tipo di medico) non possono ripristinare l’equilibrio e le “condizioni normali” a Taranto o a Caserta, a Porto Marghera o sotto una linea dell’alta tensione. Questo era il compito della medicina preventiva, questo era il significato che le si dava negli anni ’60 e ’70, quando tanto se ne parlava: denunciare e combattere le cause delle malattie, le condizioni nocive di lavoro, l’inquinamento ambientale, l’avvelenamento dell’aria, dell’acqua, della terra. Oggi per “medicina preventiva” s’intende che ti fanno una TAC perché hai mal di testa, senza nemmeno visitarti. Poi le scorie radioattive delle TAC vanno nella cava di Cerignola, alla faccia del prevenire.

Ma quali erano le “condizioni normali” nel quattordicesimo secolo in Europa?

La Civiltà Occidentale attraversava un periodo particolarmente fiorente e prospero. Infatti la borghesia cittadina si era ormai impadronita delle campagne e stava sviluppando a tutto spiano le forze produttive. I contadini non dovevano più produrre per il proprio sostentamento e per quello del padrone, come negli arretrati tempi feudali. Dovevano produrre per il padrone e per il commercio del padrone, e per sé stessi se ce la facevano. Il commercio del padrone, che adesso era un mercante della città, richiedeva un tale sviluppo della produzione, che molti contadini, non riuscendo a “svilupparsi” così in grande e così celermente, lasciavano le campagne e fuggivano nelle città. Dove potevano lavorare come operai e servi per gli stessi mercanti che li avevano affamati e sfruttati fino all’osso nelle campagne, o potevano mendicare e morire di fame. Vi ricorda qualcosa? Un po’ più in grande, magari: oggi le nostre campagne sono i continenti del cosiddetto Terzo Mondo; abbiamo arraffato le loro terre, i contadini espropriati e affamati sono corsi a riempire le città vivendo nelle bidonvilles e lavorando per una scodella di riso, per un tozzo di pane nelle fabbriche che producono per conto delle multinazionali euro nordamericane. Ma non è che la storia si ripeta. E’ semplicemente la stessa storia di dominio che va avanti e si espande in Impero Globale.

Ma torniamo alla peste e vediamo se è tutta colpa del batterio.

Nella fiorente seconda metà del 1300 a Siena, per esempio, vivevano più di 50.000 abitanti. Come adesso. Adesso però il Comune di Siena occupa una superficie che si è moltiplicata di parecchie volte. Allora quei 50.000 e passa abitanti se ne stavano ammucchiati dentro le antiche mura di una città senza fogne né acquedotto. A Milano, all’interno delle mura medievali, c’erano 200.000 persone; a Firenze 120.000. In tutte queste città gli abitanti erano di parecchie volte superiori a quelli che adesso occupano lo stesso spazio. Tutti i loro escrementi quotidiani venivano gettati nelle strade, tutti i loro rifiuti di qualsiasi genere marcivano sotto il sole o si mischiavano alla pioggia colando per ogni dove. Sotto il sole estivo tutto marciva allegramente e la puzza della città si sentiva a chilometri di distanza.

C’è da meravigliarsi se gli umani di quei tempi e di quei luoghi attribuissero il contagio pestifero ai miasmi di quell’aria mefitica? Sicuramente respirarla non era salutare.

C’erano poi le concerie, le tintorie per i tessuti (l’industria e il commercio fiorivano): liquami che riempivano i  terreni intorno alle mura, percolavano nelle falde. Migliaia di miserabili, che lavoravano in quelle tintorie e concerie, vivevano ammassati in tuguri che oggi in quelle stesse città sono utilizzati come sottoscala o cantine, dove non arrivava mai un raggio di sole, dove un’umidità fatta soprattutto di fetidi liquami impregnava suolo e muri. E pagavano una pigione. In compenso i ricchi mangiavano carne tutti i giorni, ma i ricchi abitavano nelle città e la carne d’estate in quelle cloache ci metteva poco a imputridire. Anche per questo le spezie erano così preziose e i piatti del tardo medioevo così speziati.

Quello che il fatidico batterio trovò sul suo cammino furono quindi popolazioni stremate dalla fame e dallo sfruttamento. Trovò gente già mezza morta: di fame, di fatica, di putredine in cui viveva, dei cibi putridi che mangiava; oltre che di paura, disperazione, terrore e rabbia. Perché la lotta di classe infuriava in tutta Europa, come appare logico, e infuriavano in tutta Europa le guerre del capitale per impadronirsi dei mercati. Entrando in una di quelle “belle” città, calpestando immondizie ed escrementi in tutte le fasi di marcescenza e respirando i loro miasmi, sfiorando muri intrisi di umidità che non asciugava mai, c’era da meravigliarsi che gli abitanti fossero ancora vivi. Forse si stupì anche il batterio e decise che erano i posti giusti per darci dentro.Morirono i poveri e morirono i ricchi. L’unico vero vantaggio della ricca borghesia era poter fuggire in campagna, nelle loro proprietà e domini: perché si vide subito che la peste aveva una preferenza spiccata  per le città in particolare, e poi per i borghi che erano città in miniatura. Penso che oggi la nostra situazione abbia molte somiglianze con quella della Grande Peste. Anche se non buttiamo più orina ed escrementi e rifiuti in mezzo alle strade.  Tra parentesi: non si sa bene se la gente allora morisse tutti di un tipo di peste, di più tipi di peste, di più tipi di malattie. I nostri rifiuti li buttiamo più in là, sono molto più pericolosi di quelli medievali, ci ritornano indietro comunque. Cosa troverebbe allora il “nostro” batterio? Ammesso che riesca a sopravvivere ai “nostri” rifiuti: abbiamo fiumi batteriologicamente puri, zone di mare batteriologicamente pure, sicuramente anche terre batteriologicamente pure: i batteri non sopravvivono ai nostri rifiuti e liquami. E infatti, mentre fino a 50-60 anni fa si moriva quasi esclusivamente per infezioni: polmonite, tifo, difterite, dissenteria e così via, oggi  in Occidente si muore soprattutto di malattie autoimmuni: le malattie autoimmuni sono quelle in cui il sistema immunitario attacca il proprio stesso organismo. Come se dall’organismo stesso venisse la minaccia. Cancro, leucemia, sclerosi multipla, artrite reumatoide, colite ulcerosa, lupus eritematoso, asma allergica… Le malattie autoimmuni sono una reazione di difesa che cerca i nemici al proprio interno. Ma non è quello che fa anche la “medicina industriale”? Negli USA tagliano mammelle per prevenire il cancro. Dunque non è certo del batterio che dovremmo preoccuparci, tanto più che coi nostri antibiotici sempre più micidiali (è indispensabile che lo siano, dato che ormai hanno selezionato batteri antibioticoresistenti) li sconfiggeremo certamente. Ma forse di qualcosa dovremmo preoccuparci. Ci sono tanti tipi di peste. La nostra peste magari nascerebbe dalle discariche di rifiuti tossici. Quelle illegali già scoperte costellano tutta l’Italia: Trentino, Brianza, La Spezia, Veneto, Toscana, Ciociaria, basso Lazio, Pescara, Molise, Campania, Puglia, Aspromonte, Crotone, Catania…. dai campi alle cave, dalle massicciate ferroviarie e stradali alle fondamenta di ospedali e scuole. Poi ci sono gli inceneritori e le tossiche ceneri che vengono mischiate con il cemento e con l’asfalto. E i cibi? Noi non mangiamo cibi putridi, magari qualcuno è anche batteriologicamente puro, come l’acqua clorata. Mangiamo cibi geneticamente modificati, plastificati, addizionati di sostanze chimiche, imbevuti dei veleni dell’agricoltura industriale, raffinati fino a perdere ogni sostanza. Nelle città respiriamo gas di scarico, cioè benzina bruciata.

I bambini di oggi, nella forsennata lotta della Medicina Industriale contro virus e batteri,  rischiano di ricevere fino a 40 vaccinazioni prima di diventare adulti.

Sui vaccini i pareri tra le due medicine sono discordi (come su quasi tutto). La medicina naturale li considera, nel migliore dei casi, un rischio per l’efficienza e l’equilibrio del sistema immunitario. Se avesse ragione, dopo le 30 o 40 vaccinazioni il sistema immunitario sarebbe come un pugile suonato. E in ultimo, per dare il colpetto di grazia, sono arrivati i telefoni cellulari: pochi giorni fa l’associazione dei pediatri ha sconsigliato i telefonini per i bambini sotto i dieci anni. Alla buon’ora! Perché cuociono i loro teneri cervelli. I cervelli adulti sono un po’ più coriacei e ci vuole più tempo per la cottura. In Italia i tumori infantili aumentano del 2% all’anno. In Italia ci sono 57.000 ammalati di sclerosi multipla, 1800 in più ogni anno; la sclerosi multipla si manifesta perlopiù tra i 29 e i 33 anni; paesi record sono USA e Canada. Gli ammalati di artrite reumatoide sono in Italia 330.000, la maggior parte tra i 35 e i 40 anni; 100.000 giovani, soprattutto tra i 15 e 30 anni sono ammalati di colite ulcerosa o del Morbo di Crohn. Ecco cosa troverebbe oggi il nostro batterio: un’umanità avvelenata, debilitata, isterilita, la cui salute è minacciata da tutto ciò che fa, che respira, che beve, che mangia e, nell’accelerata fulminea del progresso, anche da ciò che ascolta e che fa frizzare cervello, timpani, nervi acustici e bulbi oculari. Le avvisaglie della prossima peste, batterio o non batterio, ci sono tutte, comprese la paura, la frustrazione, la disperazione che colpisce soprattutto le giovani generazioni. Cosa aspettano allora i medici?Cosa dovrebbe fare oggi una categoria di persone che per mestiere ha scelto di occuparsi della salute umana, di fronte alle minacce all’ambiente che mettono in discussione la vita intera? Di fronte a uno stile di vita autodistruttivo? Non toccherebbe a loro lanciare l’allarme alla collettività, alle istituzioni e anche ai singoli pazienti? Interrogare e interrogarsi, denunciare, combattere, prendersi le responsabilità che competono al medico: anche di fronte agli interessi delle grandi industrie, comprese quelle farmaceutiche. Quanto perderà di fiducia e credibilità la categoria dei medici, quanto sarà vista con sospetto e disprezzata, se viene meno al suo ruolo in questa battaglia? E quanto invece potrebbe fare di buono, di utile, di importante, usando la sua scienza e la sua autorevolezza per preservare, prevenire, riconquistare la salute degli esseri umani, che non può prescindere da quella della terra che abitiamo e che ci dà da vivere.

Fonte: il cambiamento.it

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Il contadino ribelle che gioca con la natura

Per adottare uno stile di vita naturale basta prendere esempio dalle piante e dagli animali di Simona Empoli4

Nelle Alpi austriache, in una fattoria che si sviluppa su un dislivello che va dai 1100 ai 1500 m di altezza, con una temperatura annuale media di 4,5 °C, vive e pratica la sua speciale permacultura un contadino ribelle, Sepp Holzer. La sua figura è ormai famosa fra tutti gli appassionati di agricoltura biologica e permacultura di tutta Europa e non solo, infatti le sue consulenze vengono richieste anche negli altri continenti, dove ha già avviato progetti un po’ ovunque, dalla Russia al Brasile. Incontrandolo abbiamo scoperto una persona con una gran saggezza e tanta, tantissima passione

Sepp, quando ha capito che il tipo di agricoltura che stava praticando era qualcosa di speciale? Come è arrivato alla “sua” permacultura?

Diciamo che ho cominciato giocando, quando avevo cinque anni, all’aperto, fra le rocce (sono cresciuto in una fattoria a 1300 m di altezza in una regione alpina che viene chiamata la Siberia austriaca). Noi bambini dovevamo costruirci da soli i nostri giochi. I miei interessi erano le piante, i semi. Mi piaceva vedere come crescevano e si sviluppavano. E, come bambino, vedere come crescono i propri alberi, le proprie piante, i propri ravanelli e la propria insalata procura un’immensa gioia. Ho continuato nel tempo a giocare con le piante e i semi, non nell’orto, ma sempre di fuori, fra le rocce. E le mie piante crescevano meglio e più grosse di quelle dell’orto di casa. A scuola lo raccontavo alla maestra e ai miei compagni: alcuni hanno iniziato a venire a vedere e si meravigliavano di come crescessero le mie piante.  Continuando così, col tempo ho creato anche un piccolo laghetto in cui si potevano pescare le trote con le mani. In questo modo ho fatto le mie esperienze, col tempo ho imparato a comunicare con la natura. Osservando ho imparato anche a risolvere i vari problemi che si presentano. Vedendo ad esempio come gli animali selvatici mi mangiassero le piante, ho imparato a proteggerle piantando loro intorno dei rovi. Ho imparato che le rocce hanno un effetto stufa, e così via. È un apprendimento continuo, tutt’oggi continuo a imparare tante cose osservando la natura. Si apprende comunicando con la natura. Dopo la scuola ho svolto diversi corsi di specializzazione. E lì ho imparato come si devono potare gli alberi, come si concima, l’utilizzo delle sostanze chimiche e così via. Quando sono tornato ho applicato quanto avevo imparato nei miei orti e ne ho

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avuto immensi danni. Gli alberi sono forse cresciuti meglio, ma in inverno poi sono morti per il freddo. Allora mi hanno detto che non potevo coltivare albicocche o altri alberi da frutta fra le rocce, dopo tutto quella era pur sempre la Siberia austriaca. Eppure prima quegli alberi crescevano! Allora iniziai a pensare che avevo imparato delle cose sbagliate. Che non era corretto rendere le piante dipendenti, ma che dovevano crescere in maniera autonoma, in simbiosi con la natura. Queste cose però non vengono insegnate in nessun libro, bisogna impararle con l’esperienza diretta nella natura. Imparando dalla natura si capisce che tutto può crescere in maniera più semplice, senza prodotti chimici. Naturalmente, nel processo di apprendimento si fanno degli errori, ma anche così s’impara.

Nella farmacia della natura, invece, si possono imparare così tante cose! Ma la maggior parte delle persone l’ha disimparato. Per ogni malattia c’è una pianta, ma non le si conosce più, non ci se ne serve più3

Poi col tempo qualcuno ha iniziato a prestare attenzione a quanto dicevo, ha iniziato a venire gente in fattoria, anche professori universitari, che vi hanno tenuto addirittura seminari. È interessante quanto racconta, cioè che nei suoi corsi di formazione ha disimparato a rapportarsi con le piante… Com’è possibile?

L’uomo si è perso in alto mare. In tutti gli ambiti, non solo in agricoltura, ma anche in medicina, in veterinaria… Ci siamo persi. Naturalmente ci sono

I frutti di piante antiche sono più saporiti e ci fanno stare meglio. Il problema è che molte persone sono così confuse che non riescono più a percepirlo

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anche aspetti positivi in quanto si apprende nelle scuole e nelle università, non bisogna buttare via tutto. Ma purtroppo vedo come facciano ricorso alla chimica così tanto e così spesso! Anche quando non ce n’è assolutamente bisogno! Nella farmacia della natura, invece, si possono imparare così tante cose! Ma la maggior parte delle persone l’ha disimparato. Per ogni malattia c’è una  pianta, ma non le si conosce più, non ci se ne serve più. Si può imparare tantissimo dagli animali che vivono liberi in natura, osservando come essi si servano di questa farmacia naturale. È tremendo quanto sapere e conoscenze riguardo a tante tecniche di lavorazione si stiano perdendo! L’uomo si serve ormai nei supermercati, non ha orti e per lo più non ha animali, e se ce li ha li tiene rinchiusi. L’allevamento di massa è una catastrofe, potrei raccontare tante cose! Ma io mostro che c’è un’altra via, che si possono trattare gli animali con più rispetto. Che si possono ad esempio sopprimere senza che sentano paura, risparmiando loro la paura. La paura è una catastrofe, è un rilascio incredibile di adrenalina, che è un’eccitante; lo si sa, ma negli allevamenti di massa non viene presa nessuna precauzione, non si ha rispetto dell’animale. Gli animali hanno un’anima: si può parlare con loro, percepire se si sentono bene o no, ma l’uomo non ha tempo; non ha tempo più neanche per i suoi simili. E ciò Intervista a Sepp Holzer

I frutti di piante antiche sono più saporiti e ci fanno stare meglio. Il problema è che molte persone sono così confuse che non riescono più a percepirlo

conduce a tutti quei comportamenti aggressivi e depressivi che si osservano. Non ci sono soluzioni al collasso se l’uomo non assume una consapevolezza naturale, se non riesce a immedesimarsi in ciò che si trova di fronte, che sia una pianta o un animale o un altro uomo. Bisogna collaborare con la natura e non combatterla!

Nell’agricoltura quindi si può trovare una soluzione ai tanti problemi che abbiamo attualmente…

Certo, in poco tempo si può arrivare a vivere bene ovunque. Bisogna però imparare a conoscere la natura. Non posso praticare ovunque la stessa agricoltura. Devo conoscere il clima del posto in cui ho la terra. La pioggia, le temperature, i venti, la topografia… Per questo l’uomo ha avuto il dono del pensiero dalla natura, per comprendere il suo intorno e non per combatterlo. Con questi presupposti si possono creare terre fertili ovunque, in qualunque posto della Terra. In questo modo l’uomo può essere indipendente; si può persino combattere la fame. Ma deve imparare a comunicare con la natura, a usarla e non a sfruttarla, deve imparare a gestire le fonti d’acqua, che è la cosa più importante in assoluto.

Certo però che se penso all’Austria, alla Germania, mi viene da pensare che sia facile parlare di gestione dell’acqua. Forse è più complicato avere acqua a sufficienza nei Paesi più meridionali. Penso alla Spagna, al Portogallo, alla Grecia, ma anche a certe zone d’Italia.

Su tutto il pianeta si può trovare acqua. Bisogna solo pensare “naturalmente” e non normalmente. Abbiamo acqua a sufficienza in tutto il mondo, negli angoli più desertici della Spagna, in Russia… In Kazakistan, ad esempio, potete osservare un progetto che ho creato per il governo su una superficie di migliaia di ettari. Ovunque c’è acqua a sufficienza, basta conoscere le risorse della natura: il Sole, il calore, il vento, la neve, la pioggia… Conoscendo queste caratteristiche posso fare agricoltura ovunque, in Groenlandia come in Brasile. Mi devo adattare alla natura. Devo imparare a leggere nella natura affinché essa lavori per me. Se si aggiusta la gestione dell’acqua si è fatto il 70% di tutto il lavoro. Si deve avere acqua viva e non acqua morta e inquinata. Bisogna rendersi indipendenti nell’approvvigionamento dell’acqua.

Ma passando da un tipo di agricoltura convenzionale a un’agricoltura naturale, quanto tempo è necessario  perché il terreno torni a essere fertile, a essere vivo?

Questo dipende da quanti e quali  trattamenti ha subito quel terreno. Quanto più intensivo è stato l’utilizzo di sostanze  chimiche su quel terreno, più tempo ci vorrà per tornare a uno stato di fertilità naturale, in quanto bisogna riportare vita in quel terreno. Anche la presenza di animali è importante, anche loro svolgono un ruolo fondamentale per creare un buon

Nel suo libro lei consiglia l’utilizzo di piante “antiche”.

Piante antiche e regionali, o meglio, locali. Queste, nel corso dei decenni si sono adattate alle condizioni del clima e del terreno. Per cui sono le piante che daranno i frutti migliori.

Sì, ma non ci potrebbe essere un problema di mercato? La gente ormai è abituata ai tipi di frutta e verdura che trova nei supermercati… Che poi sono le stesse quasi ovunque.

Io ho raccolto esperienze in  tanti Paesi. In genere, quando si portano qualità diverse, la gente ride, perché è abituata alla frutta e verdura dei supermercati. Le pere devono essere in un certo modo, le mele e le banane pure, indipendentemente dal Paese in cui ci si trova. Ma quando poi prova questi altri tipi di frutta, nota subito che hanno un sapore migliore, che mangiandole, lo stomaco si riscalda e ci si sente meglio. È solo una questione di tempo perché i prodotti in commercio, inquinati e di qualità inferiore facciano insorgere conseguenze sull’organismo: allergie, comportamenti aggressivi e depressivi ecc. I frutti di piante antiche sono più saporiti e ci fanno stare meglio. Il problema è che molte persone sono già così confuse che non riescono più a percepirlo. Allora è forse veramente ora che torniamo a pensare “naturalmente”, come questo contadino austriaco che ha imparato a fare agricoltura giocando con la natura.

Simona Empoli

Collabora con il Gruppo Editoriale Macro da qualche anno, in qualità di selezionatrice dei testi e responsabile dell’area copyright. Fra i suoi interessi ci sono i metodi di agricoltura naturale e la permacultura.

Fonte: viviconsapevole.it

Ecco un muro che purifica l’aria e fa crescere erbe aromatiche

Quando arriva l’estate e si iniziano a progettare le ferie spesso resta il problema di dover lasciare a qualcuno il compito di annaffiare le nostre piantine per evitare che muoiano disidratate e sotto il sole.freshwall-400x250

Una startup finlandese ha messo un punto un dispositivo che potrebbe risolvere tutti i nostri problemi! FreshWall crea una sorta di seconda parete nella vostra abitazione, presentandosi come un giardino verticale completamente autonomo una volta collegato alla rete elettrica. Vediamo nel dettaglio come funziona: FreshWall combina i vantaggi dell’idroponica e dell’aeroponica per garantire un sistema di nutrizione ecosostenibile e poco invasivo. Basterà assicurarsi che il serbatoio sia pieno d’acqua almeno due volte al mese poi un sistema di irrigazione offrirà il giusto apporto di acqua e sostanze nutritive per ogni tipologia di pianta. Tra l’altro, mancando il terriccio, si evita anche il rilascio del 70% degli allergeni normalmente prodotti dalle piante d’appartamento. Il primo FreshWall è stato realizzato nel 2010 ma all’epoca era molto essenziale e più che altro svolgeva una funzione refrigerante all’interno della stanza. Quando nel 2011 alcune ricerche effettuate dalla NASA dimostrarono il potenziale benefico delle piante nel ripulire l’aria e migliorare le condizioni di salute, il gruppo di ricercatori si è concentrato sulla produzione di giardini verticali, perfezionando di volta in volta il prototipo. Il primo esperimento è stato fatto presso una scuola elementare locale dove è stata montata una versione primitiva di FreshWall allo scopo di migliorare la sintomatologia respiratoria di una docente. Dato il successo riportato, la startup ha iniziato a produrre il dispositivo per altre aziende ed oggi sta cercando di proporre delle versioni casalinghe. Freshwall purifica l’aria interna dell’appartamento, eliminando tutte quelle sostanze chimiche nocive rilasciate dai vari materiali plastici e sintetici di cui siamo circondati in casa. Il dispositivo è dotato anche di un sistema di controllo remoto, basta collegarlo ad internet e si può gestire a distanza la cura delle piante, da quelle ornamentali a quelle aromatiche. Nel caso in cui non si disponga di abbastanza luce naturale, si può dotare il blocco di una lampada da muro. E voi avete già immaginato dove potreste collocare il vostro angolo di natura in casa? Ecco anche un bel video che spiega il concetto di Freshwall:

Fonte: tuttogreen.it