L’igiene naturale, un modo di mangiare in linea con il pianeta

L’igienismo ha radici antichissime, si tratta di uno stile di vita e in particolare di un’alimentazione in linea con il pianeta e tesi a conquistare e mantenere uno stato di salute che non è semplicemente assenza di malattia. Anche in Italia si sta diffondendo, benché gran parte della gente ne sappia ancora pochissimo. A entrare nel merito è Marìca Spagnesi, che ha scelto proprio questa strada. Marìca insegna italiano agli stranieri e da tempo pratica, convinta, il downshifting.igienismo_alimentare

Sempre più spesso parlando con amici, conoscenti o parenti, mi si chiede cosa sia esattamente l’igiene naturale e cosa significhi nella mia vita di tutti i giorni essere un’igienista. Mi piace molto quando questo succede perché mi dà la possibilità di esprimere le mie sensazioni, condividere le mie intuizioni e le mie piccole ma continue scoperte nell’alimentazione. Eppure l’igiene naturale non è solo alimentazione ma molto di più. Spesso l’approccio che hanno gli altri con me quando lo sanno è di curiosità. Qualche volta ne hanno sentito parlare e pensano che sia una dieta, un’alimentazione restrittiva, un regime dettato da un credo religioso o da manie di pulizia di qualche genere. L’igiene naturale non è una dieta dimagrante né purificante, disintossicante o cose del genere. L’igiene naturale è un modo di alimentarsi e quindi di vivere in modo completo, naturale, semplice, essenziale, salutare. Questo non ha niente a che vedere col dimagrire o con una dieta che guarisca una qualche malattia in particolare. La mia risposta a chi mi chiede cosa dovrebbe fare se ha questa o quella malattia è sempre che non lo so e che l’igiene alimentare è molto oltre questo modo di approcciare la questione. Per me igiene naturale significa essenzialmente autonomia, impegno personale, ricerca, scoperta, salute, semplicità. Autonomia perché richiede una volontà personale di essere autonomi e di scoprire personalmente la propria strada attraverso un percorso lungo e meditato. Percorso soggettivo e diverso da persona a persona che può essere condiviso, naturalmente, ma è necessario che sia frutto di una consapevolezza interiore che va di pari passo con ciò che si mangia. Autonomia dal ricorso costante e puntuale ai farmaci considerandoli quasi l’unica via possibile per qualunque nostro disturbo, autonomia dalla figura del medico alla quale ricorriamo sempre e comunque delegandogli, con una fiducia spesso incondizionata e senza discussione, tutta la nostra salute. Sappiamo che moltissime malattie sono causate dal nostro stile di vita e dalla nostra alimentazione. Esse quindi non sono un caso o, almeno, spesso si potrebbero evitare o prevenire. L’igiene naturale non è una cura ma si occupa di mantenere, attraverso l’alimentazione e uno stile di vita sano, un sistema immunitario il più possibile efficiente che sia nelle condizioni, al momento giusto, di difenderci dalle malattie che ci colpiscono. Si tratta, quindi, di un percorso di estrema consapevolezza, che ci rende attivi e non passivi, che sveglia il nostro senso del gusto, cambiandolo in meglio, verso un ritorno all’essenza del nutrimento. L’igiene naturale non è eliminare questo o quell’alimento dalla propria alimentazione ma, al contrario, un vero e proprio percorso di liberazione da ciò che non fa parte di un’alimentazione semplice, secondo natura, meno trasformata possibile e meno cotta possibile. Eliminare dai propri cibi il sale, lo zucchero, il caffè, le farine raffinate, il latte e i suoi derivati, la carne in tutte le sue forme e ogni cibo animale non è affatto una limitazione ma, al contrario, una scoperta di nuove possibilità e una liberazione da ciò che ci rende dipendente e che danneggia il nostro corpo. Nutrirsi di cibi completamente resi irriconoscibili da sale e zucchero significa perdere il gusto, poco a poco, del cibo naturale, così com’è e che non ha bisogno di nulla per essere gustato. L’giene naturale rende inutile il supermercato. Chi si alimenta in questo modo ha bisogno di un orto (ma non è indispensabile), di negozi in cui acquistare cereali o semi integrali, cereali senza glutine (anche se questo non è  necessariamente igienista) come amaranto, miglio e quinoa,  di un posto in cui acquistare frutta e verdura da mangiare preferibilmente crude. Essere igienisti, perciò, è estremamente in linea con il nostro pianeta e con le sue necessità oltre che con il nostro corpo, con ogni singolo organo che lo compone e con la nostra mente. L’igiene naturale è uno stile di vita e di alimentazione in linea con il pianeta. Con un’alimentazione di tipo vegancrudista si contribuisce a ridurre l’impatto sull’ambiente. Il consumo di carne e di altri prodotti animali come uova e latte è responsabile di deforestazioni e devastazioni ambientali che derivano dalla produzione e dall’allevamento di animali in modo intensivo senza alcun riguardo ecologico né etico. Senza parlare del consumo di acqua, di terra e di energia che questo comporta e dell’impatto sulla vita delle persone che vivono nei paesi in cui questi scempi vengono perpetrati. Un’alimentazione igienista non può non condizionare anche il pensiero. Quando mangiamo secondo ciò che sentiamo e quando sentiamo di stare bene, percepiamo chiaramente che il nostro corpo sembra ringraziarci, che tanti dei nostri disturbi e molte delle nostre patologie sono sparite o stanno migliorando, allora anche il nostro pensiero cambia. E’ come se anche i pensieri avessero bisogno del cibo giusto e come se questo avesse il potere di condizionarli. O almeno questo è quello che succede a me. L’igiene naturale porta all’unità di mente e corpo perché ciò che desideriamo e che ci piace è esattamente ciò che ci fa stare bene. Senza divisioni. Si tratta di una rivoluzione verso il benessere, la serenità e la chiarezza: il primo scalino per sentirsi felici.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Terra, un pianeta a un passo dal punto di non ritorno

Una ricerca pubblicata su Science fa il punto della situazione su quattro aspetti cruciali per la vita sulla Terra.

La Terra è al punto di non ritorno o, meglio, sta per arrivarci o ci è già arrivata in quattro aspetti, oggetto di un monitoraggio di medio-lungo termine, considerati fondamentali per lo “sviluppo delle società umane”.

Sei anni fa, nel 2009, alcuni ricercatori si erano interrogati, sulle pagine di Nature, sui limiti planetari della Terra, per capire sino a che punto l’umanità si fosse spinta nel rischiare un’irreversibile alterazione dei propri equilibri. A sei anni di distanza, gli stessi ricercatori hanno pubblicato, sulle pagine di Science, uno studio che verrà presentato nell’imminente Forum economico mondiale che si svolgerà a Davos dal 21 al 24 gennaio. I ricercatori hanno identificato quattro limiti già superati o in via di superamento.

Cambiamenti climatici

Sul fronte climatico gli autori stimano che la concentrazione di diossido di carbonio (CO2) non debba passare un valore compreso fra le 350 parti per milione e le 450 parti per milione. Attualmente ci si trova a una media di 400 parti per milione ovverosia a metà del range limite fissato dagli studiosi che aggiungono anche come in alcune regioni i limiti di sostenibilità siano, in realtà, più bassi, come dimostrano “le canicole e le siccità in Australia”.

Erosione della biodiversità

Perché l’erosione della biodiversità fosse sostenibile occorrerebbe che si perdessero specie a un ritmo di 10 su un milione per ogni anno, ma, attualmente, il tasso d’erosione è largamente superato e viaggia a un ritmo dalle 10 alle 100 volte superiore. E ovviamente ogni scomparsa scatena un effetto domino su specie contigue, con un esito imprevedibile.

Cambiamento d’uso dei suoli

Il terzo fattore è il cambiamento di utilizzo dei suoli: per i cercatori bisognerebbe conservare il 75% delle coperture forestali nelle zone storicamente forestali: ma in alcune regioni si è pericolosamente scesi al 60%. Il cattivo esempio è il Brasile, mentre l’Africa Equatoriale e l’Asia meridionale nonostante disboscamenti su larga scala sono ancora al di sopra della soglia-limite.

Flusso del fosforo

La caccia ai terreni agricoli – uno dei moventi della deforestazione – provoca una perturbazione dei cicli dell’azoto e del fosforo che sono necessari alla fertilità dei suoli agriucoli. Queste perturbazioni sono principalmente causate dall’utilizzo eccessivo di fertilizzanti e dalla cattiva gestione delle deiezioni animali.

Uno dei cambiamenti più consistenti dalla pubblicazione del 2009 concerne la revisione dei limiti planetari legati al flusso del fosforo,

spiega Philippe Hinsinger.

Qualche buona notizia c’è: secondo le stime su scala globale, infatti, l’utilizzo di acqua dolce, l’integrità del buco d’ozono e l’acidificazione degli oceani sono, per il momento, in un margine di sicurezza. Ma molto resta da fare e la priorità è cercare di non superare i limiti di sicurezza fissati nel 2009.earth_2779014b

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

Fame nel mondo, combattiamo la povertà per nutrire il Pianeta

Per porre fine alla fame si deve porre fine alla povertà. Eppure la maggior parte delle notizie e dell’informazione si concentra sulle tecnologie per produrre più cibo, piuttosto che su come porre fine alla miseria.

Raj Patel, economista e attivista, nonché accademico e giornalista a a proposito della fame nel mondo e della povertà ha detto:

Se si guarda ai motivi per cui le persone oggi soffrono la fame nel mondo, notiamo che la ragione principale è rappresentata dalla povertà. Ma quando si pensa a questo obiettivo si pensa a nutrire il mondo,e la questione povertà viene abbandonato in questa equazione – rappresenta un problema di difficile soluzione.

Su Grist c’è una interessante riflessione nel merito:perché è così complicato parlare di povertà e del perché sia così tanto più semplice parlare di nuove tecnologie agrarie, inclusi gli OGM sbandierati come la soluzione alla fame nel mondo. Suggerisce Patel, perché probabilmente siamo in un momento storico in cui cambiare le cose con la politica ci sembra impossibile, mentre ci sembra che cambiare le cose con la tecnologia sia decisamente più realizzabile. Nel rapporto del International Food Policy Research Institute sulla fame nel mondo si riconoscono i progressi fatti nel contrastare questa piaga: ci sono meno persone che soffrono la fame nel mondo sebbene alcuni paesi stiano affrontando una ricaduta e si sottolinea che è necessario prestare maggiore attenzione alle carenze alimentari di micronutrienti. Ma come sottolinea Grist:

Ecco la parte sorprendente: Quando sono arrivato fino alle raccomandazioni alla fine del rapporto non c’era assolutamente nulla in riferimento all’aumento delle rese. Al contrario, le prescrizioni erano esclusivamente politiche: la nutrizione è una priorità politica: educare e responsabilizzare le persone a rafforzare le reti di sicurezza sociale; giro di vite contro la corruzione; richiesta alle aziende alimentari di fornire le informazioni nutrizionali.(FromL) Members of anty-poverty group Ox

Shenggen Fan direttore generale del IFPRI ha spiegato:

C’è stato un cambiamento epocale. Ora ci sono ha quattro obiettivi strategici: la riduzione della povertà, la lotta contro la fame, migliorare la nutrizione e la salute e il raggiungimento della sostenibilità ambientale.

Perché se veramente vogliamo debellare la fame nel mondo allora dobbiamo sapere che la tecnologia è solo un mezzo e che la risposta è invece solo politica.

Fonte:  Grist

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Aquae, a Venezia l’acqua dà spettacolo

L’acqua è una delle risorse più importanti per il nostro Pianeta e sarà celebrata a Venezia con la rassegna Aquae patrocinata da Expo 2015aqua-2015-1

Aquae Venezia 2015 è un luogo e un evento dedicato alla nostra principale risorsa, l’acqua. La manifestazione si terrà dal 3 maggio al 31 ottobre 2015 sotto il patrocinio di Expo Milano 2015 e dunque negli stessi giorni in cui si snoderà il tema Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Lo spazio dentro cui si svolgerà Aquae Venezia 2015, i cui eventi e scenografie sono curati da Davide Rampello, è un padiglione polifunzionale che nasce da un progetto dell’architetto Michele De Lucchi che pure ha progettato l’importante Padiglione Zero dove trovano spazio l’ONU e la FAO e di cui cura gli eventi proprio De Lucchi. e curatore del palinsesto eventi.aqua-2015

L’idea di Aquae è di portare, attraverso un articolato programma di esposizioni, esperienze, convegni e innovazioni tecnologiche il tema dell’acqua dipanato in uno spazio espositivo di 60.000 mq . Cosa si potrà fare in pratica? Grazie a Expo Venice e in collaborazione con Fondazione Umberto Veronesi, eAmbiente, Federutility si potrà partecipare a è “Pianeta Acqua” un ciclo di tre fiere curato da Gabriella Chiellino a carattere b2b e b2c in cui si affrontano i sistemi di bonifica, irrigazione, contrasto alla desertificazione, recupero di aree inquinate; un secondo momento curato da Fondazione Veronesi è dedicato a Acqua e Vita, e qui sarà Chiara Tonelli che si è aggiudicata recentemente il Solar Decathlon 2014 a curare il ciclo di convegni in cui l’acqua darà declinata nelle varianti del benessere e sella salute. Ci sarà spazio per il divertimento, anche dei più piccoli nonché corsi di cucina e showcooking. Peraltro all’esterno del padiglione è prevista una esposizione che sviluppa il tema Alla scoperta dell’acqua dove sarà possibile sperimentare l’acqua in maniera divertente e interattiva.aqua-2015-3

E proprio in virtù di questo profondo interesse dimostrato da Expo 2015 che ha deciso di dislocare a Venezia un padiglione così importante dedicato proprio alla nostra risorsa più preziosa sarebbe interessante ribadire che l’acqua è un diritto per tutti gli esseri umani e che non può essere né comprata e né venduta ma solo fraternamente condivisa.

Fonte:  Expo 2015
Foto | Expo 2015

#FloodWallStreet, un’onda blu per salvare il pianeta

In concomitanza con il vertice sul clima a New York, indetto dal segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, migliaia di attivisti marceranno nel cuore della città per dire no al capitalismo responsabile dei cambiamenti climatici. Presenti la scrittrice Naomi Klein e il premio Pulitzer Chris Hedges.floodwallstreet

Mentre i leader mondiali si incontrano domani per uno storico vertice sul clima organizzato dalle Nazioni Unite e indetto da Ban Ki-moon, migliaia di persone oggi, provenienti da tutto il mondo e vestite di blu come l’acqua del mare, inonderanno Wall Street,dando vita al#FloodWallStreet, un sit in di protesta pacifica contro le istituzioni politiche, sociali ed economiche responsabili della crisi climatica nel mondo. Alla presenza di autori-attivisti come Naomi KleinChris HedgesRebecca Solnit, i manifestanti sono pronti a marciare verso il cuore finanziario di New York: ci saranno bande musicali, grandi pupazzi, una bandiera Flood Wall Street di 300 piedi, e tutto all’insegna della non violenza e della disobbedienza civile, ma con la consapevolezza di poter essere arrestati dalle forze di polizia, come viene esplicitamente riportato sul sito ufficiale dell’evento. “Flood Wall Street” si svolge il giorno dopo la People’s Climate March (ieri per chi legge, ndr), considerata la più grande manifestazione della storia per salvare il pianeta, organizzata da350.org, una ong attiva in oltre 188 paesi ma con base in Ame­rica, e che sta costruendo un movi­mento glo­bale sul tema dell’ambiente. L’onda blu è la risposta ad una richiesta di azione non violenta da parte del Climate Justice Alliance, una coalizione di organizzazioni di persone di colore e della classe operaia: “Unisciti a noi e solidarizza con le prime linee della resistenza in tutto il mondo, partecipando ad un’azione non violenta contro le corporazioni che guidano l’economia estrattiva”, questa la chiamata per il grande raduno di oggi. Tante le sigle che ne faranno parte, tra le quali ovviamente anche i “veterani” diOccupy Wall Street. «I cambiamenti climatici e gli eventi meteorologici estremi – afferma Michael Premo, uno degli organizzatori – come ad esempio le inondazioni che abbiamo visto qui a New York con l’uragano Sandy, sono causati dall’industria dei combustibili fossili. Come l’acqua, stiamo inondando Wall Street perchè sappiamo che la causa maggiore del repentino cambiamento climatico mondiale è il sistema capitalistico che mette al proprio centro il profitto anziché le persone e il pianeta intero». L’azione del Flood Wall Street ha anche lo scopo di evidenziare le condizioni delle classi più colpite dalle conseguenze dei disastri ambientali, come gli indigeni, le comunità di colore e le fasce a basso reddito che vivono nelle zone a rischio. «Sono loro ad essere colpite per primo da tempeste, inondazioni e siccità – ha affermato Michael Leon Guerrero del Climate Justice Alliance – Inondiamo Wall Street per dire stop al finanziamento della distruzione del pianeta e per fare invece spazio a sistemi economici favorevoli al benessere delle persone e del pianeta». Entrambe le manifestazioni, la People’s Climate March e la #FloodWallStreet, ricordano le strategie comunicative di Occupy Wall Street, ovvero, se ne comincia a parlare mesi prima sui social network, facendo trapelare che qualcosa di grande avverrà di lì a poco. Importante, da questo punto di vista, anche il documentario Disruption, uscito ai primi di settembre e disponibile online, a cui il movimento di protesta si ispira.

 

Disruption – Official Trailer from Watch Disruption onVimeo.

Fonte: ilcambiamento.it

Le risorse mondiali sono già esaurite, è l’Earth overshoot Day 2014

Il 19 agosto si è registrato l’Over shoot Day, ossia l’esaurimento delle risorse del Pianeta durate appena 8 mesi a fronte di un anno

Il 19 agosto abbiamo avuto l’Over shoot Day, ovvero in meno di otto mesi l’umanità ha consumato risorse rinnovabili che sarebbero dovute bastare per un anno. Siamo al deficit ecologico secondo i calcoli del Global Footprint Network, il centro di ricerca internazionale sulla sostenibilità. L’Earth Overshoot Day nasce nel 2000 e da allora viene calcolata ogni anno la data in cui il consumo di risorse supera la capacità rigenerativa della Terra. E’ impressionante constatare che dal 2000 la data di esaurimento delle risorse si sia spostata sempre più indietro, ovvero dagli inizi di ottobre fino alla metà di agosto.overshoot-535x350

Ha detto Mathis Wackernagel, presidente del Global Footprint Network and cocreatore dell’Impronta Ecologica:

Il problema del superamento della capacità rigenerativa sta diventando una sfida del 21° secolo. E’ sia un problema ecologico che economico. Le nazioni con deficit di risorse e basso reddito sono particolarmente vulnerabili. Anche i paesi ad alto reddito che hanno avuto la possibilità economica di proteggersi dagli effetti più diretti generati dalla loro dipendenza dalle risorse devono rendersi conto che devono trovare una soluzione a lungo termine per superare tale dipendenza prima che diventino problemi troppo grandi rispetto alle loro capacità economiche.

Se fino al 1961 vivevamo secondo un equilibrio di risorse consumate e risorse rigenerate, dagli anni ’70 in poi sia la crescita economica, sia la crescita demografica hanno mandato al collasso lo sfruttamento delle risorse naturali. Attualmente viviamo una sproporzione evidente per cui l’86% della popolazione mondiale usa risorse più di quanto i loro ecosistemi nazionali riescano a produrre. Il Global Footprint Network ci spiega che per soddisfare questo bisogno di consumo ci sarebbe bisogno di 1.5 Terre per fornire le risorse ecologiche rinnovabili; e prima della fine di questo secolo, proiezioni ci dicono che sarebbero necessari le risorse prodotte da 3 pianeti. L’eccessivo sfruttamento ci sta portando alla deforestazione, scarsità di acqua dolce, erosione del suolo, perdita di  biodiversità e accumulo di CO2 nella nostra atmosfera il che porterà a costi umani e economici sempre più crescenti. Alcune nazioni più lungimiranti hanno deciso di affrontare il problema, come le Filippine che adotteranno l’Impronta Ecologica in funzione di indicatore per le loro politiche nazionali, e ciò per proteggere i territori e pianificare la gestione delle risorse. Anche gli Emirati Arabi Uniti progettano di ridurre la loro impronta ecologica, come anche il Marocco che lavora al progetto “Plan Maroc Vert” lungo 15 anni e che porterà a ottenere una agricoltura sostenibile.

Fonte:  Comunicato stampa

La carne bovina ha il peggior impatto ambientale per il Pianeta

La conferma che la carne e gli allevamenti di animali sia particolarmente onerosi per il Pianeta arriva da uno studio si un pool di scienziati americani

Il costo ambientale della produzione di carne bovina è enorme, superiore anche alla produzione di pollame e maiale, uova, latticini e latte che pure impiegano sei volte le risorse necessarie per produrre grano, patate o riso, e forniscono un valore calorico equivalente. Il perché è presto detto: la maggior parte dei terreni negli Stati Uniti è usato per coltivare cereali da destinare all’alimentazione degli animali di allevamento. La ricerca che evidenzia il grande dispendio di risorse è stata condotta dagli scienziati del Weizmann Institute of Science a Rehovot, in Israele, Bard College ad Annandale-on-Hudson e Yale School of Forestry and Environmental Studies a New Haven, Stati Uniti e pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences e conferma quanto altri studi avevano già esposto. Lo studio ha calcolato il consumo di terreno, acqua di irrigazione e emissioni di gas serra incrociando i dati dei Dipartimenti dell’agricoltura, degli interni e dell’energia statunitensi per latticini, manzo, maiale, pollame uova, a parità di calorie fornite.

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Ebbene le 4 categorie di alimenti di origine animale apportano il 96% delle calorie di origine animale presente nella dieta sebbene il manzo ne apporti appena il 7%. Il perché lo spiega Gidon Eshel uno dei ricercatori, che dice:

La produzione di carne di manzo è quella che ha di gran lunga il peggior rapporto apporto nutrizionale/impatto ambientale in quanto richiede 28 volte più terra, 11 volte più acqua di irrigazione, cinque volte più emissioni di gas serra e sei volte più concime azotato di quanto necessario per la produzione di un quantitativo caloricamente equivalente (della media) degli altri quattro alimenti di origine animale. Ben distaccatati dalla carne bovina seguono, in ordine di “inefficienza energetica” decrescente i latticini, il maiale, il pollo e le uova

In pratica negli Stati Uniti per continuare a mangiare carne tutti i giorni e anche più volte al giorno devono impiegare 3,7 milioni di chilometri quadrati di terreno circa 12.000 metri quadrati per americano per la produzione dei mangimi che richiedono il 27% delle acque irrigue e sei milioni di fertilizzanti azotati all’anno per una emissione di gas serra pari al 5% cento delle emissioni totali degli Stati Uniti. Ma avvertono gli scienziati che questi numeri possono riguardare tutti i grandi Paesi:

Anche se la nostra analisi si basa su dati degli Stati Uniti, e quindi riflette direttamente le attuali pratiche negli Stati Uniti la rapida diffusione indotta dalla globalizzazione degli usi statunitensi, abitudini alimentari comprese, anche in economie grandi e fiorenti come quelle della Cina o dell’India, conferisce un significato globale alla nostra analisi.

Perciò gli scienziati sono dell’avviso che la politica debba fornire delle risposte concrete per limitare le conseguenze ambientali causate dall’allevamento di bovini. I consumatori però possono iniziare a limitare l’acquisto e il consumo di carne rossa, considerato che un uso eccessivo è sconsigliato per mantenere in perfetto stato la nostra salute. Meglio ancora sarebbe rinunciare del tutto agli alimenti di origine animale e scegliere la dieta vegetariana o la dieta vegana.

Fonte:  Le Scienze

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Bastano 60 mila kmq di pannelli fotovoltaici per fornire energia a tutto il Pianeta?

Basterebbero circa 60 mila kmq di pannelli fotovoltaici per garantire energia elettrica a tutto il Pianeta

Secondo la tesi di laurea presentata alla Technical University of Braunschweig da Nadine May, basterebbe riempire una superfice di circa 60 mila mq con pannelli fotovoltaici per fornire energia a tutto il mondo. Qualcosa pari allo Stato della West Virginia, insomma.AreaRequired1000-620x350

Ma allora perché non si installano semplicemente pannelli solari nelle aree più soleggiate del Pianeta? Perché più i pannelli sono distribuiti uniformemente e meglio è. La localizzazione potrebbe contribuire a diversificare le infrastrutture, ridurre le perdite di potenza inevitabili che si verificano con distanze di trasmissione lunghi e permettere a più paesi di condividere gli oneri di installazione e manutenzione. Abbiamo attualmente un sistema di produzione di energia centralizzato basato sul petrolio e tra i 10 paesi produttori principali almeno due sono in guerra e cinque sono considerati instabili. Il che ci dice che l’approvvigionamento potrebbe subire ripercussioni di varia natura come nel caso del conflitto Russia – Ucraina. Di certo l’autonomia energetica sta diventando una delle necessità dell’era contemporanea poiché l’approvvigionamento delle materie prime è spesso al centro di conflitti se non diretti anche indiretti. Le fonti rinnovabili vanno verso la direzione giusta e i paesi con alto irraggiamento solare sono ovviamente i più avvantaggiati. Ma in realtà sono i paesi più ricchi del Nord dell’Emisfero, sebbene con minor irraggiamento solare a approfittare dei pannelli fotovoltaici. Con soli 65 giorni di sole all’anno la Germania è stata definita leader dell’energia solare avendo ottenuto più della metà della sua energia totale dal Sole attestando una crescita del 34% per quest’anno. I pannelli fotovoltaici che attualmente usiamo però ci forniscono appena il 20% dell’energia catturata dal Sole e per diventare una valida fonte di approvvigionamento su larga scala ne dovrebbero catturare molta di più.

Fonte: CSMonitor
Foto | Land Art Generator

Qual è il peso dell’umanità e degli animali domestici sul pianeta?

Homo sapiens più i suoi animali da allevamento rappresenta il 97% della biomassa dei mammiferi terrestri.

Chi ancora pensa che “là fuori” ci sia ancora un’abbondante quatità di animali selvatici dovrebbe forse rivedere le sue convinzioni. L’infografica che trovate più sotto riporta la biomassa animale dei mammiferi terrestri sul nostro pianeta (1). Ogni quadratino rappresenta 1 milione di tonnellate (Mt). La massa complessiva dei mammiferi è pari a circa 1230 Mt. Al centro dell’immagine, in rosso, vediamo il cospicuo peso dell’umanità, pari a circa 360 Mt (2), ovvero il 29% del totale. Gli animali da allevamento, in giallo, pari a circa 840 Mt (68%). In questo gruppo bovini sono preponderanti, con mezzo miliardo di tonnellate. I mammiferi selvatici, in verde, rappresentano meno del 3% del totale, circa 33 Mt, ridotti ormai a sopravvivere nei parchi naturali e in poche aree residuali di montagna, foresta e terra incolta. Questa immagine parla da sola per renderci conto di quale sia il nostro impatto ambientale sulla classe degli animali più simili a noi. I quadratini verdi spariranno nell’arco di qualche decennio, se crescerà il numero degli allevamenti intensivi e degli animali da compagnia (3).Human-impact-on-planet

(1) L’immagine qui sopra è la versione colorata di un’infografica apparsa sul sito xkcd. La fonte dei dati è l’opera di Smil, The earth’s biosphere: evolution, dynamics and change. Il contributo dei mammiferi marini (cetacei) è comunque marbinale (meno di 1 Mt). E’ da notare che altre famiglie animali hanno biomasse comparabili a quelle di tutti i mammiferi: formiche 300 Mt, termiti 445 Mt, krill 379 Mt, Cianobatteri 1000 Mt.

(2) La massa media corrisponde a 50 kg, visto che sono inclusi anche i bambini e le bambine.

(3) L’aumento di cani e gatti incide più di quanto ci si immagini sulla domanda complessiva di carne.

Fonte: ecoblog.it

Le 10 multinazionali del food che inquinano il Pianeta come se ne fossero 25

Ci sono 10 multinazionali del food che inquinano il Pianeta come 25 fabbriche dell’industria pesante. La classifica l’ha stilata la Ong Oxfam. Ci sono 10 aziende nel mondo che inquinano e che con le loro emissioni di gas in atmosfera contribuiscono a aggravare il riscaldamento globale. Non affrontano i cambiamenti climatici diminuendo le emissioni le aziende del settore alimentare, vere e proprie industrie che trasformano il cibo e che lo distribuiscono in tutto il mondo. Oxfam, che ha stilato la classifica delle 10 aziende che inquinano di più il Pianeta attraverso una pagella che viene aggiornata periodicamente. Nota Oxfam che se queste aziende fossero concentrate in un unico Paese inciderebbero sull’ambiente come le 25 aziende più inquinanti al mondo. Oxfam per stilare la classifica ha preso come parametri di riferimento quali: trasparenza aziendale; trattamento delle Donne che lavorano nella filiera produttiva; diritti dei braccianti agricoli nella filiera produttiva; trattamento economico e commerciale dei Piccoli produttori agricoli; terra, diritti d’accesso alla terra e uso sostenibile; acqua, diritti e accesso alle risorse idriche e uso sostenibile; cambiamento climatico, sia in materia di riduzione delle emissioni di gas serra che di aiuto agli agricoltori ad adattarsi ai cambiamenti climatici. La maggior parte delle 10 aziende è molto attenta all’uso dell’acqua ma piuttosto carente sul resto dei parametri. Ma come consumatori abbiamo la possibilità di chiedere alle 10 sorelle di impegnarsi maggiormente firmando la petizione di Oxfam.

1. General MillsGeneral Mills In Talks To Purchase Yoplait Yogurt

General Mills è concentrata sul risparmio delle acque utilizzate ma l’azienda non è impegnata a tutelare l’accesso alle risorse idriche verso le comunità coinvolte nelle proprie attività. Per quanto riguarda le politiche per il contenimento delle emissioni agricole, non risultano a Oxfam azioni in merito il che la pone in cima alla classifica delle aziende più inquinanti.

2.Associatetd British FoodsLondon 2012 - Shopping - Twinings On The Strand

Per Oxfam ABF ha una politica dell’acqua fallimentare. Non sono riconosciuti impegni per la riduzione del consumo di acqua o riconoscimento ufficiale del diritto all’acqua.

3.Kellogs’

Kellogg Reports 10 Percent Rise In Profits For 2003

Questa azienda ha migliorato le politiche su donne, terra, acqua e clima, sui diritti alla terra e dei lavoratori ma Oxfam ha verificato la mancanza di sostegno ai produttori di piccola scala. Poco tutelati anche i diritti dei braccianti ma molto informazioni riconosce Oxfam sono presentate in maniera più trasparente.

4. Mars(FILES) Picture taken September 21, 2007

Per Oxfam questa azienda è senza infamia e senza lode. Nell’insieme adotta una serie di comportamenti virtuosi ma è carente sulla politica per la terra poiché l’azienda non ha conoscenza in merito e non sembra neanche interessa a agire in proposito.

5. DanoneFRANCE-FOOD-DANONE

Oxfam riconosce a Danone, il gigante dello yogurt e dei marchi Evian e Volvic, di adottare una politica al di sopra della media per la tutela dell’acqua, clima e trasparenza. Ma questa multinazionale risulta carente nel sostegno alle donne, agricoltori o ai diritti legati alla terra.

6. Mendelez

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Questa azienda (Milka e Oreo tra i suoi marchi più famosi) è ultima su politiche per contrastare i cambiamenti climatici; si sforza su acqua, trasparenza e diritti alla terra. Oxfam riconosce gli impegni presi sul rispetto dei diritti delle donne il che potrebbe fare la differenza.

7. PepsiCoPepsi Bioreactive Concert Featuring A-TRAK, Powered By Lightwave

PepsiCo è particolarmente impegnata sulle politiche climatiche ma poco incline nelle questioni che riguardano i diritti degli agricoltori e delle donne e mostra anche poca trasparenza.

8. Coca ColaPALESTINIAN-ISRAEL-ECONOMY-COCA COLA

Coca-Cola è al top per quanto riguarda i diritti alla terra e delle donne. Ha un punteggio alto sulle politiche per i lavoratori, il cambiamento climatico e l’acqua. È ancora però distante dalle aziende al top a causa delle deboli politiche di sostegno ai produttori agricoli.

9. UnileverINDIA-BRITAIN-NETHERLANDS-ECONOMY

Il voto globale assegnato da Oxfam è discreto grazie agli impegni in sostegno ai piccoli agricoltori e ai diritti dei lavoratori; ci sono interventi anche per contrastare i cambiamenti climatici e per la gestione dell’uso dell’acqua. Unilever ha recentemente preso nuovi impegni per i diritti delle donne, ma può ancora migliorare.

10. NestlèSWITZERLAND-FOOD-BUSINESS-EARNINGS-NESTLE

Nella parte più bassa della classifica e dunque azienda più virtuosa è Nestlé che ha adottato una serie di azioni per contrastare i cambiamenti climatici tanto che ora ha iniziato a chiedere ai suoi fornitori di agire direttamente. Ha politiche in merito al consumo d’acqua, diritti dei braccianti (prima a pari merito) ed è l’azienda più trasparente. Gli impegni assunti da Nestlé possono fare la differenza nel garantire i diritti delle donne che lavorano nella sua filiera. ma ricorda Oxfam:
Nestlé mostra qualche progresso in tema terra con la revisione delle sue linee giuda sulle forniture, ma la mancata condanna dei fenomeni di land grabbing le impedisce essere un vero leader nelle politiche del settore.
© Foto Getty Images
Fonte: ecoblog.it