Il consumo di carne da allevamenti intensivi è insostenibile per il pianeta

Dal 1961 al 2010 la popolazione globale di animali macellati è passata da circa 8 a 64 miliardi, cifra che raddoppierà a 120 miliardi entro il 2050 se prosegue l’attuale ritmo di crescita. Il consumo di carne a questi livelli NON è sostenibile.

Nel 1961, poco più di tre miliardi di persone mangiavano una media di 23 kg di carne all’anno. Nel 2011, sette miliardi di persone mangiavano 43 kg di carne. Dal 1961 al 2010 la popolazione globale di animali macellati è passata da circa 8 a 64 miliardi, cifra che raddoppierà a 120 miliardi entro il 2050 se prosegue l’attuale ritmo di crescita.

Tony Weis  – The ecological Hoofprint

Basterebbero questi pochi  dati per capire che il consumo di carne è insostenibile. Ci sono ormai letterature sterminate, studi di ogni tipo che lo dimostrano. Insostenibile dal punto di vista ambientale, energetico, agricolo, sanitario e per chi ha a cuore la questione, anche dal punto di vista della sofferenza degli animali. Ma parlare di alimentazione è sempre difficile perché è un aspetto molto personale. Si creano fazioni irriducibili fra onnivori, vegetariani, vegani con lotte di religione dalle varie parti. Ci sono però alcuni fatti innegabili a prescindere dalla propria convinzione, cultura o usanza alimentare. E’ infatti impensabile che la produzione e consumo di carne possa continuare a livelli esponenziali. Già ora l’impronta ecologica degli allevamenti è pesantissima e per il futuro non ci sono semplicemente abbastanza terre e cibo per sfamare gli eserciti di miliardi di animali che verranno e i danni all’ambiente derivanti, se si pensa anche solo alle emissioni climalteranti dei bovini derivanti dalla loro digestione. Il saldo dal punto di vista energetico è sempre negativo per quello che riguarda la carne. Il cibo che alimenta gli animali con cui si alimentano le persone, infatti potrebbe essere direttamente dato alle persone e saltare un passaggio. Già solo agendo in questo modo si risolverebbero tutti i problemi di fame nel mondo all’istante e si smetterebbero di sentire queste assurde teorie che dicono che la gente muore di fame perché siamo troppi. Non siamo troppi, bensì siamo in pochi ad avere troppo e tanti ad avere poco o niente.  Si potrebbe fare un esempio emblematico su tutti: le piantagioni di soia del Brasile, che vanno in gran parte ad alimentare gli animali degli allevamenti intensivi, si creano continuando a distruggere la foresta amazzonica e facendo danni incalcolabili, sia perché si distrugge per sempre una preziosa e inestimabile biodiversità, sia perché si diminuisce la capacità di assorbimento di CO2.  E quella soia è destinata anche al consumo di carne di maiale in Cina che ne mangia la metà a livello mondiale, con un aumento vertiginoso. Già ora siamo al collasso, cosa potrà succedere se anche i paesi cosiddetti emergenti volessero mangiare carne al nostro ritmo e quantità? Considerando che stiamo parlando di miliardi di persone.  Migliaia di animali stipati in lager producono un inquinamento da deiezioni pesantissimo e poi hanno bisogno di vari trattamenti medicinali, con conseguente ulteriore grave inquinamento delle falde.  Questi animali, che vivono in maniera aberrante, sono in condizioni igieniche pessime e ad ogni momento è in agguato qualche epidemia che può trasmettersi alle persone come purtroppo già verificatosi. Torturare e uccidere milioni di animali non è qualcosa di cui andare fieri, per non parlare poi dell’aspetto della salute dove la carne non è certo un toccasana per il nostro organismo e molte malattie dipendono proprio da un consumo eccessivo. Non si tratta quindi di lotte di religione o simili; il consumo di carne, soprattutto da allevamenti intensivi, è insostenibile da ogni lato lo si guardi. Volenti o nolenti, non per motivazioni spirituali o etiche ma per la mera sopravvivenza delle persone e del pianeta stesso, si dovrà arrestare e invertire la rotta su di una produzione e consumo di carne che già ora è un problema drammatico.

Fonte:ilcambiamento.it

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Greenpeace: «COP24, nessun impegno determinante»

È terminata a Katowice in Polonia la COP24, la ventiquattresima conferenza delle parti dalla quale il mondo auspicava uscissero volontà serie, impegni concreti, azioni importanti per il pianeta. Invece no, benché ormai non ci sia più tempo…

Environmental activist protests against fossil fuel in front of the the venue of the COP24 UN Climate Change Conference 2018 in Katowice, Poland December 10, 2018. Agencja Gazeta/Grzegorz Celejewski via REUTERS ATTENTION EDITORS – THIS IMAGE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. POLAND OUT.

«Nonostante solo due mesi fa l’IPCC abbia lanciato un chiaro allarme, affermando che restano a disposizione solo dodici anni per salvare il clima del Pianeta, la COP24 di Katowice si è conclusa oggi senza nessun chiaro impegno a migliorare le azioni da intraprendere contro i cambiamenti climatici»: è l’amara constatazione di Greenpeace alla chiusura del summit che avrebbe potuto dare una svolta alle azioni sul clima se solo si fosse voluto. 

«Se è vero che la COP24 ha approvato un regolamento relativo all’applicazione dell’accordo di Parigi, a dispetto delle attese non è stato raggiunto alcun impegno collettivo chiaro per migliorare gli obiettivi di azione sul clima, i cosiddetti Nationally Determined Contributions (NDC)» ha aggiunto l’associazione ambientalista.

«Un anno di disastri climatici e il terribile monito lanciato dai migliori climatologi dovevano condurre a risultati molto più incisivi», afferma Jennifer Morgan, Direttrice Esecutiva di Greenpeace International. «Invece i governi hanno deluso i cittadini e ignorato la scienza e i rischi che corrono le popolazioni più vulnerabili. Riconoscere l’urgenza di un aumento delle ambizioni, e adottare una serie di regole per l’azione per il clima, non è neanche lontanamente sufficiente allorquando intere nazioni rischiano di sparire».

Greenpeace esorta i governi ad accelerare immediatamente le azioni volte a ridurre le emissioni di gas serra e a dimostrare di aver ascoltato le richieste che arrivano dalla società. Il rapporto del IPCC è un campanello d’allarme che richiede azioni urgenti all’altezza delle minacce.

«Senza un’azione immediata, anche le regole più forti non ci porteranno da nessuna parte», continua Morgan. «Le persone si aspettavano azioni concrete da questa COP24, ma non è quello che emerge da quanto hanno deciso i governi. Ciò è moralmente inaccettabile e ora i leader globali dovranno farsi carico dell’indignazione delle persone e presentarsi al summit del Segretario generale delle Nazioni Unite, nel 2019, con obiettivi più ambiziosi sul clima».

Secondo l’organizzazione ambientalista, questa COP «ha confermato l’irresponsabile distanza tra i Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici e coloro che continuano a bloccare un’azione decisa per il clima o che vergognosamente stanno agendo con lentezza».

Tra le poche note positive di questo summit c’è, per Greenpeace, l’adozione di una serie di regole (il cosiddetto “rulebook”) che se supportato da ambizioni adeguate può contribuire alla difesa del clima.

«Se Parigi ha dettato la strada, il rulebook adottato da questa COP è la tabella di marcia per arrivarci», dichiara Li Shuo di Greenpeace East Asia. «Ora disponiamo di una guida con regole comuni vincolanti per la trasparenza e la revisione degli obiettivi, utili per garantire che le azioni sul clima possano essere confrontate e per tener conto delle preoccupazioni dei Paesi vulnerabili. Completare il regolamento non solo dimostra la volontà delle grandi economie emergenti di fare di più, ma fornisce un palese sostegno al multilateralismo. Un segnale chiaro che definire regole comuni è ancora possibile nonostante la turbolenta situazione geopolitica. Queste regole forniscono ora una spina dorsale all’accordo di Parigi», conclude Shuo.

«Ora non sono possibili ulteriori rinvii. Serve – ha detto Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente – un forte protagonismo dell’Europa in vista del Summit sul Clima, convocato dal Segretario Generale dell’ONU Guterres per il prossimo settembre 2019 a New York, che deve valutare lo stato di avanzamento del processo di revisione degli attuali impegni, da concludersi entro il 2020 secondo quanto previsto dall’Accordo di Parigi. Ben prima del Summit l’Europa, con il pieno sostegno dell’Italia, deve rivedere il suo obiettivo al 2030, in coerenza con la soglia critica di 1.5°C, andando ben oltre il 55% di riduzione delle emissioni proposto già da diversi governi e dall’Europarlamento, in modo da essere per davvero il pilastro di una forte e sempre più larga Coalizione degli Ambiziosi in grado finalmente di tradurre in azione l’Accordo di Parigi».

La 25ª sessione della Conferenza delle parti (COP25) delle Nazioni Unite si svolgerà in Cile dall’11 al 25 novembre 2019, con la PreCOP in Costa Rica.

Fonte: ilcambiamento.it

Alla soglia dell’irreversibilità

Esiste una soglia oltre la quale l’instabilità delle temperature della Terra diventerà irreversibile? E se sì, dove si colloca? La stiamo forse raggiungendo? Pietro Greco, chimico e scrittore, ci accompagna nel ragionamento che ciascuno di noi, oggi, è tenuto a fare.9917-10706

Sono quattro le domande che Will Steffen, scienziato del clima in forze allo Stockholm Resilience Centre, dell’Università di Stoccolma, con un nutrito gruppo di suoi collaboratori si pongono e ci pongono con un articolo, Trajectories of the Earth System in the Anthropocene, appena pubblicato su PNAS: c’è una soglia planetaria nella traiettoria del sistema Terra, superata la quale il regime delle temperature diventa altamente instabile e l’instabilità diventa irreversibile? Se sì, dove si colloca questa soglia? Quali conseguenze avrebbe per l’umanità il superamento di questa soglia? Possiamo fare qualcosa per impedire che questa soglia venga superata?

L’analisi che Will Steffen e colleghi propongono è molto articolata e andrebbe studiata nei dettagli. Non fosse altro perché le variabili in gioco sono molte e svariate sono le traiettorie possibili. Il Sistema Terra è un sistema complesso e, in quanto tale, è estremamente sensibile dalle condizioni iniziali. Basta un battito d’ali di una farfalla in Amazzonia, verificò al computer il meteorologo Edward Lorenz, per scatenare un uragano imprevisto in Texas. Ciò vale per il singolo evento meteorologico come per il clima globale. Dunque, ogni previsione contiene in sé un’intrinseca incertezza. Questo non significa, però, che ogni previsione è inutile. Al contrario, è possibile stabilire degli scenari di probabilità.
Ed è quello che, tutto sommato, hanno fatto gli scienziati guidati da Will Steffen. L’analisi parte dal fatto che nell’Olocene (gli ultimi 11.700 anni) la temperatura media del pianeta è oscillata poco intorno ai 15 °C e il clima è stato piuttosto stabile. Ma anche che negli ultimi 1,2 milioni di anni mai la temperatura ha raggiunto, in media, i livelli attuali. È stata più bassa nei periodi glaciali, ma mai più alta nei periodi interglaciali. Il sistema si è trovato, in qualche modo, in una condizione di equilibrio. Bene, dicono Steffen e i suoi colleghi: è molto probabile che la crescita della temperatura nell’Antropocene, ovvero nella recentissima era in cui l’impatto umano sull’ambiente è diventato importante e in molti casi decisivo, possa determinare fenomeni irreversibili capaci di far saltare l’equilibrio. Prendiamo, a esempio, lo scioglimento del permafrost in Siberia o di gran parte dei ghiacci in Antartide: se si verificassero, non si potrebbe tornare indietro. Non in tempi brevi, almeno. L’equilibrio salterebbe e occorrerebbero migliaia di anni se non di più prima che eventualmente sia ricomposto. Dunque alla prima domanda Will Steffen e colleghi rispondono con un netto sì. Esiste un valore soglia, superato il quale il sistema Terra cambierà in maniera irreversibile le sue condizioni attuali (e romperà il ciclo esperito negli ultimi 1,2 milioni di anni). Già, ma dove si trova questo valore soglia? È a questa domanda che Steffen e colleghi danno la risposta più inquietante. Si trova, secondo le loro inferenze, intorno ai 2 °C sopra la temperatura media dell’era pre-industriale. Oggi siamo già a metà strada: la temperatura media del pianeta è di 1 °C superiore a quella dell’era pre-industriale. Dunque siamo a un passo dal valore limite, oltre il quale potremo entrare in una condizione del sistema Terra estremamente calda e inedita negli ultimi milioni di anni. Una condizione irreversibile.
Possiamo evitare di raggiungere la soglia dell’irreversibilità? Le risposte di Steffen e colleghi non sono affatto tranquillizzanti. Se anche riuscissimo a mantenere la crescita della temperatura entro i 2 °C rispetto all’epoca pre-industriale, che è l’obiettivo degli accordi di Parigi, saremmo comunque in una situazione di rischio. Il rischio che scattino, a cascata, i processi irreversibili. Sulle conseguenze esiste una sterminata letteratura. Temperature insopportabili, avanzata dei deserti, scioglimento dei ghiacci, aumento del livello dei mari, bibliche migrazioni. Ma i ricercatori svedesi non chiudono affatto gli scenari. Se siamo drastici e tempestivi, possiamo riuscire a collocare il sistema Terra in una piccola vallata metastabile. Cercare di inchiodarlo in una condizione non molto diversa dall’attuale. Già. Ma occorrono quella determinazione e quella tempestività che, anche dopo Parigi, sembrano latitare. La politica (globale) da sola non ce la fa. Occorre, dunque, che scenda in campo una superpotenza mondiale: l’opinione pubblica. Senza una mobilitazione di noi cittadini del pianeta, le traiettorie del sistema saranno inevitabilmente indirizzate verso scenari indesiderabili. In fondo è quello che ci ha detto un’altra svedese, Greta Thunberg, di soli 15 anni, che con molta lucidità nei giorni scorsi ha iniziato uno sciopero della fame davanti al parlamento a Stoccolma per protestare contro noi adulti, che con la nostra inerzia stiamo rovinando il futuro suo e dei suoi figli.

Chi è Pietro Greco

Pietro Greco, laureato in chimica, è giornalista e scrittore. Collabora con numerose testate ed è tra i conduttori di Radio3Scienza. Collabora anche con numerose università nel settore della comunicazione della scienza e dello sviluppo sostenibile. E’ socio fondatore della Città della Scienza e membro del Consiglio scientifico di Ispra. Collabora con Micron, la rivista di Arpa Umbria.

Fonte: ilcambiamento.it

È come e cosa decidiamo di mangiare che può salvare o condannare il pianeta

Ogni nostra azione ha effetto sul Pianeta: da come scegliamo di spostarci, a cosa utilizziamo per riscaldare e rinfrescare le nostre case, a cosa mangiamo. E proprio riguardo al cibo molte persone stanno scegliendo regimi alimentari differenti per cercare di ridurre le emissioni di gas serra o il consumo di suolo.carne

Per le persone che stanno facendo scelte sostenibili, per chi non crede sia necessario e per tutti quelli attenti alle problematiche ambientali e alla sostenibilità, la ricerca pubblicata su Science riguardo a come diminuire l’impatto del cibo tra produttori e consumatori sarà una lettura interessante e non priva di sorprese. I ricercatori della Oxford University e Agroscope, l’istituto di ricerca svizzero sull’agricoltura, hanno infatti creato il database esistente più completo sull’impatto ambientale di quasi 40.000 aziende agricole, 1.600 impianti di lavorazione, tipi di imballaggi, rivenditori. Questo ha consentito loro di stimare quali tecniche produttive e quali aree geografiche abbiano maggiore o minore impatto per 40 tra i principali alimenti.

Ci sono grandi differenze all’interno della filiera di uno stesso alimento: i produttori a più alto impatto di carne bovina arrivano a emettere 105 chilogrammi equivalenti di anidride carbonica e a utilizzare 370 metri quadrati di terreno per 100 grammi di proteine, ovvero 12 e 50 volte in più rispetto ai produttori a basso impatto. A loro volta, questi ultimi creano 6 volte più emissioni e usano 36 volte più terra di chi coltiva piselli. Eppure l’acquacoltura, ovvero l’allevamento industriale in acqua dolce o salata di pesci, molluschi e crostacei, può emettere più metano – ancora più impattante rispetto all’anidride carbonica come gas serra – per chili di peso vivo rispetto a un allevamento bovino.
Una pinta di birra potrebbe creare tre volte più emissioni e usare 4 volte più terreno rispetto a un’altra: questa variazione è stata delineata attraverso cinque indicatori dagli scienziati, tra i quali sono presenti l’utilizzo d’acqua, l’acidificazione e l’eutrofizzazione.
«Due prodotti che sembrano identici nei negozi possono avere due impatti completamente diversi sul Pianeta. Al momento non lo sappiamo quando decidiamo cosa mangiare. In più, questa variabilità non è del tutto riconosciuta nelle strategie e nelle politiche che cercano di ridurre l’impatto delle aziende agricole» sostiene Joseph Poore del Dipartimento di Zoologia e della Scuola di Geografia e Ambiente. Quello che invece, forse, è più semplice da immaginare è che il grosso dell’impatto viene creato da un piccolo numero di produttori. Appena il 15% della carne bovina che troviamo sul mercato crea 1.3 miliardi di tonnellate equivalenti di anidride carbonica e utilizza circa 950 milioni di ettari di terreno. Se invece prendiamo in considerazione tutti i prodotti, il 25% delle aziende contribuisce alla produzione del 53% in media sul quantitativo del singolo alimento. Questo disallineamento mostra il potenziale nell’aumento di produzione e nella riduzione dell’impatto sull’ambiente.

«La produzione di cibo genera un immenso carico per l’ambiente, ma questo non è una conseguenza necessaria dei nostri bisogni. Quest’onere potrebbe essere ridotto in maniera significativa modificando il modo in cui produciamo e consumiamo», spiega Poore. I ricercatori hanno mostrato come l’utilizzo di nuove tecnologie per raccogliere dati e quantificare il proprio impatto ambientale potrebbe fornire consigli su come ridurlo e aumentare la produttività.
C’è però un problema: esistono limiti oltre i quali i produttori non possono andare. In particolare, i ricercatori hanno scoperto che i prodotti di origine animale avranno sempre un impatto superiore a quelli vegetali, anche con l’aiuto della tecnologia. Per esempio, un litro di latte vaccino, anche se a basso impatto, usa quasi il doppio del terreno e genera emissioni di gas serra pari a due volte quelle di un litro di latte di soia nella media.
Il cambiamento più grande per l’ambiente, quindi, lo può fare la nostra dieta, ancor più che acquistare carne o latticini sostenibili. In particolare, un regime alimentare a base di vegetali diminuirebbe le emissioni legate al cibo fino al 73%, a seconda del luogo in cui si vive. Una scelta di questo tipo, in maniera abbastanza sorprendente, ridurrebbe a livello globale il quantitativo di terreni impiegati per l’agricoltura di circa 3.1 miliardi di ettari, ovvero il 76%. Questo permetterebbe anche di togliere parte della pressione sulle foreste tropicali e di ripristinare allo stato naturale alcuni territori. Ma esistono anche soluzioni meno drastiche: per esempio, si potrebbe dimezzare il consumo di prodotti animali evitando proprio i produttori a maggiore impatto, raggiungendo così lo stesso 73% nella riduzione di emissioni di gas serra che si avrebbe se eliminassimo del tutto carne e latticini. In più, se diminuissimo del 20% il consumo di alcuni alimenti non necessari come oli, alcol, zucchero e stimolanti evitando, anche in questo caso, le filiere meno virtuose, le emissioni scenderebbero del 43%. Potrebbe non essere necessario, quindi, stravolgere completamente le nostre abitudini in materia di cibo: anche piccoli cambiamenti possono avere effetti importanti sull’ambiente. Occorrerebbe, però, un’adeguata comunicazione ai consumatori sul produttore (non solo sul prodotto), magari attraverso etichette ambientali, oltre che tasse e sussidi. «Dobbiamo trovare le modalità per cambiare un po’ le condizioni fino a rendere il fatto di agire in favore dell’ambiente la cosa migliore per produttori e consumatori», sottolinea Joseph Poore. L’idea sarebbe quella di indirizzare verso il consumo sostenibile e consapevole grazie a incentivi economici e a un’etichettatura chiara, per creare una spirale positiva in cui gli agricoltori stessi hanno bisogno di monitorare il proprio impatto, prendendo decisioni migliori su tecniche e processi e comunicando tutto ciò ai rivenditori, incoraggiandoli a rifornirsi da chi segue questo tipo di approccio.

Giulia Negri

Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell’atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell’organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti. Collabora con Micron, la rivista di Arpa Umbria.

Fonte: ilcambiamento.it

Il mondo ha consumato le sue risorse: da oggi siamo in rosso

Al 1 agosto la popolazione mondiale ha consumato tutte le risorse normalmente prodotte dal pianeta in un anno, ma se vivessimo tutti come i vietnamiti…http _media.ecoblog.it_d_dd9_gfn-country-overshoot-day-info

Benvenuti nel primo giorno di debito mondiale: da oggi il mondo è in riserva, con la giornata di ieri abbiamo consumato tutte le riserve che il mondo ha prodotto e produrrà nel 2018. Si chiama Earth Overshoot Day, lo calcola ogni anno il Global Footprint Network (Gfn) e l’anno scorso è caduto un giorno dopo: il 2 agosto. Si tratta, però, di una media mondiale calcolata in base alla media dell’impatto ambientale di tutti i paesi del pianeta. Paesi che, ovviamente, non consumano risorse e non inquinano tutti allo stesso modo. I Country Overshoot Days per ogni singolo paese, infatti, sono tutti diversi. L’Italia è in rosso da molto prima: il 24 maggio. Gli estremi in negativo e in positivo sono, rispettivamente, il Qatar e il Vietnam. Se tutto il mondo avesse l’impatto ambientale che si registra in Qatar le risorse finirebbero il 9 febbraio di ogni anno, se invece al mondo ci fossero solo vietnamiti avremmo tempo fino al 21 dicembre. E’ chiaro che si tratta di due paesi completamente diversi tra loro e con un tenore e uno stile di vita praticamente agli antipodi, è la somma che fa il totale e il totale è che la popolazione mondiale dovrebbe avere 1,7 pianeti terra per sostenere i suoi consumi. Tra l’altro il dato italiano è significativo: il nostro paese non è né il Vietnam né il Qatar (e neanche l’America, per fare un esempio più comprensibile) eppure consumiamo in meno di sei mesi le risorse che ci dovrebbero bastare per dodici.

Fonte: ecoblog.it

Assalto agli oceani

Arrivano quasi quotidianamente, seppur relegate in colonnine quasi invisibili su quotidiani e riviste: sono le notizie terrificanti sullo stato dei nostri mari. “Nostri”, perché dovrebbero essere patrimonio di tutti, non la discarica del pianeta di fronte alla quale tutti ci giriamo dall’altra parte.9809-10595

Le notizie sui danni che l’odierna società umana causa all’ambiente vengono minimizzate e banalizzate dall’industria mediatica. Dopotutto, è anch’essa un’industria multinazionale, ramificata come un’edera ma con poche, potenti radici da cui le viene il nutrimento (e le vengono le indicazioni): i soliti padroni del vapore. Nonostante questo, sono ormai uno stillicidio le notizie scarne e banali, o relegate nella paginetta “ambiente” di quotidiani e riviste, ma ugualmente terrificanti sul degrado dei mari. Sull’inquinamento delle loro acque, sui continenti di rifiuti di plastica, sulla distruzione delle barriere coralline, sull’estinzione annunciata di specie importantissime per la vita degli oceani, sull’ impoverimento senza precedenti di tutta la fauna e la flora marina. Abbiamo svuotato gli oceani delle loro creature, li abbiamo riempiti di schifezze e veleni. Si calcola che ogni giorno su questo povero pianeta finiscano in acqua due milioni di tonnellate di rifiuti. Poiché è una cifra così grande che si fa fatica a immaginarla, ricordiamoci che una tonnellata corrisponde a mille chili e, di conseguenza, due milioni di tonnellate sono due miliardi di chili di immondizie, che vengono ogni giorno buttate in mare o che ci arrivano con l’acqua dei fiumi.

Nel 2008 erano già state censite negli oceani 58 “zone morte”, cioè completamente prive di vita, spesso “batteriologicamente pure”, che significa che non ci sopravvivono nemmeno i batteri, e che ammontavano a 12 milioni di chilometri quadrati. Dodici milioni di chilometri quadrati (per avere un’idea: la superficie degli Stati Uniti è inferiore a dieci milioni di chilometri quadrati) di acque marine morte, avvelenate da pesticidi, fertilizzanti chimici, liquami tossici di ogni tipo che si riversano dai campi dell’agricoltura industriale, dalle fabbriche, dalle fogne di paesi e città, dalle navi da crociera e da quelle mercantili. E il mare non ha scampo, è il grande continente liquido che tutto accoglie e in cui tutto circola; senza che si possa circoscriverlo.

Stillano, le notizie, goccia a goccia. I padroni dei media e del vapore non vogliono allarmarci; non sia mai che cominciamo a riflettere, a fare due più due, a reagire e ad agire responsabilmente. Per questo motivo ci sono informazioni che vengono proprio, scartate, nascoste, ignorate. Per esempio, l’informazione che la pesca industriale, quella che sta desertificando gli oceani, viene sovvenzionata dagli stati e dal superstato globale (Unione Europea, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, e chi più ne ha più ne metta) con 30 miliardi di dollari l’anno.

Senza quei miliardi forse la pesca industriale non potrebbe sopravvivere, perché i suoi costi sono altissimi. I cosiddetti “pescherecci” oceanici sono in realtà vere e proprie fabbriche galleggianti, nelle quali il pesce viene lavorato, congelato e/o messo in scatola. Fabbriche galleggianti che consumano enormi quantità di carburante, che depredano gli oceani, svuotandoli di tutte le loro creature e che, piccolo effetto collaterale, li inquinano con liquami, rifiuti e chilometri di reti rotte che vengono lasciati a ondeggiare a pelo d’acqua, continuando a uccidere del tutto inutilmente.

Le reti e i palamiti stesi in mare da queste mostruose macchine arrivano a misurare fino a cinquanta chilometri, le spadare usate nel Mediterraneo fino a venti chilometri. Decine di chilometri di morte e distruzione in gran parte inutili, di nessun vantaggio neanche per questi saccheggiatori del mare. Ci finiscono impigliati animali di ogni specie, dai pinguini alle sule, dalle tartarughe agli squali, dalle foche alle balene, che però non interessano ai razziatori industriali e che muoiono inutilmente e atrocemente ogni giorno.

Senza quei 30 miliardi all’anno di finanziamento (estorti a noi con le tasse; stornati ai servizi pubblici e alle pensioni dai governi liberisti; “risparmiati” da quegli stessi governi sui salari di insegnanti non assunti, dipendenti dei Comuni in via di estinzione ecc.) forse si tornerebbe alla pesca artigianale, sicuramente il tonno costerebbe molto di più, se ne consumerebbe di meno e non lo si darebbe ai cani e ai gatti con le scatolette. E non si starebbe estinguendo.

Ma il sistema ha trovato il modo di alimentare sé stesso; la pesca industriale è appannaggio delle multinazionali, i governi occidentali sono ormai fantocci meccanici da loro azionati, le istituzioni sovranazionali sono governate dai loro uomini: gente che passa da una finanziaria a una grande banca a un’agenzia dell’ONU e viceversa. E si stanno mangiando anche gli oceani.

La maggior parte delle persone consapevoli di ciò, sensibili ai problemi ambientali e sociali, è sempre più in preda allo sconforto e sempre meno attiva, se non su feisbuc e compagnia bella. Ci sembra che “il sistema” sia ormai onnipotente e invulnerabile. E non ci rendiamo conto di esserne parte; non ci rendiamo conto di quanto siamo attivi nel sostenerlo, inetti nel contrastarlo. Eppure oggi, come mai prima, il gigante ha i piedi d’argilla; il potere economico, oggi come non mai, si fonda sui nostri consumi quotidiani più che su qualsiasi elargizione statale o sovrastatale. Dunque sulle nostre insalate al tonno, sui nostri ristoranti “tutto pesce”, sulla nostra moda del sushi si fonda la distruzione degli oceani. Sui banchi dei supermercati col pesce fresco, una parte del quale verrà gettato via ogni sera; sui frigoriferi dei supermercati pieni di pesce surgelato arrivato direttamente dalle navi-fabbrica per finire nel carrello della spesa e nelle mense aziendali e scolastiche. Ed è interessante vedere come, gente che va in chiesa due volte l’anno o che non ci è andata nemmeno per sposarsi, rispetti puntigliosamente il precetto del “venerdì di magro”. Che poi nessuno aveva mai detto che “magro” significasse pesce, piuttosto significava digiuno o poco più ed era una norma igienica oltre che spirituale, non un banchetto a base di sogliola e branzino.

Il Sistema, che è creato, gestito e guidato dalle lobbi multinazionali di ogni tipo (tra quelle della pesca, pensate, c’è la Mitsubishi), è fatto di tutte queste cose, dei consumi collettivi e di quelli individuali, e la forza dei pochi che lo controllano si fonda sull’ignoranza e l’indifferenza dei molti che lo subiscono e lo sostengono.

Ancora una volta ci troviamo di fronte allo strapotere delle multinazionali e al loro pressoché totale controllo delle cosiddette “istituzioni sovranazionali”. La pesca industriale viola continuamente e senza alcuna esitazione o ritegno le norme e le leggi internazionali ma le istituzioni internazionali fanno finta di niente e la sovvenzionano, e così fanno i governi. Quando non cambiano addirittura le leggi per agevolare il saccheggio. Da anni il governo italiano e la regione Sicilia fanno deroghe alla legge europea sulla pesca del novellame di sardine. Si arraffa finché si può, distruggendo intere specie; poi si sposteranno altrove soldi e finanziamenti, magari nelle centrali a biomasse.

La suddetta Mitsubishi è un altro esempio luminoso di come il sistema capitalistico globale concepisca l’economia. Da quindici anni fa incetta di tonno rosso all’asta del pesce di Tokio (c’è un’asta di cadaveri marini, a Tokio, ma né voi né io potremmo partecipare) e ammassa i tonni rossi congelati in enormi frigoriferi (alla faccia del risparmio energetico) in attesa che il tonno rosso si estingua. Così aumenterà di prezzo in modo stratosferico e ce l’avranno solo loro! Per quanto? Non importa, gli investimenti si saranno già spostati. Speriamo che gli si guastino i frigoriferi. Ma non basta, in questo millennio apocalittico l’Unione Europea ha permesso la “pesca in acque profonde”. Dato che in quelle costiere il pesce non c’è più, bretoni e spagnoli hanno proposto di raschiare i fondali fino a oltre mille metri di profondità. E non immaginatevi dei “pescatori” come nei film del neorealismo. Si tratta sempre di multinazionali della pesca-alimentazione-grande distribuzione. Peccato che gli animali degli abissi marini vivano anche fino a cento anni e si riproducano magari a trent’anni; peccato che i coralli degli abissi abbiano anche quattromila anni e crescano anch’essi a ritmi molto lenti; peccato che in quegli abissi la vita abbia regole che neanche conosciamo e ospiti creature che nemmeno sospettiamo. Peccato anche che questa pesca in acque profonde possa essere redditizia solo grazie ai fiumi di sovvenzioni che, a nostre spese, stati e sovrastati (vedi UE) danno all’industria della pesca.

“E’ avvenuto tutto all’improvviso Quel mattino mi accadde di arpionare una cernia. Una cernia robusta, combattiva. Si scatenò sul fondo una vera e propria lotta titanica fra la cernia che pretendeva di salvare la sua vita e me che pretendevo di togliergliela. La cernia era incastrata in una cavità tra due pareti; cercando di rendermi conto della sua posizione passai la mano destra lungo il suo ventre. Il suo cuore pulsava terrorizzato, impazzito dalla paura. E con quel pulsare di sangue ho capito che stavo uccidendo un essere vivente. Da allora il mio fucile subacqueo giace come un relitto impolverato nella cantina di casa mia”.

Sono le parole di Enzo Maiorca, morto nel 2016, siciliano, campione mondiale di immersione in apnea, che da quel momento smise con la pesca subacquea, diventò vegetariano e si batté per la salvezza del mare, che vedeva sempre più in pericolo. Divenne un araldo di tutte le creature che nel mare vivono, avendo infranto la barriera dell’estraneità e dell’indifferenza, avendo imparato a sentirle come suoi simili, a condividerne la sofferenza, a disiderarne profondamente la salute e la libertà. Forse è quello che manca oggi a un movimento ambientalista sempre più impotente?  L’amore, vero e profondo, per le altre creature che il nostro “sviluppo” sta distruggendo? Forse amiamo di più quello “sviluppo”, che ci consente di fare la spesa al supermercato, avere in tasca il cellulare e sotto il sedere un’auto o una moto, nel piatto una salsa ai gamberetti e un chilo di plastica al giorno da smaltire tanto c’è la raccolta differenziata? E di cavarcela con una firma on line, senza più andare in piazza, riunirci, fare cartelli, portare striscioni, gridare sotto le finestre dei potenti? Senza smettere di consumare tutto ciò che danneggia la vita? Queste sono azioni che richiedono tempo, impegno e fatica, e il tempo e la fatica si usano volentieri solo per ciò che si ama. Perché lo amava Maiorca divenne un difensore di questo povero Mediterraneo, un tempo meraviglioso e infinitamente ricco di vita, oggi devastato e straziato. Eppure, dalle balene che nonostante tutto lo solcano, agli uccelli marini che ancora nidificano sulle sue coste, alle tartarughe che ancora vengono a riprodursi sulle sue spiagge, c’è ancora tanto da salvare. Se riusciremo a sentirne i battiti del cuore.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Siamo all’emergenza, sì, ma non è il momento di arrendersi. Anzi…

Dobbiamo prenderne atto: con le nostre azioni dissennate abbiamo fatto impazzire un pianeta, il nostro, la Terra. Ma se siamo nel pieno di un’emergenza mai vista prima, è anche vero che non è il momento di arrendersi, anzi…è il momento di reagire una volta per tutte.9751-10528

Siamo a febbraio, possiamo considerarci ancora all’inizio di un anno, dato che la natura non si è ancora risvegliata, o almeno così dovrebbe essere. Semi e gemme riposano in attesa che la terra si risvegli, noi potremmo intanto provare a fare bilanci e programmi. Un bilancio che riguardi proprio la natura e che non abbiamo trovato sui giornali né ci è stato fornito da radio e televisione. Quelli si limitano a ripeterci che c’è ripresa, c’è crescita. Tutto va bene, madama la marchesa. Il 2017 è stato l’anno più caldo della storia, e a questo ormai ci siamo ottusamente abituati: ogni anno è più caldo di quelli che l’hanno preceduto, il pianeta sta arrostendo e noi con lui. La differenza del 2017 sta nel fatto che le conseguenze di tale riscaldamento si sono palesate come mai prima. Mezza California è bruciata, città e campagne, piante, esseri umani, altri animali, case, vitigni, foreste: deserti carbonizzati e cosparsi di cadaveri. Un disastro immane, una tragedia in tutti i suoi aspetti, una guerra con morti di ogni specie. I media borbottavano, bisbigliavano, tacevano. Ci raccontano tutto degli USA, il vero e il falso, ma di questo disastro di dimensioni apocalittiche non volevano parlarci, gli s’inceppava la lingua. Naturalmente bruciava anche l’Italia, ma da noi bruciavano principalmente i boschi, le foreste, i parchi nazionali e le oasi naturali. Chissà come mai. Sempre notizie occultate, minimizzate. A meno che non si dovesse prenderle a pretesto per perorare la causa delle dighe o quella del taglio dei boschi, così non bruciano. Gli incendi italiani non hanno dato la stura ad articoli, dibattiti, discussioni per capire come e perché e rimediare e prevenire. Niente trasmissioni televisive, non è un problema che li riguardi. Sopratutto, non è un falso problema che possa distogliere i cervelli dai problemi veri. La distruzione dell’ambiente è un problema vero da cui bisogna distogliere i cervelli.

E infatti chi se lo ricorda più?

Chi si ricorda un’estate di fiumi asciutti; che non è un discorso estetico, i corsi d’acqua sono l’habitat di miliardi di creature, dalle libellule agli anfibi, dai pesci agli uccelli acquatici. Tutti esseri viventi che senza acqua perlopiù muoiono.

Chi si ricorda i raccolti distrutti, disseccati dalla siccità e dal calore; chi si ricorda le vacche senza erba (e gli erbivori selvatici?), il fieno introvabile, le api senza miele (e quelle selvatiche?) Forse se lo ricordano i contadini, i pastori, gli apicultori ma chissà se almeno loro sono in grado di “collegare”, se, dopo aver fatto il bilancio, fanno anche il programma dei buoni propositi. Oppure continuano a spargere pesticidi e diserbanti, a comperare trattori sempre più grandi per spargere più velocemente veleni e sventrare sempre più profondamente la terra?

Dopo l’estate africana, con i suoi fuochi distruttivi dalla California alla Sicilia, con la siccità devastante, con i camion cisterna che andavano e venivano senza interruzione  per portare acqua ai paesi dell’Italia centrale (presa da quali invasi?), cosa ci ha riservato l’inverno?

Nella parte orientale degli Stati Uniti ci sono state temperature siberiane, meno trenta gradi. In Florida, per la prima volta dall’ultima glaciazione, sono ghiacciate le paludi, habitat di milioni di creature che nel ghiaccio non sopravvivono. E i nostri media? Ci facevano vedere gli alligatori intrappolati nel ghiaccio come una cosa curiosa, uno strano fenomeno.

Quanto al nostro inverno, quassù in cima a una collina in Toscana dove abito da trent’anni, nel mio piccolo ho potuto notare altre anomalie. Per la prima volta in trent’anni tutti i tipi di rose hanno continuato a fiorire; per la prima volta in trent’anni sedano e prezzemolo nell’orto hanno continuato a vegetare; per la prima volta abbiamo mangiato insalatina di campo tutto l’inverno, con il mestolino fiorito e le piantine di papavero che crescevano, i bombi che ronzavano sui fiori del rosmarino e su quelli delle rape. Tutte cose che, benché nell’immediato potessero sembrare positive, appaiono foriere di disastri futuri. Ci sono poi, ma ormai stanno diventando un’orrenda consuetudine ignorata dai più, terribili tempeste di vento ed acqua, a volte veri e propri tifoni che abbattono foreste e scoperchiano case, e che nel nord Europa sono ormai una delle caratteristiche dell’inverno. Ma colpiscono anche l’Italia, hanno abbattuto milioni di alberi nell’Appennino e devastato più di una volta le coste tirreniche. Mettiamo tutto questo nel bilancio e forse ci renderemo conto di aver bisogno di un adeguato programma per il futuro. Di fronte a questa dissipazione, a questo spreco di vite di ogni specie, un programma di risparmio. Cominciando col programmare qualche spesa. Come, non dovremmo consumare di meno? Proprio il meno possibile, perché non ci sono altre soluzioni, non ci sono scorciatoie per salvare un pianeta che sta diventando un’immensa pattumiera in tutti i suoi elementi, terra, acqua, aria. Ma possiamo programmare qualche piccola spesa che riduca i consumi e gli sprechi. Per esempio, potremmo regalare una borraccia di metallo a quella nostra amica a cui piace tanto fare escursioni e che, ad ogni escursione, si compera una bottiglia di acqua minerale da portarsi dietro. E possiamo regalarle anche un’informazione: il cloro si può eliminare dall’acqua del rubinetto semplicemente mettendola per qualche ora in un recipiente largo e scoperto, prima di consumarla. Il cloro è un gas e pian piano s’invola, continuerà a far danni al pianeta ma non a noi direttamente che, non consumando acqua confezionata in bottiglie di plastica, di danni ne faremo molto meno. Potremmo regalare una dozzina di fazzoletti di stoffa ad ogni compleanno di amici e parenti che usano i fazzoletti di carta, consumando energia, prodotti chimici e piante per soffiarsi il naso. Una bella scatola di matite colorate ai nostri bambini e a quelli di parenti e amici, che per disegnare usano pennarelli di plastica imbottiti di sostanze tossiche. Un certo numero di portatovaglioli ognuno diverso dall’altro con relativi tovaglioli di stoffa per coloro che usano tovaglioli di carta e sprecano energia e materie prime e creano rifiuti ogni volta che si puliscono la bocca. Una semplice Moka per tornare a fare il caffè senza le cialde; un bicchierino di metallo da portarsi appresso sul luogo di lavoro o a scuola per non consumare bicchieri di plastica; un barattolo d’orzo o di cicoria bio e italiani per diminuire il consumo di caffè coltivato dagli schiavi dove prima c’erano foreste o campi di contadini e trasportato per sei, otto, diecimila chilometri…Andate avanti voi, certamente ne troverete di cose da mettere in programma. Consumare di meno e consumare diversamente e responsabilmente, purtroppo, è alla portata di quasi tutti noi. “Purtroppo”, perché vuol dire che quasi tutti consumiamo di più e peggio di quel che potremmo e dovremmo. Bisognerebbe parlare di come usiamo i mezzi di trasporto, di come ci scaldiamo e vestiamo e calziamo, di come e dove trascorriamo le vacanze, di quanto e come viaggiamo. Però i prodotti usa e getta, del tutto inutili e consumati in quantità incommensurabili, gridano vendetta al cielo e alla terra di fronte al degrado ambientale in cui ci troviamo immersi. So che oggi molti pensano che consumare meno, fare un gesto di più (lavare i piatti,   temperare una matita, tritare con la mezzaluna) sia un sacrificio, una rinuncia. E già queste parole suonano offensive al giorno d’oggi. Un tabù, la rinuncia; un’eresia il “sacrificio” di impegnarsi mentalmente e materialmente per fare scelte responsabili, cambiare abitudini, essere “diversi”, darsi da fare per far crescere tale diversità fino a che non diventi comune. Erano i nostri genitori (o nonni) che parlavano tanto di sacrifici. E li facevano, in funzione di un’avvenire migliore per i loro figli. Tante piccole e grandi rinunce, magari solo per poter mandare i bambini in campagna durante le vacanze scolastiche, a respirare aria buona. Tanto lavoro e tanto risparmiare per aiutare i giovani a mettere su casa quando si sposavano; non per i pranzi da centocinquanta persone nel resort di lusso ma perché potessero arredare un appartamentino in affitto. Queste erano, certo, sempre soluzioni individuali ma molti di loro hanno fatto anche il “sacrificio” di lottare per il bene collettivo. Sono stati militanti politici e sindacali, impegnavano le serate e i giorni liberi dal lavoro in riunioni, assemblee, manifestazioni, volantinaggi; “sacrificavano” le possibilità di carriera in fabbrica, in azienda; rischiavano il posto di lavoro e, qualche volta, le botte della polizia.

Oggi il “sacrificio” è la prima cosa da evitare. A parole.

Perché poi, di fatto, in quest’epoca noi consumatori occidentali siamo popoli di Abrami che marciano, tenendo i propri Isacchi per mano, verso gli altari su cui li sacrificheranno. Però possiamo cambiare ruolo, ognuno di noi lo può: possiamo diventare l’Angelo che ferma quel braccio. Ma certamente l’Angelo lo fece con gesto deciso e voce sonora, non con timidi, esistanti sussurri e compromessi continui. Con passione, con slancio e con costanza possiamo fermare l’osceno sacrificio dell’avvenire dei nostri figli, del futuro del pianeta; possiamo acquistare e seminare intorno a noi comprensione, coerenza e responsabilità. Anche cominciando dal regalo di una borraccia.

Perché il 2018 ci dia speranza e coraggio, non sconforto e rassegnazione.

Fonte: ilcambiamento.it

La battaglia di due amici disabili in difesa del pianeta

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Wenji e Haxia sono disabili, ma hanno deciso di non arrendersi. Hanno unito le forze e piantato oltre 10.000 alberi in un’area devastata dall’inquinamento atmosferico, dove flora e fauna continuavano a morire. Hanno trovato la ragione della propria esistenza nel prendersi cura del pianeta.

«Anche se abbiamo delle limitazioni nel corpo, i nostri spiriti sono senza limiti». Sono le parole di Wenji Jia, uomo semplice ma dai grandi ideali. Viene dalla contea di Jingxing, nella provincia di Hebei, in Cina. Ha 54 anni e, all’età di 3, ha perso entrambe le braccia in un incidente: fulminato dai cavi dell’alta tensione. Malgrado ciò, ha deciso di dare un senso alla propria vita e salvare il Pianeta. E ha deciso di farlo insieme al suo amico di infanzia, Haxia Jia, 55 anni, che ha perso la vista nel 2000 per un incidente in miniera. Insieme, hanno già piantato più di 10mila alberi in 10 anni.10000-alberi-1

«Tu sarai le mie braccia, io sarò i tuoi occhi: insieme salveremo il Pianeta»

Haxia racconta che lui e Wenji sono amici fin dall’infanzia. Le loro famiglie sono molto unite: i loro padri sono a loro volta grandi amici. Quando dopo l’incidente il medico gli comunica che ha perso la vista e che non l’avrebbe più recuperata, cade nella disperazione: non ha più senso vivere e comincia a pensare anche al suicidio.

«Se fossi nato con questa disabilità, forse sarebbe stato diverso, me ne sarei fatto una ragione», ammette. «Ma io era abituato a guardare da molto lontano e a leggere il giornale tutte le volte che volevo».

Poco dopo l’incidente, Wenji torna nel suo Paese natio, da dove era partito diversi anni prima. Fino ad allora aveva lavorato in una compagnia di artisti disabili, finché suo padre non si era ammalato. È quindi ‘costretto’ a lasciare il lavoro per prendersi cura del genitore.10000-alberi-7

Appena tornato in paese, si rende conto dello stato di depressione di Haxia. Mosso a compassione, decide di offrirgli la sua “manica”. Un giorno, mentre sono insieme gli fa una proposta: «Io sarò i tuoi occhi, se tu sarai le mie braccia».10000-alberi-2

«Vivere significa avere uno scopo»

A causa della loro disabilità, non hanno molta scelta. Le opportunità di lavoro sono scarse, ma i due amici decidono di non arrendersi. Non vogliono essere un peso per la società e pensano che l’esistenza di ciascuno abbia senso solo grazie a uno scopo. Si sono così chiesti come possono dare un contributo alla comunità che li ha accolti e cresciuti. La risposta è arrivata in maniera semplice: «Piantiamo alberi», si sono detti. Di lì a poco, si ritroveranno a salvare il pianeta. Wenji e Haxia sanno molto bene che gli uccelli si stanno estinguendo: ne scompaiono circa tre specie ogni anno. La causa? L’inquinamento atmosferico causato dal lavoro nelle cave. In passato la loro regione era florida: sulle montagne c’erano prati e alberi, ma da quando è iniziata l’attività estrattiva, tutto si è trasformato in una landa incolta. Una triste riproduzione, in piccolo, di quanto sta succedendo al Pianeta: tutto peggiora a causa di attività economiche senza scrupoli.10000-alberi-5

Nella regione in cui vivono, ogni volta che si alza il vento, le polveri provenienti dalle miniere si diffondono nell’aria e si riversano nel fiume.10000-alberi-6

Questo danneggia gravemente l’ecosistema, perché le polveri uccidono i pesci, i gamberi, le tartarughe e qualsiasi altro essere vivente, provocandone l’estinzione. L’aria diventa via via irrespirabile. Piantare alberi è necessario per salvare la loro terra.

«Dove va l’acqua, lì andremo noi»

Durante il loro primo autunno insieme riescono a piantare circa 800 alberi. In primavera però, quando tornano per controllare il frutto del proprio lavoro, ricevono un grande choc. Degli 800 alberi piantati, ne sono sopravvissuti solo due. I due amici credevano che si trattasse di un lavoro più semplice. Pensavano bastasse piantare dei rami nel terreno per veder crescere alberi alti e forti. Ma la mano dell’uomo si è spinta troppo oltre nella sua furia distruttrice: il terreno è troppo arido e non permette la sopravvivenza di piante, alberi e fiori. Haxia oggi ammette che davanti a quella visione catastrofica è preso dallo sconforto: vuole mollare. Ma Wenji è mentalmente più forte di lui: ha passato una vita intera ad affrontare sfide durissime, a causa della sua disabilità. Convince l’amico a resistere e suggerisce una strategia ancora più drastica: «Deviamo il corso del fiume: così potremo piantare gli alberi vicino all’acqua».10000-alberi-8

«Se si lavora insieme, si può raggiungere qualsiasi risultato»

All’inizio della loro avventura non hanno semi o alberelli da piantare, perché non hanno soldi per acquistarli. Decidono così di utilizzare i rami, tagliandoli dagli alberi. Non molte persone usano questa tecnica, perché molto scomoda e ardua. A maggior ragione è difficile per loro che hanno oggettive difficoltà ad arrampicarsi. Ma la forza della disperazione li spinge a tentare.10000-alberi-9

Dopo qualche tempo, si rendono conto che alcuni rami avevano messo radici: iniziano finalmente a crescere i primi germogli. Così, ormai da 10 anni, i due amici continuano nel loro folle progetto di salvare la loro terra e tutto il pianeta dalla distruzione.10000-alberi-10

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In questo lasso di tempo, hanno piantato più di 10.000 alberi, trasformando terreni incolti in un’area boschiva. Il loro progetto arriva presto anche al comitato di villaggio, che concede loro un’area di oltre 100 acri sulle colline per proseguire l’opera di rimboschimento.10000-alberi-12-681x387

«Speriamo di poter inspirare e motivare le persone. Se si lavora insieme e per gli stessi valori, possiamo fare qualsiasi cosa. Se ciascuno di noi piantasse uno o due alberi ogni anno, immaginate la differenza che potrebbe fare per il pianeta. Vorremmo che le generazioni future vedano ciò che due disabili sono riusciti a realizzare. Dopo la nostra morte, potranno vedere che un cieco e un uomo senza braccia hanno lasciato in eredità una foresta».10000-alberi-14

Fonti: periodismo.com, GoPro

Un Pianeta che si scioglie: WWF pubblica il report Ghiaccio bollente

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Nelle zone polari l’aumento della temperatura media è il doppio di quella registrata altrove. Nel report del WWF, Ghiaccio bollente, viene tratteggiata una visione preoccupante di quanto sta accadendo non soltanto ai poli, ma su scala globale, con il riscaldamento che sta distruggendo ghiacci e manti nevosi. Secondo i climatologi se il trend dovesse proseguire come negli ultimi anni, prima della metà del secolo il mare Artico sarà privo di ghiaccio nei mesi estivi. Anche l’Antartide si è riscaldato di circa 3 gradi in 50 anni e ben l’87% dei suoi ghiacciai si sono ritirati. Anche i ghiacciai “alpini” sono in sofferenza: sulle Alpi, nella catena dell’Himalaya, in Patagonia, in Alaska e sul Kilimangiaro la riduzione dei ghiacciai arriva, in alcuni bacini, fino al 75%. Sulle Alpi si è passati dai 519 kmq del ’62 ai 368 kmq del 2012. Inutile aggiungere che i ghiacciai sono le nostre scorte di acqua dolce, quindi indispensabili per la vita umana e animale (in particolar modo quella di balene, pinguini, orsi polari e trichechi), per l’agricoltura, per la mitigazione del clima, per gli equilibri degli oceani e per le emissioni di gas serra. Il 60% della popolazione mondiale vive su città costiere e metropoli come Miami, New York, Shangai e Londra rischiano di essere sommerse. Nel suo report WWF definisce il 2015 come un anno cruciale, un anno in cui la comunità internazionale dovrà prendere decisioni fondamentali per il futuro, con due appuntamenti, il forum sul clima di Parigi e il Summit delle Nazioni Unite per gli Obiettivi di sviluppo sostenibile per i prossimi 15 anni.

Fonte:  Askanews

L’igiene naturale, un modo di mangiare in linea con il pianeta

L’igienismo ha radici antichissime, si tratta di uno stile di vita e in particolare di un’alimentazione in linea con il pianeta e tesi a conquistare e mantenere uno stato di salute che non è semplicemente assenza di malattia. Anche in Italia si sta diffondendo, benché gran parte della gente ne sappia ancora pochissimo. A entrare nel merito è Marìca Spagnesi, che ha scelto proprio questa strada. Marìca insegna italiano agli stranieri e da tempo pratica, convinta, il downshifting.igienismo_alimentare

Sempre più spesso parlando con amici, conoscenti o parenti, mi si chiede cosa sia esattamente l’igiene naturale e cosa significhi nella mia vita di tutti i giorni essere un’igienista. Mi piace molto quando questo succede perché mi dà la possibilità di esprimere le mie sensazioni, condividere le mie intuizioni e le mie piccole ma continue scoperte nell’alimentazione. Eppure l’igiene naturale non è solo alimentazione ma molto di più. Spesso l’approccio che hanno gli altri con me quando lo sanno è di curiosità. Qualche volta ne hanno sentito parlare e pensano che sia una dieta, un’alimentazione restrittiva, un regime dettato da un credo religioso o da manie di pulizia di qualche genere. L’igiene naturale non è una dieta dimagrante né purificante, disintossicante o cose del genere. L’igiene naturale è un modo di alimentarsi e quindi di vivere in modo completo, naturale, semplice, essenziale, salutare. Questo non ha niente a che vedere col dimagrire o con una dieta che guarisca una qualche malattia in particolare. La mia risposta a chi mi chiede cosa dovrebbe fare se ha questa o quella malattia è sempre che non lo so e che l’igiene alimentare è molto oltre questo modo di approcciare la questione. Per me igiene naturale significa essenzialmente autonomia, impegno personale, ricerca, scoperta, salute, semplicità. Autonomia perché richiede una volontà personale di essere autonomi e di scoprire personalmente la propria strada attraverso un percorso lungo e meditato. Percorso soggettivo e diverso da persona a persona che può essere condiviso, naturalmente, ma è necessario che sia frutto di una consapevolezza interiore che va di pari passo con ciò che si mangia. Autonomia dal ricorso costante e puntuale ai farmaci considerandoli quasi l’unica via possibile per qualunque nostro disturbo, autonomia dalla figura del medico alla quale ricorriamo sempre e comunque delegandogli, con una fiducia spesso incondizionata e senza discussione, tutta la nostra salute. Sappiamo che moltissime malattie sono causate dal nostro stile di vita e dalla nostra alimentazione. Esse quindi non sono un caso o, almeno, spesso si potrebbero evitare o prevenire. L’igiene naturale non è una cura ma si occupa di mantenere, attraverso l’alimentazione e uno stile di vita sano, un sistema immunitario il più possibile efficiente che sia nelle condizioni, al momento giusto, di difenderci dalle malattie che ci colpiscono. Si tratta, quindi, di un percorso di estrema consapevolezza, che ci rende attivi e non passivi, che sveglia il nostro senso del gusto, cambiandolo in meglio, verso un ritorno all’essenza del nutrimento. L’igiene naturale non è eliminare questo o quell’alimento dalla propria alimentazione ma, al contrario, un vero e proprio percorso di liberazione da ciò che non fa parte di un’alimentazione semplice, secondo natura, meno trasformata possibile e meno cotta possibile. Eliminare dai propri cibi il sale, lo zucchero, il caffè, le farine raffinate, il latte e i suoi derivati, la carne in tutte le sue forme e ogni cibo animale non è affatto una limitazione ma, al contrario, una scoperta di nuove possibilità e una liberazione da ciò che ci rende dipendente e che danneggia il nostro corpo. Nutrirsi di cibi completamente resi irriconoscibili da sale e zucchero significa perdere il gusto, poco a poco, del cibo naturale, così com’è e che non ha bisogno di nulla per essere gustato. L’giene naturale rende inutile il supermercato. Chi si alimenta in questo modo ha bisogno di un orto (ma non è indispensabile), di negozi in cui acquistare cereali o semi integrali, cereali senza glutine (anche se questo non è  necessariamente igienista) come amaranto, miglio e quinoa,  di un posto in cui acquistare frutta e verdura da mangiare preferibilmente crude. Essere igienisti, perciò, è estremamente in linea con il nostro pianeta e con le sue necessità oltre che con il nostro corpo, con ogni singolo organo che lo compone e con la nostra mente. L’igiene naturale è uno stile di vita e di alimentazione in linea con il pianeta. Con un’alimentazione di tipo vegancrudista si contribuisce a ridurre l’impatto sull’ambiente. Il consumo di carne e di altri prodotti animali come uova e latte è responsabile di deforestazioni e devastazioni ambientali che derivano dalla produzione e dall’allevamento di animali in modo intensivo senza alcun riguardo ecologico né etico. Senza parlare del consumo di acqua, di terra e di energia che questo comporta e dell’impatto sulla vita delle persone che vivono nei paesi in cui questi scempi vengono perpetrati. Un’alimentazione igienista non può non condizionare anche il pensiero. Quando mangiamo secondo ciò che sentiamo e quando sentiamo di stare bene, percepiamo chiaramente che il nostro corpo sembra ringraziarci, che tanti dei nostri disturbi e molte delle nostre patologie sono sparite o stanno migliorando, allora anche il nostro pensiero cambia. E’ come se anche i pensieri avessero bisogno del cibo giusto e come se questo avesse il potere di condizionarli. O almeno questo è quello che succede a me. L’igiene naturale porta all’unità di mente e corpo perché ciò che desideriamo e che ci piace è esattamente ciò che ci fa stare bene. Senza divisioni. Si tratta di una rivoluzione verso il benessere, la serenità e la chiarezza: il primo scalino per sentirsi felici.

Fonte: ilcambiamento.it