“Edizero”: dagli scarti dell’agrofood a biomateriali per l’edilizia, premiata eccellenza Italia a WEF di New Delhi

La prima impresa al mondo ad usare oltre 100 diversi tipi di scarti da fonti rinnovabili dell’agrofood, riconvertiti in biomateriali con zero petrolio e acqua, specifici per edilizia, disiniquinamento ambientale, terrestre e idricoindia

L’Italia che crea e fa innovazione nel rispetto del territorio e nello spirito di valorizzare in modo simile donne e uomini, è stata premiata nel 2/o Women Economic Forum (WEF), chiusosi a New Delhi il 21 maggio 2016 con la partecipazione di 1500 donne e uomini provenienti da istituzioni, imprese e associazioni di ben 108 Paesi. Infatti, fra i 20 ‘Pionieri dell’Innovazione’ premiati vi sono Oscar Ruggeri e Daniela Ducato, fondatori di ‘Edizero – Architecture of Peaceprima impresa al mondo ad usare oltre 100 diversi tipi di scarti da fonti rinnovabili dell’agrofood, riconvertiti in biomateriali con zero petrolio e acqua, specifici per edilizia, disiniquinamento ambientale, terrestre e idrico.india2

Inoltre, ha ricevuto un premio anche Emanuela Donetti, di ‘Urbano Creativo‘, docente di Green building all’università di Ginevra, che ha sviluppato le prime applicazioni e relativi sistemi tecnologici per una urbanistica sostenibile e smart.

Tra i temi approfonditi in piu’ di 400 sessioni di discussione, vi sono stati il ruolo cruciale dell’innovazione nella leadership, sviluppo sostenibile e tutela dell’ambiente, ed in sanità, istruzione e ‘public diplomacy’. La giuria internazionale composta da economisti e scienziati, docenti di prestigiose università tra cui Harvard e la New York University, ha valutato le imprese innovative in base non solo all’eccellenza nel proprio settore, ma soprattutto alla capacità di valorizzare il contributo di donne leader. La sostenibilità ambientale e l’innovazione tecnologica nei settori ‘green’, sono stati oggetto di approfondimento dei premiati con l’ambasciatore d’Italia a New Delhi, Lorenzo Angeloni, che ha confermato come risparmio energetico, edilizia ‘green’ e smart cities siano temi prioritari nel mondo, e in particolare in un paese in crescita come l’India. A tal proposito ha ricordato che il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale è da tempo impegnato a promuovere più alti standard ambientali con un Piano d’Azione ‘Farnesina Verde‘ comprensivo di varie iniziative ecologiche, soprattutto nelle sue ambasciate e consolati.

Fonte: ecodallecitta.it

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Petrolio nell’Artico, prove di catastrofe ambientale

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Un gruppo di ricerca composto da alcuni scienziati finlandesi sta conducendo uno studio per comprendere gli effetti di un disastro petrolifero nell’Artico, dove insistono numerose trivellazioni offshore. L’intenzione è comprendere a fondo gli effetti di uno sversamernto di greggio intrappolato sotto la superficie della banchisa artica:

“Uno sversamento di greggio in queste regioni rappresenta un problema molto difficile. […] Lastre di ghiaccio spesse mezzo metro se vengono spezzate si mischiano sempre più con il petrolio. Per questo stiamo cercando una procedura per utilizzare nella bonifica anche le eliche del rompighiaccio opportunamente indirizzate”

ha spiegato Rune Hogstrom, direttore delle operazioni di ricerca. Il riscaldamento globale e il progressivo scioglimento dei ghiacci infatti ha incentivato nuove trivellazioni in zona artica e quindi la questione prevenzione è sempre più pressante: quando il greggio viene disperso nel mare viene solitamente aspirato in superficie o bruciato con l’impiego di materiali chimici, ma nell’Artico le squadre di recupero potrebbero essere costrette a fare i conti con un’oscurità totale, violente tempeste e grandi lastroni di ghiaccio alla deriva. Con la melma petrolifera che si mischia con il ghiaccio spezzato dal rompighiaccio.

Fonte: ecoblog.it

Marea nera in Tunisia: sversamento di petrolio a 120 km da Lampedusa

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Una chiazza di petrolio si è allargata a 120 chilometri da Lampedusa dopo l’incidente avvenuto lo scorso 13 marzo in una piattaforma situata 7 chilometri al largo delle isole Kerkennah, nella regione tunisina di Sfax.

Una squadra dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente della Tunisia è stata inviata sul posto e la Thyna Petroleum Services ha confermato una “leggera perdita di petrolio alla testa del pozzo Cercina 7”.CdhIRHjWAAAc9Qk

I ministeri tunisini della Salute e dell’Ambiente hanno aperto un’inchiesta e, secondo le autorità tunisine il danno sarebbe relativo. La stampa locale – eccezion fatta per alcuni siti Internet – ha ridimensionato la portata dell’incidente e anche in Italia è stato messa la sordina a un incidente che verificatosi a un mese dal referendum – altrettanto trascurato dalla stampa nazionale – del prossimo 17 aprile. In un’intervista al Corriere, il ministro dell’Ambiente Galletti ha dichiarato che “un incidente può sempre capitare”. Ecco, la perdita nel Mediterraneo, a poco più di 100 chilometri dalle coste italiane ne è un esempio.

Anche se in Tunisia si tende a minimizzare per non minare ulteriormente un turismo e un’economia già in difficoltà a causa degli attentati terroristici dell’ultimo anno, le conseguenze per la società civile sono disastrose: tre chilometri di costa nell’arcipelago delle Kerkennah sono coperti da una macchia di petrolio. Si tratta di isole che vivono principalmente grazie alla pesca e per la popolazione si tratta di una catastrofe che è, al contempo, ecologica e sociale.

“Non occorrono incidenti del genere per dimostrare che le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino ma questi episodi drammatici fanno purtroppo da ulteriore monito sulle possibili conseguenze delle attività delle piattaforme. Anche le attività di routine possono, peraltro, rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema marino, come olii, greggio, metalli pesanti o altre sostanze contaminanti, con gravi conseguenze sull’ambiente circostante. Senza considerare che i mari italiani sono mari ‘chiusi’ e un eventuale incidente nei pozzi petroliferi offshore o durante il trasporto di petrolio sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine su ambiente, qualità della vita e con gravi ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca”,

ha commentato la presidente di Legambiente Rossella Muroni.

Fonte:  Legambiente African Manager

Referendum, nasce il comitato nazionale “Vota SI per fermare le trivelle”

“Il Governo scommette sul silenzio del popolo italiano! Noi scommettiamo su tutti i cittadini che si mobiliteranno per il voto”. Con l’obiettivo di diffondere capillarmente informazioni sul referendum e far crescere la mobilitazione, è nato il comitato nazionale delle associazioni “Vota SI per fermare le trivelle”.

È nato il comitato nazionale delle associazioni “Vota SI per fermare le trivelle”. Lavorerà per invitare i cittadini a partecipare al referendum del 17 aprile contro le trivellazioni in mare e votare SÌ per abrogare la norma (introdotta con l’ultima legge di Stabilità) che permette alle attuali concessioni di estrazione e di ricerca di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa di non avere più scadenze. La Legge di Stabilità 2016, infatti, pur vietando il rilascio di nuove autorizzazioni entro le 12 miglia dalla costa, rende “sine die” le licenze già rilasciate in quel perimetro di mare.trivellazioni

Far esprimere gli italiani sulle scelte energetiche strategiche che deve compiere il nostro Paese, in ogni settore economico e sociale, è la vera posta in gioco di questo referendum. Il comitato nazionale si pone l’obiettivo di diffondere capillarmente informazioni sul referendum in tutti i territori e far crescere la mobilitazione, spiegando che il vero quesito è: “vuoi che l’Italia investa sull’efficienza energetica, sul 100% fonti rinnovabili, sulla ricerca e l’innovazione?”.

Il petrolio è una vecchia energia fossile causa di inquinamento, dipendenza economica, conflitti, protagonismo delle grandi lobby. Dobbiamo continuare a difendere le grandi lobby petrolifere e del fossile a discapito dei cittadini, che vorrebbero meno inquinamento, e delle migliaia di imprese che stanno investendo sulla sostenibilità ambientale e sociale? Noi vogliamo – dice l’appello del Comitato – che il nostro Paese prenda con decisione la strada che ci porterà fuori dalle vecchie fonti fossili, innovi il nostro sistema produttivo, combatta con coerenza l’inquinamento e i cambiamenti climatici. Il Governo, rimanendo sordo agli appelli per l’election day (l’accorpamento in un’unica data del voto per il referendum e per le amministrative) ha deciso di sprecare soldi pubblici per 360 milioni di euro per anticipare al massimo la data del voto e puntare sul fallimento della partecipazione degli elettori al Referendum. Il Governo scommette sul silenzio del popolo italiano! Noi scommettiamo su tutti i cittadini che vorranno far sentire la loro voce e si mobiliteranno per il voto.

Primi firmatari del Comitato nazionale “Vota SI per fermare le trivelle”:

Adusbef, Aiab, Alleanza Cooperative della Pesca, Arci, ASud, Associazione Borghi Autentici d’Italia, Associazione Comuni Virtuosi, Coordinamento nazionale NO TRIV, Confederazione Italiana Agricoltori, Federazione Italiana Media Ambientali, Fiom-Cgil, Focsiv – Volontari nel mondo, Fondazione UniVerde, Giornalisti Nell’Erba, Greenpeace, Kyoto Club,  La Nuova Ecologia, Lav, Legambiente, Libera, Liberacittadinanza, Link Coordinamento Universitario, Lipu, Innovatori Europei, Marevivo, MEPI–Movimento Civico, Movimento Difesa del Cittadino, Pro-Natura, QualEnergia, Rete degli studenti medi, Rete della Conoscenza, Salviamo il Paesaggio, Sì Rinnovabili No nucleare, Slow Food Italia, Touring Club Italiano, Unione degli Studenti, WWF.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/03/referendum-nasce-comitato-nazionale-vota-si-fermare-trivelle/

 

“Effetto referendum”: Shell rinuncia alla ricerca di gas e petrolio nel golfo di Taranto

La Shell ha deciso di rinunciare alla ricerca del petrolio nel golfo di Taranto. Un altro punto a favore del movimento anti trivelle che, commentando la notizia, parla di “effetto referendum”.

La Shell ha deciso di rinunciare alla ricerca del petrolio nel golfo di Taranto. Il colosso olandese del settore petrolifero ha inviato una lettera al ministero dello Sviluppo in cui annuncia di voler rinunciare al permesso di cercare il petrolio nel mare fra Puglia, Basilicata e Calabria.Offshore-Drilling-Rig

Nelle scorse settimana anche Petroceltic ha abbandonato il campo rinunciando ad avviare ricerche davanti alle isole Tremiti. Se la decisione della società anglosassone è stata determinata dalla mancanza di capitali, il dietrofront della Shell sarebbe dovuto dall’incertezza generale della strategia italiana nel settore della ricerca e della produzione di idrocarburi. Nell’ottobre scorso, dopo un iter di 35 mesi, la compagnia aveva ottenuto il via libera ambientale all’analisi del sottosuolo. In seguito dieci regioni italiane dieci Regioni hanno presentato  sei quesiti referendari contro le trivellazioni in mare. Nel tentativo di evitare il referendum, dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale, il Governo ha vietato tutte le attività nelle acque nazionali, cioè entro le 12 miglia dalla costa. Una decisione determinante per la frenata della Shell: una parte delle aree ottenute dalla compagnia olandese è infatti dentro le 12 miglia. Il referendum si farà comunque, il 17 aprile. Non è stata infatti ascoltata la richiesta delle associazioni ambientalista di indire un Election Day, ovvero di accorpare il referendum sulle trivelle con il primo turno delle prossime elezioni amministrative. Ciò avrebbe facilitato la partecipazione democratica e comportato un risparmio fra i 300 e i 400 milioni di euro di soldi pubblici.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/effetto-referendum-shell-rinuncia-alla-ricerca-di-petrolio/

Benzina: senza le tasse costerebbe 44 centesimi al litro

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Il costo del petrolio è sceso ieri, venerdì 22 gennaio, a 30 euro al barile, il che significa che se non ci fossero le accise ovvero i tributi indiretti applicati dalla Stato pagheremmo la benzina 44 centesimi di euro al litro. Sì, proprio così: 44 centesimi, molto meno delle vecchie mille lire. Le tasse sulla benzina sono attualmente il doppio rispetto al prezzo reale del carburante che manda avanti le nostre automobili. Il prezzo del barile è sceso del 67,4% rispetto al 2012, ma se andiamo a fare il pieno ci costa solamente il 28,1%. La colpa è tutta delle accise che rendono la nostra benzina la più cara d’Europa. Il giornalista Sergio Rizzo del Corriere della Sera ha condotto un’inchiesta e ha scoperto che dal 2008 a oggi le accise sul carburante sono aumentate del 46%. Si tratta di una situazione davvero paradossale, come sottolineato da Faib Confesercenti“Se i Paesi produttori ci regalassero la materia prima, un litro di verde costerebbe comunque agli italiani 1,083 euro, un litro di gasolio 0,965 euro”. 
Anche se Matteo Renzi e Federica Guidi invocano il taglio dei prezzi della benzina, i produttori fanno orecchie da mercante e spiegano che “da giugno 2015 a oggi il prezzo della benzina è diminuito complessivamente di oltre 21 centesimi, mentre quello del gasolio di circa 28 centesimi”. La responsabilità più grande resta dello Stato che permette che le tasse gravino per il 70% sul prezzo finale per gli utenti. E negli altri Paesi europei? Secondo il sito Fuel Proces Europe che compie un monitoraggio dei prezzi nel Vecchio Continente l’Italia è, con una media di 1,41 euro al litro, uno dei Paesi in cui la benzina verde è più cara: nel Regno Unito, In Francia e in Germania un litro di benzina costa, rispettivamente, 1,34 euro, 1,25 euro e 1,21 euro. Gli spagnoli pagano un litro appena 1,12 euro, i macedoni e i bulgari 0,98 euro e gli austriaci appena 0,97 euro.

Fonte:  Corriere

Negli Emirati Arabi i petrodollari che finanziano le rinnovabili

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Gli Emirati Arabi guardano al futuro e, nonostante nel loro territorio si trovino il 6% delle risorse mondiali di petrolio e il 3% di quelle di gas, sanno che l’ultimo carico di queste risorse verrà esportato nel 2050. Le autorità vogliono mettere a frutto i loro petrodollari prima che sia troppo tardi. Dieci anni fa è stato lanciato il progetto Masdar per produrre energie rinnovabili che entro il 2020 dovrebbe ridurre la dipendenza dal gas nella produzione di energia dal 90 al 70% grazie a impianti su vasta scala di pannelli solari e tecnologie hi tech per la conservazione dell’energia. Fra queste vi è l’utilizzo di un cemento speciale che permette di mettere nei depositi energia termica ai 400° C. Gli Emirati Arabi sono il solo Paese dell’Opec che non esporta solamente petrolio, ma anche energia rinnovabile, anche grazie ai progetti eolici in Gran Bretagna e Spagna. Nell’ultimo quinquennio l’investimento è stato di 840 milioni di dollari in 25 paesi diversi: 600 milioni di dollari hanno finanziato quella che è, attualmente, la più grande centrale solare del mondo. Nei prossimi cinque anni gli investimenti saranno 40 volte superiori: ben 35 miliardi di dollari da oggi al 2020, con un investimento di 20 miliardi per la costruzione di una centrale nucleare. E così, mentre i petrodollari continuano a dettare i tempi dell’economia mondiale, gli Emirati Arabi lavorano per svincolarsi dalla “dittatura” delle energie fossili.

 

Fonte: ecoblog.it

Basilicata, Ford Coppola: “Il governo paghi i lucani per il petrolio”

Il regista americano scettico sulle estrazioni petrolifere picca il governo: “Il governo lasci i soldi ai lucani”.

US film director Francis Ford Coppola sits inside Palazzo Margherita before the wedding of his daughter Sofia with French rock singer Thomas Mars on August 27, 2011 in Bernalda. The wedding will take place in Palazzo Margherita, the 19th-century villa that Coppola's legendary filmmaker father Francis Ford Coppola restructured in the town, La Stampa daily reported without citing a source. Sophia Coppola was previously married to director Spike Jonze, whom she divorced in 2003, four years after their wedding. She and Mars, the lead singer in the French rock band Phoenix, have two children and live in Paris. AFP PHOTO / ANDREA BALDO (Photo credit should read ANDREA BALDO/AFP/Getty Images)

US film director Francis Ford Coppola waves to onlookers as he arrives at Palazzo Margherita before the wedding of his daughter Sofia with French rock singer Thomas Mars on August 27, 2011 in Bernalda. The wedding will take place in Palazzo Margherita, the 19th-century villa that Coppola's legendary filmmaker father Francis Ford Coppola restructured in the town, La Stampa daily reported without citing a source. Sophia Coppola was previously married to director Spike Jonze, whom she divorced in 2003, four years after their wedding. She and Mars, the lead singer in the French rock band Phoenix, have two children and live in Paris. AFP PHOTO / ANDREA BALDO (Photo credit should read ANDREA BALDO/AFP/Getty Images)

Il regista americano scettico sulle estrazioni petrolifere picca il governo: “Il governo lasci i soldi ai lucani”. Francis Ford Coppola, regista statunitense di capolavori come “Il Padrino” e“Apocalypse now” avente origini italiane (anzi meridionali ama precisare lo stesso regista), è in questi giorni in visita in Italia, una terra che ama riscoprire dai primi anni ’60. Nel corso del suo intervento alla rassegna milanese Expo in Città, un incontro promosso dalla Regione Basilicata, il grande regista ha regalato ai tantissimi presenti ricordi, aneddoti ed attestati di puro amore per la terra materana, così come riflessioni e ipotesi di sviluppo. Nel suo lungo intervento il regista non ha mancato, con grande onestà intellettuale, di riconoscere alcuni aspetti critici legati al territorio lucano (ed al carattere reticente della popolazione):

“Mi intristisce l’abuso del Sud: quando ho saputo che c’era stata una grande scoperta di petrolio in Basilicata ho pensato fosse una cosa buona per investire in educazione, sanità, occupazione. Ho scoperto però che dei guadagni del petrolio alla Basilicata resta poco: il governo deve lasciare quei soldi ai lucani perché investano in educazione e occupazione”

La famiglia Coppola, originaria di Bernalda (provincia di Matera), cittadina dove la figlia del regista, Sofia, si è sposata in un ritorno alle origini (dal sapore molto italo-americano), possiede in Basilicata terreni e proprietà importanti: da parte del grande regista infatti, oramai da anni, il territorio lucano ha grande pubblicità e visibilità ma non solo. Coppola in Basilicata investe molti denari, nell’ottica di riscoperta, tutela ed attrazione del territorio lucano al quale si sente fortemente di appartenere.  Il segretario di Radicali Lucani Maurizio Bolognetti, da sempre una voce autorevole fuori e sopra il coro delle polemiche petrolifere, ha colto con favore le parole del regista, aggiungendovi una puntualizzazione doverosa per le lunghe battaglie fatte sul campo nel corso degli anni:

“Caro Francis, c’è solo una cosa da chiedere al governo, che la smetta con la sua politica di saccheggio, tesa a fare della Basilicata l’hub petrolifero d’Italia. Petrolio in Lucania fa rima con inquinamento di tutte le matrici ambientali e questo è un problema che non possiamo risolvere con la concessione di qualche altra elemosina. Il governo ha già pagato il suo piatto di lenticchie e abbiamo “pagato” anche noi”

Una sorta di “oil for food” italiano, spiega Bolognetti, che tuttavia di ricchezza non ne ha portata granchè (checchè ne possa scrivere Federico Pirro sul Foglio): basta dare un’occhiata ai dati sull’emigrazione giovanile.

Fonte: ecoblog.it

California, volontari in azione a Santa Barbara

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23 maggio 2015, ore 17:00 – Nelle scorse ore centinaia di persone erano al lavoro sulle spiagge della zona di Santa Barbara, in California, per ripulirle dal petrolio che le ha invase dopo la rottura di un oleodotto. Si tratta, questo, dell’ennesimo disastro ambientale causato da uno sversamento di idrocarburi, un fatto tanto grave da persuadere il governatore californiano a dichiarare lo stato d’emergenza. Le spiagge sono state chiuse così come in un ampio tratto di mare è stata proibita la pesca. “Con una cosa del genere ci possono volere giorni, settimane per cercare di riportare tutto alla normalità e rimettere in sicurezza le spiagge non solo per i turisti ma per l’ambiente marino”. ha spiegato David Mosley, protavoce della guarda costiera di Santa Barbara. La Plains All America Pipeline, proprietaria dell’oleodotto, ha fatto sapere di essere riuscita a recuperare finora 30mila litri dei quasi 80mila finiti in mare. Workers clean oil from the rocks and beach near Refugio State Beach in Goleta, California, May 22, 2015. The oil company behind a crude spill on the California coast vowed to do the “right thing” to clear up the mess, even as reports emerged of past leaks involving its pipelines. Plains All American Pipeline made the pledge as it said nearly 8,000 gallons of oil had been scooped up, out of some 21,000 gallons believed to have flooded into the ocean near Santa Barbara, northwest of Los Angeles. AFP PHOTO/ MARK RALSTON (Photo credit should read MARK RALSTON/AFP/Getty Images)

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California, fuoriuscita di petrolio minaccia la spiaggia di Refugio State – FOTO

Le drammatiche conseguenze della perdita di petrolio avvenuta nella tarda mattinata di martedì davanti alla spiaggia di Refugio State, in California

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La rottura di un oleodotto della Plains All-American Pipeline ha provocato ieri la formazione di un’enorme chiazza di petrolio nell’oceano, nei pressi della spiaggia di Refugio State, a circa una quarantina di chilometri da Santa Barbara, in California. La perdita è stata notata nella tarda mattinata di ieri da un cittadino che stava percorrendo la strada costiera 101. L’allarme ha portato l’azienda a chiudere immediatamente la conduttura che aveva provocato la perdita, ma il danno era già stato fatto. Secondo un primo rapporto oltre 80 mila litri di petrolio si sarebbero riversati in acqua provocando una chiazza ampia oltre 6 chilometri. La Guardia Costiera statunitense è impegnata da ieri nel monitoraggio delle operazioni di pulizia, sia sulla costa che al largo, mentre decine di volontari si sono fatti avanti per salvare la fauna coinvolta. Nonostante al momento non si segnalino ufficialmente danni alla fauna selvatica, le drammatiche immagini che arrivano dagli Stati Uniti sembrano dire il contrario. Ad oggi, sempre secondo i dati ufficiali, sono stati recuperati circa tremila litri di petrolio.

Fonte: ecoblog.it

Big Sugar e i mercanti del dubbio

C’è l’industria dei farmaci, dell’agroalimentare, del tabacco, del petrolio e c’è anche… Big Sugar. Secondo il documentario “Merchants of doubt” è da lì, da loro che tutti hanno imparato a manipolare opinione pubblica e decisori piegandoli agli scopi del mercato.zucchero_carie

I ricercatori dell’Università della California, sede di San Francisco, hanno analizzato (leggi qui lo studio integrale) 319 documenti interni di industrie dolciarie, fatti girare dal 1950 al 1971, momento chiave per le regole di salute pubblica che riguardavano proprio il problema dello zucchero e della carie dentaria. La loro conclusione è stata pubblicata su PLoS Medicine e ha rivelato ciò che loro stessi dicono essere stato l’esempio di come agiscono i “mercati del dubbio” (definizione che ha dato il titolo al documentario appena uscito). A farlo notare è Lindsay Abrams, autrice per Salon. I soggetti coinvolti nel commercio dello zucchero sapevano fin dagli anni ’50 i danni che esso comportava per i denti – sostengono gli autori dello studio – e si erano anche accorti che il metodo migliore consigliato dai dentisti per evitare le carie era quello di ridurre il consumo di zucchero. Le prove erano troppo evidenti per essere ignorate, così l’industria architettò un piano per distogliere l’attenzione dalle politiche di riduzione del consumo di zucchero. Vennero finanziato costosi e complicati esperimenti (falliti) sostenendo che sarebbero stati ridotti gli effetti dannosi e l’industria ha fatto in modo che i programmi di ricerca statali seguissero quella strada. La natura di quegli esperimenti ha dimostrato che l’industria stava cercando di fare tutto il possibile pur di non accettare l’ovvio, cioè la necessità di raccomandare alla gente di ridurre il consumo di zucchero. L’industria ha portato avanti ricerche per un improbabile vaccino contro le carie e per sviluppare un enzima che si sarebbe potuto aggiungere ai cibi per ridurre l’impatto dello zucchero sui denti. “Perché la gente dovrebbe rinunciare al piacere?” si chiedeva in un articolo il professor Bertram Cohen, che guidava i progetti di ricerca. “E’ ovviamente meglio eliminare gli effetti dannosi”. Quell’articolo, fa notare lo studio pubblicato su PLoS, non faceva menzione del fatto che il lavoro di Cohen era finanziato dall’industria del cioccolato e dei dolci. “Si potrebbe dire, sulla base della logica e delle evidenze, che eliminando il consumo di zucchero si eliminerebbe il problema perché si eliminerebbe ciò di cui i batteri delle carie si nutrono” aveva detto a suo tempo il direttore scientifico del NIDR, il National Institute of Dental Research (oggi National Institute of Dental and Craniofacial Research). “Ma bisogna essere realisti” aveva aggiunto. “Benchè ciò sia stato dimostrato su modelli animali, non è praticabile come misura di salute pubblica”. Il National Caries Program (NCP), lanciato nel 1971 con l’obiettivo di eradicare la carie nel giro di un decennio, si è poi chiuso ignorando tutte le strategie per limitare il consumo di zuccheri e non aveva nemmeno individuato i test che avrebbero potuto stabilire quali cibi erano più dannosi per i denti. Il programma si rivelò un fallimento e non fu una sorpresa; gli autori dissero che la carie dentaria, benchè largamente prevenibile, restava un problema cronico per i bambini americani. E lo è tuttora. E gli autori dello studio dichiarano anche che l’industria continua a sostenere come, al massimo, le politiche di salute pubblica debbano concentrarsi sulla riduzione degli effetti deleteri dello zucchero anziché sulla riduzione del consumo di zucchero stesso. “Queste tattiche sono molto simili a quelle già messe in atto dall’industria del tabacco” spiega Stanton Glantz, co-firmatario dell’articolo. E quelle multinazionali non sono più ammesse a partecipare alle discussioni dell’Oms. “Le nostre conclusioni vogliono essere una sveglia per i governi e i decisori”. Si auspica che lo siano. Anche perché, oltre alle carie, occorrerebbe considerare gli effetti deleteri che il consumo di zucchero ha sull’organismo umano in generale.

Fonte: ilcambiamento.it