Petrolio. Nei primi sei mesi del 2016 cala il consumo di diesel e benzina

A giugno la domanda totale di carburanti è risultata pari a circa 2,6 milioni di tonnellate, di cui 0,6 milioni di tonnellate di benzina e 2 milioni di gasolio, con un decremento del 2,4% (-65.000 tonnellate)petrol

Stando a dati ancora provvisori, nel mese di giugno 2016 i consumi petroliferi italiani sono ammontati a circa 5,1 milioni di tonnellate, con un incremento pari all’1,1% (+57.000 tonnellate) rispetto allo stesso mese del 2015. Diverso il discorso per la domanda totale di carburanti (benzina + gasolio) che nel mese di giugno è risultata pari a circa 2,6 milioni di tonnellate, di cui 0,6 milioni di tonnellate di benzina e 2 milioni di gasolio, con un decremento del 2,4% (-65.000 tonnellate) rispetto allo stesso mese del 2015. I prodotti autotrazione, a parità di giorni di consegna, hanno rilevato le seguenti dinamiche: la benzina nel complesso ha mostrato un decremento del 5,8% (-40.000 tonnellate) rispetto a giugno 2015, mentre il gasolio autotrazione dell’1,2% (-25.000 tonnellate). Le vendite sulla rete di benzina e gasolio nel mese di giugno hanno segnato rispettivamente un decremento del 4,8% e dello 0,3%. Nel mese considerato le immatricolazioni di autovetture nuove sono aumentate del 12%, con quelle diesel che hanno rappresentato il 57,2% del totale (era il 55,5% nel giugno 2015), mentre quelle di benzina il 32,9%. Quanto alle altre alimentazioni, nel mese considerato, il peso delle ibride è stato pari all’1,8%, mentre quello delle elettriche allo 0,1%. Nei primi sei mesi del 2016 i consumi sono stati invece pari a circa 29,2 milioni di tonnellate, con un incremento dell’1,1% (+309.000 tonnellate) rispetto allo stesso periodo del 2015. La benzina, nel periodo considerato, ha invece mostrato una flessione dell’1,9% (-73.000 tonnellate), il gasolio un incremento dello 0,4% (+46.000 tonnellate). Nei primi sei mesi del 2016 la somma dei soli carburanti (benzina + gasolio), pari a circa 15,1 milioni di tonnellate, evidenzia un decremento dello 0,2% (-27.000 tonnellate). Nei primi sei mesi del 2016 le vendite sulla rete hanno segnato per la benzina un decremento dello 0,6% e per il gasolio un incremento del 2,7%. Nello stesso periodo le nuove immatricolazioni di autovetture sono risultate in crescita del 19,2%, con quelle diesel a coprire il 55,5% del totale, mentre quelle di benzina il 33,9% (oltre 3 punti in più rispetto all’anno precedente). Nei primi sei mesi del 2016, le auto ibride hanno coperto l’1,9% delle nuove immatricolazioni, mentre le elettriche si confermano allo 0,1%.

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Fonte: Unione Petrolifera

Il lavoro di squadra dei batteri per degradare il petrolio

I membri della comunità batterica lavorano insieme per degradare il petrolio. Un gioco di squadra che coinvolge tutti i membri della comunità, permettendo di affrontare un lavoro così complessomare-

(Credits: E. Krall/Flickr CC)

Esistono batteri in grado di metabolizzare alcuni componenti del petrolio, rivelandosi utili per limitare i danni dopo uno sversamento. Ma come ci riescono? Uno studio, pubblicato su Nature Microbiology, ha analizzato i genomi di batteri raccolti nelle vicinanze della piattaforma Deepwater Horizon, protagonista, nel 2010, di uno dei maggiori disastri ambientali della storia recente. Questo ha permesso di capire meglio il profilo metabolico delle specie coinvolte e ha fatto emergere una forte interazione tra i componenti della comunità. Come noto da tempo, dopo uno sversamento di petrolio in mare la comunità batterica cambia drasticamente: aumentano le specie in grado di utilizzare alcuni componenti del petrolio, a discapito delle altre. Ma quali sono i fattori genetici alla base di questa capacità? Per scoprilo i ricercatori si sono serviti di tecniche che hanno permesso loro di sequenziare il Dna di batteri non coltivati in laboratorio. “Il petrolio è formato da circa 1000 composti chimici diversi” ha affermato Nina Dombrowski, che ha preso parte allo studio: “Si possono però identificare due classi principali: gli alcani, relativamente facili da digerire, e gli idrocarburi aromatici, molto più complessi”. Non sorprende, quindi, che i geni coinvolti nel metabolismo degli alcani fossero presenti in quasi tutte le specie analizzate. Inaspettato, invece, è il numero di specie che si sono rivelate in grado di utilizzare i composti aromatici; specie note, ma di cui non si conosceva questa capacità. Un esempio è il batterio Neptuniibacter, che finora non si credeva nemmeno coinvolto nella degradazione del petrolio. Quello che però ha colpito maggiormente i ricercatori è stato come i membri della comunità batterica lavorassero insieme per arrivare a degradare il petrolio. Un gioco di squadra che coinvolge tutti i membri della comunità, permettendo di affrontare un lavoro così complesso. Lavoro che non si ferma al petrolio, dato che alcuni batteri si sono rivelati addirittura capaci di metabolizzare componenti dei disperdenti, cioè le sostanze immesse dall’essere umano per disperdere il petrolio sversato e che possono rivelarsi nocivi per l’ambiente. Lo studio, concludono gli autori, mostra come la comunità batterica costituisca un valido alleato nei casi di sversamento di petrolio e può essere d’aiuto nell’indirizzare al meglio le azioni umane: “Ad esempio, alcune sostanze contenute nei disperdenti possono inibire l’azione batterica” ha continuato Dombrowski “Grazie a questo lavoro, potremo progettare disperdenti che non ostacolino i batteri, in modo da facilitarne l’azione”.

Riferimenti: Nature Microbiology Doi: 10.1038/NMICROBIOL.2016.57

Fonte: galileonet.it

Il petrolio non sfama più il Venezuela

Il Venezuela sta vivendo una crisi profonda, trascinato nel baratro da un’economia, basata esclusivamente sul petrolio, oggi in gravissima crisi. L’inflazione è alle stelle, la popolazione non riesce nemmeno a comprarsi da mangiare, la crisi energetica impone tagli drastici all’erogazione del servizio. La sveglia sta suonando!

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«Con i soldi che ci bastavano per colazione, pranzo e cena, ora possiamo comprare solo la colazione. E nemmeno molto buona» hanno detto le famiglie venezuelane all’agenzia Reuters. Ma cosa sta accadendo? L’inflazione altissima e le carenze croniche di un sistema basato esclusivamente sullo sfruttamento del greggio hanno spinto in recessione il paese dell’Opec. Sempre più venezuelani fanno fatica a mettere in tavola tre pasti nutrienti al giorno. Tutte le 1.500 famiglie intervistate in un recente sondaggio hanno ammesso di aver aumentato la quantità di carboidrati nella loro dieta. Il 12 per cento ha smesso di mangiare tre volte al giorno. Il leader socialista Hugo Chávez aveva investito parte dei proventi della vendita del petrolio in programmi per i poveri. Il suo successore Nicolás Maduro si è trovato impreparato di fronte al crollo del prezzo del greggio, su cui si regge l’economia nazionale. E intanto, 30 milioni di cittadini fanno fatica a comprare latte, uova e carne. Il fotografo della Reuters Carlos García Rawlins lo ha raccontato, entrando nelle loro case, aprendo dispense e frigoriferi. L’inflazione è alle stelle, si parla del 500% nel 2016, e per fare la spesa serve uno zaino pieno di banconote. Intanto in tutto il paese esplodono le proteste contro le misure di austerità adottate dal governo. A Maracaibo, nell’ovest del paese, le forze dell’ordine hanno arrestato almeno 121 persone accusate di aver saccheggiato decine di negozi a margine delle proteste contro le misure approvate dal governo per fare fronte alla crisi energetica. A Caracas centinaia di persone hanno firmato una petizione per chiedere l’allontanamento dal potere del presidente Maduro. Per esempio, è stato deciso che settimana lavorativa durerà due giorni. Si tratta di una nuova misura d’emergenza, che riguarda solo gli impiegati pubblici, per risparmiare elettricità. Il paese è colpito da una grave crisi energetica: la siccità causata da El Niño ha reso inservibile la centrale idroelettrica che assicura il 70 per cento dell’energia del paese. La corrente elettrica viene tolta per quattro ore al giorno nel tentativo di contenere i consumi. Gia a inizio 2016 i segnali risultavano molto chiari, lo aveva messo in luce anche Il Sole 24 Ore. Alejandro Werner, responsabile del Fmi per l’America Latina, aveva dichiarato che le condizioni del Paese erano inquietanti. La Banca centrale del Venezuela – dopo oltre un anno di mancate comunicazioni ufficiali – aveva informato che nel 2015 l’inflazione era stata del 141,5% e la contrazione del Pil del 7,1%. Werner aveva sottolineato che per affrontare la drammatica crisi, acuita dal crollo dei prezzi internazionali del petrolio, era necessario ridurre le spese del settore pubblico e soprattutto rilanciare la produzione privata, «ripristinando una economia di mercato». Ancora una volta pseudo-soluzioni destinate a peggiorare il male, ma d’altra parte ormai praticate in massa dai governi. E la disperazione porta violenza. Nel 2015 la capitale del Venezuela è diventata la città più pericolosa del mondo, con un tasso di omicidi superiore a quello di San Pedro Sula, in Honduras. Ad affermarlo è il Consiglio Cittadino per al Sicurezza e la Giustizia Penale, una Ong che compila studi statistici sul tema dell’insicurezza: con 119,87 omicidi ogni 100 mila abitanti, l’anno scorso Caracas ha superato San Pedro Sula, dove si è registrato un tasso di di 111,03 omicidi ogni 100 mila abitanti. Nella lista delle città più pericolose del mondo preparata dalla Ong, le cinque che risultano in testa si trovano tutte in America Latina: dopo Caracas e San Pedro Sula seguono San Salvador (capitale del Salvador, 108,54), Acapulco (importante centro turistico della costa pacifica messicana, 104,73) e Maturin (nel nordest del Venezuela, 86,45).

Fonte: ilcambiamento.it

“Edizero”: dagli scarti dell’agrofood a biomateriali per l’edilizia, premiata eccellenza Italia a WEF di New Delhi

La prima impresa al mondo ad usare oltre 100 diversi tipi di scarti da fonti rinnovabili dell’agrofood, riconvertiti in biomateriali con zero petrolio e acqua, specifici per edilizia, disiniquinamento ambientale, terrestre e idricoindia

L’Italia che crea e fa innovazione nel rispetto del territorio e nello spirito di valorizzare in modo simile donne e uomini, è stata premiata nel 2/o Women Economic Forum (WEF), chiusosi a New Delhi il 21 maggio 2016 con la partecipazione di 1500 donne e uomini provenienti da istituzioni, imprese e associazioni di ben 108 Paesi. Infatti, fra i 20 ‘Pionieri dell’Innovazione’ premiati vi sono Oscar Ruggeri e Daniela Ducato, fondatori di ‘Edizero – Architecture of Peaceprima impresa al mondo ad usare oltre 100 diversi tipi di scarti da fonti rinnovabili dell’agrofood, riconvertiti in biomateriali con zero petrolio e acqua, specifici per edilizia, disiniquinamento ambientale, terrestre e idrico.india2

Inoltre, ha ricevuto un premio anche Emanuela Donetti, di ‘Urbano Creativo‘, docente di Green building all’università di Ginevra, che ha sviluppato le prime applicazioni e relativi sistemi tecnologici per una urbanistica sostenibile e smart.

Tra i temi approfonditi in piu’ di 400 sessioni di discussione, vi sono stati il ruolo cruciale dell’innovazione nella leadership, sviluppo sostenibile e tutela dell’ambiente, ed in sanità, istruzione e ‘public diplomacy’. La giuria internazionale composta da economisti e scienziati, docenti di prestigiose università tra cui Harvard e la New York University, ha valutato le imprese innovative in base non solo all’eccellenza nel proprio settore, ma soprattutto alla capacità di valorizzare il contributo di donne leader. La sostenibilità ambientale e l’innovazione tecnologica nei settori ‘green’, sono stati oggetto di approfondimento dei premiati con l’ambasciatore d’Italia a New Delhi, Lorenzo Angeloni, che ha confermato come risparmio energetico, edilizia ‘green’ e smart cities siano temi prioritari nel mondo, e in particolare in un paese in crescita come l’India. A tal proposito ha ricordato che il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale è da tempo impegnato a promuovere più alti standard ambientali con un Piano d’Azione ‘Farnesina Verde‘ comprensivo di varie iniziative ecologiche, soprattutto nelle sue ambasciate e consolati.

Fonte: ecodallecitta.it

Petrolio nell’Artico, prove di catastrofe ambientale

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Un gruppo di ricerca composto da alcuni scienziati finlandesi sta conducendo uno studio per comprendere gli effetti di un disastro petrolifero nell’Artico, dove insistono numerose trivellazioni offshore. L’intenzione è comprendere a fondo gli effetti di uno sversamernto di greggio intrappolato sotto la superficie della banchisa artica:

“Uno sversamento di greggio in queste regioni rappresenta un problema molto difficile. […] Lastre di ghiaccio spesse mezzo metro se vengono spezzate si mischiano sempre più con il petrolio. Per questo stiamo cercando una procedura per utilizzare nella bonifica anche le eliche del rompighiaccio opportunamente indirizzate”

ha spiegato Rune Hogstrom, direttore delle operazioni di ricerca. Il riscaldamento globale e il progressivo scioglimento dei ghiacci infatti ha incentivato nuove trivellazioni in zona artica e quindi la questione prevenzione è sempre più pressante: quando il greggio viene disperso nel mare viene solitamente aspirato in superficie o bruciato con l’impiego di materiali chimici, ma nell’Artico le squadre di recupero potrebbero essere costrette a fare i conti con un’oscurità totale, violente tempeste e grandi lastroni di ghiaccio alla deriva. Con la melma petrolifera che si mischia con il ghiaccio spezzato dal rompighiaccio.

Fonte: ecoblog.it

Marea nera in Tunisia: sversamento di petrolio a 120 km da Lampedusa

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Una chiazza di petrolio si è allargata a 120 chilometri da Lampedusa dopo l’incidente avvenuto lo scorso 13 marzo in una piattaforma situata 7 chilometri al largo delle isole Kerkennah, nella regione tunisina di Sfax.

Una squadra dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente della Tunisia è stata inviata sul posto e la Thyna Petroleum Services ha confermato una “leggera perdita di petrolio alla testa del pozzo Cercina 7”.CdhIRHjWAAAc9Qk

I ministeri tunisini della Salute e dell’Ambiente hanno aperto un’inchiesta e, secondo le autorità tunisine il danno sarebbe relativo. La stampa locale – eccezion fatta per alcuni siti Internet – ha ridimensionato la portata dell’incidente e anche in Italia è stato messa la sordina a un incidente che verificatosi a un mese dal referendum – altrettanto trascurato dalla stampa nazionale – del prossimo 17 aprile. In un’intervista al Corriere, il ministro dell’Ambiente Galletti ha dichiarato che “un incidente può sempre capitare”. Ecco, la perdita nel Mediterraneo, a poco più di 100 chilometri dalle coste italiane ne è un esempio.

Anche se in Tunisia si tende a minimizzare per non minare ulteriormente un turismo e un’economia già in difficoltà a causa degli attentati terroristici dell’ultimo anno, le conseguenze per la società civile sono disastrose: tre chilometri di costa nell’arcipelago delle Kerkennah sono coperti da una macchia di petrolio. Si tratta di isole che vivono principalmente grazie alla pesca e per la popolazione si tratta di una catastrofe che è, al contempo, ecologica e sociale.

“Non occorrono incidenti del genere per dimostrare che le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino ma questi episodi drammatici fanno purtroppo da ulteriore monito sulle possibili conseguenze delle attività delle piattaforme. Anche le attività di routine possono, peraltro, rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema marino, come olii, greggio, metalli pesanti o altre sostanze contaminanti, con gravi conseguenze sull’ambiente circostante. Senza considerare che i mari italiani sono mari ‘chiusi’ e un eventuale incidente nei pozzi petroliferi offshore o durante il trasporto di petrolio sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine su ambiente, qualità della vita e con gravi ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca”,

ha commentato la presidente di Legambiente Rossella Muroni.

Fonte:  Legambiente African Manager

Referendum, nasce il comitato nazionale “Vota SI per fermare le trivelle”

“Il Governo scommette sul silenzio del popolo italiano! Noi scommettiamo su tutti i cittadini che si mobiliteranno per il voto”. Con l’obiettivo di diffondere capillarmente informazioni sul referendum e far crescere la mobilitazione, è nato il comitato nazionale delle associazioni “Vota SI per fermare le trivelle”.

È nato il comitato nazionale delle associazioni “Vota SI per fermare le trivelle”. Lavorerà per invitare i cittadini a partecipare al referendum del 17 aprile contro le trivellazioni in mare e votare SÌ per abrogare la norma (introdotta con l’ultima legge di Stabilità) che permette alle attuali concessioni di estrazione e di ricerca di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa di non avere più scadenze. La Legge di Stabilità 2016, infatti, pur vietando il rilascio di nuove autorizzazioni entro le 12 miglia dalla costa, rende “sine die” le licenze già rilasciate in quel perimetro di mare.trivellazioni

Far esprimere gli italiani sulle scelte energetiche strategiche che deve compiere il nostro Paese, in ogni settore economico e sociale, è la vera posta in gioco di questo referendum. Il comitato nazionale si pone l’obiettivo di diffondere capillarmente informazioni sul referendum in tutti i territori e far crescere la mobilitazione, spiegando che il vero quesito è: “vuoi che l’Italia investa sull’efficienza energetica, sul 100% fonti rinnovabili, sulla ricerca e l’innovazione?”.

Il petrolio è una vecchia energia fossile causa di inquinamento, dipendenza economica, conflitti, protagonismo delle grandi lobby. Dobbiamo continuare a difendere le grandi lobby petrolifere e del fossile a discapito dei cittadini, che vorrebbero meno inquinamento, e delle migliaia di imprese che stanno investendo sulla sostenibilità ambientale e sociale? Noi vogliamo – dice l’appello del Comitato – che il nostro Paese prenda con decisione la strada che ci porterà fuori dalle vecchie fonti fossili, innovi il nostro sistema produttivo, combatta con coerenza l’inquinamento e i cambiamenti climatici. Il Governo, rimanendo sordo agli appelli per l’election day (l’accorpamento in un’unica data del voto per il referendum e per le amministrative) ha deciso di sprecare soldi pubblici per 360 milioni di euro per anticipare al massimo la data del voto e puntare sul fallimento della partecipazione degli elettori al Referendum. Il Governo scommette sul silenzio del popolo italiano! Noi scommettiamo su tutti i cittadini che vorranno far sentire la loro voce e si mobiliteranno per il voto.

Primi firmatari del Comitato nazionale “Vota SI per fermare le trivelle”:

Adusbef, Aiab, Alleanza Cooperative della Pesca, Arci, ASud, Associazione Borghi Autentici d’Italia, Associazione Comuni Virtuosi, Coordinamento nazionale NO TRIV, Confederazione Italiana Agricoltori, Federazione Italiana Media Ambientali, Fiom-Cgil, Focsiv – Volontari nel mondo, Fondazione UniVerde, Giornalisti Nell’Erba, Greenpeace, Kyoto Club,  La Nuova Ecologia, Lav, Legambiente, Libera, Liberacittadinanza, Link Coordinamento Universitario, Lipu, Innovatori Europei, Marevivo, MEPI–Movimento Civico, Movimento Difesa del Cittadino, Pro-Natura, QualEnergia, Rete degli studenti medi, Rete della Conoscenza, Salviamo il Paesaggio, Sì Rinnovabili No nucleare, Slow Food Italia, Touring Club Italiano, Unione degli Studenti, WWF.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/03/referendum-nasce-comitato-nazionale-vota-si-fermare-trivelle/

 

“Effetto referendum”: Shell rinuncia alla ricerca di gas e petrolio nel golfo di Taranto

La Shell ha deciso di rinunciare alla ricerca del petrolio nel golfo di Taranto. Un altro punto a favore del movimento anti trivelle che, commentando la notizia, parla di “effetto referendum”.

La Shell ha deciso di rinunciare alla ricerca del petrolio nel golfo di Taranto. Il colosso olandese del settore petrolifero ha inviato una lettera al ministero dello Sviluppo in cui annuncia di voler rinunciare al permesso di cercare il petrolio nel mare fra Puglia, Basilicata e Calabria.Offshore-Drilling-Rig

Nelle scorse settimana anche Petroceltic ha abbandonato il campo rinunciando ad avviare ricerche davanti alle isole Tremiti. Se la decisione della società anglosassone è stata determinata dalla mancanza di capitali, il dietrofront della Shell sarebbe dovuto dall’incertezza generale della strategia italiana nel settore della ricerca e della produzione di idrocarburi. Nell’ottobre scorso, dopo un iter di 35 mesi, la compagnia aveva ottenuto il via libera ambientale all’analisi del sottosuolo. In seguito dieci regioni italiane dieci Regioni hanno presentato  sei quesiti referendari contro le trivellazioni in mare. Nel tentativo di evitare il referendum, dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale, il Governo ha vietato tutte le attività nelle acque nazionali, cioè entro le 12 miglia dalla costa. Una decisione determinante per la frenata della Shell: una parte delle aree ottenute dalla compagnia olandese è infatti dentro le 12 miglia. Il referendum si farà comunque, il 17 aprile. Non è stata infatti ascoltata la richiesta delle associazioni ambientalista di indire un Election Day, ovvero di accorpare il referendum sulle trivelle con il primo turno delle prossime elezioni amministrative. Ciò avrebbe facilitato la partecipazione democratica e comportato un risparmio fra i 300 e i 400 milioni di euro di soldi pubblici.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/effetto-referendum-shell-rinuncia-alla-ricerca-di-petrolio/

Benzina: senza le tasse costerebbe 44 centesimi al litro

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Il costo del petrolio è sceso ieri, venerdì 22 gennaio, a 30 euro al barile, il che significa che se non ci fossero le accise ovvero i tributi indiretti applicati dalla Stato pagheremmo la benzina 44 centesimi di euro al litro. Sì, proprio così: 44 centesimi, molto meno delle vecchie mille lire. Le tasse sulla benzina sono attualmente il doppio rispetto al prezzo reale del carburante che manda avanti le nostre automobili. Il prezzo del barile è sceso del 67,4% rispetto al 2012, ma se andiamo a fare il pieno ci costa solamente il 28,1%. La colpa è tutta delle accise che rendono la nostra benzina la più cara d’Europa. Il giornalista Sergio Rizzo del Corriere della Sera ha condotto un’inchiesta e ha scoperto che dal 2008 a oggi le accise sul carburante sono aumentate del 46%. Si tratta di una situazione davvero paradossale, come sottolineato da Faib Confesercenti“Se i Paesi produttori ci regalassero la materia prima, un litro di verde costerebbe comunque agli italiani 1,083 euro, un litro di gasolio 0,965 euro”. 
Anche se Matteo Renzi e Federica Guidi invocano il taglio dei prezzi della benzina, i produttori fanno orecchie da mercante e spiegano che “da giugno 2015 a oggi il prezzo della benzina è diminuito complessivamente di oltre 21 centesimi, mentre quello del gasolio di circa 28 centesimi”. La responsabilità più grande resta dello Stato che permette che le tasse gravino per il 70% sul prezzo finale per gli utenti. E negli altri Paesi europei? Secondo il sito Fuel Proces Europe che compie un monitoraggio dei prezzi nel Vecchio Continente l’Italia è, con una media di 1,41 euro al litro, uno dei Paesi in cui la benzina verde è più cara: nel Regno Unito, In Francia e in Germania un litro di benzina costa, rispettivamente, 1,34 euro, 1,25 euro e 1,21 euro. Gli spagnoli pagano un litro appena 1,12 euro, i macedoni e i bulgari 0,98 euro e gli austriaci appena 0,97 euro.

Fonte:  Corriere

Negli Emirati Arabi i petrodollari che finanziano le rinnovabili

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Gli Emirati Arabi guardano al futuro e, nonostante nel loro territorio si trovino il 6% delle risorse mondiali di petrolio e il 3% di quelle di gas, sanno che l’ultimo carico di queste risorse verrà esportato nel 2050. Le autorità vogliono mettere a frutto i loro petrodollari prima che sia troppo tardi. Dieci anni fa è stato lanciato il progetto Masdar per produrre energie rinnovabili che entro il 2020 dovrebbe ridurre la dipendenza dal gas nella produzione di energia dal 90 al 70% grazie a impianti su vasta scala di pannelli solari e tecnologie hi tech per la conservazione dell’energia. Fra queste vi è l’utilizzo di un cemento speciale che permette di mettere nei depositi energia termica ai 400° C. Gli Emirati Arabi sono il solo Paese dell’Opec che non esporta solamente petrolio, ma anche energia rinnovabile, anche grazie ai progetti eolici in Gran Bretagna e Spagna. Nell’ultimo quinquennio l’investimento è stato di 840 milioni di dollari in 25 paesi diversi: 600 milioni di dollari hanno finanziato quella che è, attualmente, la più grande centrale solare del mondo. Nei prossimi cinque anni gli investimenti saranno 40 volte superiori: ben 35 miliardi di dollari da oggi al 2020, con un investimento di 20 miliardi per la costruzione di una centrale nucleare. E così, mentre i petrodollari continuano a dettare i tempi dell’economia mondiale, gli Emirati Arabi lavorano per svincolarsi dalla “dittatura” delle energie fossili.

 

Fonte: ecoblog.it