La plastica minaccia la salute umana

Non sono solo gli oceani e gli animali marini a soffrire: la plastica comporta evidenti rischi per la salute umana e per questo è necessario ed urgente adottare il principio di precauzione e a iniziare ad eliminare definitivamente questo materiale, a partire dall’usa e getta. Un rapporto diffuso nelle ultime ore dal Center for International Environmental Law (CIEL) evidenzia l’urgenza di adottare il principio di precauzione per proteggere l’umanità dall’inquinamento della plastica. Valutate tutte le fasi del ciclo produttivo e di vita di questo materiale, il report infatti rileva evidenti rischi per la salute umana. 

Nel dettaglio, il rapporto del CIEL evidenzia come: 

– le materie plastiche presentano differenti rischi per la salute umana in ogni fase del loro ciclo di vita: dalle sostanze chimiche pericolose rilasciate durante l’estrazione del petrolio e la produzione delle materie prime, all’esposizione agli additivi chimici rilasciati durante l’utilizzo delle materie plastiche, per terminare con l’inquinamento dell’ambiente e del cibo che può derivare dal rilascio di plastica nell’ambiente; 

– le microplastiche, come frammenti e fibre, a causa delle loro piccole dimensioni possono entrare nel corpo umano attraverso il contatto, l’ingestione o l’inalazione, penetrare nei tessuti e nelle cellule generando impatti sull’uomo, anche a causa del rilascio di sostanze chimiche pericolose; 

– incertezze e lacune conoscitive non consentono di avere un quadro dettagliato circa gli impatti sulla salute umana e impediscono a consumatori, comunità e istituzioni di prendere decisioni consapevoli su questo materiale.

Commentando quanto emerge dal report di CIEL, Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, dichiara: “I rischi per la salute derivanti dall’inquinamento da plastica sono stati ignorati per troppo tempo, un atteggiamento che va contro le regole basilari della prevenzione che dovrebbero guidare le scelte istituzionali e delle multinazionali e venire prima dei profitti. Imprese e istituzioni hanno scelto invece di mantenere lo status quo. Non sono solo gli oceani e gli animali marini a soffrire le conseguenze della dipendenza dalla plastica della nostra società, siamo tutti noi a subirne gli effetti. Nonostante ci sia ancora molto da chiarire su tutti i possibili impatti generati dalla plastica sulla salute umana, i rischi sono evidenti. Le conoscenze attuali impongono di applicare concretamente il principio di precauzione e iniziare a eliminare definitivamente la plastica, a partire dall’usa e getta”. 

“Il ricorso a questo materiale, oltre a devastare il Pianeta, continua a mantenerci dipendenti dai combustibili fossili, contribuendo ai cambiamenti climatici”, continua Ungherese. “Non ci sono motivi per continuare a mettere a rischio la salute umana in nome della presunta convenienza della plastica. Da mesi chiediamo alle grandi multinazionali, responsabili della commercializzazione dei più grandi volumi di plastica usa e getta, di assumersi le proprie responsabilità riducendo drasticamente la produzione di plastica monouso”, conclude.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/plastica-minaccia-salute-umana/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Nuove trivellazioni di petrolio: a rischio tutta l’Italia

Il rischio di nuove trivellazioni di petrolio è nazionale: non solo il Mar Ionio, ma anche l’Adriatico centro meridionale ed il canale di Sicilia sono sotto attacco dalle compagnie petrolifere. È quanto denuncia Legambiente in merito al dibattito di questi giorni sulle autorizzazioni alle prospezioni petrolifere nel mar Ionio da parte del Ministero dello Sviluppo Economico. “Questa strada è sbagliata: il Governo abbandoni le fonti fossili”.

“Il rischio di nuove trivellazioni di petrolio è nazionale: non è solo il Mar Ionio ad essere sotto attacco delle compagnie petrolifere, anche l’Adriatico centro meridionale e il canale di Sicilia sono oggetto di richieste di prospezione e ricerca di petrolio nei fondali marini. Dal Governo di M5S e Lega che insieme a noi hanno sostenuto il Sì alla campagna referendaria del 17 aprile 2016 contro le trivellazioni di petrolio ci aspettiamo 5 atti concreti: lo stop immediato a nuove trivellazioni in mare e a terra a partire dalle 96 richieste di prospezione, ricerca e coltivazione in attesa di via libera; il taglio dei 16 miliardi di euro di sussidi annuali alle fonti fossili; la legge che vieta l’uso dell’airgun per le prospezioni, per cui il M5S si era tanto battuto durante la discussione parlamentare dell’allora disegno di legge sugli ecoreati; un piano energetico nazionale per il clima e l’energia che definisca un percorso concreto per la decarbonizzazione dell’economia; la riconversione delle attività di Eni, società a prevalente capitale pubblico, dalle fonti fossili all’efficienza energetica e alle rinnovabili”. È questo il commento di Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente sulle polemiche di questi giorni sulle autorizzazioni alle prospezioni petrolifere nel mar Ionio da parte del Ministero dello Sviluppo Economico.
L’Italia, infatti, continua la sua insensata corsa all’oro nero. A confermarlo gli ultimi dati aggiornati da Legambiente che fotografano la situazione attuale: ad oggi su 16.821 kmq sono ben 197 le concessioni di coltivazione, tra mare (67) e terra (130), alle quali si potrebbero aggiungere ben 12 istanze di concessione di coltivazione (7 in mare e 5 a terra).  E poi su un totale di 30.569 kmq sono attivi 80 permessi di ricerca, ai quali si potrebbero aggiungere 79 istanze di permessi di ricerca su un totale di 26.674 kmq, e 5 istanze di prospezione a mare su un totale di 68.335 kmq.

L’associazione ambientalista da questo Governo si aspetta più coerenza e fatti concreti sulla lotta ai cambiamenti climatici e contro le trivellazioni di petrolio, sui quali soprattutto il Movimento 5 Stelle si è tanto speso in campagna elettorale e anche nella scorsa legislatura quando era all’opposizione. Per arrestare i cambiamenti climatici, ma anche per ridurre e combattere l’inquinamento atmosferico e migliorare la qualità di vita dei cittadini è di fondamentale importanza uscire dalla dittatura delle fonti fossili, ancora oggi al centro del sistema energetico del nostro Paese. Per questo l’Esecutivo deve avere il coraggio di imprimere una svolta alla politica energetica nazionale, perché quello che serve all’Italia è un efficace e ambizioso Piano per il clima e l’energia che punti alla decarbonizzazione dell’economia per un futuro più rinnovabile e libero dalle fonti fossili che vengono sussidiate dallo Stato (16 miliardi di euro all’anno per le fossili). (In media tra il 2017 e i primi mesi del 2018 il 30% del gas estratto in Italia e il 10% del petrolio è stato esentasse  Elaborazione Legambiente su dati Mise).  

“Dovremo ridurre sensibilmente – aggiunge Ciafani – i consumi di gas nel settore elettrico e civile, attraverso una generazione sempre più distribuita e rinnovabile. Così come dovremo ridurre quelli di petrolio nei trasporti. Una prospettiva che si scontra anche con le attività del più grande gruppo industriale italiano, ENI, che continua a fare scelte e investimenti nella direzione opposta e rischia di diventare uno dei campioni delle fonti fossili e tra i nemici numero uno della lotta ai cambiamenti climatici. Stiamo parlando di un’azienda energetica, di proprietà anche dello Stato, che dovrebbe a pieno titolo entrare nell’agenda di governo dopo Ilva.

Nel 2018, dopo che il mondo ha deciso di prendere la strada della decarbonizzazione dell’economia, ENI continua a trivellare per estrarre petrolio e gas, in Italia e nel resto del mondo. Da noi lo fa in Val d’Agri, in Basilicata, nel più grande giacimento petrolifero a terra di tutta Europa, con non pochi problemi ambientali. Lo fa nei mari che circondano il Belpaese, da sola o in partnership con altre aziende, come nel caso della piattaforma Vega con Edison nel canale di Sicilia, di cui è stato presentato il progetto di raddoppio, bocciato dalla Commissione Via del Ministero dell’ambiente, ma mai ufficialmente ritirato. Lo fa in paesi in tutto il mondo, dal Portogallo all’Egitto, dalla Nigeria all’Artico. Noi pensiamo – conclude Ciafani – che questa strada sia sbagliata e chiediamo al governo italiano di essere coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale, indirizzando l’attività futura di Eni verso le tecnologie pulite che non hanno nulla a che fare con gas e petrolio”.

Contro i sussidi alle fonti fossili e le trivellazioni in mare, Legambiente invita a firmare la petizione
#NoOil – Stop alle trivellazioni in mare: fermiamo il business del petrolio!”

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/nuove-trivellazioni-di-petrolio-a-rischio-tutta-italia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

“L’Eni continua a rilanciare le fonti fossili”: le associazioni scrivono a Di Maio

“Sempre più impegnata nel rilancio di fonti fossili in tutto il mondo a fronte di investimenti minimi nelle rinnovabili, in conflitto con gli impegni presi dall’Italia sul clima”. Legambiente, Greenpeace e Wwf contestano le scelte di Eni e scrivono al vicepremier Di Maio affinché si definiscano all’interno del Piano Nazionale energia e clima gli indirizzi strategici per l’azienda controllata dallo Stato. 

“Serve una profonda riconversione del sistema energetico e industriale italiano, se vogliamo raggiungere gli obiettivi firmati con l’Accordo di Parigi sul Clima, a partire dalle imprese direttamente controllate dal Governo. Per questo chiediamo al Ministro Di Maio di chiarire al più presto le scelte e gli investimenti da parte di Eni. L’azienda controllata dallo Stato è, infatti, sempre più impegnata nel rilancio di estrazioni petrolifere e ampliamento dei giacimenti di idrocarburi in tutto il Mondo, a fronte di investimenti minimi nelle fonti rinnovabili. Scelte in evidente conflitto con gli impegni presi dall’Italia per combattere i cambiamenti climatici. Dal Governo ci aspettiamo un impegno concreto per aiutare il nostro Paese e il suo sistema di imprese ad accelerare nella direzione dell’innovazione e del cambiamento”.

È l’appello che Legambiente, Greenpeace e Wwf lanciano al Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio affinché si definisca all’interno del Piano Nazionale energia e clima – che dovrà essere trasmesso alla Commissione europea entro la fine di dicembre – gli indirizzi strategici per l’azienda, perché possa passare dall’essere un ostacolo sulla strada degli impegni sul Clima a diventare una leva e uno strumento virtuoso nella complessa sfida climatica. Nella lettera inviata oggi al vicepresidente del Consiglio – a firma di Stefano Ciafani (presidente di Legambiente), Giuseppe Onufrio(Direttore Esecutivo Greenpeace Italia) e Donatella Bianchi (presidente Wwf Italia) – si sottolinea che gli investimenti dell’azienda “riguardano direttamente le scelte politico-istituzionali sul piano interno e internazionale del nostro Paese, perché possono contribuire ad accelerare la transizione attraverso investimenti in innovazione e ricerca oppure ritardarla ulteriormente”.  

Un impegno da parte del Governo anche alla luce della discussione in corso a Katowice (in Polonia) dove si sta svolgendo la Conferenza sul Clima, un appuntamento di grande importanza per il futuro dell’Accordo di Parigi. Il recente rapporto IPCC ha infatti fornito solide prove sulla necessità e l’urgenza di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1.5°C per poter vincere la sfida climatica e contenere in maniera significativa i danni climatici non solo per i paesi più poveri e vulnerabili, ma anche per l’Europa.

“Il successo della COP24 dipenderà dall’Europa, ma anche dagli impegni degli dagli Stati – scrivono le tre associazioni – In questo scenario diventa determinante che le scelte portate avanti dai Governi e dalle imprese controllate siano coerenti con questa direzione strategica”. A oggi, invece, le attività di Eni sono arrivate ad interessare 71 Paesi, movimentando nel 2017 migliaia di barili/giorno di idrocarburi (gas e petrolio) con esplorazioni che stanno andando a interessare sempre più aree del mondo, tra l’altro assai delicate da un punto di vista ambientale: dal circolo polare artico ai tanti pozzi già produttivi  o di cui è prevista l’entrata in produzione in varie aree nel Mediterraneo, passando per il Golfo del Messico e l’Oceano Indiano, il Mar Caspio e quello di Barents, la foresta amazzonica e le coste africane. È preoccupante inoltre che pure i minimi investimenti nelle fonti rinnovabili portati avanti da Eni, sottolineano ancora Greenpeace, Legambiente e Wwf, “coinvolgono anche l’uso di materie prime come l’olio di palma, che deriva da attività spesso connesse alla deforestazione e che contribuiscono in maniera rilevante alle emissioni di gas serra”. Così come “non è più possibile accettare acriticamente le ripetute dichiarazioni sulla ‘sostenibilità climatica’ del gas naturale, sui cui tanto Eni afferma di puntare. Numerosi rapporti confermano infatti che il computo complessivo delle emissioni di gas clima-alteranti connesse alle produzioni di gas naturale sono, e sono state, ampiamente sottostimate. Se l’utilizzo del gas è un elemento degli scenari di transizione energetica, la scala del proposto sviluppo di una ulteriore dipendenza dal gas naturale della nostra economia è contraria a ogni ipotesi ragionevole di tutela del clima e di indipendenza energetica”.
  Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2018/12/eni-continua-rilanciare-fonti-fossili-associazioni-di-maio/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

E se l’energia da vento e sole arrivasse a costare meno di petrolio e carbone?

A preannunciarlo è il rapporto Renewable Power Generation Costs in 2017 dell’International Renewable Energy Association: entro il 2020 con ogni probabilità si potrebbe avere energia elettrica da sole e vento a un costo pari o inferiore a carbone e petrolio.

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Dal 2010 il costo di generazione elettrica dall’eolico onshore è sceso di circa il 23% e quello del solare fotovoltaico del 73%. È quanto emerge dal rapporto Renewable Power Generation Costs in 2017 di Irena (International Renewable Energy Association), secondo cui i costi del solare dovrebbero scendere ulteriormente entro il 2020.
Quindi, se le previsioni saranno rispettate, i progetti eolici e solari più avanzati potrebbero fornire elettricità, nel giro di tre anni, a un prezzo pari o addirittura inferiore (nei due anni successivi) a 3 centesimi di dollaro per kwh. Un costo questo che sarebbe inferiore a quello con cui si produce oggi energia dalle fonti fossili (5-17 centesimi di dollaro per kWh). Dai dati provenienti dai progetti e dalle aste, sempre entro il 2020, tutte le tecnologie per la produzione di energie rinnovabili attualmente commercializzate concorreranno, e persino batteranno sul prezzo, i combustibili fossili, con una produzione compresa tra i 3 e i 10 centesimi di dollaro/kWh. L’energia eolica è già disponibile al prezzo di qualsiasi altra fonte: i costi medi ponderati globali negli ultimi 12 mesi ammontano a 6 centesimi di dollaro (-23% dal 2010) e l’energia eolica è oggi disponibile anche a 4 centesimi per kWh. Per il solare si è invece nell’ordine di 10 cent. Un calo percentuale ancora maggiore l’ha fatto registrare il fotovoltaico diminuito del 73% dal 2010 a un Lcoe (costo di produzione costante dell’energia sull’intera vita operativa dell’impianto) di 10 centesimi di dollaro/kWh, con una previsione di un’ulteriore riduzione entro il 2020.

“Questa nuova dinamica segna un significativo cambiamento nel paradigma energetico”, ha dichiarato Adnan Z. Amin, direttore generale di Irena. “Il declino dei costi grazie alla tecnologia sono senza precedenti e dimostrano il grado con cui le rinnovabili stanno cambiando il sistema energetico globale”.

Ma la riduzione nei costi per la produzione di energia da sole e vento non basta: servono investimenti, ricerca e sviluppo. A sostenerlo sono studiosi ed economisti del settore energetico in tutto il mondo, preoccupati dal rallentamento osservato nell’implementazione di sistemi di produzione energetica verdi. Come riportato da Bloomberg, le compagnie del settore dell’energia solare spendono solo l’uno per cento dei loro introiti nella ricerca, affossando così le possibilità di crescita del mercato. Nel suo libro, “Taming the Sun. Innovations to Harness Solar Energy and Power the Planet”, Varun Sivaram invita i governi a farsi carico della ricerca per dare impulso al mercato.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Clima: investimenti in petrolio e gas a rischio

Se le economie più sviluppate decideranno di raggiungere realmente gli obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima sarà una catastrofe per l’industria delle fossili: rischiano di saltare 2,3 trilioni di dollari di investimenti in petrolio e gas.http _media.ecoblog.it_2_246_clima-investimenti-in-petrolio-e-gas-a-rischio

Gli accordi di Parigi sulla riduzione delle emissioni di CO2 e di contenimento del riscaldamento globale entro i 2 gradi centigradi sono un pericolo, e anche serio, per le grandi e piccole industrie del settore oil&gas. Secondo uno studio di Carbon Tracker, infatti, se realmente si mettessero in atto le contromisure necessarie a restare sotto i 2 gradi di aumento delle temperature le aziende petrolifere non avrebbero praticamente più motivo di investire. Secondo Carbon Tracker, infatti, gli investimenti non più necessari sarebbero pari a circa 2.300 milioni di dollari. Calcoli fatti da qui al 2025. Una enorme massa di capitali che, a livello globale, dovrebbe essere spostata dal petrolio e dal gas verso le energie rinnovabili, il risparmio energetico e la mobilità sostenibile elettrica o con carburanti alternativi. Tutti settori, al contrario, utili al raggiungimento degli obiettivi di Parigi.http _media.ecoblog.it_6_6f4_clima-accordo-di-parigi-ripercussioni-investimenti

Sono 69 le società, pubbliche e private, del settore petrolifero che, secondo Carbon Tracker, avranno ripercussioni. Il budget eccedente varia dal 20-40% fino al 50-70%, ma la maggior parte delle grandi società rientrano nel range 30-50%. Tra queste anche big del settore come Exxon e l’italiana Eni. Da notare che, applicando politiche utili a restare entro i 2 gradi di riscaldamento, sarebbero soprattutto le società private a perderci. Non è un caso, fa notare Carbon Tracker, che a maggio di quest’anno il 62% degli azionisti di Exxon abbia chiesto all’azienda di produrre un report dettagliato sulle implicazioni di questo scenario sul bilancio della società. A questo punto, se Exxon dovesse produrre dati anche lontanamente simili a quelli di Carbon Tracker, rischierebbe la fuga degli azionisti.

Fonte: ecoblog.it

Trivellazioni nell’Artico: il governo norvegese in tribunale

È stata fissata al 13 novembre 2017 la prima udienza per la causa che Greenpeace Nordic e Nature and Youth hanno intentato contro il governo norvegese per l’ok alle trivellazioni nell’Artico per il petrolio «violando l’accordo di Parigi».artic

Il governo norvegese era stato citato in giudizio per la concessione di nuove licenze di trivellazione petrolifera nel Mare Artico e ora è stata fissata la prima udienza del processo, che si terrà il 13 novembre. A presentare il ricorso sono state Nature and Youth (una organizzazione ambientalista giovanile norvegese) e Greenpeace Nordic.

“Il governo sta disattendendo l’Accordo di Parigi sul clima e violando il diritto costituzionale norvegese alla salute e alla tutela dell’ambiente di tutte le generazioni, sia di quelle presenti sia di quelle future” commenta Truls Gulowsen, di Greenpeace Norvegia. “Con questa azione legale vogliamo far sì che i governi di tutto il mondo siano tenuti a rendere conto degli impegni che assumono. Consentendo alle compagnie petrolifere di trivellare nell’Artico, il governo norvegese mette a rischio la salute e la vita delle popolazioni”. Il governo norvegese – per la prima volta in vent’anni – ha concesso lo sfruttamento di una nuova area nel Mare di Barents, permettendo a Statoil, Chevron, Lukoil e altre dieci compagnie petrolifere di avviare nuove campagne esplorative nel 2017. Statoil ha già annunciato che inizierà le trivellazioni quest’estate.

«L’autorizzazione di nuove trivellazioni non è compatibile con l’impegno assunto dalla Norvegia, con la ratifica dell’accordo di Parigi: ridurre le proprie emissioni di CO2 e contenere l’aumento della temperatura globale a 1.5° C – spiega l’associazione ambientalista – Nature and Youth e Greenpeace Nordic sosterranno inoltre il diritto alla tutela dell’ambiente per le generazioni future, così come è formulato nella Costituzione norvegese, che per la prima volta viene invocato in un’azione legale. Si tratta del primo caso giudiziario che trae origine dall’Accordo di Parigi, ma azioni legali contro governi e grandi aziende che non proteggono le popolazioni dai cambiamenti climatici sono già state intentate in Filippine, Stati Uniti e Svizzera».

Leggi QUI il testo della causa presentata al Tribunale di Oslo (in inglese)

Fonte: ilcambiamento.it

 

Caccia al petrolio: in Perù gli indigeni fanno causa al governo

Un’organizzazione indigena del Perù ha fatto causa al governo per non aver protetto le tribù incontattate dalle invasioni e dalle prospezioni petrolifere. Perché il denaro non valga più dei diritti umani…9487-10228

AIDESEP, l’organizzazione nazionale indigena, sta portando in tribunale il Ministero della Cultura del Perù per non aver rispettato l’obbligo legale di mappare e creare cinque nuove riserve indigene, e di proteggere i popoli estremamente vulnerabili che vi vivono. Lo fa sapere l’organizzazione Survival International.

«Nel 2007, il Perù aveva concesso alla compagnia petrolifera canadese Pacific E&P il diritto di effettuare esplorazioni a Yavari Tapiche, un’area all’interno della frontiera dell’Amazzonia incontattata già proposta come riserva indigena – spiega l’associazione per i diritti del popoli indigeni –  L’AIDESEP chiede da 14 anni che la riserva venga istituita, mentre Survival International sta conducendo una campagna internazionale per il diritto dei popoli incontattati a determinare autonomamente il proprio futuro. I ricercatori temono che gli Indiani incontattati che vivono nell’area possano essere spazzati via dalla violenza di esterni e da malattie verso cui non hanno difese immunitarie. Gli operai che lavorano all’estrazione del petrolio rischiano di entrare in contatto con i popoli isolati; inoltre, il processo di prospezione petrolifera prevede la detonazione di migliaia di cariche sotterranee che fanno fuggire la selvaggina da cui gli Indiani dipendono».
«I Matsés, che vivono vicino all’area proposta come riserva, protestano contro il governo, che non ha proibito le prospezioni petrolifere. Nel corso di una recente riunione indigena, un uomo della tribù ha dichiarato: “Non voglio che i miei figli siano distrutti dal petrolio… Ecco perché ci stiamo difendendo… E perché noi Matsés ci siamo uniti. Le compagnie petrolifere… ci stanno insultando e noi non resteremo in silenzio mentre ci sfruttano nelle nostre terre ancestrali. Se necessario, moriremo lottando contro il petrolio.” Un’altra organizzazione indigena, ORPIO – prosegue ancora Survival – sta portando in tribunale un altro caso contro la minaccia di prospezioni petrolifere». «Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili sul pianeta, ma sembra che le autorità del Perù considerino i profitti della compagnia petrolifera più importanti della terra, delle vite e dei diritti umani dei popoli” ha commentato Stephen Corry, Direttore generale di Survival. «Il fatto di non aver creato riserve indigene non è solo una catastrofe ambientale, ma potrebbe anche spazzare via per sempre intere popolazioni».

In sintesi:

– AIDESEP è l’organizzazione nazionale del Perù per gli Indiani amazzonici. Lavora per difendere i diritti umani degli indigeni peruviani.

– AIDESEP ha presentato una Domanda legale di Adempimento (Demanda de Cumplimiento) alla Corte Superiore di Giustizia di Lima, con il sostegno dell’organizzazione legale IDL.

– Il Ministero peruviano della Cultura è responsabile della mappatura e della protezione dei territori indigeni. In Perù, le terre delle tribù incontattate dovrebbero essere protette per legge ma, in realtà, questa protezione è spesso inadeguata o inesistente.
– Il Perù ha inoltre ratificato la Convenzione ILO 169, la legge internazionale per i popoli indigeni, che richiede di rispettare i diritti umani e territoriali dei popoli indigeni.

– Tra le tribù incontattate della frontiera dell’Amazzonia incontattata che potrebbero essere spazzate via senza una solida protezione territoriale ci sono anche membri incontattati dei Matsés.

– Molti Matsés furono contattati con la forza dai missionari americani nel 1969, a seguito di violenti scontri con i coloni dell’area. Il contatto ha portato violenze e malattie, e ha ucciso molti membri della tribù.

– Le cinque riserve proposte sono: Yavari Tapiche, Yavari Mirim, Sierra del Divisor Occidental, Napo Tigre e Cacataibo.

Delle tribù incontattate sappiamo molto poco. Ma sappiamo che nel mondo ce ne sono oltre un centinaio. E sappiamo che intere popolazioni sono sterminate dalla violenza genocida di stranieri che le derubano di terre e risorse, e da malattie, come l’influenza e il morbillo, verso cui non hanno difese immunitarie. I popoli incontattati non sono arretrati o primitivi, né reliquie di un remoto passato. Sono nostri contemporanei e rappresentano una parte essenziale della diversità umana. Quando i loro diritti sono rispettati, continuano a prosperare. Le loro conoscenze, sviluppate nel corso di migliaia di anni, sono insostituibili. Sono i migliori custodi dei loro ambienti. E le prove dimostrano che i territori indigeni costituiscono la migliore barriera alla deforestazione.

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

Petrolio. Nei primi sei mesi del 2016 cala il consumo di diesel e benzina

A giugno la domanda totale di carburanti è risultata pari a circa 2,6 milioni di tonnellate, di cui 0,6 milioni di tonnellate di benzina e 2 milioni di gasolio, con un decremento del 2,4% (-65.000 tonnellate)petrol

Stando a dati ancora provvisori, nel mese di giugno 2016 i consumi petroliferi italiani sono ammontati a circa 5,1 milioni di tonnellate, con un incremento pari all’1,1% (+57.000 tonnellate) rispetto allo stesso mese del 2015. Diverso il discorso per la domanda totale di carburanti (benzina + gasolio) che nel mese di giugno è risultata pari a circa 2,6 milioni di tonnellate, di cui 0,6 milioni di tonnellate di benzina e 2 milioni di gasolio, con un decremento del 2,4% (-65.000 tonnellate) rispetto allo stesso mese del 2015. I prodotti autotrazione, a parità di giorni di consegna, hanno rilevato le seguenti dinamiche: la benzina nel complesso ha mostrato un decremento del 5,8% (-40.000 tonnellate) rispetto a giugno 2015, mentre il gasolio autotrazione dell’1,2% (-25.000 tonnellate). Le vendite sulla rete di benzina e gasolio nel mese di giugno hanno segnato rispettivamente un decremento del 4,8% e dello 0,3%. Nel mese considerato le immatricolazioni di autovetture nuove sono aumentate del 12%, con quelle diesel che hanno rappresentato il 57,2% del totale (era il 55,5% nel giugno 2015), mentre quelle di benzina il 32,9%. Quanto alle altre alimentazioni, nel mese considerato, il peso delle ibride è stato pari all’1,8%, mentre quello delle elettriche allo 0,1%. Nei primi sei mesi del 2016 i consumi sono stati invece pari a circa 29,2 milioni di tonnellate, con un incremento dell’1,1% (+309.000 tonnellate) rispetto allo stesso periodo del 2015. La benzina, nel periodo considerato, ha invece mostrato una flessione dell’1,9% (-73.000 tonnellate), il gasolio un incremento dello 0,4% (+46.000 tonnellate). Nei primi sei mesi del 2016 la somma dei soli carburanti (benzina + gasolio), pari a circa 15,1 milioni di tonnellate, evidenzia un decremento dello 0,2% (-27.000 tonnellate). Nei primi sei mesi del 2016 le vendite sulla rete hanno segnato per la benzina un decremento dello 0,6% e per il gasolio un incremento del 2,7%. Nello stesso periodo le nuove immatricolazioni di autovetture sono risultate in crescita del 19,2%, con quelle diesel a coprire il 55,5% del totale, mentre quelle di benzina il 33,9% (oltre 3 punti in più rispetto all’anno precedente). Nei primi sei mesi del 2016, le auto ibride hanno coperto l’1,9% delle nuove immatricolazioni, mentre le elettriche si confermano allo 0,1%.

Clicca qui per vedere i dati per settore

Fonte: Unione Petrolifera

Il lavoro di squadra dei batteri per degradare il petrolio

I membri della comunità batterica lavorano insieme per degradare il petrolio. Un gioco di squadra che coinvolge tutti i membri della comunità, permettendo di affrontare un lavoro così complessomare-

(Credits: E. Krall/Flickr CC)

Esistono batteri in grado di metabolizzare alcuni componenti del petrolio, rivelandosi utili per limitare i danni dopo uno sversamento. Ma come ci riescono? Uno studio, pubblicato su Nature Microbiology, ha analizzato i genomi di batteri raccolti nelle vicinanze della piattaforma Deepwater Horizon, protagonista, nel 2010, di uno dei maggiori disastri ambientali della storia recente. Questo ha permesso di capire meglio il profilo metabolico delle specie coinvolte e ha fatto emergere una forte interazione tra i componenti della comunità. Come noto da tempo, dopo uno sversamento di petrolio in mare la comunità batterica cambia drasticamente: aumentano le specie in grado di utilizzare alcuni componenti del petrolio, a discapito delle altre. Ma quali sono i fattori genetici alla base di questa capacità? Per scoprilo i ricercatori si sono serviti di tecniche che hanno permesso loro di sequenziare il Dna di batteri non coltivati in laboratorio. “Il petrolio è formato da circa 1000 composti chimici diversi” ha affermato Nina Dombrowski, che ha preso parte allo studio: “Si possono però identificare due classi principali: gli alcani, relativamente facili da digerire, e gli idrocarburi aromatici, molto più complessi”. Non sorprende, quindi, che i geni coinvolti nel metabolismo degli alcani fossero presenti in quasi tutte le specie analizzate. Inaspettato, invece, è il numero di specie che si sono rivelate in grado di utilizzare i composti aromatici; specie note, ma di cui non si conosceva questa capacità. Un esempio è il batterio Neptuniibacter, che finora non si credeva nemmeno coinvolto nella degradazione del petrolio. Quello che però ha colpito maggiormente i ricercatori è stato come i membri della comunità batterica lavorassero insieme per arrivare a degradare il petrolio. Un gioco di squadra che coinvolge tutti i membri della comunità, permettendo di affrontare un lavoro così complesso. Lavoro che non si ferma al petrolio, dato che alcuni batteri si sono rivelati addirittura capaci di metabolizzare componenti dei disperdenti, cioè le sostanze immesse dall’essere umano per disperdere il petrolio sversato e che possono rivelarsi nocivi per l’ambiente. Lo studio, concludono gli autori, mostra come la comunità batterica costituisca un valido alleato nei casi di sversamento di petrolio e può essere d’aiuto nell’indirizzare al meglio le azioni umane: “Ad esempio, alcune sostanze contenute nei disperdenti possono inibire l’azione batterica” ha continuato Dombrowski “Grazie a questo lavoro, potremo progettare disperdenti che non ostacolino i batteri, in modo da facilitarne l’azione”.

Riferimenti: Nature Microbiology Doi: 10.1038/NMICROBIOL.2016.57

Fonte: galileonet.it

Il petrolio non sfama più il Venezuela

Il Venezuela sta vivendo una crisi profonda, trascinato nel baratro da un’economia, basata esclusivamente sul petrolio, oggi in gravissima crisi. L’inflazione è alle stelle, la popolazione non riesce nemmeno a comprarsi da mangiare, la crisi energetica impone tagli drastici all’erogazione del servizio. La sveglia sta suonando!

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«Con i soldi che ci bastavano per colazione, pranzo e cena, ora possiamo comprare solo la colazione. E nemmeno molto buona» hanno detto le famiglie venezuelane all’agenzia Reuters. Ma cosa sta accadendo? L’inflazione altissima e le carenze croniche di un sistema basato esclusivamente sullo sfruttamento del greggio hanno spinto in recessione il paese dell’Opec. Sempre più venezuelani fanno fatica a mettere in tavola tre pasti nutrienti al giorno. Tutte le 1.500 famiglie intervistate in un recente sondaggio hanno ammesso di aver aumentato la quantità di carboidrati nella loro dieta. Il 12 per cento ha smesso di mangiare tre volte al giorno. Il leader socialista Hugo Chávez aveva investito parte dei proventi della vendita del petrolio in programmi per i poveri. Il suo successore Nicolás Maduro si è trovato impreparato di fronte al crollo del prezzo del greggio, su cui si regge l’economia nazionale. E intanto, 30 milioni di cittadini fanno fatica a comprare latte, uova e carne. Il fotografo della Reuters Carlos García Rawlins lo ha raccontato, entrando nelle loro case, aprendo dispense e frigoriferi. L’inflazione è alle stelle, si parla del 500% nel 2016, e per fare la spesa serve uno zaino pieno di banconote. Intanto in tutto il paese esplodono le proteste contro le misure di austerità adottate dal governo. A Maracaibo, nell’ovest del paese, le forze dell’ordine hanno arrestato almeno 121 persone accusate di aver saccheggiato decine di negozi a margine delle proteste contro le misure approvate dal governo per fare fronte alla crisi energetica. A Caracas centinaia di persone hanno firmato una petizione per chiedere l’allontanamento dal potere del presidente Maduro. Per esempio, è stato deciso che settimana lavorativa durerà due giorni. Si tratta di una nuova misura d’emergenza, che riguarda solo gli impiegati pubblici, per risparmiare elettricità. Il paese è colpito da una grave crisi energetica: la siccità causata da El Niño ha reso inservibile la centrale idroelettrica che assicura il 70 per cento dell’energia del paese. La corrente elettrica viene tolta per quattro ore al giorno nel tentativo di contenere i consumi. Gia a inizio 2016 i segnali risultavano molto chiari, lo aveva messo in luce anche Il Sole 24 Ore. Alejandro Werner, responsabile del Fmi per l’America Latina, aveva dichiarato che le condizioni del Paese erano inquietanti. La Banca centrale del Venezuela – dopo oltre un anno di mancate comunicazioni ufficiali – aveva informato che nel 2015 l’inflazione era stata del 141,5% e la contrazione del Pil del 7,1%. Werner aveva sottolineato che per affrontare la drammatica crisi, acuita dal crollo dei prezzi internazionali del petrolio, era necessario ridurre le spese del settore pubblico e soprattutto rilanciare la produzione privata, «ripristinando una economia di mercato». Ancora una volta pseudo-soluzioni destinate a peggiorare il male, ma d’altra parte ormai praticate in massa dai governi. E la disperazione porta violenza. Nel 2015 la capitale del Venezuela è diventata la città più pericolosa del mondo, con un tasso di omicidi superiore a quello di San Pedro Sula, in Honduras. Ad affermarlo è il Consiglio Cittadino per al Sicurezza e la Giustizia Penale, una Ong che compila studi statistici sul tema dell’insicurezza: con 119,87 omicidi ogni 100 mila abitanti, l’anno scorso Caracas ha superato San Pedro Sula, dove si è registrato un tasso di di 111,03 omicidi ogni 100 mila abitanti. Nella lista delle città più pericolose del mondo preparata dalla Ong, le cinque che risultano in testa si trovano tutte in America Latina: dopo Caracas e San Pedro Sula seguono San Salvador (capitale del Salvador, 108,54), Acapulco (importante centro turistico della costa pacifica messicana, 104,73) e Maturin (nel nordest del Venezuela, 86,45).

Fonte: ilcambiamento.it