Inquinamento e salute. Quando la sfiga ci vede benissimo

La visione ecologica e sistemica è parte integrante della medicina più innovativa. Lo studio delle relazioni e dei rapporti nei sistemi viventi e di quelli con il proprio ambiente permette di acquisire nuove conoscenze e molti dati scientifici. Molte malattie non sono “un incidente di percorso”: tante di queste potrebbero essere evitate o risolte se si riconoscessero le dinamiche biologiche dei sistemi viventi, anche nella medicina delle istituzioni. Aumenta la mobilitazione di scienziati, medici e associazioni per l’incremento di patologie dovute ad inquinanti. Sempre più studi clinici e rilevazioni tecniche confermano il nesso di causa-effetto con malattie gravissime ormai epidemiche. Eppure, non riconoscendo appieno tale relazione, lo stato normativo e la scienza istituzionale non riescono a promuovere la salute. Di inquinamento e salute si è parlato in modo approfondito al congresso italiano Saluscienza, di Medicina Integrata, Scienza e Fisica Quantistica organizzato per la prima volta da tre realtà italiane protagoniste nel panorama della divulgazione scientifica e culturale: Med CAM, Spazio Tesla e Scienza e Conoscenza.

Il dottor Antonio Pasciuto al congresso italiano Saluscienza

Come emerso anche in questa occasione, l’aumento vertiginoso di tumori infantili, disturbi cognitivi neurologici dello sviluppo e di malattie croniche risulta in crescita tanto da parlarne come di epidemie. Il cancro, tuttavia, viene ancora considerato un incidente genetico, un accumulo di mutazioni casuali del DNA. Per la scienza istituzionale, dunque, siamo in presenza di un’epidemia di sfiga incontrollabile. Il problema è grave perché non si può fare una reale prevenzione senza diagnosi, ovvero se non si capiscono le cause delle patologie. In ambito medico sono poche le patologie che arrivano ad avere una diagnosi. Ipertensione, gastralgia, cefalea, non sono diagnosi ma descrizioni in linguaggio medico dei sintomi e degli effetti. Eppure studi sulle correlazioni tra malattie e fattori causanti sono sempre più numerosi. La scienza statistica epidemiologica produce dati incontrovertibili. Ma la statistica e l’epidemiologia possono solo leggere la punta di un iceberg perché gli esseri viventi sono sistemi complessi e sottostanno a rapporti non lineari di causa-effetto. Ad esempio ormai sappiamo, grazie alle nuove scoperte, che la maggior parte delle patologie gravi infantili sono malattie della gestazione cioè di quel periodo delicatissimo in cui la plasticità dello sviluppo è massima. L’esposizione della madre ad agenti patogeni attiva reazioni difensive agli insulti ambientali. La maggior parte del DNA (quella non codificante) agisce come dei sensori del genoma che si muovono (traslocazioni) per tentativi ingegneristici adattativi, non aberrazioni cromosomiche attivate a caso.

Durante l’adattamento programmatico del feto si forma la capacità di compensazione che l’individuo porta con sé durante il resto della propria vita e che trasmette ai propri figli e nipoti. Questo rende difficile l’analisi dei rapporti causa-effetto ma lo studio dell’epigenetica  chiarisce sempre più i meccanismi che stanno all’origine delle manifestazioni patologiche, anche se si sviluppano in età avanzata o in generazioni successive. La placenta è un organo di nutrizione e informazione ed è il centro nevralgico anche delle patologie croniche dell’adulto. 

I fattori inquinanti: cosa ci fa ammalare?

I maggiori fattori inquinanti sono le sostanze chimiche dell’agrochimica (non più definibile agricoltura), i campi elettro-magnetici (tralicci alta tensione, wi-fi, cellulari), metalli pesanti e particolato da incenerimento (dei rifiuti e dall’industria). 

I pesticidi inducono una risposta genomica che porta le cellule ad attivare una sorta di memoria per poter continuare a riconoscere l’agente tossico ma questo le porta a trasformarsi in cellule immortali e quindi facilmente in cancerose. Si stima che il 98% delle donne in gravidanza sia contaminata dal glifosato. Il 75% delle coltivazioni OGM sono create perché possano sopportare i pesticidi, ma le aziende che li producono sono le stesse che producono i fitofarmaci appunto e spesso i farmaci ad uso umano.  La recente fusione Bayer-Monsanto è stata una tappa significativa di questo processo tutto a sfavore della salute. Quindi chi produce sostanze chimiche è lo stesso soggetto che produce dati scientifici determinanti per le normative; un uso elitario della sfiga altrui. 

Anche se poco presente a livello mediatico, la ricerca medica indipendente si dota di strumenti sistemici, di dati scientifici più vicini alle dinamiche biologiche offrendo capacità di diagnosi e cura innovative; essa integra la visione ecologica dei sistemi ponendo l’attenzione sullo studio delle relazioni tra le parti. L’inquinamento ambientale è un fattore determinante per la salute e condiziona tutti gli aspetti della vita, da quella psico-fisica a quella sociale ed economica. 

L’altro ieri alla Camera dei Deputati è stata consegnata la petizione di 25.000 firme ai parlamentari durante la conferenza stampa organizzata dal gruppo NO PESTICIDI. In gioco c’è il nuovo PAN (Piano d’Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari).

La conferenza stampa organizzata dal gruppo NO PESTICIDI

Nella conferenza stampa è emersa la poca trasparenza sulle modalità di revisione. Mancano 3 mesi alla scadenza della revisione ma il comitato scientifico mantiene, per ora, bloccato il documento del ministero dell’ambiente e non si avvale della partecipazione di esperti del settore come formalmente dichiara di fare. Manca la rilevanza dell’effetto multiplo dei pesticidi che invece vengono studiati singolarmente, mancano gli studi su gestanti e bambini cioè dove la suscettibilità è maggiore. È in atto un vero e proprio scontro sui livelli di pesticidi permessi e sulla reale contaminazione dell’ambiente.

Risulta che le persone maggiormente esposte sono quelle che vivono nelle zone rurali. Pianure e campagne sono più inquinate delle città perché la chimica per l’agricoltura ha un’azione più profonda e sistemica degli inquinanti urbani. Chi lavora nei campi si protegge con attrezzature e maschere a gas, chi vive nelle zone limitrofe ne viene colpito a sua insaputa. Tra le richieste della petizione c’è l’obbligo di avvisare i residenti prima dei trattamenti e della distanza di sicurezza perché i prodotti irrorati si depositino. Per ora le distanze di sicurezza sono solo a carico degli agricoltori biologici che per non essere contaminati creano zone cuscinetto. Nello studio GBH, dell’Istituto Ramazzini è emerso come i limiti giornalieri ritenuti sicuri degli Stati Uniti (ADI) si siano rivelati, in realtà, dannosi per il DNA, per lo sviluppo sessuale e per il microbioma intestinale che sappiamo essere strettamente collegato al neuro-sviluppo del cervello. Quindi è importante fissare dei limiti alle sostanze tossiche che non siano decisi a tavolino ma provenienti dalla ricerca indipendente. Il coordinamento STOP Glifosato, a cui hanno partecipato 57 organizzazioni tra ecologisti, medici e agricoltori biologici, tra cui ISDE e Slow Food, ha raccolto in Europa più di un milione e 200.000 firme per far approvare nuove norme grazie a studi scientifici indipendenti che vietassero la sostanza o almeno togliessero i contributi a chi la utilizzava.

“Il cervello dei nostri bambini è nelle nostre mani, la scienza, se non è indipendente, non è dalla parte della salute e della verità”. È quanto afferma la dott.ssa Gentilini dell’ISDE, oncologa ed ematologa, che ha denunciato le continue deroghe ai divieti. Negli ultimi 30 anni sono state autorizzate 176 deroghe cioè sostanze prima vietate poi permesse, ad esempio negli ortaggi in serra come le fragole. Anche il decreto sull’uso dei fanghi è una deroga poiché invece di incentivare i depuratori permette l’accumulo di tossicità conclamate e già vietate come alcuni Idrocarburi, il Cromo esavalente, il Toluene. A livello normativo la dott.ssa Altera, esperta di valutazione del rischio, denuncia i continui rimandi legislativi al recepimento delle direttive. Manca un organo europeo che sanzioni chi non rispetta le leggi. Ci si sente non tutelati e senza diritti. Presenti alla consegna delle firme la deputata del Gruppo Misto: Silvia Benedetti, Sara Cunial e Saverio De Bonis entrambi M5S. In generale emerge l’esigenza di attivarsi dal basso, nei tribunali, nella ricerca, di studiare i contaminanti prodotto per prodotto, di sensibilizzare e contrastare le industrie inquinanti. Emerge anche la volontà e la necessità di incentivare il biologico, l’agricoltura integrata. Nei prodotti bio, infatti, i residui sono più bassi e l’incidenza di patologie neurologiche, metaboliche e autoimmuni sono inferiori per chi li consuma abitualmente; i dati ci sono. Bisogna fornire alternative alle produzioni convenzionali. Sono già molte le esperienze positive ed economicamente sostenibili, bisogna promuoverle. Così come la medicina integrata studia e si avvale di nuovi sistemi di interpretazione, di diagnosi e di cura basati sul paradigma scientifico sistemico e non riduzionista-lineare, anche il modello ecologico per la gestione del sistema economico, sociale e produttivo sembra parlare la stessa lingua. Ci si richiama agli stessi valori per costruire insieme relazioni sinergiche efficaci e un sapere diffuso. Ogni componente della società dovrebbe attivarsi perché la sfiga spesso è figlia di comportamenti quotidiani poco consapevoli.

FONTI:

Dott. Ernesto Burgio ECERI (European Cancer and Environment Research Institute), ISDE, Associazione internazionale medici per l’ambiente a Saluscienza

Dott. Antonio Pasciuto (EUROPAEM: Accademia europea di medicina ambientale) a
Saluscienza

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“I soldi pubblici sostengono chi inquina”

In agricoltura chi inquina viene pagato. La quasi totalità delle sovvenzioni europee e nazionali viene destinato infatti all’agricoltura che usa pesticidi e fertilizzanti sintetici. Al biologico, che copre quasi il 15% delle superfici agricole italiane, va meno del 3% dei finanziamenti europei e nazionali. È quanto emerge dal Rapporto “Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)”. Nei nostri campi, chi inquina viene pagato. È all’agricoltura che utilizza pesticidi, diserbanti e fertilizzanti sintetici che va la quasi totalità delle sovvenzioni europee e nazionali: in sostanza, i soldi pubblici servono per sostenere l’utilizzo della chimica di sintesi.

La politica agricola comunitaria sovvenziona infatti per il 97,7% l’agricoltura convenzionale. E quando ai fondi Ue si aggiungono anche quelli italiani, il risultato non cambia: al biologico, che rappresenta il 14,5% della superficie agricola coltivata del nostro Paese, va il 2,9% delle risorse. Anche senza tirare in causa i costi consistenti che l’utilizzo della chimica di sintesi e quindi l’inquinamento provocano sulla nostra salute e su quella dell’ambiente, è evidente che si tratta di una palese inversione della regola “chi inquina paga”.agricoltura-pesticidi

È quanto emerge dal Rapporto “Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)” presentato oggi alla Festa del BIO che si tiene a Bologna in occasione del SANA, la fiera del biologico italiano, da Maria Grazia Mammuccini, responsabile del progetto Cambia la Terra- FederBio; Susanna Cenni, Vicepresidente Commissione Agricoltura Camera; Giorgio Zampetti, Direttore Legambiente; Franco Ferroni, Responsabile Agricoltura WWF; Fulvio Mamone Capria, Presidente LIPU; Lorenzo Ciccarese, Ricercatore ISPRA; Patrizia Gentilini di ISDE International Society of Doctors for Environment – Associazione medici per l’ambiente. Per i dati elaborati dall’Ufficio studi della Camera dei deputati, su 41,5 miliardi di euro destinati all’Italia, all’agricoltura biologica vanno appena 963 milioni di euro. In altri termini, il bio – che rappresenta il 14,5% della superficie agricola utilizzabile – riceve il 2,3% delle risorse europee: anche solo in termini puramente aritmetici, senza calcolare il contributo del biologico alla difesa dell’ambiente e della salute, circa sei volte meno di quanto gli spetterebbe. Se ai dati dei fondi europei si aggiunge il cofinanziamento nazionale per l’agricoltura, pari a circa 21 miliardi, il risultato rimane praticamente invariato: su un totale di fondi europei e italiani di circa 62,5 miliardi, la parte che va al biologico è di 1,8 miliardi, il 2,9% delle risorse.barley-1117282_960_720

“In altre parole – ha detto Maria Grazia Mammuccini di FederBio – gli italiani e gli europei in generale pagano per sostenere pratiche agricole che alla fine si ritorcono contro l’ambiente e contro la loro salute, a partire da quella degli agricoltori stessi. Inoltre, non è il modello agricolo ad alto impatto ambientale a farsi carico della tutela degli ecosistemi con cui interagisce, ma sono gli operatori del biologico a sopportare i costi prodotti dall’inquinamento causato dalla chimica di sintesi: il costo della certificazione; il costo della burocrazia (ancora più alto che per gli agricoltori convenzionali); il costo della maggiore quantità di lavoro necessaria a produrre in maniera efficace e a proteggere il raccolto dai parassiti , senza ricorso a concimi di sintesi e diserbanti; il costo della fascia di rispetto tra campi convenzionali e campi biologici”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/09/agricoltura-soldi-pubblici-sostengono-chi-inquina/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Morto Fabian Tomasi, simbolo della lotta contro Monsanto e i pesticidi

È morto ieri in Argentina Fabian Tomasi, divenuto un simbolo della lotta contro il glifosato, pesticida con cui l’uomo, deceduto per una polineuropatia, era entrato a contatto durante il suo lavoro nell’agrochimica. Ammalatosi dieci anni fa, Fabian ha dedicato gli ultimi anni della sua vita alla lotta contro i pesticidi. Padre di una figlia, quest’uomo ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a mettere in guardia sul pericolo correlato all’uso di erbicidi e ha accettato di farsi fotografare, mostrando il suo corpo malato e scheletrico, ferita di guerra di questa battaglia. Fabian Tomasi, che lavorò per anni al rifornimento di erbicidi per gli aerei utilizzati per lo spargimento e poi si trasformò in un simbolo della lotta ai pesticidi in Argentina, è morto all’età di 53 anni per una polineuropatia. Tomasi era un grande oppositore della Monsanto, colosso della produzione di prodotti chimici per l’agricoltura.58b2faf016ea0

Foto tratta da 03442.com.ar

“Venerdì l’assassinio si è compiuto. Fabian si è ammalato 10 anni fa. Ha resistito tanto prima di morire per poter denunciare la politica agricola criminale che lo ha devastato”, ha dichiarato sabato all’AFP Medardo Avila, membro della Rete dei Medici delle Città Intossicate, che affiancò Fabian nella sua lotta.

“Siamo addolorati e indignati per la sua morte. Abbiamo un sistema produttivo che sta contaminando mezzo paese, ha sottolineato il medico-attivista. Nelle sue testimonianze, Tomasi aveva dichiarato di non aver mai usato protezioni durante il suo lavoro perché nessuno lo aveva avvertito di quanto fosse pericoloso maneggiare il glifosato, un erbicida che secondo l’OMS è “probabilmente cancerogeno” e che viene utilizzato sulle colture nate da semi OGM. Mesi prima di morire, in una intervista rilanciata alla AFP, Tomasi aveva dichiarato che il glifosato è qualcosa di “tremendamente ingannevole, una trappola che ha piazzato gente molto pericolosa. Adesso non ci rimane nulla. Tutta la terra che possediamo non è sufficiente per accogliere tutta questa morte”, ha detto in quel momento, quando a causa della malattia non poteva neanche più ingerire alimenti solidi, aveva perso massa muscolare e soffriva di dolori articolari che limitavano i suoi movimenti.agriculture-1359862_960_720

Tomasi aveva cominciato a lavorare nell’agrochimica nel 2005 per un’azienda che spruzzava pesticidi nella provincia di Entre Rios, nella città dove poi è morto. “I prodotti chimici hanno compromesso la sua salute, fino a ucciderlo. Se ne va un simbolo della lotta ai pesticidi, una persona che ha svolto un ruolo decisivo nel far capire che questo modello uccide”, ha scritto su Twitter Patricio Eleisegui, pubblicista e autore di “Avvelenati”, un libro che racconta la vita di Tomasi.  In Argentina la semina di soia OGM, che richiede l’utilizzo di milioni di litri di glifosato, ha cominciato a diffondersi alla fine degli anni ’90. Principale prodotto dell’export di questo paese, la soia ha gradualmente rimpiazzato l’allevamento e la coltivazione di alti prodotti meno remunerativi.

 

Fonte: AFP

Le acque italiane contaminate da 259 pesticidi

Il rapporto Ispra Ambiente fotografa la realtà delle acque italiane: oltre 35mila i campioni analizzati, 259 i pesticidi individuati, 400 quelli cercati. Il glifosato è l’erbicida che presenta il maggior numero di superamenti.42676245 - small stream with cristal water between the fields

Nelle acque superficiali, il glifosato, insieme al suo metabolita AMPA, è l’erbicida che presenta il maggior numero di superamenti. Purtroppo solo in 5 regioni si cercano glifosato e AMPA nei campioni di acque prelevati (nel biennio precedente erano monitorati solo in Lombardia). Eppure nel 2016 entrambe le sostanze risultano oltre le soglie rispettivamente nel 24,5% e nel 47,8% dei siti monitorati per le acque superficiali. Non mancano anche altri erbicidi, come il metolaclor, che supera i limiti nel 7,7% dei punti di monitoraggio e del suo metabolita metolaclor-esa, che tuttavia è ricercato solo in Friuli Venezia Giulia e che supera i limiti nel 16% dei siti, nonché del quinclorac, superiore ai limiti nel 10,2% dei casi. È chiaro che occorre estendere e uniformare le analisi. Nel complesso, salgono a quasi 400 le sostanze ricercate in Italia. La situazione è differente tra regione e regione. In generale, sono stati 35.353 i campioni di acque superficiali e sotterranee analizzate in Italia nel biennio 2015-2016, per un totale di quasi 2 milioni di misure analitiche e 259 sostanze rilevate (erano 224 nel 2014). Nel 2016, in particolare, sono stati trovati pesticidi nel 67% dei 1.554 punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 33,5% dei 3.129 punti delle acque sotterranee, con  valori superiori agli SQA nel 23,9% delle acque superficiali e nel 8,3% delle acque sotterranee. Gli erbicidi, in particolare, rimangono le sostanze riscontrate con maggiore frequenza principalmente per le modalità ed il periodo di utilizzo che ne facilita la migrazione nei corpi idrici, ma aumenta significativamente anche la presenza di fungicidi e insetticidi. Tutti quest dati sono contenuti nell’ultimo Rapporto Ispra  “Pesticidi nelle Acque”, che in questa edizione presenta i risultati relativi al biennio 2015-2016  sulla base dei dati provenienti dalle Regioni e dalle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente. Nelle acque sotterranee, 260 punti (l’8,3% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti. Anche in questo caso le sostanze che maggiormente hanno superato il limite sono gli erbicidi atrazina desetil desisopropil, glifosato e AMPA, bentazone e 2,6-diclorobenzammide, l’insetticida imidacloprid, i fungicidi triadimenol, oxadixil e metalaxil. La maggior presenza di pesticidi si riscontra nella pianura padano-veneta, dove le indagini sono generalmente più approfondite (in termini di numerosità dei campioni e di sostanze ricercate); nelle regioni del nord, infatti, si concentra più del 50% dei punti di monitoraggio della rete nazionale. Nel resto del paese la situazione resta ancora abbastanza disomogenea: non sono pervenute, infatti, informazioni dalla Calabria e in altre Regioni la copertura territoriale è limitata, così come resta limitato, nonostante l’aumento, il numero delle sostanze ricercate. Sempre a livello regionale, la presenza dei pesticidi interessa oltre il 90% dei punti delle acque superficiali in Friuli Venezia Giulia, provincia di Bolzano, Piemonte e Veneto, e più dell’80% dei punti in Emilia Romagna e Toscana. Supera il 70% in Lombardia e provincia di Trento. Nelle acque sotterrane è particolarmente elevata in Friuli 81%, in Piemonte 66% e in Sicilia 60%. Si precisa che dove il dato è superiore alla media, c’è stata un’ottimizzazione del monitoraggio in termini di punti di prelievo, che si concentrano in modo particolare nelle aree dove vi è più presenza di pesticidi, nonché in termini di numero di sostanze analizzate oltre che di miglioramento delle prestazioni analitiche. Si segnala, dopo oltre dieci anni di diminuzione, un’inversione di tendenza nelle vendite di prodotti fitosanitari, che nel 2015 sono state pari a 136.055 tonnellate, anche se inferiori alle 150.000 del 2002 (anno in cui si è avuto il massimo). La media nazionale delle vendite riferite alla Superficie Agricola Utilizzata (SAU) è pari a 4,6 kg/ha. Si collocano al di sopra: Veneto con oltre 10 kg/ha, Provincia di Trento, Campania ed Emilia Romagna che superano gli 8 kg/ha e Friuli-Venezia Giulia 7,6 kg/ha. Nel periodo 2003-2016, oltre al numero delle sostanza trovate, sono aumentati anche i punti interessati dalla presenza di pesticidi che sono cresciuti di circa il 20% nelle acque superficiali e del 10%  in quelle sotterranee. La ragione va cercata nel’aumento dello sforzo di monitoraggio e della sua efficacia, ma anche nella persistenza delle sostanze e nella risposta complessivamente molto lenta dell’ambiente, in particolare nelle acque sotterranee. Infine, i piani di monitoraggio vengono redatti sulla base dell’analisi delle pressioni: di conseguenza, i fitosanitari vengono ricercati e molto spesso trovati prevalentemente in corpi idrici a rischio per le diffuse pressioni agricole.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Xylella: e se “fastidiosa” fosse la nostra agricoltura?

Per fermare la diffusione della xylella fastidiosa, il batterio killer degli ulivi del Salento, si è deciso di far ricorso ai pesticidi che, tuttavia, non fanno altro che contribuire a rendere l’ambiente poco sano. Perché non approfittare invece di questa emergenza per ripensare le nostre politiche agricole orientandole verso il rispetto del territorio?

Ancora una volta rischiamo di cadere nel principale errore dell’agricoltura industriale: razionalizzare la natura, cercare di comprenderla solo nei rapporti di causa-effetto percepiti dalla mente umana. Il batterio xylella è il nuovo nemico da combattere. Non si è riusciti ad arrivare ad una conclusione più moderna che l’uso dei pesticidi, una soluzione che magari partisse da una visione olistica dell’agricoltura. Nei miei articoli precedenti ho scritto che spesso l’invasione da parte di un parassita di una pianta è solo un sintomo di un ambiente agricolo poco sano. Bisogna interpretare l’ambiente in cui vivono gli ulivi considerando la fitta rete di interazione fra piante, insetti, microrganismi, suolo e tutto il resto. Quattro trattamenti di pesticidi all’anno non sono una soluzione: continueranno piuttosto a rendere l’ambiente insalubre. Anche ammettendo che il problema della xylella momentaneamente si risolva.xylella-salento1

Spesso dico che non bisogna forzare una coltura. Se le piante si ammalano nonostante buone pratiche forse non è il loro posto, e di conseguenza bisogna fare scelte colturali che rispettino la vocazione del territorio. Con gli ulivi centenari della Puglia non mi sento di fare questo tipo di discorso che di solito applico per pomodori e fagiolini. Sono però convinto che non bisogna forzare una coltura a discapito del resto dell’ambiente. D’altra parte, quelle piante sono lì grazie a quell’ecosistema. Grazie alle api, ai lombrichi, ai funghi e tutti i microrganismi nel suolo. Ecco perché credo che tutti i tentativi che è giusto fare per proteggere quelle piante stupende debbano rispettare l’ambiente e debbano essere biologici. Con l’uso di pesticidi e diserbi cosa otterremo? Un ambiente meno ricco, più suscettibile ad altri imprevisti e avversità, oltre ad una sputacchina resistente agli insetticidi, perché ormai sappiamo come si ripercuotono a lungo termine certe scelte agricole.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/xylella-fastidiosa-nostra-agricoltura/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’Europa vieta i pesticidi che uccidono le api

L’Europa salva le api e vieta i pesticidi che le uccidono. Gli Stati membri dell’Unione Europea, hanno infatti approvato una proposta della Commissione, per vietare l’uso di tre pesticidi neonicotinoidi, che potranno essere utilizzati solo all’interno di serre permanenti, senza contatto con gli insetti. I Paesi membri dell’Ue hanno approvato la proposta della Commissione europea che introduce il divieto di utilizzo all’aperto di tre pesticidi perché nocivi per le api. L’impiego dei principi attivi (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, noti come neonicotinoidi), che è molto diffuso in agricoltura, sarà consentito solo in serra. Anche l’Italia ha votato a favore del bando, insieme alla maggioranza dei Paesi membri.

“Quello fatto dai Paesi membri dell’UE che hanno approvato la proposta della Commissione di introdurre il divieto di utilizzo all’aperto di 3 pesticidi, noti come neonicotinoidi (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam), è un primo e importante passo avanti per la protezione delle api e degli altri impollinatori”, afferma il WWF.RTXZ3DT-e1487891078282-1024x629

“Tuttavia – continua l’associazione – la decisione di oggi riduce i rischi ma non li elimina: è necessario continuare la battaglia affinché si arrivi al bando totale di queste sostanze. Lasciando in commercio queste molecole per le produzioni in serra, infatti, non solo non si esclude il rischio di contaminazione dell’ambiente esterno ma anche l’utilizzo illecito. È quindi urgente predisporre un sistema di controlli efficaci e prevedere sanzioni adeguate per chi non dovesse rispettare il divieto di utilizzo in campo aperto”.

Anche Greenpeace accoglie con grande soddisfazione il bando permanente e quasi totale di tre insetticidi neonicotinoidi dannosi per le api. “Questa è una notizia importante per le api, l’ambiente e tutti noi. Il voto a favore dell’Italia certifica l’attenzione dei cittadini italiani per la protezione degli impollinatori”, dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. “I danni di questi neonicotinoidi sono ormai incontestabili. Bandire questi insetticidi è un passo necessario e importante, il primo verso una riduzione dell’uso di pesticidi sintetici e a sostegno della transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti”.

Il bando votato oggi estende quello parziale già in essere dal 2013 per tre neonicotinoidi – l’imidacloprid e il clothianidin della Bayer e il tiamethoxam della Syngenta. Rimane consentito il loro utilizzo solo all’interno di serre permanenti.whats-the-big-deal-with-pesticides-x1280

I Paesi che hanno votato a favore del divieto sono: Italia, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Grecia, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Estonia, Cipro, Lussemburgo, Malta, che rappresentano il 76,1% della popolazione dell’Ue. Quattro i Paesi contrari al divieto: Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Danimarca. Otto gli astenuti: Polonia, Belgio, Slovacchia, Finlandia, Bulgaria, Croazia, Lettonia e Lituania. Oltre ai 3 insetticidi in discussione, ce ne sono altri che costituiscono una minaccia per le api e altri insetti benefici. Tra questi quattro neonicotinoidi, il cui uso è attualmente permesso in Ue: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone e altre sostanze quali cipermetrina, deltametrina e clorpirifos. Per evitare che questi tre insetticidi ora vietati vengano sostituiti con altre sostanze chimiche che potrebbero essere altrettanto dannose, Greenpeace ritiene che l’Ue debba bandire l’uso di tutti i neonicotinoidi, come la Francia sta già considerando di fare. È inoltre necessario applicare gli stessi rigidi standard utilizzati per questo bando alla valutazione di tutti i pesticidi e, soprattutto, ridurre l’uso di pesticidi sintetici e sostenere la transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti.download

Sul divieto introdotto dall’Ue si è espressa anche la Coldiretti. “Per salvare le api è ora necessario che il divieto riguardi coerentemente anche l’ingresso in Italia e in Europa di prodotti stranieri trattati con i principi attivi sotto accusa”.

“Non è accettabile che alle importazioni sia consentito di aggirare le norme previste in Italia ed in Europa, anche grazie agli accordi di libero scambio, ed è necessario, invece, che dietro tutti gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. Le api – sottolinea la Coldiretti – sono un indicatore dello stato di salute dell’ambiente e servono al lavoro degli agricoltori con l’impollinazione dei fiori tanto che Albert Einstein sosteneva che: “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”.

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Ludmila, la bambina con il glifosato nel sangue

La storia di Ludmila Terreno, una piccola di appena due anni che vive a Bernardo de Irigoyen, in Argentina. Da più di un mese la bambina lotta fra la vita e la morte: i medici hanno trovato tracce di glifosato nel suo sangue. Tutto il paese dove vive è avvelenato dai pesticidi di un’azienda che opera nella zona. Roberto Schiozzi, vicino e fondatore del Centro Ecologico del Paranà di Coronda, ha rilasciato delle dichiarazioni alla stazione radiofonica Aire de Santa Fe: Schiozzi ha accompagnato la famiglia Terreno a presentare la denuncia al Tribunale della zona.glifosato

Intervistato sul caso di Ludmilla, ha detto che “la famiglia della bambina mi ha chiesto una mano per avviare un’azione legale e cercare protezione. Non ci ho pensato un attimo e mi sono messo a disposizione non è possibile che per dimostrare che ci stanno uccidendo dobbiamo prima morire!”.

La modesta abitazione della famiglia Terreno confina con il deposito di pesticidi dell’azienda José Pagliaricci. Qui è immagazzinato del glifosato, come quello contenuto nel Round Up, proibito nelle aree urbane. A novembre dell’anno scorso, la bambina è stata ricoverata per trenta giorni a causa di perdita di peso e disidratazione, quando è stata vittima di gravi attacchi di vomito. Questo ha messo in allerta i suoi familiari che l’hanno subito fatta trasferire al SAMCO di Barrancas e poi all’ospedale pediatrico di Santa Fe. Qui le è stata diagnosticata la presenza di glifosato nel sangue.

Con l’elevata probabilità di contrarre la leucemia, cosa che gli specialisti ritengono possibile, la piccola Ludmila sta lottando per riprendersi. “Sono due anni che questo paesino è cambiato, oggi gli interessi economici decidono il suo destino. Fa male vedere come ci avvelenano ogni giorno sotto gli occhi delle autorità politiche, credo che la vita abbia perso valore”, ha detto Schiozzi.deposito

La reazione del Pubblico Ministero Jorge Nessier è stata confortante: “Per fortuna abbiamo avuto una risposta positiva da parte del giudice, che si è messo subito all’opera. Per prima cosa hanno provveduto alla raccolta di prove mediche e di campioni di terreno infetto, speriamo che nei prossimi giorni arrivino notizie positive”.

“Il deposito della Pagliaricci deve chiudere, c’è un quartiere confinante ad alto rischio, come tutti noi, è una pazzia che questa gente lavi le macchine per spruzzare i pesticidi qui. Questo problema non si risolve con delle multe, ma con dei divieti  e dei controlli seri”.

Tutti gli abitanti del paese sono vicini alla famiglia Terreno: Ludmila è diventata il simbolo della resistenza di Bernardo de Irigoyen, dove vogliono tornare a vivere senza essere avvelenati.

Qui l’articolo originale.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/02/ludmila-bambina-glifosato-sangue/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Mangiare bio ci ripulisce dai pesticidi

Mangiare per quindici giorni cibi biologici riduce drasticamente i livelli di pesticidi nelle urine, cioè ci disintossica e ci ripulisce dalle sostanze chimiche tossiche che ingeriamo con i cibi convenzionali: a confermarlo un esperimento del progetto “Cambia la terra”, a cui è stato dato il nome di #ipesticididentrodinoi.9707-10480

Lo aveva già fatto Coop Svezia nel 2015: aveva seguito una famiglia che in tavola aveva messo cibi biologici e aveva visto crollare i livelli di pesticidi nel corpo. Ora in Italia l’esperimento è stato ideato e condotto su una famiglia romana dal progetto “Cambia la terra”, ideato da Federbio e che vede la collaborazione di altri enti e realtà del biologico. La campagna, che ha preso il nome di #ipesticididentrodinoi, ha avuto un esito più che positivo e dopo due settimane di alimentazione a base di cibi biologici la famiglia seguita, formata da due adulti e due bambini, ha riscontrato il crollo dei livelli di pesticidi nelle urine.

I risultati

La maggior parte delle sostanze inquinanti analizzate sono diminuite, in alcuni casi azzerate, come appare evidente dai grafici elaborati dal laboratorio di analisi di Brema a cui ci siamo rivolti per avere i dati precisi e trasparenti. Ad aver ottenuto i risultati più importanti sono Giacomo, 7 anni, e il papà Giorgio (47 anni). Bene anche Marta (46 anni), la mamma. Su Stella, 9 anni, la dieta bio ha migliorato alcuni parametri, ma sembra aver avuto effetti meno immediatamente visibili che per il resto della famiglia. Ecco quindi la grandissima valenza del biologico, che ha ormai dimostrato di avere un impatto estremamente positivo sull’ambiente e sulla salute umana. Purtroppo, infatti, ogni giorno sulle nostre tavola arriva chimica pericolosa sulle nostre tavole, con inquinaneti che si accumulano nel nostro organismo boccone dopo boccone.grafici_post-dieta-s

GLIFOSATO

Un successo su tutta la linea. Scompare totalmente dalle analisi dei tre membri della famiglia che erano risultati contaminati dal diserbante prima della dieta. Giorgio aveva una quantità più che doppia di glifosato nelle urine rispetto alla media della popolazione di riferimento: 0,26 microgrammi per litro rispetto a una media generale di 0,12 microgrammi per litro di urine. Dopo soli 15 giorni l’inquinante precipita al di sotto del minimo misurabile. Anche i valori di Giacomo erano abbastanza elevati, 0,19 microgrammi per litro. Dopo la dieta bio, il glifosato è sotto la soglia della misurabilità. Per Stella ottimi risultati: il glifosato nelle sue analisi post dieta non si rileva. Era partita da un valore un po’ superiore rispetto alla media. Marta, prima della dieta bio, era la sola a registrare livelli troppo bassi per essere rilevati.

Anche se permangono incertezze e polemiche, la comunità scientifica indipendente ha definito il glifosato come cancerogeno per gli animali e probabilmente cancerogeno per l’uomo. Studi ancora in corso stanno confermando anche un’azione del glifosato sul normale funzionamento endocrino. Le ricerche confermano disfunzioni ormonali e danni a fegato e reni, alterazione della flora batterica intestinale.

CLORPIRIFOS

Diminuisce decisamente in tre dei membri della famiglia. Si tratta di un insetticida che provoca tra l’altro – secondo studi validati dalla comunità scientifica – disturbi nella funzione cognitiva. Era quindi particolarmente preoccupante per Giacomo, 7 anni, che nelle prime analisi aveva un livello particolarmente più alto rispetto a quello della media della popolazione di riferimento: oltre 5 microgrammi di clorpirifos per grammo di creatinina, un valore di 3 volte superiore rispetto alla media della popolazione che per i bambini è 1,5 microgrammi/g. Dopo la dieta la concentrazione dell’inquinante scende a un valore vicino alla media. Le analisi di Marta registravano ben 4,8 microgrammi/gr rispetto alla media della popolazione adulta di riferimento di 0,7 microgrammi per grammo di creatinina (la media nella popolazione adulta è più bassa). Per lei, i valori post dieta, pur mantenendosi superiori alla media della popolazione di riferimento, si riducono di circa il 75%. Niente clorpirifos invece nelle analisi dopo la dieta di Giorgio. Quindici giorni prima le quantità erano alte: 2,5 microgrammi/g. Per Stella, la bambina di 9 anni, invece, il valore del clorpirifos era in partenza relativamente elevato. Non scende, dopo la dieta, a differenza di quello che succede al resto della famiglia. Non è facile spiegare questa differenza: un piccolo ‘sgarro ‘ alimentare, ma forse anche solo l’essere venuta a contatto con l’insetticida in forma domestica, in casa di amici o in un’area pubblica. O più semplicemente, una diversa capacità personale di assorbimento e rilascio. Il clorpirifos è presente nei principali prodotti utilizzati nell’agricoltura chimica per combattere gli insetti infestanti. Agisce sul sistema nervoso centrale, sul sistema circolatorio e respiratorio. Può provocare interferenze nel normale sviluppo del feto e disturbi della memoria e dell’attenzione e difficoltà di apprendimento di diversa gravità.

PIRETROIDI

Sono insetticidi di sintesi utilizzati nella lotta agli insetti. Nella analisi di laboratorio si trovano cercando due metaboliti, due prodotti del processo di assimilazione: si chiamano Cl2CA e m-PBA. Stella aveva in precedenza quantità molto superiori alla media della popolazione infantile (1, 8 microgrammi/g contro 0,4) per la molecola Cl2CA: un vero picco rispetto agli altri membri della famiglia. Dopo i 15 giorni bio, il valore si è ridotto di oltre quattro volte: ora è attorno alla media. La molecola m-PBA, in precedenza in quantità tre volte superiori alla media di 0,5 microgrammi, dopo la dieta è diminuita nettamente uniformandosi ai livelli medi della popolazione di riferimento. In Giacomo, entrambi i metaboliti prima della dieta bio erano superiori rispetto alla popolazione di riferimento. CL2CA scende da 0,8 microgrammi/g fino sotto la soglia di rilevabilità mentre mPBA si riduce del 70%, avvicinandosi alla media della popolazione. Giorgio vede tutte e due le molecole – presenti prima della dieta anche se con valori non particolarmente elevati- scendere rispettivamente al di sotto della soglia di rilevabilità il primo e di oltre il 60% il secondo. Buone notizie dopo la dieta bio anche per Marta soprattutto per quello che riguarda la presenza del metabolita m-PBA, che prima si avvicinava a 3,5 microgrammi/g (solo nel 5% della popolazione di riferimento si trova un valore così alto), dopo 15 giorni è sceso sotto la media di riferimento che per gli adulti è 0,7 microgrammi/g. I piretroidi. Sono utilizzati come pesticidi ad ampio spettro. Possono provocare soprattutto disturbi dell’apprendimento, danni al sistema nervoso, al fegato, al cuore, all’apparato digerente e sul sangue. Non ci sono, per quanto riguarda il corpo umano, limiti stabiliti di contaminazione da pesticidi, a differenza di quello che accade ad esempio nei cibi, dove si effettuano analisi per verificare le tracce di pesticidi.  Il laboratorio specializzato tedesco che ha eseguito le analisi ha però fornito le medie della presenza delle sostanze individuate rispetto a una popolazione di riferimento, stabilita in base a studi pubblicati e a precedenti analisi svolte dallo stesso laboratorio.

GLI STEP DELLA CAMPAGNA

«Il primo step della campagna #ipesticididentrodinoi è stato rintracciare un laboratorio di analisi che potesse realizzare questa ricerca-target sui composti chimici individuati dal comitato scientifico di Cambia La Terra» spiega la portavoce Maria Grazia Mammuccini.

Al laboratorio Medizinisches Labor Bremen (MLHB) sono stati inviati quattro campioni di urine – uno per ogni componente della famiglia D. – prima dell’inizio del periodo di dieta 100% bio e in seguito quattro campioni per ciascuno al termine dell’esperimento. Nei campioni vengono misurate le quantità di 4 composti specifici: glifosato, clorpirifos e due metaboliti dei piretroidi, il Cl2CA e m-PBA. Si tratta di sostanze che entrano nella composizione di pesticidi ed erbicidi largamente utilizzati, accumulati nei suoli e nell’acqua di falda. La ridotta velocità di eliminazione dagli ecosistemi e anche dal corpo umano li rendono rintracciabili – in percentuali diverse a seconda del soggetto – nella gran parte della popolazione mondiale.

Il laboratorio

Il Medizinisches Labor Bremen (MLHB), fondato a Brema in Germania nel 1961, è uno dei più grandi laboratori indipendenti specializzati nell’esecuzione di test mirati e selettivi in Germania e in Europa. Si avvale delle competenze di 7 medici specialisti e del know-how di circa 270 collaboratori, di cui 9 accademici. Il laboratorio, certificato DIN EN ISO 15189 e 17025, è attivo nei seguenti settori: biologia medica, microbiologia medica, biochimica e medicina ambientale.

Fonte: ilcambiamento.it

Glifosato, via libera Ue per altri 5 anni. “Un regalo alle multinazionali”

Sì al glifosato per altri cinque anni. Così si è espressa la maggioranza degli Stati membri dell’Unione europea prorogando l’utilizzo dell’erbicida attualmente più utilizzato in agricoltura e classificato dallo Iarc come “probabilmente cancerogeno”. Tra i voti contrari quello dell’Italia. Dopo il mancato accordo del 9 novembre, una maggioranza qualificata degli Stati membri dell’Unione Europea ha prorogato per 5 anni l’utilizzo del glifosato. Hanno votato a favore Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Estonia, Irlanda, Spagna, Lettonia, Lituania, Ungheria, Olanda, Polonia, Romania, Slovenia, Slovacchia, Finlandia, Svezia e Regno Unito. Contrari si sono dichiarati invece Italia, Belgio, Grecia, Francia, Croazia, Cipro, Lussemburgo, Malta e Austria e il Portogallo si è astenuto. La Commissione europea pubblicherà il rinnovo formale della licenza per il glifosato nell’Ue.

“Il voto odierno è un regalo alle multinazionali agrochimiche, a scapito di salute e ambiente. Bene comunque il voto contrario dell’Italia che ha dimostrato nuovamente di dare priorità alla tutela delle persone, e non al fatturato di chi produce e commercia il glifosato”, ha dichiarato Federica Ferrario, responsabile Agricoltura di Greenpeace Italia, commentando l’approvazione della proposta della Commissione europea sul rinnovo per altri cinque anni del glifosato.glyphosate_-certification_farming-field-1

La proposta della Commissione Ue, scrive Greenpeace in un comunicato, è basata su una dubbia valutazione del rischio sul glifosato, che afferma che non vi sono prove sufficienti su un legame della sostanza al rischio di cancro, nonostante l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) lo abbia classificato come “probabilmente cancerogeno” per le persone. Allo stato attuale, continua l’associazione ambientalista, nessuno può affermare con certezza che il glifosato sia sicuro, specie dopo le rivelazioni che stanno continuando a emergere grazie ai cosiddetti “Monsanto Papers” e lo scandalo del “copia-incolla”, relativo a parti del rapporto dell’EFSA sui rischi dell’uso del glifosato copiate dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione di Monsanto. Con il rinnovo della licenza dell’erbicida glifosato la Commissione europea e molti governi hanno “tradito la fiducia dei cittadini”, ignorando “gli avvertimenti di scienziati indipendenti, le richieste del Parlamento europeo e la petizione firmata da oltre un milione di persone che chiedono il divieto del glifosato”. Così la direttrice delle politiche alimentari di Greenpeace EuropaFranziska Achterberg ha commentato il voto con cui i paesi Ue hanno approvato la riautorizzazione del glifosato.

“Anche se solo per cinque anni, oggi si è persa l’occasione di sbarazzarsi di una sostanza pericolosa“, si legge in una nota diffusa da Friends of the Earth, mentre l’associazione Heal sottolinea che “il prezzo sarà pagato dalle future generazioni”.pesticides_field_guys_735_350-735x350

“La proroga di cinque anni per un erbicida sospetto di cancerogenicità – commenta Maria Grazia Mammuccini. Portavoce della Coalizione italiana StopGlifosato – è la negazione totale del principio di precauzione su cui sono nate le politiche di tutela ambientale e della salute dell’Unione Europea. Il comitato che ha esaminato la richiesta ha concesso la proroga soprattutto grazie al fatto che la Germania si è schierata a favore dei 5 anni. Una brutta pagina anche per il governo tedesco, che lascia pensare al fatto che dopo l’acquisizione di Monsanto da parte della Bayer, il governo di Berlino pensi alla protezione dell’ambiente e della salute in maniera nettamente più tiepida che in passato”. Secondo la Coalizione “il rinnovo dell’autorizzazione all’uso del glifosato per altri 5 anni rappresenta una autentica truffa ai danni dei cittadini europei e dell’ambiente”.

Per Slow Food, che fa parte della Coalizione StopGlifosato, “L’ambiente e l’Europa perdono un’occasione storica. Il voto mostra come la maggior parte dei governi europei non abbia rispettato il volere di oltre un milione di cittadini europei che aderendo all’European Citizens Initiative (Ice) intendevano eliminare l’erbicida dal sistema alimentare e dall’ambiente. Inoltre, il fatto che gli Stati Membri non fossero riusciti a raggiungere un accordo nei numerosi incontri precedenti potrebbe aver spinto la Commissione a decidere per il rinnovo. Unica consolazione quella che, mentre a livello politico si è deciso di continuare a impiegare il famoso erbicida, diverse città e stati hanno scelto autonomamente di restringere il campo di applicazione del glifosato, il principio attivo del diserbante Roundup della Monsanto”.

In Italia resta il divieto di uso del glifosato nelle aree frequentate dalla popolazione o da “gruppi vulnerabili” quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bambini, cortili ed aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie, ma anche in campagna in pre-raccolta “al solo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura”. È  quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare gli effetti del decreto del Ministero della Salute in vigore dal 22 agosto del 2016 che non vengono modificati dalla decisione dell’Unione Europea di rinnovare per 5 anni la licenza di utilizzo. L’Italia deve porsi all’avanguardia nelle politiche di sicurezza alimentare nell’Unione Europea e fare in modo che – sottolinea la Coldiretti – le misure precauzionali introdotte a livello nazionale riguardino coerentemente anche l’ingresso in Italia di prodotti stranieri trattati con modalità analoghe come il grano proveniente dal Canada dove viene fatto un uso intensivo di glifosato proprio nella fase di preraccolta”.

Un principio che – continua la Coldiretti – deve essere ben evidenziato anche nell’ambito dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada (CETA) dove al contrario si prevede invece l’azzeramento strutturale dei dazi indipendentemente dagli andamenti di mercato. Circa un miliardo di chili di grano – conclude la Coldiretti – sono infatti sbarcati lo scorso anno dal Canada dove viene fatto un uso intensivo di glifosato nella fase di pre-raccolta per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/glifosato-via-libera-ue-5-anni-regalo-multinazionali/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Malattie infantili, i pediatri: “Causate dall’inquinamento nel 30% dei casi”

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Allarme dei pediatri italiani: “Un terzo delle malattie infantili è causato dall’inquinamento”Ecco come invertire il trend negativo.

La FIMP, Federazione Italiana Medici Pediatri, lancia l’allarme: secondo gli ultimi dati disponibili, 3 casi su 10 di malattie infantili sono provocati dall’inquinamento.

Con un appello lanciato durante il G7 dell’Ambiente, a Bologna, i medici hanno voluto indicare la azioni concrete da perseguire per ridurre l’impatto. “Una priorità per i pediatri e per le istituzioni”, scrivono dalla Federazione. Tutti i dettagli del loro appello.

Malattie infantili: il nodo inquinamento

Il documento si intitola “Ambiente e salute infantile: dalla consapevolezza del rischio alle strategie per limitare i danni e costruire la salute futura dei bambini italiani“. La FIMP lo ha redatto per sensibilizzare istituzioni e cittadini sulle problematiche ambientali. L’inquinamento dell’aria sarebbe infatti tra le cause principali di malattia e morte della popolazione mondiale, non solo infantile:

Già nel 2006 l’OMS stimava che il 25% di tutte le patologie negli adulti e oltre il 33% nei bambini sotto i 5 anni fosse attribuibile a fattori ambientali “evitabili”. Un più recente documento – sempre dell’OMS – stima che, a livello mondiale, circa 1 su 4 del totale delle morti sia attribuibile al vivere o al lavorare in ambienti malsani. Complessivamente in tutto il mondo ogni anno ci sarebbero 12,6 milioni di decessi attribuibili ad ambienti insalubri e 1,4 milioni di questi si verificherebbero in Europa“.

In pratica, i pediatri ci dicono che un terzo delle malattie infantili, che colpiscono chi ha meno di 5 anni, sono attribuibili all’inquinamento ambientale.

Non solo. I rischi si estenderebbero anche al feto, durante la gravidanza. Tutti i fattori scatenanti sono sintetizzati da Maria Grazia Sapia, referente Nazionale Fimp per l’Ambiente:

“Le sostanze chimiche di sintesi derivanti da attività industriali e agricole, lo smaltimento dei rifiuti, le produzioni energetiche e le radiazioni elettromagnetiche sono fattori di rischio. Nel loro insieme agiscono sugli adulti, quindi anche sui gameti, sul feto durante la gravidanza e sul bambino sopratutto nei primi anni di vita”.

Sapia punta il dito in modo particolare su pesticidi chimici e particolato atmosferico:

Particolarmente importanti sono le conseguenze dei pesticidi nel settore alimentare e dei particolati/polveri sottili negli ambienti domestici, urbani e scolastici per la funzione respiratoria che possono aumentare in modo significativo e diffuso la patologia sub acuta, cronica e la cancerogenicità”.

Approfondisci: Ecocidio, la denuncia delle mamme campane: “8 bimbi morti in poco tempo”

Malattie infantili: le patologie in aumento

Sapia, oltre a elencare i fattori di rischio, spiega anche quali sono le malattie in aumento causate dall’inquinamento. Eccone un elenco:

  • Patologie degli organi endocrini
  • Disturbi agli apparati respiratorio e digestivo
  • Patologie cardiovascolari
  • Alterazioni dello sviluppo neuro-cognitivo-sensoriale
  • Alterazione del metabolismo
  • Basso peso alla nascita
  • Rischio di aborto e prematurità
  • Aumento della cancerogenicità

Malattie infantili: come rimediare

La Federazione non si limita a indicare il problema. Offre anche una serie di soluzioni, da implementare subito, per migliorare le condizioni di salute nostre e dei nostri bambini. E lancia un appello affinché tutte le istituzioni collaborino attivamente.
Ecco le proposte:

  • Attivare un monitoraggio costante, integrato e sistematico sull’inquinamento ambientale e sugli effetti che ha sui bambini.
  • Ridurre i limiti massimi degli inquinanti in aria, acqua e suolo, per far fronte alla vulnerabilità dell’età pediatrica.
  • Applicare sempre per l’infanzia il “principio di precauzione”.
  • Rinforzare l’attenzione ai primi 1000 giorni di vita del bambino, dal concepimento ai primi anni. Un’attenzione che deve tradursi in atti concreti.
  • Mappare, in tempi brevi, gli edifici scolastici. Individuare in particolare condizioni di inquinamento indoor, prestando attenzione alla possibile presenza di campi elettromagnetici indotti dalle reti wireless.
  • Puntare sull’educazione: promuovere e incentivare programmi, per bambini e adulti, per la salvaguardia dell’ambiente e la scelta consapevole dei prodotti (alimenti, giocattoli, etc.).
  • Incentivare il ricorso alle fonti di energia rinnovabili.
  • Promuovere politiche di sviluppo eco-sostenibile.

Fonte: ambientebio.it