Greenpeace: il pesce che mangiamo contiene plastica

I risultati dei test effettuati dall’associazione ambientalista parlano chiaro: quasi un terzo del pesce contiene microplastiche.http _media.ecoblog.it_8_826_greenpeace-pesce-plastica

Sono molto preoccupanti i risultati della ricerca condotta da Università Politecnica delle Marche, Greenpeace e Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova che conferma la presenza di particelle di microplastica anche in pesci e invertebrati pescati nel Mar Tirreno. I campionamenti, centinaia, sono stati effettuati l’estate scorsa dai volontari di Greenpeace a bordo della nave Rainbow Warrior. Tra il 25% e il 30% del pesce analizzato, proveniente da diversi siti di campionamento nel Tirreno, contiene almeno una particella di plastica di dimensioni inferiori a 5 millimetri. Sono interessate diverse specie di pesci con differenti abitudini alimentari, dalle specie planctoniche, agli invertebrati, fino ai pesci predatori. Percentuali simili si riscontrano anche nel pesce dell’Adriatico.

I risultati ottenuti confermano ancora una volta che l’ingestione di microplastiche da parte degli organismi marini è un fenomeno diffuso e sottolineano la rilevanza ambientale del problema dei rifiuti plastici in mare – commenta la docente di Biologia Applicata alla Università Politecnica delle Marche Stefania Gorbi È urgente quindi che la ricerca scientifica acquisisca nuove conoscenze e contribuisca a sensibilizzare la coscienza di tutti su questa tematica emergente.

La maggior parte delle plastiche ritrovate nel pesce è polietilene (PE), cioè il polimero con cui si produce il packaging e dei prodotti usa e getta.

Ciò che ci preoccupa maggiormente è la rapida evoluzione di questo problema e la graduale trasformazione delle microplastiche in nanoplastiche – precisa Serena Maso, Campagna Mare di Greenpeace – particelle ancora più piccole che se ingerite dai pesci possono trasferirsi nei tessuti ed essere quindi ingerite anche dall’uomo“.

Secondo le stime più accurate, ogni anno finiscono in mare circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici di vario tipo con una netta prevalenza di imballaggi monouso usa e getta: bottiglie d’acqua e bibite ma anche fustini di detersivi liquidi.

Foto: Unsplash

Fonte: ecoblog.it

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Il pesce sta finendo, choc ecologico per mari e oceani

Lo sfruttamento dissennato delle risorse di mari e oceani sta producendo un vero e proprio choc ecologico e si va verso l’esaurimento degli stock ittici. Eppure si continua a pescare e consumare a livelli altissimi. L’allarme dell’Agenzia Europea per l’Ambiente.9448-10184

Il recente rapporto dell’Agenzia europea per l’Ambiente (EEA) “Seafood in Europe; a food system approach for sustainability” lancia l’ennesimo allarme sull’attuale sistema alimentare, focalizzando l’attenzione sul pesce che arriva sulle nostre tavole. Con la continua crescita della popolazione globale e dei redditi di alcune fasce della popolazione, il fabbisogno alimentare, di cui il pesce è parte, è in costante aumento. Dai dati a disposizione dell’EEA emerge che gli europei preferiscono il pesce non d’allevamento (il 75%) e che il consumo medio di pesce pro capite nell’Unione Europea è di circa 22 chili all’anno, secondo solo a quello dell’Oceania con 26,5 chili. Per soddisfare questa domanda, l’UE importa il 55% del pesce e dei frutti di mare ed è il più grande importatore di pesce e prodotti ittici di tutto il mondo, con una quota di mercato pari al 20% del totale delle importazioni mondiali tra il 2013 e il 2015. Ma quanto costa questo consumo in termini di sostenibilità? Il rapporto rivela che «Attualmente, la maggior parte delle zone di pesca sono o completamente pescate (58%) o sovrasfruttate (31%). Nei mari europei, la pesca eccessiva resta alta: il 50% degli stock ittici nell’Oceano Atlantico nord-orientale e del Mar Baltico e oltre il 90% nel Mediterraneo e nel Mar Nero sono stati pescati al di sopra del loro rendimento massimo sostenibile».

A livello mondiale, mentre si stanno raggiungendo i limiti naturali di sfruttamento per gli oceani, l’acquacoltura sta prendendo sempre più piede, tanto che già nel 2014 si è consumato più pesce allevato che pescato. Secondo gli autori, le uniche vie percorribili per garantire in futuro la sostenibilità a lungo termine delle attività di pesca sono quelle del rispetto dei livelli sostenibili di pesca e dell’implementazione di reti di Aree marine protette. Le valutazioni attuali tendono a concentrarsi sull’impatto ambientale della pesca e dell’acquacoltura sugli ecosistemi marini europei o sulla performance economica dell’industria ittica, ma secondo l’EEA ci sono grosse lacune informative e di conoscenza perché le dinamiche del mercato mascherano i segni vitali degli ecosistemi, come, ad esempio, la condizione degli stock ittici locali. Colmare queste lacune non richiederebbe necessariamente grandi investimenti, ma solo analizzare con maggior attenzione i dati provenienti dalla politica comune europea sulla pesca. Peraltro la situazione dell’inquinamento, oltre che dello sfruttamento, di mari e oceani è a livelli tali di allarme da indurre la Commissione europea e l’Alto rappresentante dell’UE a definire un programma comune per il futuro degli oceani, proponendo 50 azioni per cercare di diminuire la pressione sulle acque del nostro pianeta. Il documento International ocean governance è del novembre scorso ma sono in molti a ritenerlo non sufficiente. Già nel luglio scorso, per la precisione il 13,  i consumatori europei hanno toccato il cosiddetto Fish Dependence Day, osia hanno esaurito le “scorte” di pesce locale e hanno cominciato a consumare quelle provenienti da oceani lontani, soprattutto dai paesi in via di sviluppo. Negli ultimi tre decenni, il Fish Dependence Day europeo è arrivato ogni anno sempre prima: «Trenta anni fa – spiega il WWF – l’Europa era in grado di soddisfare la domanda di pesce pescandolo in acque europee fino a settembre od ottobre. Durante lo stesso periodo di tempo, il problema globale di pesca eccessiva è’ aumentato».

Fonte: ilcambiamento.it

Pesce Frankestein…ma non è il solo a farci male!

La Food and Drug Administration americana ha in animo di autorizzare il primo pesce geneticamente modificato, già soprannominato “frankenfish”, ma i consumatori nemmeno immaginano quanto possa essere rischioso per la salute il pesce che già oggi troviamo nei supermercati, soprattutto quello d’allevamento.allevamentopesci1

Spesso rischioso per la salute, dannoso per l’ambiente e/o economicamente insostenibile. E’ il pesce oggi, nella nostra società del consumo e dello spreco sfrenato. Un terzo delle riserve mondiali di pesce sono al collasso, la fauna ittica non riesce a rigenerarsi data la velocità con cui viene catturata e uccisa, stando a quanto riportato anche nel libro Oceana di Ted Danson. In attesa dell’ok al salmone ogm, intanto è bene fare attenzione al pesce d’allevamento (anche il salmone ogm lo sarà), come ammonisce anche l’associazione Organic Consumers. La sempre maggiore richieste di pesce e di integratori a base di omega-3 hanno fatto ancor più la fortuna dell’acquacoltura, un’industria che sta crescendo velocemente. Già nel 2013 il pesce d’allevamento copriva oltre la metà del pesce mangiato e ha addirittura superato la produzione di carne di manzo. Il pesce libero, cosiddetto wild, è invece diminuito per l’eccessivo sfruttamento. I pesci d’allevamento sono allevati in vasche, spesso hanno pochissimo spazio per muoversi, sono sottoposti a fortissimo stress e sono molto più suscettibili alle malattie. Quindi si utilizzano grandi quantità di antibiotici e sostanze chimiche che finiscono poi, insieme al pesce, sulle nostre tavole. Mentre alcuni pesci di allevamento assumono alimenti vegetali, altri sono carnivori e necessitano di altro pesce più piccolo per mangiare. Quindi significa che, a meno che non vengano alimentati con mangimi costituiti da scarti e carcasse o altre sostanze simili, per alimentare i pesci come tonni e salmoni occorre utilizzare altri pesci più piccoli in grandi quantità e questo è un altro punto in negativo per la sostenibilità degli allevamenti ittici. I pesci possono essere anche nutriti con soia o derivati animali di vario genere e non c’è modo per il consumatore di sapere cosa ha mangiato il pesce che gli finisce nel piatto. Occorre poi considerare l’impatto ambientale delle deiezioni dei pesci in caso di allevamenti intensivi. Nella aree marine vicine agli allevamenti si riscontra una elevata quantità di carbonio, azoto e fosfati che possono mettere a rischio gli ecosistemi locali e accumularsi sotto forma di sedimenti oceanici. Tali sostanze possono portare al proliferare di alghe e alla de-ossigenazione dell’acqua. Più l’industria ittica cresce, più i prezzi del pesce calano e i pesci più a buon mercato provengono dalle aree dove la legislazione è meno vincolante. Inoltre soprattutto per il pesce proveniente dall’Asia, occorre riflettere bene sul sistema di sfruttamento della manodopera di cui abbiamo scritto anche in precedenza. Meglio dunque acquistare pesce solo da piccoli pescatori nei luoghi di pesca, almeno si contribuisce al sostentamento della popolazione locale. E se questo è possibile solo ogni tanto…lasciamo che sia ogni tanto. Di più rischia di essere, appunto, insostenibile e rischioso per la salute.

Pesci più salubri di altri:

http://www.seafoodwatch.org/cr/cr_seafoodwatch/download.aspx

Pesci pescati con impatto minore:

http://blueocean.org/seafoods/

fonte: ilcambiamento.it

 

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Tonno al mercurio, ancora sequestri per il pesce proveniente dalla Spagna

Tonno congelato al mercurio, ma anche pesce spada e smeriglio sequestrati perché contaminati e la maggior parte dei pesci arriva da Spagna e Vietnam

L’inquinamento dei mari porta a avere pesci contaminati da varie sostanze e che per forza di cose entrano nella catena alimentare umana. L’ultimo sequestro proprio ieri su tonni surgelati provenienti dalla Spagna e segnalati con information for attention diffuso dalla RASFF, ossia il Rapid Alert system for Food and Feed della Comunità europea: nei tonni sono stati rilevati dalle analisi 1.4 mg/kg – ppm di mercurio e il pesce dopo il sequestro viene distrutto.

La questione non è recente e riguarda le contaminazioni nel Mar Mediterraneo: già Greenpeace nel 2010 sottolineava come il pesce che abitava il Santuario dei cetacei in Toscana (Genova, Lerici, Viareggio, Livorno e Civitavecchia) fosse contaminato non solo da mercurio ma anche da benzo(a)pirene. Si pensi che lo scorso anno solo per l’Italia la RASFF ha aperto 534 segnalazioni.

Ma il 2014 sembra per il pesce un anno orribile considerato che a oggi sono oltre 40 alert accumulati e emanati dalla RASFF seguiti da sequestro e distruzione delle derrate, tra cui ad esempio:
15 gennaio 2014 cibo a base di pesce proveniente dalla Spagna e contaminato da cadmio;
24 gennaio 2014 filetti di tonno surgelato contaminati da istamina provenienti dalla Spagna;
25 gennaio 2014, trattamento di monossido di carbonio (280 mg / kg – ppb) per filetti di tonno pinna gialla dalla Spagna;
7 maggio 2014, Pesce spada dalla Spagna con mercurio
9 maggio 2014 mercurio in pesce spada dal Vietnam

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Il fatto che il sistema di alert funzioni e che le Asl provvedano al sequestro dovrebbe rassicurarci ma naturalmente può sempre capitare che sia consumato prima che scattino i sequestri . A essere coinvolto il grossista Finpesca che con i marchi con i marchi “Aquolina” e “Oggi Cucino”,distribuisce in Eurospin, Unicom, Sma, Auchan, Carrefour e che ha dichiarato che provvederà all’acquisto di prodotti ittici che abbiano superato analisi preventive per il mercurio. Peraltro come suggerisce in una Nota il ministero della Salute e come Assopesca approva.New FDA Mercury Testing Contradicts Government Statements On Tuna Safety

© Foto Getty Images

Il mercurio come contamina il pesce?Media Report Claims Level Of Mercury Found In Tuna Sushi Is Very High

Il mercurio è ovunque, anche nell’aria che respiriamo. Alcune delle fonti che lo rilasciano sono naturali, come i vulcani, altre volte viene emesso a seguito di incendi boschivi. E’ rilasciato nell’aria come fonte inquinante da centrali elettriche, cementifici e da industrie della chimica. E’ presente anche nelle lampadine a risparmio energetico e nei termostati e può essere rilasciato quando questi prodotti finiscono in discarica. Riferiva l’Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) che nel Mediterraneo circa 9.400 industrie di 21 Paesi scaricano ogni anno in mare per l’appunto circa 85mila tonnellate di mercurio. Quando il mercurio si deposita in acqua i batteri lo convertono in una forma chiamata metilmercurio. I pesci assorbono il metilmercurio dall’acqua in cui nuotano e e si cibano. Il metilmercurio si lega strettamente alle proteine ​​nel muscolo del pesce e vi rimane anche dopo che il pesce è stato cotto. Quasi tutti i pesci e i molluschi contengono mercurio, ma i grandi pesci predatori ne accumulano più. Ecco perché quando i pesci predatori mangiano altri pesci – pesci che hanno assorbito mercurio, ne accumulano dell’altro. Il pesce predatore dunque ha più mercurio e tendono a anche a vivere più a lungo i pesci più piccoli, quindi ne accumulano quantitativi maggiori.

© Foto Getty Images

Il mercurio come influisce sulla gravidanza?460258363-315x360

Che cosa potrebbe accadere in gravidanza se si mangia pesce a alto contenuto di mercurio? Il metilmercurio attraversa la placenta e diversi studi dimostrano che l’esposizione ad alte concentrazioni di metilmercurio durante la gravidanza può compromettere la crescita del cervello del bambino e del sistema nervoso. I risultati possono essere lievi o gravi e secondo l’Environmental Protection Agency (EPA) potrebbero essere compromesse le abilità cognitive (come la memoria e attenzione), il linguaggio, le capacità motorie, e la vista. Done incinte, bambini e donne che allattano sono più vulnerabili ad alti livelli di mercurio. Gli esperti stanno ancora discutendo esattamente quanto il mercurio è dannoso, ma la maggior parte concorda sul fatto che sono da evitare per le donne incinte e i bambini piccoli pesci che accumulano alto contenuto di mercurio e che sono da limitare ma non da eliminare gli altri pesci. Detto ciò la Fondazione Veronesi invita a non fare allarmismo poiché:

basta non esagerare: bisognerebbe mangiarne almeno un chilo in sette giorni per superare il limite settimanale consentito (0,3 microgrammi per chilo di peso corporeo).

Perché non smettere di mangiare pesce?461876741-255x360

La maggior parte degli esperti concordano sul fatto che i benefici del consumo di pesce di solito superano i rischi. Spiega Agostino Consoli, professore di endocrinologia dell’Università di Chieti:

Il pesce è uno degli alimenti più sani della nostra dieta, perché ricco di omega-tre, per l’alto valore proteico nutrizionale e il basso contenuto di grassi. Quando inquinato, il pesce potrebbe non esprimere al massimo i suoi benefici sulla salute. Per questo è meglio scegliere quello di piccola taglia, come il pesce azzurro, ed evitare quello di grossa taglia, come il pesce spada: maggiori sono le dimensioni, e l’età, dell’animale e più probabilità esistono che il mercurio sia concentrato nelle sue carni.

I tre pesci più sicuri, come riferisce la Fondazione Veronesi sono:

Alici: ricchissime di Omega-3, la loro breve vita non da il tempo agli inquinanti di depositarsi nelle loro carni. Omega-3: 3.150 mg a porzione. Proteine: 25,2 g a porzione. Grado d’inquinamento: basso;
Trote: uno tra i pesci meno calorici che esistano, solo 118 calorie per etto. Omega-3: 1.396 mg a porzione.
Proteine: 30 g a porzione. Grado d’inquinamento: basso;
Halibut: una fonte inesauribile di magnesio, 28,5 mg ogni 150 g di pesce. Omega-3: 740 mg a porzione.
Proteine: 30 g a porzione. Grado d’inquinamento: basso;

fonte:  InformaSalus, Baby center, Fondazione Veronesi

 

 

Embargo della Corea del Sud al pesce di Fukushima

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La Corea del Sud vieta i prodotti provenienti dalla prefettura di Fukushima a causa della mancanza d’informazioni certe sull’acqua radioattiva fuoriuscita dalla centrale nucleare

Dopo le preoccupanti notizie degli scorsi giorni sugli altissimi livelli di radioattività delle acque marine nei pressi di Fukushima, la Corea del sud ha deciso quest’oggi, venerdì 6 settembre 2013, di vietare nel, proprio territorio, la produzione ittica proveniente dalla prefettura di Fukushima. Dopo l’incidente dell’11 marzo 2011, la Corea del Sud aveva già diminuito il consumo di pesci e crostacei, dopo che il Governo di Seul aveva limitato l’importazione di prodotti alimentari marini provenienti da Fukushima e dalle sette prefetture più vicine al luogo dell’incidente. Ora la proibizione concerne praticamente tutti i prodotti di questa natura.

L’inquietudine della popolazione è cresciuta a causa del fatto che centinaia di tonnellate di acqua contaminata dalle radiazioni stanno disperdendosi ogni giorno nel mare,

ha spiegato il Ministro degli Oceani e della Pesca coreano, Yoon Jinsook, che ha inoltre aggiunto che le informazioni fornite dal Giappone non permettono di sapere come la situazione andrà evolvendosi. A Tokyo, il portavoce del governo, Yoshihide Suga, ha avuto parole di biasimo nei confronti del provvedimento sudcoreano:

Le nostre norme di sicurezza sono strette, compresi i prodotti del mare, e si fondano sulle norme internazionali. Noi ci augureremmo che il governo sudcoreano agisse partendo da elementi scientifici.

Dalla centrale di Fukushima sono già sfuggite circa 400mila tonnellate d’acqua ricca di cesio, stronzio, trizio e alter sostanze radioattive. Questo volume aumenta di circa 400 tonnellate al giorno a causa delle infiltrazioni nei depositi in cui è stoccata l’acqua che ha il compito di raffreddare i reattori.

 

Fonte: Le Monde

 

Mercurio negli oceani: sotto accusa il carbone

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La contaminazione da mercurio potrebbe essere più estesa del previsto. Ad indicarlo è la scoperta che anche i microrganismi che vivono nell’oceano aperto, e non esclusivamente quelli delle coste, convertono il mercurio inorganico in una sostanza tossica che può essere assimilata dai pesci. Pubblicata sulla rivista Nature Geoscience, la scoperta si deve al gruppo coordinato da Joel Blum, dell’università del Michigan, e chiarisce in che modo il mercurio contamini il pesce in mare aperto. I ricercatori hanno infatti dimostrato che l’80% della forma tossica del mercurio presente nei pesci dell’Oceano Pacifico settentrionale, e chiamata metilmercurio, viene prodotta nelle profondità oceanica dai batteri che si cibano di materia organica. Per nutrirsi, i batteri scompongono la materia organica e trasformano il mercurio presente in essa nella forma tossica. Disciolto in acqua, il mercurio contamina la catena alimentare marina e arriva anche all’uomo, che lo assimila in particolare consumando pesci di grossa taglia, come pesce spada e tonno. Gli effetti sulla salute umana possono includere danni al sistema nervoso centrale, al cuore e al sistema immunitario. Particolarmente vulnerabile è il cervello in via di sviluppo nei feti e nei bambini. I principali responsabili dell’inquinamento ittico sarebbero i grandi impianti industriali di Cina e India, alimentati prevalentemente a carbone – una delle fonti d’emissione del mercurio – e soliti a scaricare nei corsi fluviali i prodotti di scarto della fabbricazione, senza alcuna attenzione alla tutela dell’ambiente. Il pesce così esposto al mercurio è in grado di transitare per migliaia di chilometri, con numerosi rilevamenti lungo le coste degli Stati Uniti occidentali e delle Hawaii. Il mercurio rilasciato dalle industrie scende nelle profondità dell’oceano si fissa al materiale organico, al plancton e diventa cibo per i pesci. La sostanza non è solo tossica per gli animali, ma anche per gli umani. Particolarmente preoccupanti sono poi le previsioni per il futuro. I dati indicano infatti che la quantità di mercurio negli oceani aumenterà nei prossimi decenni e, nel Pacifico in particolare, potrebbe raddoppiare entro la metà del secolo.

Fonte: il cambiamento

Esaurite le riserve di pesce italiane, da domani solo pesce importato

La quantità di pesce che è possibile pescare nei nostri mari in un anno si sarebbe esaurita e, secondo Ocean2012 (una coalizione di 217 Ong che si battono per una riforma del mercato e delle politiche ittiche europee) da domani sulle nostre tavole avremo solo pesce importato: ma sarà così?

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In termini di attività ittiche ecosostenibili infatti la quota di pescato italiana sarebbe già esaurita: il Fish Depandance Day quest’anno è domenica 14 aprile (ogni anno si riesce sempre ad anticipare un po’) e da domani, grazie alla pesca eccessiva ed ad una tutela degli ambienti marini troppo blanda, sulle tavole italiane dovrà esserci solo pesce d’importazione. L’Italia però non è l’unico paese ad aver consumato le proprie riserve ittiche: al 4 luglio prossimo infatti la questione riguarderà l’intero Continente, visto che saranno esaurite le scorte europee.

Le scorte nazionali si esauriscono sempre prima, costringendo materialmente i consumatori a dipendere dalle importazioni di pesce per il proprio fabbisogno. Per l’Italia il grado di autosufficienza e’ sceso dal 32,8% al 30,2% negli ultimi due anni. E nonostante un consumo leggermente inferiore, il nostro Paese e’ di fatto sempre più dipendente dal pesce proveniente da acque non-europee. L’Italia rimane dipendente dal pesce extracomunitario per sostenere circa il 70% dei suoi consumi

scrive Ocean2012, spiegando che l’”autonomia ittica” italiana è di soli 104 giorni l’anno: maluccio per un Paese che se non fosse per la catena alpina sarebbe completamente circondato dal mare. L’annuncio di una più forte attività di pressione sui membri dell’Unione per una riforma seria, pragmatica e sostenibile riforma del sistema ittico continentale (dalla pesca alla commercializzazione) è stato dato lo scorso 12 aprile su Twitter dalla stessa Ocean2012:

Il caso italiano è, in tal senso, emblematico : 8.000km di costa malgestiti, violentata fino a renderla spopolata o fortemente inquinata: viene in mente, ad esempio, il lampante “caso Taranto”, nel cui mare sono stati proibiti l’allevamento e la raccolta dei mitili perchè contenti diossina, o le coste tirreniche, interessate da una morìa di delfini senza precedenti nella recente storia nazionale (e senza una spiegazione ufficiale). Insomma, il mare nostrum si va lentamente spopolando, complici però anche le aziende ittiche extracontinentali, come i giapponesi che dopo aver spopolato di tonni i mari nipponici si sono buttate sul tonno rosso del Mediterraneo, di cui in estremo oriente vanno ghiottissimi. Quello del consumo di pesce è infatti un problema sempre più macroscopico: al di là delle singole culture, e dei gusti culinari degli abitanti del pianeta Terra, l’immagine che si delinea dalle parole di Serena Maso, coordinatrice nazionale di Ocean2012, di “umano” ha davvero poco:

La popolazione mondiale cresce, il consumo di pesce pro capite aumenta (+3,6% l’anno) e i pescherecci diventano sempre più potenti. Si pesca perciò troppo, a un ritmo più veloce del tasso di riproduzione degli stock ittici. L’Ue ha il dovere di assumersi l’impegno di porre concretamente fine alla pesca eccessiva entro il 2015 al fine di poter recuperare gli stock ittici entro il 2020.

In una lettera pubblica dunque, un vero e proprio appello, le 217 Ong di Ocean2012 chiedono al Parlamento europeo di ripristinare gli stock ittici europei entro il 2020 e la fine della pesca eccessiva entro il 2015: solo in questo modo l’Europa potrà salvare i propri ambienti marini, sempre più spopolati. Ma non è l’unica posizione riformista in materia di mercato ittico: anche Europêche (un’organizzazione europea di pesca industriale) ha diffuso in Europa la propria posizione in materia, molto poco dissimile da quella di Ocean2012. La parola passa a Strasburgo.

Fonte:  Ocean2012

 

Dieta vegana e dieta mediterranea consigliate per controllare il diabete di tipo 2

Una svolta alimentare basata sulla dieta vegana per chi ha il diabete di tipo 2 viene proposta della Asl di Milano come protocollo rivolto a 1100 medici che dovranno poi estenderlo ai loro pazienti. ovviamente diventa importante anche sostenere l’alimentazione con il corretto e costante esercizio fisico.

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Il documento si chiama p-PDTA ovvero Percorso Preventivo Diagnostico Terapeutico Assistenziale del paziente affetto da diabete mellito di tipo 2 ed è un protocollo che viene aggiornato da un gruppo di medici di medicina generale, rappresentanti dell’Asl di Milano e diabetologi di vari ospedali e importanti istituti milanesi come il Niguarda, Istituto Auxologico, Casa di cura San Pio X, Policlinico, San Paolo e serve a fornire ai medici prima e ai pazienti poi le linee guida per una corretta gestione del diabete di tipo 2. Ebbene in questa recente versione messa a punto alla fine del 2012 si riscontra il consiglio di rivolgere i pazienti con diabete di tipo 2 verso la dieta vegana attraverso il volume di ricette Scacco al diabete con un pizzico di fantasia in cui sono suggerite preparazioni con soli ingredienti vegetali, soia e legumi. Il primo passo riguarda la perdita di peso ponderale, fondamentale per normalizzare glicemia, emoglobina glicata e steatosi epatica che in taluni casi porta anche alla regressione del diabete. La dieta mediterranea anche è considerata valida a patto che sia come originariamente proposta, ovvero:

ricca di verdura, frutta fresca e secca oleosa, cereali integrali, legumi e semi, olio di oliva; moderatamente ricca di pesce e con latticini consumati soprattutto in forma di yogurt; ma povera di carne, soprattutto rossa e trasformata, e di grassi saturi e trans (acidi grassi industrialmente idrogenati presenti in prodotti da forno e fritture industriali e dei fast-food); e ancora povera di zuccheri e bevande zuccherate.

La dieta vegana dunque viene contemplata poiché:

In studi specificatamente disegnati per testare queste ipotesi, un’alternativa che si è dimostrata mediamente più efficace e gradita, non richiedendo imposizioni di restrizioni caloriche, è rappresentata da una dieta vegana basata unicamente su cibi vegetali, o da una dieta vegetariana a basso indice glicemico. Le diete vegetariane- hanno prevenuto o migliorato il diabete.

Il confronto tra una dieta tradizionale per diabetici e la dieta vegana è stato scientificamente misurato e ha vinto la dieta vegana:

Le due diete hanno dato miglioramenti ma quella vegana maggiori risultati clinici e accettabilità e dovrebbe costituire la prima scelta. La buona accettazione rispetto alle diete classiche, legata al consumo a volontà, dovrebbe incoraggiare a proporre attivamente questo modello alimentare, a partire dai circa 70 pazienti diabetici, in gran parte sovrappeso e obesi, che un medico di medicina generale ha ogni mille assistiti.

Fonte: Sindacato medici italiani