Dal parapendio al butterflywatching, nuovi modi per scoprire la biodiversità

Oltrepò Outdoor Experience è un insieme di proposte di attività all’aria aperta sostenute dal progetto AttivAree con un minimo comune denominatore: scoprire in modo lento ed ecologico l’incredibile patrimonio di biodiversità che caratterizza l’Oltrepò Pavese. C’è chi preferisce scoprire il territorio immergendovisi, attraversandolo con il passo allenato del trail runner, respirando l’aria dei boschi e percorrendo i lunghi sentieri montani e collinari di questa fetta d’Italia tanto sconosciuta quanto affascinante.

A lui o lei è rivolto l’invito di Federico di Oltrepò Trail, associazione nata «per incentivare le persone a fruire del territorio in un modo un po’ inusuale: la corsa in montagna». Volete risparmiare fiato e godervi il paesaggio dell’Oltrepò ancora più lentamente? Niente paura! Oltre che di trail running, Federico è anche istruttore di nordic walking. Ma c’è anche chi la Natura preferisce ammirarla dall’alto. Proprio così: vi poterete librare a centinaia di metri d’altezza e sorvolare la campagna pavese come una poiana. Non un uccello a caso, visto che questo rapace è uno dei simboli dell’Oltrepò Pavese e dà anche il nome al locale club di parapendio. Il volo libero è un modo alternativo e certamente affascinante per visitare una delle culle della biodiversità europea. «Ho sempre tenuto molto a questo territorio – ci confida Lucia del club Le Poiane d’Oltrepò – e sono stata piacevolmente colpita dal progetto Oltrepò(Bio)diverso. Credo che quando si fanno delle azioni concrete valga davvero la pena seguirle e dare il proprio contributo».

Già, perché queste esperienze turistiche e sportive sono unite da due aspetti. Il primo, naturalmente, è che consentono di esplorare da nuove prospettive un territorio intrigante come quello dell’Oltrepò. La seconda è che sono sostenuti dal progetto Oltrepò(Bio)diverso, portato avanti da Fondazione Cariplo con il sostegno di numerose realtà locali nell’ambito del programma AttivAree, dedicato alla riscoperta e alla rivitalizzazione delle zone marginali del nostro paese. Ma torniamo alle outdoor experiences fra cui può scegliere chi vuole avventurarsi in Oltrepò. Non siete degli sportivi e preferite una passeggiata fra i filari sorseggiando un bicchiere di buon vino? Ancora una volta, questo è il posto giusto per voi! Giacomo, della cantina Torre degli Alberi, ci racconta un progetto che lega a doppio filo il turismo enologico con quello naturalistico: «ViNO – Vigneti e Natura in Oltrepò è volto a tutelare la biodiversità nei vigneti di questa zona. Ciò avviene in particolare attraverso il monitoraggio delle farfalle e di alcune specie di uccelli e la preservazione del loro habitat». Ma le vere regine dell’Oltrepò sono loro. Con ali delicate e variopinte volano da un fiore all’altro portando alta la bandiera della biodiversità, che qui si manifesta in maniera dirompente. L’Oltrepò è infatti la casa di più di 120 specie di farfalle, come ci ricorda Francesco Gatti, dell’associazione IOLAS.

«Il progetto Oltrepò(Bio)diverso, all’interno del programma AttivAree, ha individuato sei siti di particolare pregio nei quali il visitatore può apprezzare questa incredibile varietà grazie anche al supporto di pannelli informativi che lo accompagnano lungo i percorsi», spiega Francesco. Il butterflywatching infatti può essere davvero una risorsa importante nell’ambito dell’eco-turismo, alla portata di tutti e adatta a grandi e piccoli.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/parapendio-butterflywatching-scoprire-biodiversita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Educare, il primo passo per riattivare un territorio

Uno sguardo ai progetti educativi più interessanti sostenuti da Oltrepò(Bio)Diverso, il programma di Fondazione Cariplo che – nell’ambito del progetto AttivAree – ha l’obiettivo di rivitalizzare l’Oltrepo’ Pavese, una delle tante aree marginali del nostro territorio.

«Il domani si costruisce oggi», ci ha detto Giorgio Boatti quando lo abbiamo incontrato in Oltrepo’ per farci raccontare una delle tante iniziative che stanno consentendo a questo bellissimo territorio di rialzare la testa dopo anni di oblio. Ma se il futuro è stretto nelle mani dei nostri bambini e ragazzi, è oggi nostro compito prepararli educandoli alla sostenibilità, alla libertà, al rispetto e alla creatività. Proprio in questa direzione va il programma Oltrepò(Bio)Diverso, voluto da Fondazione Cariplo per dare nuova vita a una delle culle della biodiversità italiana.

Vogliamo raccontarvi tre progetti, quelli che in maniera più forte e chiara comunicano il senso di questa missione e la connettono saldamente con un’altra missione – quella educativa – che fra queste valli ha assunto un significato particolare. Siamo a Varzi. Qui le prime due classi del locale istituto comprensivo sono a indirizzo montessoriano (qui il programma della presentazione che si terrà il 12 gennaio). Il metodo di Maria Montessori – una delle educatrici più influenti della storia della scuola – si fonda sulla libertà di espressione e sullo stimolo della creatività dei bambini. «È una scuola a misura di bambino», spiega Federica Lazzati, una delle insegnanti. «L’ambiente è strutturato a isole dove loro possono lavorare insieme. Noi dobbiamo osservarli e partire dal presupposto che l’artefice del percorso di apprendimento è il bambino stesso».

Affinché questo metodo sia efficace e dia i frutti immaginati da Maria Montessori, bisogna ovviamente che gli educatori siano preparati nel migliore dei modi. Questo a Varzi è stato possibile grazie a un corso interamente finanziato da Fondazione Cariplo attraverso Oltrepò(Bio)Diverso ed erogato dalla Fondazione Montessori Italia. Si è trattato di un passaggio fondamentale, perché diventare insegnanti montessoriani è difficile: «Bisogna fare un grande lavoro su sé stessi, mettersi in discussione», aggiunge Federica. Ma cultura ed educazione non si fanno solo nelle aule di scuola. Spesso viaggiano… su ruote! È il caso del Bibliobus, che da sempre fra le sue fermate storiche annovera la scuola elementare di Varzi. Quando il Bibliobus arriva i bambini salgono e scelgono un libro, per poi restituirlo dopo un paio di settimane. Il progetto esiste dal 2004 ed è portato avanti da Alberto Cau. Ma l’iniezione di risorse resa possibile dal programma Oltrepò(Bio)Diverso è stata fondamentale e si è legata in particolare a un’idea per promuovere l’eccellenza naturale del territorio. 

«È nata una biblioteca – spiega Alberto – dedicata al tema della biodiversità. Per ogni libro ci sono quattro copie, che vanno ai due Bibliobus che circolano in Oltrepo’ e alle due biblioteche di Santa Maria della Versa e Varzi, i due centri che rappresentano le due zone collinari in cui è diviso l’Oltrepo pavese. Questi libri ci danno tantissime opportunità in più».

Ci spostiamo infine a Serra del Monte, piccola frazione di Cecima. Dal 2008 questo centro ospita un osservatorio astronomico con planetario realizzato grazie ai contributi di Fondazione Cariplo e Comunità Montana. «Dopo tanti anni questa struttura ha la necessità di espandere i suoi spazi», ci racconta Massimo Rigoni, presidente della società cooperativa Teti. «Ci sono tantissime scuole che ci chiedono di venire a fare un’esperienza da noi». 

Da poco è stata inaugurata la struttura sorta negli edifici che una volta ospitavano la scuola elementare del borgo. L’obiettivo? Accogliere di nuovo bambini e ragazzi proponendo loro percorsi formativi come esperienze in planetario, scuola di astronomia e visite naturalistiche nei boschi attorno all’osservatorio. 

«In un programma intersettoriale come AttivAree le azioni sull’educazione rappresentano un tassello importante accanto a quelle dedicate alla ricerca applicata, alla conoscenza e cura del territorio e delle sue produzioni e all’attivazione di servizi di welfare», conclude Lorenza Gazzerro di Fondazione Cariplo. «Qualificare l’offerta educativa e culturale dell’Oltrepò pavese contribuisce a trattenere gli abitanti, trasmettendo ai residenti il valore del proprio territorio e facendo crescere le nuove generazioni consapevoli delle sue potenzialità e capaci di trasmetterle e comunicarle anche all’esterno».

Fonte : http://www.italiachecambia.org/2018/12/educare-primo-passo-riattivare-un-territorio/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Orti sociali per coltivare le diverse abilità e sradicare gli stereotipi

Un’esperienza di lavoro, di sana vita e di gruppo e soprattutto un’occasione di crescita personale. I ragazzi del Centro Diurno Disabili di Voghera raccontano la loro esperienza a contatto con la terra nell’ambito del progetto “Orti Sociali di Voghera” promosso dalla rete Agricoltura Sociale Lombardia. La rete Agricoltura Sociale Lombardia dà voce ad alcune storie di riscatto rese possibili grazie alle esperienze di inclusione concretizzate attraverso l’agricoltura sociale. L’ultimo report parla di ben 1.967 persone con svantaggio che attraverso la rete regionale hanno trovato un’opportunità di riscatto. Di queste 1.096 sono disabili e coinvolte a vario titolo nelle attività agricole. Approdando sul territorio pavese brilla una testimonianza particolarmente speciale perché in grado di scardinare numerosi luoghi comuni sulla disabilità senza edulcorazioni ma con il solo ingrediente dell’esperienza diretta a contatto con la natura, i suoi ritmi e non da ultima la sua bellezza. Tutto accade nell’ambito del progetto “Orti Sociali di Voghera” – appartenente alla rete regionale ASL – della Fattoria sociale Baggini che si mette in sinergia con il Centro Diurno Disabili di Voghera.

Da questo intreccio virtuoso scaturisce l’intento di coinvolgere cinque giovani con disabilità intellettiva e motoria in un’attività di orto sociale. Un’esperienza partita a metà ottobre 2018 e che sta prendendo sempre più quota sul fronte dei risultati come racconta Elisa Castelli, una delle referenti del progetto oltre che educatrice del centro gestito dalla cooperativa onlus Marta: “Abbiamo ideato questa iniziativa formativa con un obiettivo ben chiaro: volevamo portare i ragazzi fuori dalle mura protettive e abitudinarie del centro per metterli a contatto con qualcosa di nuovo. Desideravamo trasmettere loro la percezione di non essere più solo dei fruitori di aiuto ma di poter diventare loro stessi dei portatori di una vera e propria ‘cura’ nei confronti di qualcosa che ha bisogno di essere seguito con motivazione, attenzione e pazienza. Nell’orto imparano che bisogna seminare bene ora per raccogliere frutti più avanti”. 

“Un’altra bella esperienza agli Orti Sociali di Voghera – evidenzia Moreno Baggini, responsabile del progetto omonimo e coordinatore del territorio pavese per la rete ASL – Si tratta di un modello di intervento innovativo studiato dal CDD di Voghera che recupera l’elemento storicamente inclusivo che è innato in agricoltura e che spesso garantisce ottimi risultati dal punto di vista terapeutico e del reinserimento sociale. Grazie alle educatrici del CDD e all’orto-terapista Emanuele Carcò i ragazzi coinvolti stanno avendo opportunità per fare le loro prime esperienze di lavoro e sana vita di gruppo ma anche e soprattutto esperienze di vita e crescita personale”.

Diverse abilità in campo

I giovani coinvolti – di età compresa tra i 30 e i 35 anni, di cui quattro ragazzi e una ragazza – in passato hanno già maturato esperienze di cura delle piante nell’ambito del servizio del centro. “L’entusiasmo era tale che volevamo replicarlo in un luogo diverso dove poter sperimentare nuove relazioni e mansioni che consentissero la scoperta di competenze” spiega Elisa Castelli.  

La terra come base di inizio per una nuova esperienza di formazione. Una volta a settimana per circa due ore i ragazzi del CDD di Voghera imparano i rudimenti del mestiere grazie alla guida dell’orto-terapista della fattoria Baggini che mostra i vari passaggi da eseguire. Vengono utilizzati diversi attrezzi, tranne gli strumenti a motore, ed eseguite operazioni che richiedono concentrazione, come conferma Elisa: “Recentemente abbiamo, ad esempio, tolto tutte le piante di pomodori per lasciare spazio alle fragole che arriveranno a primavera. Un bell’esercizio di cura e attesa da parte dei nostri ragazzi che hanno anche usato la vanga. Tutto questo insieme a noi educatori perché svolgiamo tutti i medesimi compiti senza differenze”.  

Un’esperienza che ha destato interesse, gratificazione ed entusiasmo negli stessi ragazzi. “All’orto mi diverto con Riccardo che mi insegna cosa fare” racconta ad esempio Alessandro che partecipa all’attività. “Andare a lavorare con i miei compagni è bello” commenta Luca, confermando le impressioni del suo collega. “Mi piace molto fare l’orto e raccogliere le verdure, oggi ho portato a casa i finocchi” sottolinea Alberto che ha potuto toccare con mano la soddisfazione di vedere i risultati del proprio impegno. “È bello prendersi cura di qualcosa… poi lo mangi e sei contenta!” riflette Chiara con entusiasmo a questo proposito.

Stereotipi da sradicare, capacità da coltivare

Possiamo dire che l’orto sociale permette coltivare abilità nascoste? “Certamente – è la risposta convinta di Elisa – I benefici sono concreti e riscontrabili su vari livelli. Dal punto di vista relazionale ci si confronta con gli altri e si impara a lavorare insieme imparando a conoscere l’altro e rispettando i ritmi della natura. Saper attendere i risultati del proprio impegno senza fretta ma con pazienza è qualcosa di fondamentale e fortemente educativo. Accade così anche per noi operatori che ci confrontiamo con la disabilità, consapevoli che i risultati non arrivano subito ma che con l’impegno prima o poi ci saranno e questa è la più grande soddisfazione: dare tempo con fiducia”. 

Altro tassello importante è quello cognitivo soprattutto perché parliamo di persone con disabilità intellettiva: “Ogni ragazzo ha modo di contribuire secondo le capacità di cui dispone.  Il lavoro permette di acquisire autonomia e maggior responsabilizzazione in un contesto con ritmi tranquilli e adatti a questo tipo di fragilità. Inoltre la metodologia iniziale strutturata ad imitazione delle tecniche proposte dall’orto-terapista favorisce l’acquisizione di competenze e stimola la memoria potenziando l’aspetto cognitivo e riducendo nettamente le stereotipie che spesso assorbono i nostri utenti. Il contatto con la natura, i suoi cambiamenti e ritmi, migliora la percezione di se stessi”. 

Parliamo di luoghi comuni. Qual è lo stereotipo che questa esperienza di agricoltura sociale è finora riuscita a scardinare di più riguardo alla disabilità mentale? “Ha dimostrato che queste persone non sono bambini ma adulti e che al di là di giuste necessità di routine e attenzione familiari hanno diritto e possibilità di confrontarsi con nuove realtà e persone creando una vera e propria rete relazionale: aspetto importante per la vita di tutti noi. Perché uscire dagli schemi abitudinari ci permette di crescere”. 

Elisa, da educatrice, qual è la più grande soddisfazione derivata finora da questo progetto di orto sociale? “Vedere i nostri ragazzi felici e coinvolti in qualcosa che va al di fuori delle solite attività quotidiane. Siamo stati molto fortunati a trovare un ambiente piacevole e accogliente che li rende sereni e appagati, senza stereotipie o disagi. Il lavoro agricolo è davvero terapeutico: svela abilità”.

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2018/12/orti-sociali-coltivare-diverse-abilita-sradicare-stereotipi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Percorsi in bicicletta: da Milano a Pavia lungo il Naviglio Pavese

La più classica delle gite fuori Milano sulle due ruote.schermata-2016-04-15-alle-10-12-11

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Tra le gite fuori Milano che si possono fare in bicicletta, la più classica e la più adatta a un tranquillo week end primaverile è sicuramente quella che dal capoluogo lombardo porta fino a Pavia seguendo la pista ciclabile che affianca il Naviglio Pavese. Un tragitto ricco di storia, visto che il Naviglio Pavese nacque nel 1470 per esigenze commerciali e che, con una breve deviazione, questo è proprio il tratto che vi permetterà di ammirare le celebre Certosa di Pavia. Tra andata e ritorno, considerando una visita alla Certosa e un giro anche per Pavia, è una gita perfetta da portare a termine in giornata, con tempi che possono andare dalle 4 alle 6 ore.

Il percorso è lungo infatti 60/70 chilometri (dipende da se fate o meno la deviazione per la Certosa), sempre pianeggiante e sempre (con qualche breve interruzione) su pista ciclabile. Partendo da Milano, tra l’altro, il punto iniziale è uno dei luoghi più ricchi di fascino di tutta la città: la Darsena. Da lì, dovete solo recarvi sul Naviglio Pavese (è quello con i barconi per gli aperitivi), salire in sella e iniziare a pedalare, senza mai abbandonare il corso d’acqua che vi affianca.

Un giro in bicicletta è una fuga dalla tristezza. (James E. Starrs)

 

Il percorso inizia sulla sponda sinistra, ma allontanandovi verso la periferia e arrivando all’altezza dello svincolo per Famagosta, vi sposterete sulla destra. Prima di immergervi nel verde, arriverete in via Chiesa Rossa, dove conviene buttare un occhio alla Chiesa Rossa che dà il nome alla via e alla Conca Fallata, che con i suoi 4,8 metri di dislivello è l’opera di ingegneria idraulica più importante del Naviglio Pavese. La storia di questa conca è molto interessante, se volete approfondire questo è il link.

Procedendo, ci si immerge gradualmente nel verde del parco agricolo sud, attraversando Milano Fiori e Rozzano per poi incrociare Binasco e Casarile e uscire così dal parco. Arrivati dalle parti di Zibido San Giacomo si cambia nuovamente sponda, mentre il paesaggio diventa sempre meno urbano e attorno a voi si moltiplicano i campi e gli orti.

Nel momento in cui arrivate nel comune di Certosa di Pavia, dovrete fare una breve deviazione lungo viale Certosa per giungere, appunto, alla Certosa, un monumentale complesso storico edificato alla fine del XIV secolo per volere del signore di Milano Gian Galeazzo Visconti. Visti i due secoli che sono stati necessari per portarlo a compimento, il complesso incorpora in sé diversi stili, dal tardo-gotico al rinascimentale. È una delle opere più affascinanti della Lombardia: merita senz’altro la deviazione necessaria. Tornando sul percorso, manca ormai poco per l’arrivo a Pavia, destinazione finale di questa gita. Attraversata dal Ticino, Pavia è una classica città medievale della bassa Lombardia, ricca di vicoli, strade acciottolate e quartieri caratteristici come Borgo Ticino. Merita una visita anche il Ponte Coperto che si affaccia proprio sul Ticino. Per il ritorno a Milano, se per caso non ve la sentite più di pedalare, basta prendere il treno regionale, ce n’è circa uno all’ora e costa più o meno 4 euro. Quasi tutti i treni consentono anche il trasporto biciclette.

Fonte: ecoblog.it