The Great Reset, il futuro prossimo. Come la crisi del Covid potrebbe cambiare il mondo

Il World Economic Forum del 2021 sarà incentrato sul tema del “Great Reset”, un piano ambizioso di ristrutturazione dell’economia mondiale nell’era post-Covid-19 che potrebbe avere delle ripercussioni profonde sia a livello globale che per gli individui e le società. Cosa propone nel concreto il great reset e perché sta suscitando sospetti e timori? In questo lungo e approfondito articolo, Roberto Battista riflette sulla questione, analizzando opportunità e rischi potenziali che potrebbero derivare dall’applicazione di questo piano. Nel 2021 l’appuntamento del World Economic Forum, che di consueto apre l’anno a Davos, in Svizzera, verrà spostato a data da destinarsi, anche se dal 25 gennaio sarà aperto il forum digitale “Davos Dialogues” nel quale i principali leader mondiali condivideranno pubblicamente le loro opinioni sullo stato del mondo. Il tema di Davos sarà il “great Reset” (1) inteso a progettare un percorso di recupero condiviso e dare forma a radicali cambiamenti nell’era post-COVID-19. La definizione fu usata per la prima volta come titolo del libro “The Great Reset: How the Post-Crash Economy Will Change the Way We Live and Work” di Richard Florida (2), pubblicato nel 2010 in seguito alla crisi economica del 2008; il libro proponeva cambiamenti profondi che, partendo dall’economia, ristabilissero un equilibrio smantellato dal capitalismo neo-liberale che ha modellato il mondo negli ultimi decenni. Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum nel 1971, e Thierry Malleret partono dallo stesso concetto nel loro recente “COVID-19: The Great Reset” (3) che esamina i cambiamenti necessari ad uscire dalla crisi conseguente al covid e propone modelli di gestione della società alternativi a quelli esistenti e che proseguono idealmente il percorso indicato nel libro di Florida. Il testo di Schwab/Malleret intende fornire le basi e un filo conduttore per la discussione da tenersi a Davos e prospettare modi per fare della crisi un’opportunità di cambiamento positivo, necessario ad uscire dal vicolo cieco nel quale ci si trova attualmente. È importante considerare che l’analisi, molto dettagliata, di Florida si riferisce specificamente alla situazione degli Stati Uniti e risale a dieci anni fa, mentre quella di Schwab/Malleret adotta una prospettiva globale ed è di oggi.

Foto tratta dalla pagina Facebook del World Economic Forum

I media, a seconda della loro posizione politico-ideologica, hanno presentato il great reset principalmente in due modi antitetici (4). Uno vi intravvede la possibilità di radicali cambiamenti che portino a una maggiore attenzione per l’ambiente, una migliore distribuzione delle risorse e del capitale, una società più equa, solidale, pacifica e sostenibile. L’altro ne trae la visione apocalittica di un mondo snaturato dominato dalla tecnologia, dove gli uomini saranno solo degli accessori alle macchine che li governeranno con una dittatura globale, in un’ottica transumanista (5).

Qui cercheremo dunque di fare un po’ di luce sia sulle grandi opportunità che sui potenziali rischi dell’applicazione di questo concetto complesso, esaminandone gli elementi fondamentali, le possibili realizzazioni, e le conseguenze di queste.

Il reset si riferisce al sistema socio-economico che, con la cieca fissazione per il profitto a tutti i costi e a breve scadenza, ha causato la malfunzione del sistema capitalista e una reazione a catena di conseguenze negative su tutti i fronti della nostra presenza sul pianeta. In particolare individua una delle cause fondamentali del fallimento del sistema in uno scollamento profondo tra la realtà della produzione e quella delle necessità umane e l’astrazione del capitale speculativo basato su azzardi e bolle artificiali, un sistema basato sul debito (di individui e intere nazioni), sulla produzione di artefatti non necessari, sulla speculazione edilizia e finanziaria, sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e sulla ineguale ripartizione delle risorse. Da decenni economisti, sociologi, ambientalisti e scienziati di tutte le discipline, avvertono delle conseguenze nefaste di questo sistema e della interrelazione di elementi come il cambiamento climatico, la globalizzazione senza regole, il sistema finanziario selvaggio e il cattivo sfruttamento delle risorse. La politica, controllata dagli interessi delle multinazionali e dell’alta finanza, finora ha ignorato questi avvertimenti illudendosi di poter demandare alle prossime generazioni la soluzione dei problemi insorgenti. Le varie crisi economiche che si sono succedute con sempre maggior frequenza e intensità sono state affrontate con metodi adatti ad un passato che non esiste più. La tesi principale del libro di Florida è che, dopo la crisi del 2008, non era più possibile nascondere la testa sotto la sabbia e applicare nuovamente i metodi consueti per far riprendere l’economia, era ormai indispensabile riconsiderare il sistema nel suo insieme, prendere atto delle evidenze presentate dagli esperti e considerare un approccio radicalmente diverso. Come sappiamo questi avvertimenti non sono stati presi in considerazione, e la crisi causata dal covid ha messo in luce tutte le falle, ormai conosciute, di un sistema che non ha più ragione d’esistere.

Ogni crisi fa delle vittime, e il più delle volte queste sono principalmente tra gli individui più vulnerabili della società. Ogni crisi, storicamente, ha però anche dimostrato la capacità creativa degli esseri umani di reinventarsi, e mediamente nel passato questo cambiamento ha richiesto circa 30 anni. Secondo quella teoria oggi ci troveremmo a metà della transizione tra il sistema andato in crisi e quello che lo sostituirà.

La crisi del covid pare avere le caratteristiche per costringere chi detiene il potere a riconsiderare metodi e strutture sociali dalle radici. Questo non perché i potenti siano diventati più saggi e umani, ma semplicemente perché lo scossone questa volta è stato troppo grande per essere assorbito. I mercati finanziari hanno perso fino al 40% del loro valore, si stima che la perdita totale causata dal covid si aggiri intorno agli 8.5 triliardi (come non pensare ai fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni?) e per quanto alcune aziende e individui abbiano beneficiato della crisi guadagnando alcune centinaia di miliardi, questi sono insignificanti nel quadro generale e nella prospettiva futura, non solo immediata ma a lungo termine. Nell’analisi di Florida questo è il terzo reset dell’era moderna. I tre hanno una serie ben chiara di punti in comune. Il primo fu quello che seguì la drammatica crisi del 1873 e il secondo quello della grande depressione del 1929. Entrambi furono il risultato di azzardate speculazioni finanziare e immobiliari, di una accumulazione del capitale nelle mani di pochi e dello scollamento tra valori reali e valori percepiti. Nei due casi la crisi perdurò per anni nei quali la stagnazione dell’economia portò alla perdita di milioni di posti di lavoro, il fallimento di grandi imprese, i tentativi insensati di ripristinare l’ordine preesistente tramite interventi di soccorso agli istituti finanziari. In entrambi i casi però il periodo vide lo svilupparsi di nuove tecnologie, infrastrutture, modi di vivere e lavorare che finirono per convergere nella creazione di nuovi meccanismi sociali ed esplosero poi nei decenni successivi con il conseguente profondo cambiamento dello stile di vita delle popolazioni. Le condizioni attuali sono in gran parte una ripetizione degli stessi meccanismi, e l’assunto è che un terzo reset sia inevitabile e auspicabile, porterà a dei profondi cambiamenti della società, passerà attraverso un periodo difficile nel quale i settori più deboli patiranno pesanti conseguenze, ma risulterà in un generale miglioramento della qualità della vita e in un totale cambiamento della realtà del pianeta. L’analisi di Schwab/Malleret parte da dove Florida aveva lasciato e sviluppa il concetto in modo sistematico e pragmatico alla luce delle conseguenze del covid, del cambiamento climatico, del cattivo sfruttamento delle risorse naturali, della distorsione dei mercati finanziari e della crescente disuguaglianza sociale. Prendendo atto di questi elementi e del loro significato per la sopravvivenza sul pianeta, Schwab e Malleret analizzano e mettono in relazione tra di loro gli elementi necessari ad un nuovo grande reset, facendo un quadro organico della sequenza di cambiamenti e della loro interdipendenza. Alcuni di questi avranno ripercussioni profonde sulla vita di tutti, e questo spaventa molti, i critici della teoria prevedono uno scenario apocalittico, di stampo Malthusiano e transumanista, che vedrà il mondo comandato da un’oligarchia tecnocratica e popolato da un’umanità controllata in un mondo Orwelliano.

Cosa propone dunque il great reset per affrontare la problematica e come?

Innanzitutto tre aree di intervento fondamentali. La prima è un ripensamento dei principi dei mercati finanziari, spostando l’attenzione dagli interessi degli shareholders (azionisti) a quelli degli stakeholders (tutti coloro interessati dalle conseguenze delle scelte macroeconomiche) in una prospettiva di green economy e sviluppo sostenibile (5). Questo richiede un intervento coordinato dei governi per imporre una tassazione più equa, accordi sul commercio internazionale e sulle regole che riguardano il rispetto dell’ambiente più stringenti, rimozione dei sussidi ad industrie inquinanti e alle istituzioni finanziarie, assoggettandole a regole intese per il bene comune piuttosto che per il puro profitto, regole su copyright e competitività che non favoriscano i monopoli, ribilanciamento dei compensi e contratti di lavoro tenendo presente che la pandemia ha rivelato inequivocabilmente come i lavoratori più essenziali sono anche i meno pagati.

La seconda prevede che i grandi investimenti dei governi siano soggetti ad uno scrutinio che ne garantisca la sostenibilità ambientale e sociale, in favore di benefici globali (geograficamente e socialmente) piuttosto che interessi nazionali e di classe, con l’intento di creare un nuovo sistema che sia più resiliente, equo e sostenibile nel futuro, privilegiando infrastrutture ecosostenibili ed esigendo dalle industrie una diretta responsabilizzazione per quanto riguarda l’ambiente, i lavoratori e i rapporti tra interessi pubblici e privati. La terza è di fare pieno uso della quarta rivoluzione industriale (6) mettendo le nuove tecnologie al servizio dell’interesse comune, migliorando la cooperazione tra università e centri di ricerca, condividendo scienza e tecnologia in modo da moltiplicarne i benefici con particolare attenzione a educazione, salute pubblica, ambiente ed equità sociale. Quello che il great reset propone da un punto di vista di prospettiva economica è una combinazione di ESG (environmental social and governance), stakeholder capitalism, la cancellazione del debito delle nazioni, l’abbandono della metrica basata sul PIL, una forma di reddito di cittadinanza universale e una forte incentivazione dell’economia circolare. Fin qui sembrerebbe tutto idillico.

Perché allora questo grande sospetto e timore diffuso riguardo al great reset?

I motivi ci sono, ed esaminando in dettaglio come si traducono i principi appena descritti è facile immaginare come la loro applicazione, tutt’altro che agevole, incontrerà prevedibili forti opposizioni e potrebbe essere in vari modi presa in ostaggio o manipolata. Settori come bioingegneria, fisica quantistica, naotecnologie, lo sterminato campo di applicazioni di Io T (the Internet of Things) e gli sviluppi dell’intelligenza artificiale stanno convergendo alimentandosi esponenzialmente con risultati sorprendenti, ma la potenza combinata di questi sviluppi dovrà essere messa al servizio dell’umanità e regolata con saggezza, se così non fosse le conseguenze potrebbero essere disastrose. L’incontro di Davos si propone di porre le basi per questo necessario esercizio di saggezza nello sfruttare le potenzialità di queste innovazioni che comunque cambieranno la nostra vita nel prossimo futuro, ma è un’utopia ingenua?

Le opposizioni da parte dei poteri in essere sono facilmente prevedibili, il great reset si basa su principi fondamentalmente “socialisti” anche se il WEF ha sempre fatto molta attenzione a non usare questo termine. I proponenti del piano però contano sul fatto che la combinazione degli effetti negativi sull’economia conseguenti al coronavirus e al cambiamento climatico rendano certi cambi di direzione indispensabili per la sopravvivenza stessa del sistema umano, cosa che nemmeno i più accaniti liberal-capitalisti potrebbero negare facilmente. Il diffuso e crescente malcontento, giustificato, delle popolazioni potrebbe tradursi in instabilità sociale, anche questa a detrimento degli interessi politici e finanziari. Sottointesa in questo piano però è una ben maggiore interferenza dei governi negli interessi privati, e una più grande cooperazione tra i governi, cosa che a molti fa pensare ad un futuro governo globale dai poteri illimitati e per di più probabilmente nelle mani di un’oligarchia tecnocratica. Questo preoccupa sia i capitalisti che vedrebbero ampiamente limitata la loro libertà di azione, che tutti coloro che sono istintivamente sospettosi verso qualsiasi governo centralizzato.

Un altro elemento che preoccupa molti è l’aumentata dipendenza da sistemi informatici.

Si pensi alla digitalizzazione di gran parte dei servizi, al trasferimento su cloud di larga parte del patrimonio intellettuale umano, all’eliminazione del denaro in favore di transazioni digitali e il quasi totale accesso (quindi potenzialmente controllo) al privato degli individui conseguente a questa dipendenza dal digitale. Non trascurabile è il fatto che cambiamenti nel sistema produttivo significano anche la necessità di nuove conoscenze specializzate, che escluderanno dal mercato del lavoro intere sezioni della popolazione che sono totalmente impreparate per un’economia digitale fondata su tecnologie avanzate, quindi opposizione verrà anche da tutte quelle organizzazioni, come i sindacati, che vorrebbero proteggere il lavoro tradizionale, anche quando questo non ha più valore e significato. In questo senso il great reset pone anche molta attenzione sulla necessità di aggiornare i metodi educativi e allargare l’accesso all’istruzione avanzata anche a quei settori della società che finora ne sono stati generalmente esclusi; questo sarebbe da ottenere con un investimento dei governi nell’offrire educazione di qualità estesa a tutti i giovani, oltre a prevedere progammi di re-training e riqualificazione per aggiornare le conoscenze della forza lavoro esistente adeguandola alle nuove necessità.

La tutela dell’ambiente e la razionalizzazione dello sfruttamento delle risorse e della produzione alimentare sono altri punti chiave del great reset.

Questi sarebbero da ottenere ad un prezzo che molti sono stati finora restii ad accettare, anche in questo senso sarebbe necessario un ruolo più rilevante dei governi nel forzare da un lato le industrie a rinunciare ai profitti che derivano oggi da attività inquinanti e distruttive e dall’altro di convincere le stesse industrie ad investire in metodi e tecnologie alternative per raggiungere un punto di equilibrio sostenibile e proficuo nel futuro, mettendo in atto i principi del Green New Deal e dell’Agenda 2030 (7) delle Nazioni Unite. Il copyright industriale com’è concepito oggi paralizza vari settori produttivi e, nel caso specifico delle industrie farmaceutiche, impedisce a intere aree del mondo di svilupparsi. Il reset rivedrebbe tutte le regole del copyright, con particolare attenzione a quelle scoperte che sono di utilità universale, riducendo da un lato i profitti delle industrie che ora li detengono ma consentendo al contempo uno sviluppo più omogeneo, rapido e diffuso della società a livello globale. Per compensare le industrie della loro perdita nell’immediato i governi le dovrebbero rendere partecipi dei profitti futuri condivisi e dimostrare il potenziale di sviluppo nel tempo. I movimenti migratori dei prossimi decenni saranno di proporzioni mai viste prima. Perché questo non si tramuti in conflitto e sovraccarico insostenibile per le parti del mondo verso le quali il flusso migratorio si dirigerà è essenziale preparare un piano articolato e sovranazionale, che investa alla periferia per offrrire opportunità dove ora non esistono, diminuendo il numero di persone costrette a migrare, e allo stesso tempo preparando infrastrutture in quei luoghi dove è prevedibile che si diriga il flusso, oltre ad intervenire drasticamente per contrastare il cambiamento climatico che si prevede sarà la causa principale di future migrazioni di massa. Accordi internazionali solidi sono necessari per evitare quelle che nel prossimo futuro potrebbero essere guerre per il controllo delle risorse, in particolare l’acqua, che sarebbero devastanti. Il controllo di queste risorse non può essere demandato alle singole nazioni né tantomeno a degli interessi privati (ormai famoso è il discorso del CEO della Nestlé sul diritto alla privatizzazione dell’acqua). Visti i limiti dimostrati dalle organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, che idealmente avrebbero dovuto svolgere simili funzioni, questo nuovamente implica una qualche forma di governo sovranazionale che imponga gli interessi globali su quelli locali, che ci riporta nuovamente al timore di un vasto potere nelle mani di pochi, un concetto comprensibilmente inquietante. Uno dei fattori cruciali per la realizzazione del great reset è la diffusione capillare del sistema 5G (o meglio il già avanzato 6G).

Questo è uno degli elementi che trova maggior resistenza tra i critici del piano. La sempre più diffusa presenza di robot nella vita quotidiana, la diffusione di trasporti pubblici e privati senza guidatore, l’uso di droni, i sistemi di regolamento e distribuzione di energia, il controllo di edifici ad alta efficienza, la telemedicina e la chirurgia a distanza sono solo alcuni degli ambiti per i quali il 5G è essenziale; il dibattito sulla sicurezza e sugli usi del sistema deve dunque essere risolto affinché il great reset si possa realizzare e normative internazionali dovranno essere sviluppate rapidamente.

Future pandemie, e potenzialmente causate da virus molto più letali del covid, sono prevedibili e inevitabili, come risultato di deforestazione e sempre maggior invasione degli spazi naturali da parte degli uomini.

Questo significa che nell’era post-covid la salute pubblica, la prevenzione, la resilienza dei sistemi sanitari, l’accesso agli stessi per tutti i settori del pubblico (per evitare che le sezioni più vulnerabili siano le più colpite) saranno tutte priorità. Queste priorità implicano un più largo uso della tecnologia, e questo significa anche più monitoraggio e dunque più invasione della privacy. Sistemi solidi saranno quindi essenziali per evitare che questa invasione della privacy non diventi un’arma a doppio taglio, sfruttabile da alcuni come strumento politico e di profitto. Tutto ciò implica uno spostamento dell’attenzione dagli interessi di pochi al benessere di tutti, un grande e difficile passo da compiere. Un maggiore investimento nell’educazione, su misura per le nuove specialità emergenti, è un’altra parte fondamentale, che deve andare di pari passo con l’aumento delle retribuzioni per i lavori creativi nell’ambito di ricerca e innovazione così come in quello di arte e cultura, e una corrispondente riduzione delle retribuzioni nel campo della finanza che negli ultimi decenni ha sottratto dal mercato del lavoro, grazie ai compensi esorbitanti, una percentuale altissima dei giovani più specializzati e capaci. Sul piano teorico il great reset proposto dal WEF è ben articolato ed elaborato in un modo coerente che tiene presenti tutti i fattori necessari a risolvere dei grossi problemi urgenti e promette un miglioramento diffuso della società umana. Nella pratica la realizzazione di un tale progetto richiede la cooperazione di tutte le parti della società, al di là di classe, nazionalità, etnia, e una leadership illuminata ed estremamente competente. Se consideriamo l’esito di tutti gli accordi internazionali, come quelli sull’ambiente da Rio a Kyoto, da Copenhagen a Parigi, l’esperienza ci suggerisce che un piano di tale ambizione e universalità potrebbe realizzarsi solo se le condizioni di sopravvivenza fossero divenute così drammatiche da non lasciare alternativa.

La crisi del covid potrebbe forse essere l’evento giusto?

Ma anche se questo accadesse, se un accordo fosse raggiunto e poi rispettato dalla maggioranza degli aderenti, chi potrebbe garantire che la gestione successiva non si concentrasse nelle mani di pochi al di sopra di ogni controllo? Il beneficio in termini di benessere sociale, equa divisione delle risorse, ripristino dell’equilibrio ambientale verrebbero poi pagati con un appiattimento della società, una perdita di diversità e iniziativa personale? Ci si potrebbe davvero trovare in un comodo e sicuro pensionato per umani omologati?

A Davos voci che in passato erano marginali e largamente ignorate, come quelle di scienziati, ambientalisti ed ecologisti, riceveranno questa volta molta più attenzione da parte di leader di politica, industria e finanza, che si sono visti mancare il terreno sotto i piedi e che stanno affannosamente cercando vie d’uscita. Queste voci, combinate con il crescente malcontento delle popolazioni, un congelamento delle finanze, la rottura di catene produttive commerciali e l’innegabile fallimento di un sistema, potrebbero far si che l’inevitabile reset si tramuti in un’irripetibile opportunità di cambiamento positivo.

Immaginare un futuro diverso da ciò che si conosce è sempre difficile. Al momento della prima rivoluzione industriale i milioni di individui che lasciarono le campagne per trasferirsi a lavorare nelle industrie in città non avevano idea di che vita avrebbero condotto. Lo stesso si può dire per i drastici cambiamenti in stile di vita che si concretizzarono dopo la crisi degli anni ’30 del ventesimo secolo o dopo il secondo conflitto mondiale. Siamo oggi al crocevia di un nuovo cambiamento epocale che investirà tutti i settori e tutti i paesi. Il cambiamento avverrà comunque, è necessario e inevitabile. Sta a tutti noi far si che sia un cambiamento in positivo, e mai come oggi abbiamo i mezzi e le conoscenze per rendere questo possibile.

  1. https://www.weforum.org/great-reset/
  2. The Great Reset: How the Post-Crash Economy Will Change the Way We Live and Work – Richard Florida – Harper Business – 2010
  3. COVID-19: The Great Reset – Klaus Schwab and Thierry Malleret – ISBN Agentur Schweiz – 2020
  4. Sul web si trovano dozzine di articoli anche in italiano pubblicati recentemente sul soggetto, in massima parte esprimono un giudizio negativo e si allineano su un’ipotesi di complotto elitario per una dittatura globale.
  5. Tanto per citarne alcune, le critiche più accese al great reset portano titoli come “Pericolosi leaders marxisti spingono per un great reset per distruggere il capitalismo” (Sky News Australia) o “complotto contro Trump e il cristianesimo per restaurare il socialismo” (lifesitenews) ma, considerato che nel novero dei proponenti del great reset troviamo personaggi come il Principe Carlo d’Inghilterra e vari CEOs di colossi Hi-Tech, pare difficile immaginarli come pericolosi marxisti. Allo stesso tempo altri parlano di “l’agenda fascista dietro al Great Reset” e “Schwab e il suo grande reset fascista” (Winter Oak e bitcoin.com). Nella surreale lettera di Mons. Viganò a Trump il prelato si spinge fino a definire il great reset come il piano architettato dalle forze del male per la dominazione del mondo, con la complicità del “traditore” papa Francesco. Quindi ce n’è per tutti i gusti. Molte delle critiche però sembrano concordare sul fatto che il cambiamento climatico è una invenzione usata da questi (fascisti o comunisti) per prendere controllo del mondo con l’aiuto delle organizzazioni non governative e i movimenti (“fasulli e sponsorizzati”) come Fridays for Future.
  6. United Nations Sustainable development goals
  7. Klaus Schwab “The fourth industrial revolution”, World Economic forum 2016
  8. Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development

Approfondimenti sul sito ufficiale del World Economic Forum:

https://www.weforum.org/agenda/2020/06/now-is-the-time-for-a-great-reset/

https://www.weforum.org/great-reset

https://intelligence.weforum.org/topics/a1Gb0000001TNw7EAG?tab=data

Letture utili:

Time magazine ha dedicato il suo numero di ottobre al Great Reset

Frank M. Snowden “Epidemics and Society From the Black Death to the Present”, Yale University Press, 2019

Mariana Mazzucato “The covid 19 crisis is a chance to do capitaism differently”, The Guardian, March 18th 2020

Joseph E. Stiglitz “A Lasting Remedy for the Covid-19 Pandemic’s Economic Crisis”, New York Review of Books, January 8th 2020

Dani Rodrik “The Globalization Paradox – Why Global Markets, States, and Democracy Can’t Coexist”, Oxford University Press, 2012

David Quammen “We Made the Coronavirus Epidemic”, New York Times, January 28th 2020

European Commission “A European Green Deal”

https://greatreset.com prodotto da Purpose Disruptors, un network di professionisti nell’ambito di pubblicità e marketing che si definiscono uniti nell’intento di rimodellare il mondo della comunicazione per affrontare il cambiamento climatico.

Jeanne Smits – The Great Reset: i globalisti vogliono resettare l’economia post-COVID.

Note:
Esistono altri libri intitolati “The Great Reset” da non essere confusi col soggetto di questo articolo. Si tratta di due racconti di fantascienza di Jason Glunk “The Great Reset: A Human Livestock Dystopia” e “The Great Reset: A Scorched Earth Dystopia” e un libro di finanza di Yadunath S “The Great Reset: The Unfolding Bear Market and the Opportunity of a Lifetime”. Sul sito Strategic Intelligence del World Economic Forum si trova una documentazione ampia e dettagliata su tutti gli argomenti che fanno parte del great reset, incluse utili mappe interattive che consentono di esplorare l’interrelazione tra le sue varie componenti e la loro complessità con un criterio sistemico.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/12/the-great-reset-futuro-prossimo-covid-cambiare-mondo/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Gianni Tamino: «Cosa ci sta insegnando questa pandemia»

Coronavirus, un aggressore che arriva in conseguenza di un’alterazione degli equilibri ecologici e ambientali senza precedenti: è in sintesi quanto sostiene Gianni Tamino, docente emerito di Biologia generale all’Università di Padova, già deputato ed europarlamentare e oggi membro dei Comitati Scientifici dell’Associazione medici per l’ambiente- ISDE (International Society of Doctors for the Environment) e dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare.

Gianni Tamino: «Cosa ci sta insegnando questa pandemia»

Coronavirus, un aggressore che arriva in conseguenza di un’alterazione degli equilibri ecologici e ambientali senza precedenti: è in sintesi quanto sostiene Gianni Tamino, docente emerito di Biologia generale all’Università di Padova, già deputato ed europarlamentare e oggi membro dei Comitati Scientifici dell’Associazione medici per l’ambiente- ISDE (International Society of Doctors for the Environment) e dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo dell’Economia Circolare.

«L’obiettivo evolutivo di tutte le forme viventi è la propria riproduzione, per colonizzare l’ambiente di vita, obiettivo che entra in relazione, talora conflittuale, con lo stesso obiettivo riproduttivo di tutti gli altri organismi – spiega Tamino – da queste relazioni si sviluppano gli equilibri che caratterizzano gli ecosistemi e che pongono limiti alla crescita delle popolazioni e dei consumi di ciascuna specie. In ecologia si parla di carrying capacity (o capacità di carico) per spiegare che, sulla base delle caratteristiche di un ecosistema, gli individui di una popolazione non possono superare i limiti imposti dalle risorse disponibili. Un classico esempio per spiegare questo fenomeno è quello della relazione tra preda e predatore: alla crescita del numero di predatori corrisponde una diminuzione significativa del numero delle prede, che innesca – per scarsità di cibo – un conseguente calo anche dei predatori».

«Nel caso della popolazione umana si utilizzano concetti simili a quelli di carrying capacity ma con terminologie e metodi di valutazione un po’ diversi – prosegue Tamino – Si parla di “impronta ecologica”, cioè la misura del territorio in ettari necessario per produrre ciò che un uomo o una popolazione consumano. Questa analisi facilita il confronto tra regioni, rivelando l’impatto ecologico delle diverse strutture sociali e tecnologiche e dei diversi livelli di reddito. Così l’impronta media di ogni residente delle città ricche degli USA o dell’Europa è enormemente superiore a quella di un agricoltore di un paese non industrializzato, per cui sul pianeta un solo statunitense “pesa” più di 10 afgani».

«L’Overshoot Day è, invece, il giorno in cui il consumo di risorse naturali da parte dell’umanità inizia a superare la produzione che la Terra è in grado di mettere a disposizione per quell’anno: nel 2019 questo giorno è stato il 29 luglio. Dunque in circa sette mesi, abbiamo usato una quantità di prodotti naturali pari a quella che il pianeta rigenera in un anno. Il nostro deficit ecologico, pari a cinque mesi, provoca da una parte l’esaurimento delle risorse biologiche (pesci, alberi ecc.), e, dall’altra, l’accumulo di rifiuti e inquinamento, responsabile anche dell’effetto serra. Le attività umane stanno, dunque, cambiando l’ambiente del nostro pianeta in modo profondo e in alcuni casi irreversibile. Stiamo dunque superando, anzi abbiamo già superato i limiti delle capacità del pianeta di sostenere la popolazione umana e mettiamo a rischio la sopravvivenza di molte altre specie. L’attuale sistema produttivo industriale ed agricolo sta gravemente compromettendo anche la biodiversità del pianeta. Molte specie di animali e di piante sono ridotte a pochissimi esemplari e, quindi, in pericolo o, addirittura, in via di estinzione».

Tamino spiega ancora: «Le dimensioni e i consumi delle popolazioni umane sono variati moltissimo nel corso dei millenni, ma ogni volta che le risorse disponibili diventavano insufficienti, le popolazioni venivano ridimensionate, attraverso sistemi di autoregolazione. Fino a 12 mila anni fa la popolazione umana di raccoglitori e cacciatori, già presente in tutto il pianeta, per motivi di sostenibilità, cioè disponibilità di cibo, non superava probabilmente 1-2 milioni di abitanti, dato che ogni tribù doveva avere un ampio territorio di raccolta e di caccia e quel cibo costituiva il limite alla crescita. Si trattava di un sistema ben autoregolato e in equilibrio con il proprio ambiente; in qualche modo le società di allora potevano essere felici, perché utilizzavano quanto la natura offriva loro, senza un lavoro che occupava tutto il tempo di vita e quindi con tempi adeguati per le relazioni e per il riposo, come il mitico periodo dell’Eden».

«In seguito, in varie zone del pianeta, come nella mezzaluna fertile, in medio oriente, un importante cambiamento climatico, con riscaldamento globale, diffusione di animali e piante nelle regioni in cui il clima divenne più caldo e umido, favorì la cosiddetta rivoluzione neolitica, cioè l’agricoltura e l’allevamento. In tal modo i limiti della crescita demografica cambiarono perché, seminando piante e allevando animali, sullo stesso territorio si potevano sfamare fino a 1000 persone anziché 40-50, portando la popolazione ben oltre la dimensione di un paio di milioni. Tuttavia quando l’annata dava raccolti scarsi o quando la popolazione cresceva troppo, non restava altra via che la migrazione verso nuove terre da coltivare. Così pian piano questa nuova cultura si estese, a partire dall’Anatolia, a tutta l’Europa e, partendo da altre zone, a gran parte dell’Asia e parte dell’Africa. In tal modo la popolazione mondiale arrivò prima a decine, poi a centinaia di milioni di abitanti, già alcuni secoli avanti Cristo. Si stima che nell’Impero Romano, tra il 300 ed il 400 d.C., vivessero tra 60 e 120 milioni di abitanti; ma tale popolazione fu duramente colpita dalla cosiddetta Peste di Giustiniano, che portò a decine di milioni di decessi. In pratica quando, in base alle caratteristiche ambientali, climatiche, politiche e tecnologiche (capacità di produrre cibo), si superava il limite demografico per quel territorio, intervenivano fattori ambientali e sociali che riportavano la popolazione sotto il limite. Analogamente tra il ‘300 e il ‘600 scoppiarono varie epidemie, associate a carestie e guerre, come la peste decritta dal Manzoni ne “I promessi sposi”, e la popolazione europea subì periodiche drastiche riduzioni».

«Anche l’emigrazione ha costituito un elemento equilibratore dell’incremento demografico – prosegue il docente – La popolazione europea ha trovato, dopo la scoperta dell’America, nuove terre da coltivare, spazi da abitare, ricchezze da sfruttare, sottraendoli ai nativi che, oltre a essere massacrati, venivano debilitati da epidemie di malattie portate dai conquistatori. Oltre alle epidemie di peste già ricordate, nel corso della storia umana, anche recente, si sono succedute molte altre epidemie/pandemie, alcune collegate a guerre e carestie».

«Come abbiamo visto, epidemie e pandemie sono uno dei possibili meccanismi di controllo delle popolazioni, insieme a carestie, guerre e migrazioni: quanto più si superano i limiti della disponibilità di risorse del territorio, quanto più si altera l’ambiente di vita, tanto più facilmente uno o tutti insieme questi meccanismi entrano in funzione – dice ancora Tamino – La crescita della popolazione umana fino a più di 7 miliardi di abitanti, è stata resa possibile dalla Rivoluzione Industriale, che ha utilizzato enormi quantità di energia di origine fossile per attività impensabili in precedenza, non solo nell’industria, ma anche in agricoltura, con la cosiddetta Rivoluzione Verde. Tuttavia il cibo ottenuto potrebbe sfamare anche più di 7 miliardi di persone se venisse equamente distribuito e prodotto in modo sostenibile, ma una iniqua utilizzazione delle risorse, una crescente disparità tra pochi ricchi e molti poveri, una riduzione delle terre coltivabili a causa della cementificazione, la perdita di fertilità dovuta alle monocolture gestite chimicamente, l’inquinamento ambientale, l’alterazione del clima, danno origine a frequenti casi di carestie e di malnutrizione in ampie fasce della popolazione, soprattutto al sud del mondo».

«A partire dalla rivoluzione industriale abbiamo imposto un’economia lineare su un Pianeta il cui sistema produttivo funziona in modo ciclico. La conseguenza è una continua crescita dell’inquinamento e un cambiamento climatico sempre più minaccioso per il mantenimento degli ecosistemi e della biodiversità. Tutto ciò comporta la morte prematura di molti milioni di persone, ma anche un incremento di malattie cronico-degenerative, con conseguente indebolimento di tutta la popolazione, che risulta meno idonea a difendersi da altre malattie come quelle infettive. I cambiamenti climatici e la riduzione delle foreste con l’alterazione degli habitat di molte specie animali mettono sempre più facilmente a contatto animali selvatici con esseri umani, un contatto ancora più stretto quando questi animali vengono catturati per essere venduti in mercati affollati, rendendo più facile il salto di specie per i loro patogeni (si pensi al virus di ebola). Inoltre gli allevamenti, in particolare di polli e suini, con concentrazioni di molti capi in spazi ridotti, alimentati con mangimi contenenti antibiotici, favoriscono una forte pressione selettiva sui loro virus e batteri, che mutano velocemente verso ceppi e tipi più aggressivi anche verso la specie umana, come è avvenuto per l’influenza aviaria e suina. Un ulteriore contributo alla diffusione di agenti patogeni è dato poi dalla globalizzazione, che, grazie al frenetico trasferimento in ogni parte del pianeta di persone e merci, favorisce il passaggio da epidemie a pandemie».

La pandemia da Covid-19

«Dunque la nuova pandemia del virus Covid-19 era prevedibile e ampiamente prevista, se non proprio nei termini e nei tempi precisi, sicuramente come evento probabile – sostiene il docente – Già nel 1972, nel rapporto del MIT per il Club di Roma, dal titolo “I limiti dello sviluppo” si affermava che se la popolazione mondiale continuava a crescere al ritmo di quegli anni, la crescente richiesta di alimenti avrebbe impoverito la fertilità dei suoli, la crescente produzione di merci avrebbe fatto crescere l’inquinamento dell’ambiente, l’impoverimento delle riserve di risorse naturali (acqua, foreste, minerali, fonti di energia) avrebbe provocato conflitti per la loro conquista; malattie, epidemie, fame, conflitti avrebbero frenato la crescita della popolazione».

«Vi è poi il libro “Spillover” di David Quammen; egli stesso spiega in una recente intervista: “Nel 2012, quando il libro è stato pubblicato, ho previsto che si sarebbe verificata una pandemia causata da 1) un nuovo virus 2) con molta probabilità un coronavirus, perché i coronavirus si evolvono e si adattano rapidamente, 3) sarebbe stato trasmesso da un animale 4) verosimilmente un pipistrello 5) in una situazione in cui gli esseri umani entrano in stretto contatto con gli animali selvatici, come un mercato di animali vivi, 6) in un luogo come la Cina. Non ho previsto tutto questo perché sono una specie di veggente, ma perché ho ascoltato le parole di diversi esperti che avevano descritto fattori simili.”».

Come evitare pandemie future

«Il Covid-19 è una reazione (tra le altre) allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta e quindi per prevenire nuovi eventi simili dobbiamo ridurre le alterazioni dell’ambiente, come la perdita di biodiversità, l’alterazione degli habitat e i cambiamenti climatici, favorendo processi produttivi industriali ed agricoli basati sull’economia circolare, sostenibili, con ricorso a fonti energetiche rinnovabili – sostiene Tamino – Già pochi mesi di blocco dei movimenti delle persone e di parziale riduzione di attività produttive hanno portato a un netto miglioramento della qualità dell’aria sia in Cina che in Italia (soprattutto nel Veneto): questo dato va colto non come futura necessità di impedire la circolazione delle persone e delle merci o di non produrre beni necessari, bensì di ripensare i trasporti e le produzioni industriali ed agricole, in particolare ridurre gli allevamenti animali: attualmente vi sono nel mondo 1,5 miliardi di bovini, 1 miliardo di suini, oltre 1,5 miliardi di ovini e caprini e circa 50 miliardi di volatili. La massa degli animali allevati è ben maggiore di quella di tutti gli esseri umani, con enormi sprechi di cibo, forte inquinamento e forte aumento di virus e batteri che possono fare il salto di specie. Inoltre l’abuso in zootecnia di antibiotici è responsabile anche dell’aumento di batteri resistenti agli antibiotici, vanificando uno degli strumenti a nostra difesa da queste infezioni. Oltre a nuove pandemie virali, il futuro potrebbe riservarci una diffusione pandemica di nuovi batteri resistenti ad ogni trattamento farmacologico».

Fonte: ilcambiamento.it

Nuova Sars e aviaria: come nascono le pandemie che arrivano dall’Asia

Quali sono le dinamiche dei virus e in quali direzioni si muovono i ricercatori per scongiurare una pandemia globale? Dagli Stati Uniti un articolo che invita a mantenere alto il livello di guardia1445304141-586x391

The Next Pandemic: Not if, but When. La prossima pandemia: non se, ma quando. Il titolo icastico, sintetico ed estremamente dirompente è del New York Times, la firma di David Quammen del National Geographic. L’articolo di Quammen prende spunto dalle relazioni provenienti dalla Cina e dal Medio Oriente su nuovi focolai di influenza aviaria(H7N9) e Sars per spiegare come le pandemie nascano nel più completo silenzio mediatico, coperte dal rumore di fondo della sovrainformazione. Quammen sottolinea come un fenomeno potenzialmente globale venga trattato solo ed esclusivamente su scala locale e così sulle vittime della nuova influenza aviaria si trovano notizie solo su organi di informazione cinesi, mentre ancora più rarefatti sono stati i post e gli articoli sul nuovo coronavirus parente della Sars. Quest’ultimo virus, scoperto a settembre, ha fatto registrare 33 casi: 18 di questi hanno avuto decorso fatale. Con un tasso di mortalità del 55% il Novel Coronavirus (nCov) ha un tasso di mortalità di poco inferiore all’ebola. Il coronavirus della Sars contagiò 8mila persone uccidendone il 10%, ovvio che con una mortalità così altra, i ricercatori dovranno accelerare i tempi sul NCov per scongiurare eventuali pandemie. La difficoltà nella creazione di strategie di contrasto è connessa alla natura estremamente proteiforme e mutevole dei coronavirus che hanno, per loro natura, una spiccata propensione alle mutazioni e alle ricombinazioni e anche la capacità di adattarsi rapidamente all’organismo ospitante. Questo è, forse, il dato più allarmante. Come nascono questi virus? Come arrivano all’uomo? I principali veicoli sono gli animali selvatici. Il 60% delle nostre malattie infettive è causato dal contatto fra l’uomo e animali che ospitano microbi conosciuti col nome di zoonosi. Secondo i ricercatori la Sars sarebbe stata originata dai pipistrelli e trasmessa all’uomo, probabilmente, attraverso un altro animale. Ai pipistrelli vengono attribuiti anche altri virus come Marburg,HendraNipah e Menangle, questo perché questi volatili oltre a essere predisposti ad accogliere i virus sono caratterizzati dalla predisposizione a  stare insieme e dal fatto di compiere ampi tragitti grazie alla possibilità di volare. Per quanto riguarda il nuovo coronavirus il suo “ospite serbatoio” deve essere ancora trovato, ma i ricercatori nelle prossime settimane analizzeranno con attenzione i pipistrelli arabi che visitano le piantagioni di datteri di Al Ahsa, vicino al Golfo Persico. Quammen invita alla consapevolezza, a non considerare i virus di Cina, Congo o Bangladesh come un problema esotico e distante, perché in un mondo globalizzato anche le malattie sono potenzialmente globali. Anche perché dopo i primi casi della nuova Sars dello scorso settembre l’Arabia Saudita viene costantemente monitorata da OMS e organismi competenti. Il viaggio alla Mecca che ogni ottobre attira milioni di pellegrini che rientreranno nei loro rispettivi Paesi non consente errori: il livello di guardia dovrà restare alto.

Fonte:  New York Times