CO2: perché non se ne parla (quasi) più? Intervista a Gianni Silvestrini

Le emissioni di gas serra hanno raggiunto un nuovo record mondiale, ma in Italia pochi sembrano ancora interessati a parlarne. Come mai? Eco dalle Città lo ha chiesto a Gianni SIlvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club ed esperto internazionale di energia e cambiamento climatico379359

 

Di emissioni di CO2 e cambiamento climatico, tranne alcune eccezioni come il recente allarme di Luca Mercalli, si parla meno di qualche anno fa. Eppure, i dati parlano di concentrazioni record di gas serra in atmosfera e di rischi concreti di un surriscaldamento del Pianeta e di un aumento degli eventi meteorologici estremi. Perché allora tanto disinteresse? Eco dalle Città lo ha chiesto a Gianni SIlvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club ed esperto internazionale di energia e cambiamento climatico.

Nel quadro globale di aumento delle emissioni climalteranti (con il nuovo record della CO2 atmosferica raggiunto ad aprile), l’Europa e l’Italia devono ormai considerarsi “incolpevoli”, visti i loro risultati recenti in termini di riduzione dei gas serra?

Negli ultimi anni, la crescita della CO2 a livello globale è stata esponenziale, fino a raggiungere un ritmo del 2,8% annuo, anche se dopo gli ultimi segnali i tempi potrebbero essere finalmente maturi per una inversione di tendenza. Mi riferisco soprattutto al recentissimo annuncio di Obama, che bypassando il Congresso ha varato un decreto anti-inquinamento che prevede un taglio del 30% dell’anidride carbonica emessa dalle centrali elettriche entro il 2030, rispetto ai livelli del 2005. In questo scenario, l’Europa ha fatto buoni passi avanti, e altri ne potrà fare se i prossimi impegni al 2030, con un obiettivo del -40% che al momento sembra abbastanza condiviso, saranno all’altezza. Anche l’Italia ha visto un continuo calo del gas serra, sia per effetto della crisi che per l’incremento delle rinnovabili elettriche (FER, ndr) e dell’efficienza energetica. Ma il nostro paese potrebbe comunque fare di più, perché ad esempio la crescita delle FER è stata scomposta e va regolamentata, o perché le rinnovabili termiche sono indietro. Vedremo cosa si riuscirà a fare con il testo sull’efficienza energetica degli edifici, di prossima uscita, anche se le anticipazioni non fanno pensare a un provvedimento molto ambizioso.

Quale dovrebbe essere il nostro ruolo rispetto ai paesi emergenti? E i suddetti paesi emergenti, che per inciso hanno ancora emissioni pro capite inferiori rispetto ai paesi occidentali, hanno il “diritto” di inquinare, a questo punto della storia dell’umanità?

In realtà molto sta cambiando nell’atteggiamento dei paesi cosiddetti emergenti, e non tanto perché l’Europa eserciti il suo ruolo diplomatico, ma perché loro stessi non possono non sapere che non contribuiscono anche loro, la partita è persa. Paesi come il Sud Africa, il Brasile, il Cile, diversi stati del Nord Africa, etc, stanno iniziando a modificare il loro atteggiamento rispetto al cambiamento climatico e alle emissioni perché a loro conviene fare così. Perché il mercato va in quella direzione. La Cina stessa, del resto, sta lanciando segnali sempre più forti in questo senso: nel 2013, la nuova potenza rinnovabile annua ha superato quella proveniente dal carbone, e gli obiettivi relativi alle rinnovabili diventano sempre più ambiziosi. Pechino non sta cambiando rotta per le spinte dell’UE, ma perché deve fronteggiare un inquinamento urbano spaventoso e favorire la green economy.

I gas serra – e il cambiamento climatico in generale – sembrano scomparsi o quasi dal dibattito mediatico e politico nazionale? È un’impressione giusta? E come si spiega questo fenomeno?

La tendenza in effetti è quella. E in parte si spiega con la campagna portata avanti da una parte dei media che si ostina a far passare informazioni sbagliate, ad esempio facendo credere che la comunità scientifica sia divisa a proposito della questione del cambiamento climatico. Però credo che nei prossimi mesi e nei prossimi anni, grazie a una serie di appuntamenti internazionali che riporteranno l’attenzione su questi temi (la Conferenza di Parigi sul clima del 2015 e, ancora prima, la riunione preparatoria di New York, ndr), anche i media italiani dovranno tornare ad occuparsi di emissioni e cambiamento climatico.

Si spiega con questo deficit di informazione il fatto che i cittadini “profani” sembrano più indifferenti alle questioni riguardanti la salute del clima che ad altre problematiche di carattere ambientale? Se, ad esempio, sul riciclo dei rifiuti c’è un’attenzione sempre più diffusa, difficilmente sulle scelte di consumo incide la consapevolezza delle emissioni legate al ciclo di vita di un prodotto (al massimo si ragiona di efficienza e rinnovabili nell’ottica di un risparmio economico più o meno immediato): come mai?

In effetti l’informazione ha avuto un ruolo chiave da questo punto di vista, anche se in realtà gli italiani dovrebbero essere estremamente attenti a certe questioni, visto che il nostro paese è interessato da fenomeni meteorologici e idrologici direttamente legati al cambiamento climatico. Ripeto però che c’è la speranza concreta che la situazione cambi, e che il problema dei gas serra diventi appannaggio e interesse di tutti.

Passando a una questione più tecnica, al di là dei vari meccanismi incentivanti per le rinnovabili e l’efficienza, come sta andando il Mercato delle emissioni?

Il Mercato delle emissioni (meccanismo basato sulla quotazione monetaria delle emissioni e sul commercio delle quote di emissione tra stati diversi, per il rispetto di ciascuno di questi dei vincoli ambientali imposti dal protocollo di Kyoto, ndr) non ha funzionato perché, sotto pressione dell’industria, gli stati sono stati troppo generosi e la CO2 ha finito col raggiungere una quotazione troppo bassa. C’è da riflettere sul fallimento del meccanismo e sulla sua rimodulazione, ad esempio introducendo una carbon tax a livello europeo (in Italia se ne parlerà perché il tema è presente nella delega fiscale).

(Foto mediterraneo.blog.rai.it)

 

Fonte: ecodallecittà.it

Energie rinnovabili: i Paesi emergenti scommettono sulla green economy

Secondo il Worldwatch Institute dal 2005 a oggi il numero di Paesi con investimenti consistenti nelle energie rinnovabili è passato da 48 a 127175646103-586x389

Paesi emergenti scommettono sulle energie rinnovabili, consci del fatto che le risorse fossili siano al capolinea o, quantomeno, inferiori a quelle di un Pianeta che galoppa verso gli 8 miliardi di abitanti. Secondo una ricerca del Worldwatch Institute dal 2005 a oggi il numero di Paesi con investimenti consistenti nelle energie rinnovabili è passato da 48 a 127, ma il dato più evidente è che sono soprattutto i paesi emergenti a scommettere sul futuro della green economy. Otto anni fa il 58% degli Stati che finanziavano le energie sostenibili erano in Europa e Asia centrale, nel 2013 i Paesi di queste due aree pesano solamente per poco più di un terzo del totale. Le sorprese vengono dall’Africa Sub-sahariana, con ben 25 stati che hanno fatti grandi investimenti per il passaggio alle energie pulite. C’è grande vivacità anche nell’area caraibica e nel Centro America (17 paesi) e fra Medio Oriente e Nord Africa (12 paesi). Europa, Nord America e Asia hanno invece subito una forte battuta d’arresto dovuta alla crisi economica che ha frenato gli incentivi. Le modalità con le quali i singoli paesi promuovono le energie rinnovabili vanno dal tax credit (sgravio fiscale sulla produzione energetica green) alle deduzioni, dal feed-in tariff (simile al nostro conto energia) e il renewable portfolio standard (l’obbligo per i produttori di ottenere determinate percentuali di energia da fonti rinnovabili). Ma la vera sfida per gli Stati e per le utilities è riuscire a integrare in maniera armonica e produttiva le vecchie fonti in esaurimento e le nuove in via di sviluppo in un unico sistema.

Fonte:  Worldwatch Institute