Orti sociali per coltivare le diverse abilità e sradicare gli stereotipi

Un’esperienza di lavoro, di sana vita e di gruppo e soprattutto un’occasione di crescita personale. I ragazzi del Centro Diurno Disabili di Voghera raccontano la loro esperienza a contatto con la terra nell’ambito del progetto “Orti Sociali di Voghera” promosso dalla rete Agricoltura Sociale Lombardia. La rete Agricoltura Sociale Lombardia dà voce ad alcune storie di riscatto rese possibili grazie alle esperienze di inclusione concretizzate attraverso l’agricoltura sociale. L’ultimo report parla di ben 1.967 persone con svantaggio che attraverso la rete regionale hanno trovato un’opportunità di riscatto. Di queste 1.096 sono disabili e coinvolte a vario titolo nelle attività agricole. Approdando sul territorio pavese brilla una testimonianza particolarmente speciale perché in grado di scardinare numerosi luoghi comuni sulla disabilità senza edulcorazioni ma con il solo ingrediente dell’esperienza diretta a contatto con la natura, i suoi ritmi e non da ultima la sua bellezza. Tutto accade nell’ambito del progetto “Orti Sociali di Voghera” – appartenente alla rete regionale ASL – della Fattoria sociale Baggini che si mette in sinergia con il Centro Diurno Disabili di Voghera.

Da questo intreccio virtuoso scaturisce l’intento di coinvolgere cinque giovani con disabilità intellettiva e motoria in un’attività di orto sociale. Un’esperienza partita a metà ottobre 2018 e che sta prendendo sempre più quota sul fronte dei risultati come racconta Elisa Castelli, una delle referenti del progetto oltre che educatrice del centro gestito dalla cooperativa onlus Marta: “Abbiamo ideato questa iniziativa formativa con un obiettivo ben chiaro: volevamo portare i ragazzi fuori dalle mura protettive e abitudinarie del centro per metterli a contatto con qualcosa di nuovo. Desideravamo trasmettere loro la percezione di non essere più solo dei fruitori di aiuto ma di poter diventare loro stessi dei portatori di una vera e propria ‘cura’ nei confronti di qualcosa che ha bisogno di essere seguito con motivazione, attenzione e pazienza. Nell’orto imparano che bisogna seminare bene ora per raccogliere frutti più avanti”. 

“Un’altra bella esperienza agli Orti Sociali di Voghera – evidenzia Moreno Baggini, responsabile del progetto omonimo e coordinatore del territorio pavese per la rete ASL – Si tratta di un modello di intervento innovativo studiato dal CDD di Voghera che recupera l’elemento storicamente inclusivo che è innato in agricoltura e che spesso garantisce ottimi risultati dal punto di vista terapeutico e del reinserimento sociale. Grazie alle educatrici del CDD e all’orto-terapista Emanuele Carcò i ragazzi coinvolti stanno avendo opportunità per fare le loro prime esperienze di lavoro e sana vita di gruppo ma anche e soprattutto esperienze di vita e crescita personale”.

Diverse abilità in campo

I giovani coinvolti – di età compresa tra i 30 e i 35 anni, di cui quattro ragazzi e una ragazza – in passato hanno già maturato esperienze di cura delle piante nell’ambito del servizio del centro. “L’entusiasmo era tale che volevamo replicarlo in un luogo diverso dove poter sperimentare nuove relazioni e mansioni che consentissero la scoperta di competenze” spiega Elisa Castelli.  

La terra come base di inizio per una nuova esperienza di formazione. Una volta a settimana per circa due ore i ragazzi del CDD di Voghera imparano i rudimenti del mestiere grazie alla guida dell’orto-terapista della fattoria Baggini che mostra i vari passaggi da eseguire. Vengono utilizzati diversi attrezzi, tranne gli strumenti a motore, ed eseguite operazioni che richiedono concentrazione, come conferma Elisa: “Recentemente abbiamo, ad esempio, tolto tutte le piante di pomodori per lasciare spazio alle fragole che arriveranno a primavera. Un bell’esercizio di cura e attesa da parte dei nostri ragazzi che hanno anche usato la vanga. Tutto questo insieme a noi educatori perché svolgiamo tutti i medesimi compiti senza differenze”.  

Un’esperienza che ha destato interesse, gratificazione ed entusiasmo negli stessi ragazzi. “All’orto mi diverto con Riccardo che mi insegna cosa fare” racconta ad esempio Alessandro che partecipa all’attività. “Andare a lavorare con i miei compagni è bello” commenta Luca, confermando le impressioni del suo collega. “Mi piace molto fare l’orto e raccogliere le verdure, oggi ho portato a casa i finocchi” sottolinea Alberto che ha potuto toccare con mano la soddisfazione di vedere i risultati del proprio impegno. “È bello prendersi cura di qualcosa… poi lo mangi e sei contenta!” riflette Chiara con entusiasmo a questo proposito.

Stereotipi da sradicare, capacità da coltivare

Possiamo dire che l’orto sociale permette coltivare abilità nascoste? “Certamente – è la risposta convinta di Elisa – I benefici sono concreti e riscontrabili su vari livelli. Dal punto di vista relazionale ci si confronta con gli altri e si impara a lavorare insieme imparando a conoscere l’altro e rispettando i ritmi della natura. Saper attendere i risultati del proprio impegno senza fretta ma con pazienza è qualcosa di fondamentale e fortemente educativo. Accade così anche per noi operatori che ci confrontiamo con la disabilità, consapevoli che i risultati non arrivano subito ma che con l’impegno prima o poi ci saranno e questa è la più grande soddisfazione: dare tempo con fiducia”. 

Altro tassello importante è quello cognitivo soprattutto perché parliamo di persone con disabilità intellettiva: “Ogni ragazzo ha modo di contribuire secondo le capacità di cui dispone.  Il lavoro permette di acquisire autonomia e maggior responsabilizzazione in un contesto con ritmi tranquilli e adatti a questo tipo di fragilità. Inoltre la metodologia iniziale strutturata ad imitazione delle tecniche proposte dall’orto-terapista favorisce l’acquisizione di competenze e stimola la memoria potenziando l’aspetto cognitivo e riducendo nettamente le stereotipie che spesso assorbono i nostri utenti. Il contatto con la natura, i suoi cambiamenti e ritmi, migliora la percezione di se stessi”. 

Parliamo di luoghi comuni. Qual è lo stereotipo che questa esperienza di agricoltura sociale è finora riuscita a scardinare di più riguardo alla disabilità mentale? “Ha dimostrato che queste persone non sono bambini ma adulti e che al di là di giuste necessità di routine e attenzione familiari hanno diritto e possibilità di confrontarsi con nuove realtà e persone creando una vera e propria rete relazionale: aspetto importante per la vita di tutti noi. Perché uscire dagli schemi abitudinari ci permette di crescere”. 

Elisa, da educatrice, qual è la più grande soddisfazione derivata finora da questo progetto di orto sociale? “Vedere i nostri ragazzi felici e coinvolti in qualcosa che va al di fuori delle solite attività quotidiane. Siamo stati molto fortunati a trovare un ambiente piacevole e accogliente che li rende sereni e appagati, senza stereotipie o disagi. Il lavoro agricolo è davvero terapeutico: svela abilità”.

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2018/12/orti-sociali-coltivare-diverse-abilita-sradicare-stereotipi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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“La terra è viva e guarisce”: gli ortolani degli chef lanciano un nuovo progetto

Dopo aver cambiato vita e portato in Italia la figura professionale del “culinary gardener”, gli “ortolani degli chef” Lorena Turrini e Davide Rizzi hanno avviato un nuovo progetto chiamato “Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” con l’obiettivo di portare vitalità alla terra, all’ambiente e, di conseguenza, all’uomo. Organismo Agricolo Vivente. È questo il nome del nuovo progetto intrapreso da Lorena Turrini e Davide Rizzi, un’artista e un musicista che qualche tempo fa hanno deciso di mettersi in gioco e ripensare la loro vita professionale, scegliendo di dedicarsi alla produzione di cibo sano secondo i principi dell’agricoltura biodinamica e avviando il progetto chiamato “culinary gardener”.

Come “culinary gardener”, Davide e Lorena producono frutta e verdura nel loro orto-giardino biodinamico in Toscana a stretto contatto con gli chef al fine di fornire materie prime ad hoc per i loro piatti. Per chi non conosce questa figura professionale, il culinary gardener è il consulente-produttore personale di uno chef: in pratica, produttore e chef decidono insieme cosa seminare per creare un menù stagionale di verdure e frutti freschi, sani e ricchi di sostanze nutritive e scelgono insieme cosa coltivare per ottenere i sapori e i profumi ricercati dallo chef.LorenaTurrini_DavideRizzi

Davide Rizzi e Lorena Turrini

Originari di Modena, Davide e Lorena si occupano di orticoltura biodinamica dal 2010 e sono culinary gardener presso una società che possiede strutture di pregio in Toscana, nelle quali lavorano due chef stellati. “Dopo sette anni passati tra le dolci colline toscane collaborando con chef stellati”, ci spiegano, “abbiamo deciso di concederci un intenso anno di studio e collaborazione presso un istituto di ricerca di Udine. Abbiamo approfondito il mondo della biodinamica da un punto di vista più antroposofico, sviluppando un modo più ‘sensibile’ di dialogare con la natura, e abbiamo messo a punto un nuovo progetto che diventa completamento del primo: l’”Organismo Agricolo Vivente Terapeutico”, un progetto sostenibile a livello sociale-terapeutico ed economico, nel quale esistono un aspetto terapeutico-passivo e uno terapeutico-attivo”.

L’aspetto terapeutico-passivo dell’”Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” è costituito dalla presenza di siepi con alberi di specie diverse, piantumate in base agli studi sulle consociazioni arboree, dove ogni pianta irradia una particolare “forza” che agisce come stimolo o riequilibrio per l’essere umano che si avvicina ad esse. La natura, lo sappiamo, ha capacità curative-terapeutiche ed è una fonte inesauribile di energia e forza vitale per l’uomo e gli animali. È importante la presenza di essenze a portamento verticale perché questa forma costituisce una specie di “antenna” atta a captare e trattenere le forze vitali che arrivano dal cielo. Inoltre, per amplificare queste forze bisogna seguire legge del ciclo chiuso: tutto va riciclato attraverso il compost, perché compostando si amplificano sia le forze vitali sia le naturali “difese immunitarie” dell’Organismo Agricolo rendendolo sano e longevo. Per quanto riguarda, invece, l’aspetto terapeutico-attivo ed economico, oltre all’orto vero e proprio, nell’Organismo Agricolo vengono inserite piante aromatiche (privilegiando le specie autoctone e naturalizzate) utilizzabili anche per produrre olii essenziali, piante a fioritura a scalare per la vendita di fiori recisi, essenze nettarifere per il miele e alberi da frutto, insieme a frutti antichi e autoctoni per realizzare succhi o marmellate.

“Abbiamo già progettato un paio di Organismi Agricoli“, ci raccontano Lorena e Davide, “che hanno due tipologie e due finalità completamente diverse e che sono attualmente in fase di realizzazione. A Novembre 2017 ad Ibiza abbiamo ideato il nostro primo progetto di “Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” (presso una struttura) per soggiorni di riequilibrio terapeutico da stress lavorativo. A febbraio 2018 abbiamo iniziato una collaborazione con Coopattiva, storica cooperativa sociale modenese, per il progetto di un ‘Organismo Agricolo’ in ambito sociale a Nonatola (Modena) che estende su tre ettari. Non si tratta solo di un orto, ma di un intero organismo agricolo vivente costituito da frutteto, piccola vigna, piccoli frutti, bosco, siepe terapeutica, serre, punto ristoro. Abbiamo già lavorato con ragazzi in difficoltà psichiche e con bambini e adulti con disagio e conosciamo i benefici che il lavoro nella natura offre a queste persone, al fine di migliorarne le abilità e svilupparne di nuove”.Lorena4

“Viste le nuove richieste che ci sono arrivate sia in ambito sociale, (anche) per persone anziane e per gli orti scolastici, sia da privati ed aziende, abbiamo elaborato una sorta di “progetto base” da poter utilizzare in contesti diversi, personalizzandolo di volta in volta a seconda delle specifiche del luogo e delle esigenze dei fruitori. Il ‘modello’ è uguale per tutti: un ‘Organismo Agricolo Vivente Terapeutico’, del quale cambieranno di volta in volta le forme, gli aspetti terapeutici, che saranno tarati secondo le necessità specifiche, e l’attività economica, che dipenderà dai diversi obiettivi da raggiungere. Ci sarà sempre l’aspetto terapeutico-passivo e il lavoro quotidiano in agricoltura che è l’aspetto terapeutico-attivo”.

“Non abbiamo inventato nulla. La natura esiste da molto prima di noi ed è sempre lei la protagonista. L’orto sociale è già stato fatto e funziona bene: si è visto come il contatto con la natura ed il lavoro nell’orto porti grandi benefici alle persone. Noi abbiamo fatto un piccolo passo in avanti progettando Organismi Agricoli Viventi Terapeutici, non solo orto. Abbiamo studiato molto le forme da inserire che possono già di per sé ‘curare’. L’orto stesso, ad esempio, è a forma di pentagono, cioè la forma che riporta l’uomo all’armonia. Tutto origina dai solidi platonici nei quali si manifestano due forze: forze di disgregazione terrestri e forze di vita celesti. Quando disegniamo un Organismo Agricolo lo pensiamo sempre in analogia con il corpo umano. Ogni ‘organo’ del progetto corrisponde ad un organo del corpo umano. Portando armonia nell’organismo agricolo questa si riflette specularmente nel corpo umano ristabilendo l’equilibrio, quindi la salute fisica e mentale. Di conseguenza, inseriamo in percentuali ben precise il bosco, il frutteto, l’orto, il laghetto, le siepi ed ognuno di essi è direttamente collegato ad un organo del nostro corpo (polmoni, cuore, fegato, ecc.).

“Il nostro obiettivo e missione”, concludono Lorena e Davide, “è, da sempre, quello di portare vitalità alla terra, all’ambiente e di conseguenza all’uomo favorendo l’aumento del suo sistema immunitario anche con la qualità del cibo e la bellezza delle forme. Lo facciamo con i progetti di culinary gardener e ora anche con gli Organismi Agricoli Viventi Terapeutici. Il primo amore non si scorda mai: continuiamo a collaborare con gli chef, perciò non abbandoniamo il nostro progetto culinary gardener, ma lo arricchiamo e l’idea è quella di poter creare, un giorno, un Organismo Agricolo Vivente Terapeutico anche per gli chef”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/07/terra-viva-guarisce-ortolani-chef-nuovo-progetto/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

RECUP e Orti di via Padova: a Milano una nuova alleanza per limitare gli sprechi

Quartieri Ricicloni. Agli Orti condivisi di via Padova, dopo il mercato del lunedì di via Cambini, arrivano le ragazze di RECUP, quelle che recuperano e distribuiscono nel quartiere cibo ancora buono. E con gli scarti…orto

Gli Orti di via Padova sono un Eden di profumi e sapori, soprattutto in primavera, quando lo smog rischia di farci dimenticare che a Milano esistono alberi, verde, piante aromatiche, natura e distensione. Sono nati su un terreno ottenuto da LegaAmbiente e sono stati creati riciclando interamente tutti i materiali, dai cassoni alle arnie, agli spaventapasseri, ai mobili e alla cucina, che ospita spesso aperitivi e pranzi condivisi. Dopo la fine dell’Expo, infatti, gli orti hanno chiesto in dotazione 100 cassoni di legno, che erano serviti alla coltivazione del mais, a scopo illustrativo: lì dentro pra si coltivano le piante a partire dal seme, per non comprometterle con un terreno altrimenti inquinato, nel quale invece crescono altre piante. Un’area degli orti é riservata poi alle Arnie d’Artista, realizzate da vari artisti in occasione del Fuori Salone 2015 e ora utilizzate per un corso di apicoltura base e per poter tornare a fare il miele in città. Il progetto «Adotta una zolla», invece, offre un po’ del raccolto a chi contribuisce con una qualsiasi donazione. Orto condiviso vuol dire, infatti, che puo’ essere di tutti coloro che vi si affezionano e che, spesso o occasionalmente, vogliono partecipare alla sua crescita e riuscita. In fondo al giardino c’é anche un’«Isola del Selvatico», uno spazio destinato alla biodiversità, dove nulla viene toccato. Franco Beccari, coordinatore del progetto, spiega che questo contribuisce a mantenere un equilibrio tra natura e specie viventi: ci sono farfalle, coccinelle, altri insetti che altrimenti verrebbero disturbati dal continuo tran tran dell’orto. Poi, ovviamente, si fa il compost. Recentemente é stata creata una lombrichiera, per avere un terriccio ancora migliore. Il compost, infatti, mischiato all’argilla, servirà per coltivare nei cassoni. É qui che entra in gioco il gruppo RECUP, sensibile alla chiamata dei lombrichi affamati di frutta e verdura (possibilmente non agrumi, troppo acidi da digerire!) e a un nuovo modo per utilizzare ciò che altrimenti verrebbe sprecato. Il lunedi’ alle 14, infatti, di fianco agli Orti viene fatto il mercato di via Cambini…Quale occasione migliore per avviare una collaborazione? L’11 aprile, insieme a qualche volontario RECUP e altri dell’orto, abbiamo infatti iniziato il progetto in via Cambini, distribuendo tutto il cibo buono alle persone, ma conservando gli scarti per il compost degli Orti. La sperimentazione é andata a buon fine e i volontari dell’orto hanno proposto di creare un nuovo cassone per il compost, da nutrire totalmente con scarti RECUP. Si prospetta una primavera ricca di nuova vita, nata da ciò che doveva essere eliminato! Chiunque voglia può partecipare al progetto, sia contattando il gruppo RECUP, sia l’Associazione Orti di Via Padova. 

Progetto cittadinanza attiva contro lo spreco, con il contributo di Fondazione Cariplo

#quartiericicloni

Fonte: ecodallecitta.it

La creatività fa scuola nella natura: La Terra di Bò

Un’aula ecologica all’aperto ed uno spazio di condivisione sostenibile pensato per stimolare la creatività e promuovere il rispetto della natura, sollecitando così un cambiamento etico della nostra società. Vi raccontiamo la storia della Terra di Bò, un progetto pedagogico portato avanti nel comune di Viagrande, in provincia di Catania.

Sollecitare un cambiamento etico attraverso idee ed iniziative basate su un approccio creativo, e non distruttivo, alle risorse naturali. È questo l’obiettivo del progetto pedagogico La Terra di Bò, che attualmente opera, attraverso il suo marchio, presso le tre aziende didattiche della famiglia Di Bella, nel comune di Viagrande, in provincia di Catania. Tutto è nato dall’incontro tra la pedagogista Milena Viani e la famiglia di Bella, capace di immaginare e investire in una terra meravigliosa e difficile come la Sicilia. “Tutto è nato dai miei studi in scienze pedagogiche – ci racconta Milena – Cercavo una realtà che potesse accogliere quelle che erano le mie idee di didattica e pedagogia. Facendo una ricerca su internet mi sono imbattuta nel sito www.lascuolacreativa.it. Ho contattati i referenti e ho chiesto se era possibile andare da loro a Cesena e preparare lì la mia tesi. Sono stati disponibilissimi. Sono stata lì un mese e mezzo, durante il quale ho scritto la mia tesi di laurea. Era il 2005. Il germe delle cose apprese durante quel periodo è rimasto dentro di me. Qualche tempo dopo, l’incontro con i proprietari della struttura Villa di Bella ha rappresentato l’inizio di questa avventura. Abbiamo parlato delle attività che avremmo potuto realizzare insieme ed io ho così ripensato alle mie idee, a quelli che erano sempre stati i miei sogni. Avevo in mente non solo una didattica per le scuole, ma un progetto che avvicinasse quanto più possibile le persone ai ritmi naturali. Da lì abbiamo iniziato prima con l’orto, poi con il giardino d’inverno. Da quel momento è partita quella che sarebbe divenuta La Terra di Bò, un progetto rivolto ai bambini, ma anche agli adulti e ai giovani”. Ma da dove nasce questo nome particolare? “La caratteristica principale della natura è il fatto che tutto è in continuo mutamento. Anche per noi è così, anche se non sempre siamo consapevoli della nostra trasformazione e della direzione verso cui ci stiamo muovendo. Per questo spesso ci troviamo in una situazione di ‘bò’, di non sapere. Da lì – ci spiega Milena – è nato il nome La Terra di Bò. Il simbolo del progetto è una carriola, ad indicare che La Terra di Bò è in continuo movimento, è sempre un cantiere”.485657_448505121855116_1382740492_n1

Le attività della Terra di Bò riguardano vari ambiti e contesti dove si intrecciano natura, benessere, cultura, didattica, formazione, sport, convivialità ed eventi. Il progetto, nato nel 2010, si è sviluppato in particolare nell’ambito della didattica, coinvolgendo negli anni migliaia di bambini, grazie all’entusiasmo e alla partecipazione delle scuole (dalla materna alle medie) della Sicilia orientale. Alcuni dei percorsi formativi proposti alle scuole riguardano la sfera dell’emotività, altri sono rivolti all’apprendimento di competenze pratiche, in particolar modo legate alla natura e alla terra.

Come si legge sul sito, “La Terra di Bò è un’Aula di Ecologia all’Aperto, che spezza i classici canoni di trasmissione delle conoscenze e si innesta sul filone dell’apprendimento partecipato ed esperienziale tipico delle Scuole Attive. Può essere considerata sicuramente un esempio concreto di metodologie d’insegnamento creative e ad approccio estetico. Le aule di ecologia e l’esperienza degli orti didattici, nascono con l’intento di conoscere, capire e accedere alla cultura anche attraverso la coltura”.12074786_965784270127196_5590837498162403664_n

La terra diviene così uno strumento educativo che facilita l’integrazione uomo-ambiente e uomo-città, aumentando la partecipazione alla gestione di un bene comune e acquisendo consapevolezza dell’influenza che i nostri piccoli gesti possono avere sui grandi problemi del Pianeta. La coltura della terra, poi, educa al “prendersi cura”, sviluppa il legame e l’appartenenza, divenendo così uno strumento utile per il raggiungimento di obiettivi educativi e civili. Dedicandosi all’orto, infine, bambini e i ragazzi mostrano sempre una profonda soddisfazione motivata dal fatto che, divertendosi, si possano apprendere conoscenze legate a scienze, biologia, storia, geografia, matematica e altre discipline in genere considerate troppo teoriche. Tra gli eventi organizzati negli anni, Milena ci segnala “Le domeniche di Bò”, organizzate per promuovere il cibo sano e offrire alle famiglie l’opportunità di trascorrere un fine settimana all’aperto e a contatto con la natura, piuttosto che chiusi al centro commerciale. Tra le proposte di queste giornate, anche laboratori per bambini e adulti e trattamenti di benessere. Negli ultimi tempi si è passati dalle Domeniche di Bò ad altri eventi chiamati “Cibamuni e contamuni” (Mangiamo e raccontiamoci), dove il cibo sano continua ad avere un ruolo cruciale.12105698_965784700127153_7761628619128174468_n

Tra i progetti in cantiere nella Terra di Bò anche un Orto Botanico che avrà al suo interno più di 2000 piante e racconterà così la diversità della Sicilia. Didattica ambientale, laboratori creativi, corsi di formazione, rassegne culturali… Con le sue tante attività, La Terra di Bò può essere definita un “opificio naturale”, un generatore di energia pulita e rinnovabile: l’energia creativa.

 

Visualizza La Terra di Bò sulla Mappa dell’Italia che Cambia 

 

Il sito La Terra di Bò 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2015/11/io-faccio-cosi-97-terra-di-bo-creativita-scuola-nella-natura/

Cyclolenti in Georgia: alla scoperta dei grani antichi

Da Tbilisi passiamo un colle a 1700mt prima di riscendere verso Telavi. Facciamo risalire il nostro tasso di zuccheri mangiando accanto ai venditori di miele di montagna che si alternano a quelli di funghi lungo tutta la strada. Una grande pianura si apre davanti a noi, campi di grano e girasole squadrati… e dei vigneti dai quali si ottiene il rinomato vino di Kakétie (in Georgia ci tengono molto al loro vino. In aeroporto danno il benvenuto regalando una bottiglia a passeggero, ci riferiscono alcune persone atterrate a Batumi). Una pausa al monastero ortodosso di Alaverdi, poi percorriamo gli ultimi chilometri che ci portano all’inizio di un parco naturale ai piedi delle alte vette (superano i 3000mt) che separano la Georgia dalla Cecenia. È qui che si trova il villaggio di Argokhi in cui è partito il progetto Momavlis Mitsa (Terre d’Avenir = Terra per il futuro). Siamo pronti ad una tappa di due settimane di wwoofing. 6231247_orig-1024x682

A fine giornata, la luce inizia a calare, ma nessun segno di Momavlis Mitsa. Argokhi assomiglia agli altri paesini georgiani con le sue casette tutte identiche, traccia di un passato comunista, con i maiali, le mucche, le oche e galline che camminano per strada, i contadini che rientrano dai campi seduti sui loro carretti tirati da cavalli e asinelli… Chiediamo a qualcuno a caso “Jean Jacques?”. Senza esitare gli abitanti ci indicano una casa, ci siamo! Jean Jacques, il fondatore del progetto, si è trasferito qui per via dei grani antichi georgiani. Ed è proprio durante un suo viaggio in Georgia che, mangiando del pane fatto con questi grani, si rende conto che, nonostante la sua intolleranza al glutine, non ha nessuna reazione allergica . Da due anni ormai coltiva e produce il proprio pane in un forno a legna che egli stesso ha costruito con l’aiuto dei wwoofer. Tra qualche mese arriverà anche un mulino a pietra. In questo modo terrà le fila di tutte le tappe di produzione. Al nostro arrivo siamo accolti da Rosa, Jannes e Colyer, dei ragazzi volontari tedeschi e americani; non hanno ancora 21 anni, ma tengono in piedi la baracca con una sicurezza e una serietà notevole durante l’assenza di Jean Jacques. Dopo un dolce risveglio al suono del violoncello di Colyer, ci occupiamo tutti insieme dell’orto che gestiscono dalla A alla Z. Sono stupita, hanno imparato tutto da soli e al minimo dubbio vanno a controllare sui libri. La sera fanno un bilancio di ciò che hanno piantato e raccolto, annotano le temperature e i millimetri di pioggia caduta.8303924_orig-1024x682

Non sono soli, hanno anche il supporto di Rainer, uno dei grandi esperti di biodinamica che si è trasferito qui per entrare a far parte del progetto Momavlis Mitsa. In passato Rainer ha portato avanti uno studio finanziato da una compagnia svizzera che voleva dimostrare che l’agricoltura biologica e biodinamica non avevano nessun impatto positivo sui terreni radioattivi. I risultati hanno invece mostrato gli enormi benefici di questi metodi (in particolar modo quelli della biodinamica si sono rivelati nettamente migliori), ma si è dovuto aspettare 20 anni per pubblicarli perché ovviamente contrari agli interessi dell’azienda. Io stessa ho scoperto che cos’è la biodinamica durante questi giorni e attraverso la lettura del libro “Il vino dal cielo alla terra” di Nicolas Joly, proprietario del vigneto La Coullée de Serrant in Francia (I prodotti di agricoltura biodinamica si trovano in commercio col marchio Demeter). Ma al di là dell’agricoltura è un’altra maniera di vedere le cose che introduce la biodinamica: essa presenta il pianeta come un organismo vivente dove tutto interagisce, la Terra è in un universo nel quale tutto si influenza a vicenda; la biodinamica ci ricorda che non siamo in un mondo fatto di sola materia, ci dimentichiamo spesso di considerare le energie e le forze che ci circondano. Il vantaggio in Georgia è che i pesticidi, diserbanti e altri prodotti chimici sono arrivati che di recente e quindi è ancora possibile trovare dei terreni “intatti”, o facilmente “recuperabili”, in cui i microrganismi non siano ancora scomparsi e in cui l’equilibrio naturale possa essere ristabilito. Uno sguardo all’orto di Momavlis Mitsa e si comprende che questi prodotti non sono necessari. Che piacere, all’ora di mangiare, andare a “fare la spesa” nell’orto, dai vicini per il latte, il formaggio, vino, le uova… farsi il proprio Matsoni (yogurt caratteristico della regione e rinomato per le sue proprietà terapeutiche per via di alcuni batteri particolari), senza alcun bisogno di un supermercato!4882391_orig-1024x682

L’orto è così produttivo che il surplus va sui banchetti del mercato settimanale che Jean Jacques tiene a Tblisi per la vendita del suo pane. Vende anche dell’olio di girasole che lui stesso molisce, del formaggio di Telavi, del miele di un apicoltore locale, del succo di mele di una cooperativa del posto… rifornisce addirittura dei ristoranti della città. L’associazione Momavlis Mitsa è in cerca di persone per un aiuto nelle varie attività: orto, panetteria, nuove costruzioni… Non esitate a contattare Jean Jacques (momavlismitsa.jjj@gmail.com , +995 59 11 33 478). Grace e il suo compagno sono passati da qui in bici due anni fa per raggiungere l’Inghilterra dall’Australia. Lei e suo padre realizzano dei documentari e oggi sono di ritorno per filmare l’avventura Momavlis Mitsa e la vita al villaggio di Argokhi. Ritornerò anche io? Le partenze non sono mai facili, ma questa qui è ancora più difficile per me, perché? Sarà forse perché questo posto lascia a ciascuno lo spazio per “mettersi all’ascolto del seme di vita che è in ognuno di noi”?

Durante una chiacchierata, parlando del grano, Jean-Jacques ci offre la sua visione: “…un seme è riposto in ogni anima, in ogni cuore, sta a noi scoprirlo e lasciarlo crescere…”.

Tiphaine

Fonte : italiachecambia.org

OrtoCollettivo: nasce a Genova l’orto urbano più grande d’Italia

A Genova è nato il progetto “OrtoCollettivo” , l’orto urbano più grande d’Italia: oltre 7 ettari (cioè 70.000 metri quadrati) di terreno collinare destinato alla coltivazione di ortofrutta e dato in comodato d’uso gratuito al “Comitato 4 Valli” – un’associazione di coltivatori e allevatori locali. A Genova, nel quartiere di Cornigliano, in Corso Perrone, si trova la cosiddetta “Area Campi”, una collina che da decenni era in disuso e ricoperta da alberi e piante infestanti e che oggi, grazie ad un’idea del “Comitato 4 Valli”, diventa un gigantesco orto urbano.OrtiGenova1

Si tratta però di un orto urbano diverso dai tanti sparsi sul territorio nazionale: su questa enorme area la terra è indivisa. Non è un terreno frazionato in tanti piccoli appezzamenti affidati alle cure e responsabilità di un singolo cittadino, ma qui tutti i partecipanti lavorano sull’intera area coltivata. Quando si gestisce un piccolo orto personale, infatti, basta una settimana di malattia o di vacanza per mandare a monte mesi di fatica. Per questo il progetto OrtoCollettivo si basa sul lavoro di squadra: se c’è un lavoro programmato per oggi e qualcuno non può venire, a svolgere quel lavoro ci pensa qualcun altro, con beneficio finale di tutti. Per partecipare al progetto si deve contattare il Comitato4Valli (all’indirizzo mail ass.comitato4valli@gmail.com) e compilare il modulo d’iscrizione. Ad oggi, un 80% delle richieste di adesione sono arrivate da donne tra i 25 e i 40 anni – ma ci sono anche ragazzi che hanno coinvolto i genitori. L’iscrizione è gratuita e non sono previsti costi aggiuntivi: i partecipanti devono solo provvedere, in modo autonomo, a dotarsi di scarpe e abbigliamento adeguato e di piccoli attrezzi personali da lavoro. Le ore da passare nell’orto collettivo non sono stabilite in anticipo, ma variano a seconda di quanto tempo ogni partecipante vuole o può dedicare alla coltivazione.OrtiGenova3

Questo progetto ha potuto concretizzarsi grazie ad una legge della regione Liguria che ha istituito la “Banca Regionale della Terra” con l’obiettivo di recuperare i terreni abbandonati e rilanciare dell’agricoltura. La legge prevede che “le terre di cui i proprietari non possono o non riescono a prendersi cura siano trasferite nella disponibilità di chi vuole farne uso, attraverso un soggetto terzo garante” che è, appunto, la “Banca Regionale della Terra” – una banca dati che contiene gli estremi catastali dei terreni che i proprietari non hanno intenzione di coltivare ma che mettono a disposizione di chiunque sia interessato ad acquisirne la gestione e metterli a coltura. Per saperne di più, abbiamo chiesto a Luana Ciambellini – tra i promotori di OrtoCollettivo – di parlarci meglio del progetto.

Quando e come nasce Orto Collettivo? Conseguire un’area così grande come l’Area Campi in comodato d’uso gratuito è un risultato eccezionale: come siete riusciti ad ottenere questo importante obiettivo e per quanti anni?
Il progetto nasce nella primavera del 2014 da un’idea del “Comitato4valli”, un’associazione di coltivatori e allevatori che oggi comprende oltre 2.200 iscritti e che nutre il desiderio di vedere sviluppato sempre di più il modello di economia primaria. E’ un progetto che permette la persistenza nel tempo di un impegno anche solo “passionale” (poche ore ogni tanto) così come lo sviluppo pieno di un’affascinazione che può diventare “mestiere”. OrtoCollettivo nasce dopo aver preso visione della normativa regionale (che ha istituito) la “Banca Regionale della Terra”. L’area destinata al progetto era inizialmente di dimensioni molto ridotte (circa 2.000 mq) ma poi, quasi per incanto uscì l’Area di Campi che aveva tutte le caratteristiche necessarie: necromassa naturale derivata da 55 anni di abbandono; abbondanza di legname ceduo per realizzare i terrazzamenti in palificata orizzontale; condizioni pedoclimatiche ideali; acqua sorgiva. Il comodato d’uso gratuito ha una durata di 10 anni e il comodante è Jonica s.r.l. – una società facente parte della galassia Lavazza.

La risposta dei cittadini di Genova è stata straordinaria. Oltre 700 domande di partecipazione al progetto a fronte di circa 300 posti ma, a questo punto, l’invito ad iscriversi è ancora valido?

Il rilevante risultato è stato generato dalla pubblicazione della notizia su “Il Secolo XIX web”, che ha un seguito elevatissimo. Le iscrizioni sono sempre aperte, anche perché all’attuale disponibilità di spazio si aggiungono i neo-arrivati “satelliti”, nuovi spazi in altre aree della città che consentirebbero di impiegare oltre 1.200 persone. (Qui il link per iscriversi)OrtiGenova4

A che punto sono i terrazzamenti in legno? I primi gruppi di lavoro sono già stati costituiti ed hanno iniziato a seminare e raccogliere verdura?

Il progetto è in via di realizzazione e occorre comprendere che si tratta, nella prima fase, di lavori di ingegneria naturalistica, con impiego prevalente di materiale vegetale vivo, connessi alla sistemazione di piccole frane, dovute a sollevamento e rovesciamento di blocchi radicali, di sistemazione di scarpate, di realizzazione della manutenzione della viabilità in sentiero su fondo naturale, di lavori di sistemazioni idraulico-forestale consistenti in interventi integrati di ricostituzione e cura del bosco, di consolidamento del versante  e di regimazione delle acque per arrivare ad una equilibrata raccolta e conservazione e di realizzazione di terrazzamenti in palificata per coltivare. La coltivazione vera e propria non è ancora partita perché stiamo preparando, appunto, le terrazze. Ma i primi gruppi di lavoro sono già stati formati e sono operativi dalla fine di maggio scorso. Altre persone si uniranno ai lavori a settembre, mentre alcune di loro, una volta avviata la produzione qui a Campi, si sposteranno in un secondo terreno dove sorgerà una “succursale” dell’OrtoCollettivo, a Genova Quinto, vicino al mare.

Qual è il rapporto tra il progetto OrtoCollettivo e il territorio (istituzioni, scuole, ecc.) e quali sono gli obiettivi futuri?
OrtoCollettivo è aperto alle collaborazioni e invita tutta la cittadinanza e le istituzioni a partecipare attivamente al progetto o a supportarlo. L’obiettivo principale è quello di risanare una zona abbandonata e fare integrazione sociale e il risultato da raggiungere è questo: “più persone, sommando le loro ore di disponibilità, eseguono, su un determinato appezzamento di terreno, le medesime operazioni che svolgerebbe un contadino che, com’è noto, vive sulla terra”. Una volta realizzate e coltivate le terrazze, i raccolti verranno suddivisi in quote tra i componenti delle varie compagini, in base al “diario dell’orto” (documento di organizzazione e valutazione) e verrà avviato l’uso degli SCEC ( http://www.arcipelagoscec.org ). Le ore di lavoro nell’orto avranno un valore di 7,5 SCEC l’una. Gli SCEC saranno consegnati ai partecipanti giornalmente affinché possano scambiarli, in una fase successiva, con i prodotti dell’orto stesso o con altre componenti del sistema (prestazioni, beni, servizi). Infine, visto l’enorme spazio a disposizione, alcune mamme che partecipano ad OrtoCollettivo stanno creando anche un “asilo nel bosco“.

Visualizza l’OrtoCollettivo sulla Mappa dell’Italia che Cambia!

Il sito di OrtoCollettivo 

La pagina Facebook “OrtoCollettivo” 

La pagina Facebook “Asilo nel Bosco Genova”

Fonte : italiachecambia.org

Tagli all’istruzione: a rischio la “scuola di transizione” Teodoro Gaza

Si chiama istituto Teodoro Gaza e negli anni, sotto la guida della preside Maria De Biase, è diventato un punto di riferimento in Italia e non solo per quanto riguarda l’educazione ecologica, la transizione, i rifiuti zero, la permacultura. Ora questo bellissimo esperimento rischia di finire nel tritacarne dei tagli all’istruzione.maria_de_biase

Maria De Biase mi risponde col tono un po’ affannato di chi è immerso in un vortice di telefonate. Da qualche giorno si è avverato ciò che tutti temevano da tempo: l’istituto scolastico Teodoro Gaza verrà sottodimensionato e accorpato, e Maria, che di quell’istituto è preside, rischia di perdere il posto e dover abbandonare quel “piccolo miracolo” che ha contribuito in maniera così forte a costruire. Ora, vi starete chiedendo, cosa ha di speciale questa scuola? L’Istituto scolastico comprensivo Teodoro Gaza di San Giovanni a Piro, nel cuore del Cilento, non è una scuola come le altre. Certo, come nelle altre scuole gli alunni (l’istituto comprende scuola materna, elementari e medie) imparano la grammatica, la matematica, la geografia e la storia. Ma a differenza degli altri istituti imparano anche a vivere senza produrre rifiuti, a fare a meno (per quanto possibile) del petrolio e dei suoi derivati, a coltivare le piante secondo i principi della permacultura. Il Teodoro Gaza infatti è la prima e forse unica scuola “di transizione” e a “rifiuti zero” d’Italia. Tutto è iniziato sei anni fa, quando Maria De Biase decise di andar via dalla sua cittadina, Marano, nell’hinterland napoletano, “terra dei fuochi e di drammatico degrado umano, terra di camorra e di rifiuti tossici” come essa stessa la definisce, per trasferirsi nel Cilento e provare a lavorare in condizioni di “normalità”. Aveva appena vinto il concorso per dirigente scolastico e le era stato assegnato l’Istituto Comprensivo “T. Gaza”. Da allora il percorso personale di Maria e quello della scuola hanno proceduto di pari passo. Qui Maria De Biase ha potuto applicare e sperimentare la sua passione per l’ambiente, le sue idee sulla resilienza, sulla sovranità alimentare, sull’educazione e quella voglia di cambiamento e di rinascita che chi ha toccato con mano il degrado ed il disfacimento sociale avverte forse con più forza degli altri. L’istituto ha fin da subito fatto propri i principi di Paul Connet relativi alla strategia rifiuti zero, e quelli del movimento Transition Town a cui ha aderito.

sapone

Nel corso dei sei anni sono stati portati avanti talmente tanti progetti che meriterebbero un libro intero, piuttosto che le poche righe di un articolo. Oggi la scuola ha quattro orti – più uno sperimentale su balle di fieno -, che i ragazzi coltivano assieme ai genitori sotto la supervisione di dieci docenti e due collaboratori che si sono formati facendo corsi di permacultura. Nel giardino sono stati piantati ben trenta alberi da frutto autoctoni, donati dal Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Parte dei prodotti degli orti e del frutteto diventano la merenda quotidiana degli alunni e degli insegnanti. Il pane con l’olio dell’albero millenario che sta nel giardino della scuola, pane e broccoli, pane e marmellata; il tutto consumato in piatti di ceramica, con posate di metallo e bicchieri di vetro. Un’abitudine che è diventata un progetto, EcoMerenda, diventato presto oggetto di interesse nazionale al punto di meritare, a Torino, il premio “Agricoltura Civica Award 2013”. I bambini di quinta elementare hanno imparato a costruire delle compostiere domestiche; quelli di elementari e medie hanno dato il via alla raccolta dell’olio alimentare esausto realizzando migliaia di saponette assieme alla collaborazione delle nonne. Ogni anno alunni e insegnanti allestiscono un mercatino della solidarietà nel quale vendono i prodotti realizzati nei laboratori scolastici per sostenere vari progetti di solidarietà: da una scuola e un laboratorio medico in Senegal, a un orfanotrofio in India, all’aiuto alle famiglie in difficoltà per l’acquisto di libri, materiale scolastico, ticket mensa, trasporti ecc. Ma torniamo di nuovo al presente, alla telefonata, e alla voce tesa di Maria de Biase, che pian piano si scioglie mentre mi racconta di tutti i meravigliosi progetti che ha portato avanti assieme ai suoi alunni, agli insegnanti, a genitori e parenti. Interrotti d’un tratto da una comunicazione del Ministero dell’istruzione, brutale come solo i numeri freddi possono essere, insensibili alla sostanza delle cose. Il prossimo anno la scuola non raggiungerà gli alunni necessari per poter proseguire autonomamente il proprio percorso, dunque verrà sottodimensionata. Finirà accorpata a qualche altro istituto, assegnata ad un reggente che potrebbe arrivare da molto lontano, forse da un’altra provincia, e recarvisi una volta al mese, giusto per firmare i documenti, sancendo di fatto la morte del progetto.

alunni

“La cosa ironica di tutta questa situazione – mi spiega Maria – è che la nostra scuola ha sempre portato avanti le linee volute dallo stesso ministero. Siamo all’avanguardia in molti campi, potevamo essere un fiore all’occhiello, un esempio da seguire e da esportare. Ma quando vai ad inserire i dati nel form telematico, tutto il lavoro che hai fatto, tutta la qualità che hai espresso si perde in una serie di numeri. Numeri che dicono che, per soli 15 alunni, non raggiungiamo la soglia necessaria a restare autonomi”. “Mi dicono che devo rendere conto della perdita di alunni. Ma qui è la miseria che si porta via la gente, intere famiglie costrette ad emigrare, soprattutto coppie giovani con bambini piccoli. E nonostante tutto ci sono persone che si trasferiscono a San Giovanni a Piro apposta per far frequentare ai loro figli la nostra scuola. Due famiglie di Napoli ad esempio, e una ricca signora inglese trasferitasi qui nei dintorni che appena ha scoperto quello che facevamo ha voluto iscrivere qui il proprio figlio.” Maria De Biase sarà costretta, entro il 6 luglio, a fare domanda di trasferimento presso un’altra scuola. I tagli all’istruzione potrebbero uccidere uno dei progetti più belli e all’avanguardia che il nostro paese conosca. Ma non è ancora il momento di gettare la spugna. Preside, insegnati e amici dell’istituto hanno ancora qualche carta da giocare. È online una petizione, che invitiamo tutti a firmare, nella quale si chiede che la scuola sia data in reggenza per il prossimo anno proprio alla De Biase, che sarebbe disposta a gestirla a titolo gratuito per tutto l’anno, per procedere in seguito all’accorpamento con la scuola che la preside andrà a dirigere in seguito alla domanda di trasferimento. Maria mi racconta che quando Jairo Restrepo Rivera, uno dei maggiori esperti mondiali di agricoltura organica, venne a parlare al Gaza, rimase talmente colpito che affermò “una pequeña escuela puede cambiar el mundo!” (una piccola scuola può cambiare il mondo). Ora è il mondo che deve dare una mano alla piccola scuola, diamoci da fare.

Fonte: il cambiamento

Isola Pepe Verde, festa di quartiere per il giardino sotto i grattacieli

Dove: Milano, via Guglielmo Pepe angolo via Borsieri, quartiere Isola1746

Domenica 12 maggio dalle 11 alle 20, festa dell’associazione Isola Pepe Verde e di tutti gli “isolani”, all’insegna di giardinaggio, ecologia, arte e musica, per inaugurare il recupero dei giardini pubblici sotto il Cavalcavia Eugenio Bussa, nel cuore del quartiere Isola, sotto i grattacieli di Porta Volta

In pieno quartiere Isola, ormai “ai piedi” dei prepotenti grattacieli sorti e ancora in cantiere del piano edilizio Porta Nuova, l’associazione Isola Pepe Verde da tre anni combatte per trasformare un’area comunale dismessa e abbandonata di poche decine di metri quadrati in uno spazio verde pubblico per il quartiere. Domenica 12 maggio una festa di musica, arte e pratiche di giardinaggio urbano per incentivare e promuovere questo progetto: dalle attività di semina, all’assemblaggio di Ecobox (contenitori per far crescere le piante), dalla costruzione di casette per uccelli, alla creazione di una sorta di biblioteca delle piante spontanee. Tutte le attività verranno alimentate da pannelli fotovoltaici e vi sarà un’installazione dell’artista macedone Nikola Uzunovski e di Isola Art Center, a rappresentare il sole e le nuvole “riconquistati” dal giardino di Isola Pepe Verde. “Il 12 maggio sarà infatti l’occasione per restituire ai cittadini del quartiere Isola (e non solo) un cielo ormai da anni oscurato da grattacieli e palazzi che hanno sostituito con acciaio vetro e cemento il sole e le nuvole” spiegano dall’Associazione. La festa di Isola Pepe Verde sarà anche un momento di confronto sul movimento degli orti e giardini urbani a Milano, che sta sempre più avanzando in varie zone della città. Appuntamento dalle ore 11.00 alle ore 20.00 in Via Pepe angolo Via Borsieri (Stazione Metro Porta Garibaldi, uscita Via Pepe). Per maggiori informazioni, vedere il sito dell’associazione.

Fonte: eco dalle città

Orti urbani, Torino approva il nuovo regolamento

Gli appezzamenti saranno assegnati con un bando circoscrizionale e prevalentemente avranno destinazione sociale (ISEE fino a 15mila Euro) mentre il 20% saranno riservati a fini pedagogici o terapeutici. Vietati concimi chimici e prodotti inquinanti. Canone annuo dai 50 ai 200 Euro. I primi bandi saranno attivati nel prossimo autunno

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Il nuovo regolamento comunale per l’assegnazione e la gestione degli orti urbani è stato approvato dal Consiglio comunale con 21 voti favorevoli, 5 contrari e 2 astenuti. Finora, la materia, era stata disciplinata dalla delibera del 1986, con provvedimenti effettuati, nel corso degli anni, dalle Circoscrizioni. Il Comune di Torino sottolinea come l’agricoltura urbana favorisca le relazioni sociali, l’utilizzo di suolo in aree degradate, il controllo e il senso di appartenenza del territorio. “Rappresenta uno strumento educativo per i ragazzi e terapeutico per le persone svantaggiate– si legge nella nota diffusa a termine della seduta – Sono spazi pubblici che attirano le persone a viverli, a uscire di casa per dedicare tempo a qualcosa che riempie e appaga la propria vita. Gli orti, inoltre, costituiscono il recupero della fascia periurbana, zona di contatto tra mondo rurale e mondo urbano, oltre che la difesa del suolo inteso come bene limitato e non riproducibile”. Gli appezzamenti di terreno saranno assegnati con un bando circoscrizionale, la superficie non dovrà essere inferiore a 50 mq né superiore a 100 mq. Prevalentemente gli orti assegnati avranno destinazione sociale (ISEE fino a 15mila Euro) mentre il 20% saranno riservati ad appezzamenti con fini educativi, pedagogici o terapeutici e di prossimità. I terreni dovranno essere coltivati biologicamente, con il divieto di concimi chimici e prodotti inquinanti. Il canone annuo va dai 50 Euro (scopo sociale) e 200 Euro (per la gestione collettiva). I primi bandi saranno attivati nel prossimo autunno.

Fonte: eco dalle città

 

UrBEES: api in città, sentinelle contro l’inquinamento

L’apicoltura urbana è già una realtà a New York, Londra, Parigi, Tokyo. E si fa strada anche a Torino, con il progetto UrBEES. Le api di città fanno il miele – buono e sano come quello di campagna – e servono a monitorare gli inquinanti. Roba da esperti? No. Chiunque può adottare un’arnia: non è pericoloso, non è difficile e basta un balcone. “Join the Revolution!”

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Un annuncio gira su facebook: “Abbiamo bisogno di voi per portare avanti il Progetto UrBEES. Cerchiamo postazioni in Torino e Provincia per installare nuovi apiari urbani. Balconi, terrazze, giardini, orti, tetti, parchi, cortili… e qualsiasi altro spazio per poter rendere, finalmente, ecosostenibili le nostre città. Se siete interessati contattateci su urbees@hotmail.com Join our revolution!”. E noi l’abbiamo fatto. Ecco cosa ci ha raccontato Antonio Barletta, l’ideatore del progetto. “Io sono apicoltore da circa sette anni; avevo le api in Val Chiusella assieme ad un amico, ma cercavo delle postazioni più vicine a Torino, dove vivo. All’inizio concentravo le ricerche in zone periferiche, ma poi mi sono detto “Perché invece che mettere le api in periferia non le portiamo in città?”. E ho cominciato ad informarmi. In rete ho scoperto la realtà dell’apicoltura urbana, le esperienze nel mondo: Londra, Parigi, New York, Hong Kong, Tokyo… Ho cercato di capire se ci fossero realtà simili in Italia, ma non ne esistevano. E allora ho deciso di provarci io. Prima di tutto ho cercato di capire se nella mia città ci fossero divieti contro l’apicoltura urbana – divieti che esistono in altre città: la stessa New York, ora all’avanguardia in questo campo, inizialmente lo vietava – e ho visto che a Torino il divieto non c’era. Così ho cominciato a parlarne ad amici, conoscenti, apicoltori…ecodaleecitta1

Ed è nato Urbees. Cosa volete fare esattamente?

Il progetto consiste nel coinvolgere i cittadini nell’allevamento delle api in città per beneficiare non solo di miele, cera e propoli, ma anche dei suoi servizi di biomonitoraggio: chiunque voglia ospitare le api sul balcone, o sul giardino avrà in cambio i prodotti dell’alveare e ci darà la possibilità di creare una “centralina di monitoraggio” per la qualità dell’ambiente urbano. Le api sono sentinelle dell’ambiente ed è arrivato il momento di utilizzarle anche per quello che è il loro ruolo nella natura. Attraverso l’analisi del miele e della cera delle api possiamo controllare la presenza dei metalli pesanti, degli inquinanti, e rilevare cosa sta cambiando nell’ecosistema della città. Il patto è questo: i cittadini mettono a disposizione uno spazio sul proprio balcone (bastano uno o due metri quadri), noi veniamo a fare un sopralluogo e installiamo l’arnia che diventa una postazione di monitoraggio. In cambio il cittadino si prende il miele. Urbees non ha ancora natura giuridica, non guadagniamo, per ora siamo tutti volontari e amici.

Non fa male mangiarsi il miele “inquinato”?

Il miele urbano è buono come quello prodotto in campagna ma si tira dietro un mucchio di scetticismo. Abbiamo analizzato il miele prodotto a Torino l’estate scorsa, misurando la presenza di piombo, nichel, cromo e benzene, cosa che non fanno i produttori tradizionali perché nessuno glielo chiede. Bene, nel nostro miele, questi metalli pesanti erano presenti solo in minime tracce, completamente irrilevanti dal punto di vista della commestibilità e della salute umana. Ma noi queste minime tracce possiamo analizzarle per fare un monitoraggio della qualità ambientale della città, avendo a disposizione i valori chimico fisici dei metalli pesanti ma anche quelli biologici: cosa causano questi metalli pesanti all’interno di un organismo?

Insomma, le api sono microcentraline…

Le api sono sentinelle: sono bioindicatori, un po’ come i muschi e i licheni, monitorano tutto e ci dicono come cambia l’ambiente. Ma non solo. Dove ci sono le api si garantisce il mantenimento della biodiversità. Possiamo scoprire come varia la presenza botanica spontanea in città, creare una mappatura della vegetazione urbana, utile anche per chi ha allergie. (Fra l’altro il miele è anche ipoallergenico: si abitua l’organismo ad introdurre piccole parti della sostanza a cui si è intolleranti), ripristinare le piante necessarie all’ecosistema… La natura in città deve essere funzionale, non solo estetica. E per ridurre l’inquinamento non basta solo evitare di prendere l’auto una volta ogni due settimane, bisogna anche reintrodurre la natura in città, per esempio attraverso gli orti urbani, i giardini verticali e perché no, le api.

Perché in altre città l’apicoltura urbana è vietata?

Le api si conoscono per due ragioni: perché fanno il miele e perché pungono. E nessuna delle due cose sembra adatta alla città. E invece non è così, prima di tutto perché le api arrivano spontaneamente in città. Ci stanno bene. Come tanti altri animali che sembrano “fuori posto”: i gabbiani, gli scoiattoli, i corvi, le formiche… Le api in città arrivano in sciami, spesso scappando dall’inquinamento della campagna. Sembra un paradosso ma l’inquinamento cittadino non causa la moria delle api come invece fanno i pesticidi e i fertilizzanti chimici usati nelle campagne. A New York successe proprio questo: si decise di aprire la città alle api per aiutarle a sopravvivere e si decise di investire sulla produzione di miele urbano. Idem a Parigi, dove sono state proprio le istituzioni pubbliche ad incentivare l’apicoltura urbana. Qui in Italia invece c’è molto scetticismo, prima di tutto tra gli apicoltori tradizionali; un po’ temono che in città le api possano morire, e un po’ sono spaventati dalla concorrenza del miele urbano. Non si riesce a vedere la forza dell’innovazione. Oltretutto in un mercato che importa il 40% del miele dall’estero… perché dobbiamo importarlo quando possiamo produrlo? Eppure in Italia sono il primo a portare avanti questo progetto.

Nessun pericolo per chi decide di adottare un alveare?

No. Le api sono vegetariane. Non ci pungono. Quelle sono le vespe, che sono carnivore, e rompono un po’ le scatole. Ma sono animali diversi. L’ape esce dall’alveare e si dirige subito sul fiore, perché la comunicazione dell’alveare è efficiente. Sanno già dove devono andare, non perdono tempo…E in ogni caso forniamo tutte le regole comportamentali e le “istruzioni per l’uso” ai cittadini che decidono di aderire al progetto.

E può farlo chiunque?

Non bisogna per forza diventare apicoltori per ospitare le api. Chi ci mette a disposizione uno spazio sul proprio balcone può affidarsi a noi per tutto il resto: mettiamo in sicurezza l’arnia e ci occupiamo della sua gestione. Se invece un cittadino vuole imparare a diventare apicoltore, organizziamo corsi e workshop apposta. Per allevare una famiglia di api basta un controllo a settimana, non richiede molto tempo. Ma, ripeto, non è necessario diventare apicoltore. Chiunque può aderire a Urbees e trasformare il proprio balcone in una centralina di monitoraggio. Non ci vuole niente, e ovviamente non ci sono costi per chi decide di intraprendere l’avventura. Abbiamo avuto api in Via Cavour, da un ragazzo che mangiava sul balcone e a volte ci dormiva anche, e non gli hanno mai causato problemi.

Le api no, ma gli altri condomini?

Nessun regolamento condominiale vieta l’installazione di un alveare sul balcone…anche perché di solito a nessuno viene in mente di farlo. A Parigi ci sono regolamenti appositi per le api in città, ma direi che prima di arrivare a una discussione simile al parlamento italiano ne passerà… Quando cominciai a cercare informazioni sul tema provai con i vigili urbani. Mi chiesero “Perché, vuoi denunciare qualcuno che ha messo le api sul balcone?” No veramente vorrei metterle io e capire a cosa mi fate se lo faccio…”. In assenza di un regolamento per l’apicoltura urbana ci si rifà alla legge nazionale, che dice che le api possono stare ovunque purché rispettino le distanze di sicurezza. Da un balcone all’altro basta che ci sia una barriera, un dislivello di due metri a separare l’arnia dalla proprietà adiacente. Di norma non ci sono problemi quindi. Certo, qualche vicino potrà brontolare. Ma bisogna far capire alla gente che avere le api sul balcone accanto è un ottimo indicatore di qualità ambientale. Ed è un buon segno: vuol dire che lì si vive bene…Ai condomini scettici faremo vedere come lavorano le api, spiegheremo loro che non c’è alcun pericolo… e se no proveremo ad addolcirli con un po’ di miele!

Fonte: eco dalle città

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