Roma Makers: a Garbatella un FabLab per progettare un futuro condiviso

Connettere i makers della capitale e promuovere la cultura dell’artigianato digitale, seguendo i principi della sharing economy e dell’open source. Con questi obiettivi è nata l’associazione Roma Makers che ha come sede operativa un FabLab a Garbatella, storico quartiere romano che accoglie molteplici iniziative basate sulla condivisione e lo scambio di saperi.

Tante persone, in Italia e nel Mondo, conoscono Roma per il suo centro storico, le sue meraviglie, i suoi scorci e le sue bellezze architettoniche e monumentali. Ad uno sguardo più attento scopriamo però anche che è una città enorme (1285.30 km quadrati), policentrica e frammentata. La Storia che vi raccontiamo oggi è l’esperienza di Roma Makers  e del loro FabLab di via Magnaghi 59, nel quartiere di Garbatella: testimonianza di una città abitata da persone che guardano al presente e al futuro, oltre che al passato, convinte che l’artigianato e il digitale non siano assolutamente due categorie da contrapporre e che l’incontro tra realtà diverse e la capacità di fare rete autentica possano alleviare il senso di una città che sembra così enorme da non incontrarsi mai. Roma Makers “è il network nato con lo scopo di connettere tutte le singole realtà legate al mondo dei Makers  presenti sul territorio di Roma” (tratto dal sito romamakers.org), ed ha la sua sede operativa nel FabLab presente nel quartiere Garbatella, nato nel 2013 nella sede provvisoria di via Frediani da una rete romana di Makers entusiasmati dall’idea di attirare sempre più gruppi di persone a questo tipo di realtà. Dopo una fase di autofinanziamento da parte dei soci, aumentando la risposta da parte del territorio, da luglio 2015 il laboratorio si è ingrandito (oggi è grande 150 metri quadrati) e trasferito nella sede di via Magnaghi 59. “Noi abbiamo aperto un FabLab per motivi di esigenze: più persone avevano la necessità di avere un posto fisico per potersi incontrare e scambiarsi idee e opinioni, e anche per utilizzare determinate tecnologie: dal laboratorio classico di falegnameria ad una stampante 3d, fino ad un saldatore”, ci racconta Silvio Tassinari, co-fondatore del FabLab Roma Makers. “Il problema è che ognuno singolarmente dovrebbe investire tanti soldi per avere un laboratorio attrezzato, che tra l’altro non sfrutterà mai completamente. Mettendo gli strumenti di ognuno a sistema, come si fa qui, tante persone possono avere a disposizione attrezzatura professionale, grazie alla condivisione del mezzo. Ogni lavorazione sul macchinario ha un costo per il tesserato, che comunque è inferiore ai prezzi di mercato a livello service. Una quota andrà al laboratorio per sostenere le spese, un’altra quota al privato che ha concesso lo strumento a disposizione. Questo offre la possibilità a tutto il territorio, alle persone che vogliono partecipare a questa attività di far crescere il laboratorio in un volano sostenibile, poiché tutti gli utili vengono reinvestiti nel Fab Lab”.garba

Costituita formalmente nel 2013, l’associazione Roma Makers raggruppa una delle più attive comunità di makers romani

 

Officine Roma makers è infatti un’Aps, un’associazione di promozione sociale, e l’ingresso al FabLab è aperto a tutti: “Questo FabLab è un’associazione che ospita persone dai dieci ai novanta anni. È aperto al professionista, allo ‘smanettone’, al curioso, allo studente. È una realtà mista, quindi si innestano molteplici dinamiche che hanno portato più persone sia a creare delle piccole startup che ad incontrarsi in questo posto anche non sapendo nulla di questi mondi, ben entusiaste però di imparare nuove tecnologie, di utilizzarle, di sperimentare”.

Per poter accedere al FabLab Roma Makers è necessario un tesseramento di cinquanta euro annuali, che permette l’accesso dalle 17 alle 22 al laboratorio, con copertura assicurativa compresa. Ma lo spazio è aperto anche al mattino, quando solitamente si incontrano soprattutto persone legate agli ambienti lavorativi come piccoli artigiani, start-up e piccole aziende, oltre che studenti. All’interno del FabLab si trovano vari laboratori: uno in 3d (con attrezzature sia di modellazione che di stampa 3d), uno di taglio e fresatura, uno di crafting, uno di elettronica e robotica e uno di interaction design, oltre ad un laboratorio Mini Makers per bambini. Oltre agli spazi interni al laboratorio, Roma Makers ha aiutato ad aprire dei Fab Lab all’interno di alcuni istituti scolastici, sia nel comune di Roma sia fuori dal comprensorio romano. “Più i FabLab aprono a Roma, più noi siamo contenti” ci spiega Leonardo Zaccone, co-fondatore del FabLab Roma Makers “la città è grande, i FabLab sono pochissimi e c’è bisogno più di collaborazione che di competizione. Più saranno diffusi i FabLab in città e in Italia, più la gente li vedrà come punto di aggregazione e formazione, aumenteranno il numero di persone che verranno al FabLab e sapranno anche cosa fare all’interno dello spazio. C’è necessità di comunicare che ci sono questi spazi perché tanta gente non sa proprio che esistono i coworking o i FabLab: in molti comprano una stampante 3d, poi vengono da noi e ci dicono che se avessero saputo della nostra esistenza non l’avrebbero comprata e avrebbero invece usato le nostre. Più siamo più si saprà che esistiamo”.

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L’associazione Roma Makers ha come sede operativa un FabLab a Garbatella

 

Il FabLab a Garbatella: una città policentrica che si incontra

Il FabLab Roma Makers ha la sua sede nel quartiere Garbatella a Roma, anche se nessuno dei fondatori è originario di questo luogo: la scelta non è stata casuale, perché il quartiere è una realtà particolare di Roma, che si contraddistingue per la sua caratteristica di condivisione e per la presenza di numerose realtà socialmente impegnate nel tessuto romano. Per una città fortemente policentrica e frammentata come Roma, è un posto molto particolare, adatto ad accogliere iniziative di condivisione e scambio di saperi tipiche del FabLab. Ci racconta Zaccone: “Ci teniamo sempre a dirlo: il fatto che oggi il nostro quartier generale sia a Garbatella è un segno distintivo, è uno dei quartieri con il maggior numero di realtà socialmente impegnate a partire da centri sociali importanti come La Strada e Casetta Rossa, qua sono sorti i primi orti urbani e qua è sorto il primo coworking comunale dell’urban center Millepiani. Per noi quindi nascere a Garbatella significava entrare in un tessuto civico di condivisione molto ampio e mettersi in rete con tutte queste realtà. Ad un certo punto abbiamo cominciato a lavorare a stretto giro con il coworking Millepiani: nascono in Italia tanti coworking e FabLab insieme, noi siamo uno dei rari casi di coworking e FabLab che condividono lo spazio, ma che vivendo uno molto vicino all’altro hanno cominciato a lavorare insieme, ad offrire corsi comuni, una tessera comune, a fare la mensa comune”.

 

L’Artigianato Digitale: il concetto di Chiralità

Quando ci si approccia ai concetti di FabLab e di Makers, ci si trova spesso di fronte al concetto di artigianato digitale  come nuovo punto di incontro rispetto al forte contrasto tra produzione di massa e produzione artigianale. Ma il mondo del digitale, della prototipazione e della stampa 3d è in grado di conciliarsi con l’originalità del pezzo unico tipica dell’artigianato? “Bisogna superare dei piccoli pregiudizi per capire in che direzione andare – ci spiega Zaccone – il primo è quello che confonde il concetto di ‘artigianale’ con ‘manuale’. In realtà quasi nessuna lavorazione è manuale perché noi usiamo comunque degli strumenti tecnologici di tutti i tipi”. Tuttavia, mentre le macchine di fabbricazione di massa sono state create per creare un sistema produttivo sempre uguale a se stesso nei processi e nei prodotti, nella fabbricazione digitale da FabLab rendere il sistema uguale sempre a se stesso, è praticamente impossibile.

“Noi per descrivere questa dicotomia abbiamo coniato un termine: chirale. La chiralità è la qualità delle mani, che sono uguali ma non sovrapponibili, uguali ma non perfettamente identiche, e viene mutuata nella chimica per tutte quelle molecole che sono speculari ma non sovrapponibili. Noi in realtà lo abbiamo mutuato in senso estetico filosofico per dire che tu puoi considerare un oggetto veramente artigianale quando puoi vedere dieci produzione artigianali, le riconosci come lo stesso oggetto ma in realtà non sono mai perfettamente sovrapponibili, non sono perfettamente identiche. Questa è la qualità è la chiralità dell’oggetto artigianale: il problema non è se fatto a mano o con una macchina, bensì se è una produzione di massa oppure una produzione chirale dove gli oggetti non sono mai identici a se stessi”.garba2

Roma makers è un’associazione di promozione sociale, e l’ingresso al FabLab è aperto a tutti

Agricoltura e FabLab: un’integrazione possibile

“La cosa che mi ha affascinato di più della digital fabrication è che non essendo un settore ma un insieme di processi, è possibile applicare questi processi a qualunque settore”. Mauro Jannone è un collaboratore del FabLab di Roma Makers e Tech Manager al Fab Lab di Bracciano , in provincia di Roma, nato nel 2015 e specializzato nel settore della coltivazione denominato “Agri-food”.

“Io personalmente sto facendo un percorso che ha a che fare con la natura e la sostenibilità, sto cercando di mettere insieme questi due percorsi con degli studi che sto facendo riguardo l’agricoltura. Esiste un nuovo trend che è l’agricoltura di precisione, che prevede l’utilizzo di sensori da applicare ai seminativi, sia di piccole dimensioni che di grandi dimensioni, che permettono di individuare anche un piccolo batterio su un’unica foglia. Si tratta di tecnologie che grazie alla digital fabbrication sono alla portata di tutti: ad esempio fare una sonda che misura l’umidità del terreno può costare molto poco e permettere di far risparmiare l’80% di acqua che si immette normalmente nel campo”.

 

A Bracciano sono stati realizzati numerosi progetti in tal senso, che vanno dalla fusione di design artigianale e agricoltura  fino appunto alla realizzazione di sonde low-cost  capaci di misurare la temperatura e l’umidità del terreno.

 

Il sito di Roma Makers 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/04/io-faccio-cosi-117-roma-makers-garbatella-fablab-progettare-futuro-condiviso/

Storie del vento: turbine open source, eolico di comunità… e di monastero!

Dall’Africa, all’America Latina all’Europa, il mini eolico rappresenta un’opportunità per le piccole comunità locali

Oggi è la giornata globale del vento; questa giovane ricorrenza è nata del 2007 sull’onda della crescita globale dell’energia eolica, decuplicata negli ultimi dieci anni. Con la colonna sonora piuttosto appropriata di Wind of change (video qui sopra), vogliamo oggi ripercorre alcune storie del vento, cioè di come l’energia eolica, anche se di media o piccola scala,  ha cambiato la vita di persone e comunità.

Turbine open source in Africa e America Latina

Piet Chevalier è un ingegnere olandese che ha fondato I love windpower, un’associazione che promuove lo sviluppo dell’eolico di piccola scala con progetti che si inseriscono nelle economie locali di paesi in via di sviluppo, sia in Africa (Mali, Tanzania, Malawi) che in America Latina (Messico, Brasile). Sfruttando un progetto di turbina open source sviluppato dall’ingegnere gallese Hugh Piggott, Chevalier sta insegnando a giovani africani e americani come progettare, costruire e installare micro turbine eoliche. Si tratta di impianti di potenza minima, pochi kilowatt di picco, che sono però perfettamente adatti alle disponibilità tecnico-finanziarie e alle esigenze di molti piccoli centri rurali.

Eolico di comunità in Polonia

L’eolico di comunità non è solo esclusiva della Germania. A Kobylnica, un piccolo centro nella vicina Polonia, sono state installate 18 turbine con una produzione annua di quasi 100 GWh; gli agricoltori dicono di aver vinto la lotteria, perché ricevono un significativo affitto dai produttori, ma tutti i cittadini ne beneficiano perché le tasse pagate dalle turbine rappresentano oltre il 10% del bilancio comunale.

Pale eoliche nel monastero ortodosso

Romania, Monastero di San Cassiano (delta del Danubio). Per risolvere il problema del rifornimento energetico, una decina di anni fa i monaci ortodossi hanno costruito una mini turbina eolica utilizzando l’alternatore di un autocarro.  L’impianto permette di alimentare frigorifero, lavatrice, ompa di calore, luci e un laptop, oltre a pompare l’acqua dal pozzo. Altri dieci monasteri hanno seguito l’esempio di San Cassiano e si producono l’energia da sè.

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Fonte: ecoblog.it

Mappatura genetica open source per le colture africane “dimenticate”

Howard Shapiro, genetista e dirigente industriale, intende mappare il genoma di cento coltivazioni africane tradizionali dimenticate dal mercato globale. Con due fondamentali novità: non verrà applicata l’ingegneria genetica e i risultati saranno pubblici

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L’agricoltura tradizionale ha sviluppato nei secoli migliaia di varietà vegetali, ma oggi solo un numero esiguo tra esse è coltivato su larga scala e riceve le attenzioni delle multinazionali dell’agroindustria.  Le altre colture, ribattezzate “orfane“, sono state trascurate perchè considerate di scarso interesse economico. Eppure, colture africane come la cassava (140 Mt nel 2011) o la yam (54 Mt), forniscono ogni giorno nutrimento a centinaia milioni di persone. Il genetista Howard-Yana Shapiro sta lavorando alla mappatura del genoma di un centinaio di queste colture dimenticate dall’occidente per renderle più relisienti e migliorarne la resa. Il progetto è molto interessante per due motivi:

·                                 non prevede l’uso di tecnologie OGM;

·                                 i dati saranno resi pubblici e non protetti da copyright.

Afferma Shapiro: «L’informazione genetica sarà pubblicata sul web e offerta agli sviluppatori di varietà, aziende di sementi e agricoltori, a condizione che non venga brevettata.  Un nuovo centro di ricerca per le nuove varietà sorgerà a Nairobi, in Kenya. Questa non è carità, è un dono per il miglioramento dell’agricoltura africana. Queste colture non verranno mai prese in considerazione dalle “big five” [le grandi compagnie biotech]. Non le vedono come una competizione al loro business»

Shapiro ha fondato l’azienda Seeds of change nel 1989, per commercializzare sementi biologiche e tutelare la biodiversità. Per fare un salto di scala, el 1997 ha ceduto l’azienda alla Mars Company, divenendone uno dei dirigenti. Fatto più unico che raro nella storia delle relazioni industriali, sembra che sia stato Shapiro a cambiare l’atteggiamento della Mars verso l’ambiente e le popolazioni locali e non il contrario, come purtroppo spesso avviene. Shapiro può vantare un notevole successo in questo campo: la mappatura del genoma del cacao è stata già effettuata come joint venture tra Mars, USDA e IBM ed ora i risultati sono pubblici e disponibili on line sul sito dell’USDA. Le conoscenze genetiche permettono di selezionare varietà migliori senza ricorrere all’ingegneria genetica. Shapiro ha spiegato come è stato possibile che una multinazionale come Mars si stia dedicando ad un’operazione di ricerca che non porta vantaggi economici immediati: «We want to be in business in 100 years».

Quando l’orizzonte non è il prossimo bilancio trimestrale, ma il prossimo secolo, anche le grandi aziende possono diventare un po’ più sagge.

 Fonte: ecoblog