UE, decisione storica: ‘Biodiesel da olio di palma insostenibile’. Ma le eccezioni rovinano tutto

Transport & Enviroment: “La Commissione invia un segnale importante stabilendo che il diesel da olio di palma non è sostenibile. Ma ci sono troppe scappatoie che potrebbero garantire i livelli attuali di consumo”

Con una decisione storica, la notte di sabato 8 febbraio la Commissione Europea ha riconosciuto in un atto delegato che le coltivazioni di palma da olio causano una significativa deforestazione e quindi il biodiesel prodotto dall’olio di palma non può essere conteggiato per raggiungere gli obiettivi di carburante verde dell’Unione Europea. Tuttavia la crescente pressione, comprese minacce di guerra commerciale, da parte dei governi della Malesia e dell’Indonesia, ha fatto sì che la Commissione introducesse diverse eccezioni, tra cui un’esenzione per l’olio di palma prodotto in piccole piantagioni indipendenti (meno di cinque ettari) o su terreni “inutilizzati”.
Lo rende noto T&E, Federazione europea delle organizzazioni non governative per i trasporti verdi, i trasporti e l’ambiente, che si dice comunque contraria a queste eccezioni, perché potrebbero significare che l’Europa utilizzi lo stesso quantitativo di olio di palma contenuto nel diesel attuale. T&E sottolinea che le dimensioni di una piantagione non hanno alcuna relazione con il rischio di deforestazione o con i cambiamenti nell’uso del suolo, ma soprattutto che i piccoli lotti di terra che vendono tutti ad un unico grande mulino controllato da grandi aziende sono il modello di business dei giganti dell’olio di palma come la FELDA / FGV della Malesia. Per quanto riguarda la terra “inutilizzata” invece queste aree potrebbero essere utilizzate dalle comunità locali per supportarsi o fornire importanti servizi ecosistemici. Oppure potrebbero essere messe in produzione per soddisfare la domanda sempre crescente di cibo.

Laura Buffet, di T & E, spiega: “La Commissione invia un segnale importante stabilendo che il diesel da olio di palma non è sostenibile. Ma con una mano dà ciò che toglie con l’altra. Non è possibile etichettarlo come insostenibile e poi aprire una scappatoia grande quanto i livelli attuali di consumo e pensare che la gente non se ne accorga. Questa decisione è arbitraria, interrompe il mandato che la Commissione aveva ottenuto dai ministri e dal Parlamento europeo e ignora il massiccio sostegno pubblico alla messa al bando del diesel da olio di palma”.

La maggior parte degli studi chiave che modellano le emissioni derivanti da cambiamenti indiretti nell’uso della terra (ILUC) mostrano che l’olio di palma ha emissioni ILUC più elevate di qualsiasi altra materia prima per il biodiesel, seguita dall’olio di soia. 

Fonte: ecodallecitta.it

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Indonesia, 100mila morti a causa degli incendi per le deforestazioni

Gli incendi boschivi sono finalizzati alle coltivazioni di olio di palma452167606

Secondo uno studio condotto da esperti in salute pubblica e in modelli atmosferici delle Università di Harvard e Columbia, i morti legati agli incendi boschivi del 2015 connessi alle deforestazioni del Sudest asiatico sarebbero più di 100mila. La ricerca, pubblicata su Environmental Research Letters, mette sotto accusa l’industria dell’olio di palma: la deforestazione, infatti, veniva messa in atto per fare spazio alla coltivazione intensiva delle palme da olio, diventate, negli ultimi anni, un pilastro dell’economia indonesiana. Mentre da più parti l’industria alimentare rinuncia all’ingrediente per non perdere clienti e i sostenitori organizzano una controffensiva mediatica per sminuirne l’impatto ambientale, in Indonesia hanno già fatto un passo indietro decidendo che non verranno incrementate le aree coltivate.

I roghi del 2015 avevano fatto annullare centinaia di voli, obbligato alla chiusura le scuole indonesiane, ma anche quelle della Malesia e di Singapore. Gli incendi avevano causato 500mila casi di infezione alle vie respiratorie, esponendo 50 milioni di persone ai fumi tossici, 24 ore al giorno per settimane.  Secondo lo studio le morti premature causate dagli incendi sarebbero state 90mila in Indonesia, 6mila in Malesia e 2200 a Singapore. Nelle zone maggiormente colpite dalle emissioni – Sumatra e il Kalimantan – i livelli di inquinanti dell’indice standard (PSI) hanno toccato il tetto dei 3000, a fronte di una soglia di pericolo fissata a 300.

Fonte:  Environmental Research Letters

Olio di palma, l’Indonesia verso il divieto di nuove piantagioni

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L’Indonesia potrebbe porre il divieto a nuove piantagioni di palme da olio dopo i numerosi incendi che negli ultimi anni hanno causato gravi problemi di tipo ambientale. Visto che l’olio di palma rappresenta uno dei pilastri dell’economia del Paese asiatico, i gruppi ambientalisti rimangono scettici. Il presidente Joko Widodo ha proposto di vietare ulteriori concessioni per deforestare e produrre questa materia prima sempre più utilizzata nell’industria alimentare, ma anche nella cosmetica e nei prodotti per l’igiene personale. Widodo ha dichiarato che le concessioni in essere sono sufficienti e ha invitato l’industria alimentare a concentrarsi sull’uso di produttori di semi migliori per aumentare i loro rendimenti. In tempi recenti le piantagioni si sono moltiplicate nell’isola di Sumatra e nella parte indonesiana del Borneo per far fronte a una domanda crescente di questa materia prima; questo boom ha portato a enormi profitti e a importanti entrate per il Governo. Negli ultimi due anni, però, gli effetti collaterali delle coltivazioni intensive hanno annullato i benefici per le economie private e statali. Gli incendi delle aree boschive hanno provocato gravi problemi di inquinamento atmosferico, squilibri agli ecosistemi e il fenomeno di El Niño ha aggravato il tutto. Ora dal governo potrebbe arrivare un giro di vite a un settore che dà lavoro a circa24 milioni di persone, includendo anche l’indotto. Un conto è stabilire nuove leggi, un altro farle applicare e l’Indonesia è un arcipelago di 17mila isole in cui le regole della Capitale vengono spesso trascurate dalle amministrazioni locali. Le battaglie degli ambientalisti, quindi, non finiranno nemmeno con un eventuale stop alle deforestazioni.

Fonte: Abc

Starbucks e l’olio di palma

Starbucks ha un grosso problema e a farglielo presente è una coalizione di associazione che ha scritto una lettera al CEO del gruppo, Howard Schultz, sollecitando azioni concrete per far sì che l’olio di palma acquistato non contribuisca più alla deforestazione e al cambiamento climatico. Ma il fenomeno è ben più ampio…starbucks_olio_palma

Il colosso americano delle caffetterie, approdato ormai anche nel nostro paese, è alle prese con critiche molto dure che stanno contribuendo a indebolirne l’immagine. Il problema è l’olio di palma utilizzato dal gruppo, che arriva direttamente dai paesi dove le coltivazioni intensive distruggono le foreste. A inviare una lettera al CEO di Starbucks, Howard Schultz, sono stati il Center for International Policy, Forest Heroes, l’International Labor Rights Forum, il Rainforest Action Network, la Rainforest Foundation Norway, il Sierra Club, il SumOfUs and l’Union of Concerned Scientists (UCS). Nella lettera si esplicita l’invito a non acquistare più prodotti, quali appunto l’olio di palma ma anche la carta, che favoriscono la deforestazione e i cambiamenti climatici. Oltre alla lettera, Starbucks si è visto recapitare una petizione firmata da 300.000 persone. Il gruppo acquista olio di palma soprattutto dal sud est asiatico, dove la foresta vergine viene cancellata per fare posto alle coltivazioni intensive di palma da olio. Peraltro nell’ultimo anno l’Indonesia è stata devastata da continui roghi che hanno prodotto effetti devastanti anche sulla popolazione, facendo ammalare e uccidendo un numero elevato di persone ed esponendo a pericoli 43 milioni di indonesiani. Ma Starbucks non è ovviamente l’unica azienda ad utilizzare massicciamente olio di palma non sostenibile (sempre che esista quello sostenibile!).  Se la produzione annuale nel mondo ha raggiunto i 70 milioni di tonnellate è perchè la richiesta è altissima e va aumentando sempre di più. Si tratta di un ingrediente utilizzato nell’industria alimentare, ma anche nella cosmesi e farmaceutica, nell’agroenergia e nei mangimi per animali. Costa poco, è versatile, inodore, insapore e facilmente lavorabile, quindi le multinazionali lo acquistano in quantità tali da rendere la richiesta, e quindi la produzione, non sostenibile. Non mancano i tentativi di greenwashing. Infatti nel 2004 è nata la tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile, che fornisce una certificazione detta appunto Rspo che dovrebbe garantire una produzione che preserva la foresta primaria. Ma, guarda caso, qualche anno fa Greenpeace ha scoperto che la United Plantations aveva ottenuto la certificazione malgrado continuasse a distruggere le foreste. Di recente l’associazione ambientalista, insieme al Wwf, ha dato vita al Poig, Palm oil innovation group, il cui obiettivo è certificare la sostenibilità dell’olio di palma con criteri più stringenti. Ma c’è chi ha aspramente criticato il fatto che le due associazioni si siano alleate in questa nuova avventura con Ferrero, Danone e AgroPalma! La via d’uscita? Smettere di usare olio di palma, senza però sostituirlo con altri oli da coltivazioni altrettanto insostenibili. Smetterne l’utilizzo significherebbe ritornare alla produzione alimentare artigianale, alla limitazione drastica dell’uso dei mezzi di trasporto in modo che non occorra nemmeno il biodiesel all’olio di palma; significherebbe cambiare paradigma e diminuire i consumi. Utopia? Chissà…

Fonte: ilcambiamento.it

Ucciso dopo avere denunciato la devastazione causata dalle piantagioni di olio di palma

Era riuscito a far accogliere da una corte guatemalteca la sua denuncia contro le devastazioni provocate dalle società che gestiscono le piantagioni di olio di palma. Qualche giorno dopo è stato ucciso.rigoberto_lima_choc

Il coraggio di mettersi contro i big dell’olio di palma è costato la vita all’ambientalista Rigoberto Lima Choc, ucciso nel nord del Guatemala appena qualche giorno dopo la sua denuncia, accolta da una corte del paese, che rivelava l’inquinamento massiccio provocato dalle società proprietarie delle piantagioni di palme da olio. Rigoberto aveva 28 anni e faceva l’insegnante, apparteneva ad una tribù indigena e si dedicava alla salvaguardia del suo territorio. Era stato tra i primi a denunciare come l’industria dell’olio di palma avesse avvelenato i corsi d’acqua e ucciso centinaia di migliaia di pesci mettendo a rischio persino le fonti di sostentamento della popolazione locale. Gli esperti hanno definito quanto avvenuto un ecocidio e tra i maggiori disastri ambientali della storia del Guatemala. Per difendere l’ambiente Rigoberto Lima Choc ha pagato il prezzo più alto possibile, la sua vita. Ora la gente pretende giustizia da parte delle autorità guatemalteche. Il disastro denunciato da Rigoberto è solo uno degli esempi della distruzione dell’ecosistema che l’industria dell’olio di palma sta causando, soprattutto quando i governi si tirano indietro e non proteggono le popolazioni locali né l’ambiente. Rigoberto aveva documentato l’accaduto e intentato una causa ed evidentemente era diventato troppo scomodo. L’International forests program dell’associazione Friends of the Earth lancia dunque un appello affinché venga aperta un’inchiesta, vengano individuati e perseguiti i responsabili.

Firmate anche voi la petizione per chiedere indagini e per esigere che vengano protetti i diritti umani e l’ambiente

Fonte: ilcambiamento.it

Prodotti senza olio di palma: sulle confezioni sempre più diciture “palm oil free”

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Ogni volta che si parla di olio di palma, il dibattito pubblico su questa diffusissima materia prima si spacca in due parti: da una parte i detrattori, coloro che, oltre a sottolinearne la nocività per l’ambiente, pongono l’accento sulle conseguenze sulla salute, dall’altra i sostenitori, quelli che dicono che non fa male alla salute e che le aziende serie utilizzano soltanto olio di palma da piantagioni certificate. Anche se in scala ridotta, sembra di assistere alla stessa contrapposizione che vede i sostenitori dei cambiamenti climatici da una parte e i negazionisti dall’altra. Sostituite l’olio di palma con il petrolio: in entrambi i casi il movente dei negazionisti è il margine di guadagno che le due risorse garantiscono alle aziende che coltivano ed estraggono. Quello dell’olio di palma è un business enorme che fa piazza pulita della concorrenza potendo contare su un ingrediente a buon mercato che riduce i prezzi del 40-50% rispetto a chi utilizza olio o burro. La sfida sul prezzo fra chi lo utilizza e chi non lo utilizza è improponibile, ma dall’inizio di quest’anno, da quando cioè l’Unione Europea ha reso obbligatoria la dicitura “olio di palma” invece del più generico “olii vegetali”, si è potuta aprire una nuova sfida che privilegia salubrità ed etica al prezzo. L’obbligo della dicitura ha permesso ai consumatori di capire chi utilizza e chi non utilizza olio di palma. Dopo una prima fase nella quale le aziende alimentari non hanno voluto esplicitare la loro posizione, limitandosi a elencare gli ingredienti come da regolamento, da qualche settimana a questa parte hanno deciso di giocare la carta della segnalazione “senza olio di palma” o “palm oil free”.

Personalmente mi sono accorto della nuova dicitura acquistando una confezione di biscotti che prima dell’estate non segnalava l’assenza di olio di palma. Fra i pionieri di questa tendenza c’è Alce Nero, il marchio che ha rinunciato all’olio di palma nei frollini nel lontano 2004. Successivamente anche Arte Bianca,Gentilini e Grondona hanno seguito la stessa strada. Il vero giro di vite c’è stato quest’anno, non per una presa di coscienza collettiva, ma soltanto per ragioni di business. In soldoni: se non ci fosse stato l’obbligo di segnalazione fra gli ingredienti il divario di prezzo fra utilizzatori e non utilizzatori sarebbe rimasto “immotivato”. Dopo un po’ di mesi di “transizione” alcuni marchi hanno deciso di rinunciare all’utilizzo e molti hanno scelto di inserire la dicitura “senza olio di palma” sulle proprie confezioni, in modo da essere più competitivi sul mercato. Il numero dei marchi che hanno eliminato (totalmente o parzialmente) la sostanza dai loro prodotti sono, fra gli altri, Misura, Paluani, Granoro, Tre Marie, Galbusera, Viaggiator Goloso, Coop ed Esselunga. Altre aziende invece di investire su ingredienti di qualità hanno preferito investire su campagne di comunicazione a favore dell’olio di palma. Alcune delle imprese che lo utilizzano in abbondanza, inutile dirlo, sono fra le più importanti inserzioniste pubblicitarie del settore alimentare…

Foto | Mazzocco

Fonte: ecoblog.it

L’agricoltura intensiva responsabile dell’80% della deforestazione

Olio di palma e soia sono le principali responsabili della regressione delle foreste, anche se da Cina, Australia e Cile arrivano dati positivideforestazione-indonesia-4

Negli scorsi giorni abbiamo pubblicato i dati sull’annuale report di Global Forest Watch sulla deforestazione, con i dati allarmanti forniti dal lavoro di questo ente di monitoraggio. A partire da oggi e per tutta la settimana, a Durban, in Sudafrica, si tiene la quattordicesima edizione del Congresso Forestale Mondiale, un momento per fare il punto. C’è un altro report destinato a far discutere ed è quello firmato da José Graziano Silva, direttore generale della FAO che cita un rallentamento del disboscamento rispetto agli anni Novanta: se fra il 1990 e il 2000 le foreste erano regredite mediamente dello 0,18%, fra 2010 e 2015 sono state erose con un ritmo dello 0,08%. Anche se su scala mondiale l’estensione delle foreste continua a diminuire proporzionalmente all’incremento demografico, i tassi di perdita netta delle foreste sono stati ridotti del 50% nel giro di quindici anni. Si tratta, secondo Graziano Silva, di una tendenza da consolidare. Se in alcun Paesi come il Brasile, la Birmania, l’Indonesia, la Nigeria e la Tanzania continuano a deforestare, vi sono paesi come Cina, Australia e Cile nei quali la superficie arboricola è aumentata.

Deforestazione: nel 2014 persi 18 milioni di ettari

La superficie di foreste persa lo scorso anno è doppia rispetto a quella del Portogallo ed uguale a quella di Cambogia e Siria. L’80% della deforestazione è da attribuire all’agricoltura: olio di palma e soia sono le due materie prime che incidono in maniera più massiccia su questo trend, ma va detto che, specialmente negli ultimi anni, le multinazionali hanno dovuto fare i conti con consumatori sempre più consapevoli dei danni che questo genere di agricoltura intensiva procura alla loro reputazione. Le foreste piantate non cessano di aumentare e rappresentano ormai il 7% della totalità della superficie forestale globale. Il settore forestale continua a impegnare l’1,7% della manodopera mondiale e a contribuire allo 0,8% al PIL internazionale. E al di là della risorsa economica, le foreste sono fondamentali per gli equilibri naturali e come fornitrici insostituibili di risorse ambientali vitali a lungo termine, aria pura e acqua su tutte. Guardando al 2030, il rapporto FAO prevede che le foreste continueranno a regredire sia in America del Sud che   in Africa, mentre la loro superficie crescerà ancora nelle altre aree della Terra.

Fonte:  Fao

Olio di oliva, olio di palma o olio di colza? La guerra commerciale

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Olio di oliva, olio di palma o olio di colza? La scelta tra i diversi tipi di oli vegetali è stata al centro di un dibattito che si è tenuto all’Expo di Milano: l’occasione è stata la presentazione del libro “L’olio giusto”, scritto da Rita Fatiguso e José Gálvez ed edito da Giunti.

Olio di palma: 5 risposte alle domande più frequenti

Che cos’è? Fa male alla salute? Quali sono le conseguenze per l’ambiente? Quali sono i meccanismi di controllo? In quali prodotti lo troviamo? Cinque risposte alle domande più frequenti sull’olio di palma

L’olio di oliva, il nostro olio del Mediterraneo è il migliore, per tutte le sue caratteristiche – dice Gálvez – ma rappresenta solo il 2,5% della produzione mondiale“. Dunque, spiega stavolta Fatiguso, siamo di fronte ad “un tema che è molto sentito (complice anche la polemica Nutella-Royale, ndr), il problema è far quadrare i conti del pianeta ma anche quelli della salute“.

Dal punto di vista del consumatore finale la scelta è certamente difficile, visto il forte condizionamento dovuto alle strategie industriali e di marketing. “I protagonisti della guerra dell’olio – spiegano gli autori del libro – hanno spesso trasformato una battaglia commerciale in una sfida parascientifica poco trasparente a difesa della salute e dell’ambiente, facendo leva sul coinvolgimento emotivo del grande pubblico“.

La soluzione? Spingere i consumatori a diventare sempre più dei “controllori” di ciò che si decide di comprare: solo informandosi con accortezza è possibile prendere la decisione giusta sia sul tipo di olio da comprare, sia sulle tante marche e le varietà sul mercato.

Fonte: ecoblog.it

Olio di palma: 5 risposte alle domande più frequenti

Che cos’è? Fa male alla salute? Quali sono le conseguenze per l’ambiente? Quali sono i meccanismi di controllo? In quali prodotti lo troviamo? Cinque risposte alle domande più frequenti sull’olio di palma.olio-di-palma-2

La polemica accesa dalle parole del ministro francese dell’agricoltura Ségolène Royale si è chiusa con le scuse a Ferrero, ma l’olio di palma resta al centro dell’attenzione, anche perché questo ingrediente è presente in maniera piuttosto invasiva nella gran parte dei prodotti dolciari e anche in altri prodotti alimentari.

Che cos’è l’olio di palma?

L’olio di palma si ottiene con la pressione a caldo della polpa dei frutti rossi delle palme da olio. Si tratta di un ingrediente facilmente conservabile, apprezzabile per la sua consistenza e utilizzabile anche in altri settori (dalla cosmetica all’igiene personale). L’85% delle coltivazioni a scopo industriale si trovano nel Sud-Est asiatico, in Indonesia e In Malesia. Vista la crescente domanda, anche nazioni di altri continenti (Brasile e Colombia per esempio) si sono lanciate nella sua coltivazione.

L’olio di palma fa male alla salute?

Nonostante una parte dei media lo difenda a spada tratta (in Italia Wired ha più volte preso posizione a favore del suo utilizzo), l’olio di palma può provocare malattie cardiovascolari e forme di obesità che favoriscono l’insorgenza di tumori. È stato calcolato che un Europeo medio consuma una dozzina di litri di olio di palma all’anno.

Quali sono le conseguenze ambientali della produzione di olio di palma?

Secondo la FAO la cultura della palma da olio è responsabile del 17%-27% della deforestazione in Indonesia e dell’80% della deforestazione in Malesia. Gli alberi non sono le uniche vittime delle coltivazioni intensive di questa pianta: ogni anno molte specie endemiche (fra cui 5000 orangutan) vengono minacciate dalla trasformazione del loro habitat.

Quali sono i meccanismi di controllo?

Ferrero, l’azienda chiamata in causa dalla polemica di questa settimana, dichiara sul suo sito che la sostenibilità dell’olio di palma utilizzato nei suoi prodotti è garantita dall’RSPO. L’RSPO è un’associazione senza scopo di lucro che, dal 2004, raggruppa tutta la filiera dell’olio di palma, dai produttori ai consumatori, dalle associazioni ambientaliste alle aziende che trasformano il prodotto. L’ente certifica il 18% dell’olio di palma prodotto qualora questo non partecipi alla deforestazione e rispetti i diritti fondamentali dei milioni di lavoratori e piccoli coltivatori interessati dalla produzione di questo ingrediente. Un rapporto dell’associazione Les Amis de la Terre sottolinea come la RSPO classifichi come “sostenibile” anche l’olio di palma coltivato utilizzando il pesticida paraquat. Fra gli organismi di controllo vi è anche il TFT (The Forest Trust) che ha lo scopo di aiutare le aziende a rispettare l’ambiente e le popolazioni locali.

Quali prodotti non utilizzano l’olio di palma?

Basta prendersi un quarto d’ora per leggersi le etichette dei biscotti e delle merendine presenti in un qualsiasi supermercato per accorgersi di come l’olio di palma abbia letteralmente invaso il mercato dei prodotti trasformati lasciando ben poche possibilità di scelta ai consumatori. Il Fatto Alimentare ha prodotto qualche mese fa una lista dei prodotti alimentari distribuiti nei nostri supermercati che scelgono ingredienti alternativi all’olio di palma: si tratta, ovviamente, di prodotti che si trovano a dovere competere con la concorrenza di chi utilizza un ingrediente a basso costo per ridurre i costi di produzione e aumentare i propri margini di ricavo. Qualche azienda, Alce Nero per esempio, lo ha totalmente eliminato dai propri prodotti. Un atteggiamento pionieristico che potrebbe essere presto imitato da alcuni big.

Fonte: ecoblog.it

Olio di palma, la Malesia denunciata dagli Usa per sfruttamento del lavoro minorile

L’industria malese dell’olio di palma è stata denunciata dal Dipartimento del lavoro egli Stati Uniti per l’utilizzo di lavoro minorile e lavoro forzato dopo i dossier sui settori dell’elettronica e abbigliamento. La Malesia è al centro delle indagini dello ILAB, l’ufficio del lavoro per gli affari internazionali degli Stati Uniti che ha provveduto a rilasciare la relazione semestrale List of Goods Produced by Child Labor or Forced Labor in cui viene denunciato che l’olio di palma è ottenuto dallo sfruttamento del lavoro minorile. A essere indagata dunque anche l’industria alimentare malese dopo i settori dell’elettronica e abbigliamento accusati di sfruttare il lavoro minorile e di usare lavoro forzato. Il report presentato dallo Bureau of International Labour Affairs (ILAB) è alla sua sesta edizione e richiesto dalla legge americana Trafficking Victims Protection Reauthorisation Act (TVPRA) del 2005, nata per monitorare e fornire informazioni sul traffico di esseri umani e lavoro forzato. Parliamo di circa 168 milioni di bambini e di 21 milioni di lavoratori forzati che portano sul mercato globale prodotti di consumo quotidiano. L’inclusione della Malesia (l’Indonesia era già presente) segue di pochi mesi la pubblicazione del documento Tier 3, il report annuale statunitense sul traffico di esseri umani. In questo documento già si faceva riferimento alla situazione di lavoro forzato a cui erano sottoposti gli stranieri in cerca di lavoro in Malesia.MALAYSIA-SIMEDARBY-COMPANY-EARNINGS

I minori sfruttati sono tutti bambini al di sotto dei 18 anni perciò definito lavoro minorile mentre il lavoro svolto sotto i 15 anni viene definito schiavitù per fini illeciti e che minaccia la salute, la sicurezza e la morale dei bambini; per lavoro forzato si intende il lavoro che si fa sotto coercizione, forza o frode e include l’uso di minacce o danni fisici reali e abuso di legge. L’elenco è stato realizzato utilizzando i dati di disponibili pubblicamente e fonti primarie e secondarie tra cui anche dati forniti dall’Organizzazione internazionale del lavoro, visite in loco da parte ILAB e personale del governo americano, così come le informazioni elaborate da istituzioni accademiche e organizzazioni non governative. Accanto all’olio di palma troviamo anche altri prodotti realizzati con lo sfruttamento del lavoro minorile quali l’abbigliamento dal Bangladesh, cotone e canna da zucchero dall’ India, la vaniglia del Madagascar, il pesce dal Kenya e Yemen e bevande alcoliche, carne, tessile e legname dalla Cambogia.

Ha detto Carol Pier vice sottosegretario del Lavoro per gli affari internazionali:

Il lavoro minorile e il lavoro forzato sono violazioni dei diritti umani fondamentali, e sono anche pratiche commerciali scorrette che soffocano lo sviluppo economico.

In Malesia ci sono ancora due settori in cui i diritti umani sono violati e sono l’elettronica e il tessile/abbigliamento. Con questa relazione la Malaysia rischia di essere messa su una lista nera arrivando a subire pesanti restrizioni economiche.

Fonte:  Today Online