Attenzione a non scivolare sull’olio assassino

Sono sempre più numerose le grandi aziende che si fregiano di produrre olio di palma in modo sostenibile, dalla Procter & Gamble alla PepsiCo. C’è un gran fermento per cercare di far accettare un prodotto che finora non ha avuto che colpe nel disastro ambientale dei paesi in via di sviluppo. Green-washing? Viene da chiederselo. Intanto si appena conclusa a Jakarta la quinta edizione della fiera dell’olio di palma, la International Conference Exhibition on Palm Oil 2014. Se questo da una parte ci fa comprendere la portata colossale di questa commodity, dall’altra ci induce ad aumentare il nostro senso di responsabilità come consumatori.olio_di_palma

Frigge le patate e scalda gli animi. L’olio di palma è uno dei nuovi mostri che contribuiscono a distruggere il pianeta. Una versatile ed economica materia prima ricavata dalla polpa del frutto della palma, coltivata in immense piantagioni nel Sud-Est asiatico, ma anche in alcune zone africane e sudamericane, e presente in una stupefacente moltitudine di prodotti, dai cosmetici ai saponi, dalle margarine ai dolciumi confezionati, dalle paste pronte ai prodotti da forno. Pochi sapranno che, nell’elenco degli ingredienti, spesso non compare neppure con il suo vero nome; viene genericamente indicato come olio (o grasso) vegetale (talvolta idrogenato). In forte crescita, anche l’utilizzo dell’olio come biocarburante. Ma da dicembre 2014 sarà obbligatorio riportare sull’etichetta, stando al regolamento UE 1169/2011, la tipologia di olio o grasso vegetale contenuto in ciascun prodotto. Sarà quindi più facile decidere come e cosa acquistare. La produzione globale di olio di palma è mastodontica. Dai dati di oilworld.biz si evince che nel 2006 ne sono state prodotte quasi 37 milioni di tonnellate, mentre nel 2009, appena 3 anni dopo, la produzione è aumentata di circa un quinto superando i 45 milioni di tonnellate; per il 2013 l’Agriculture Department Database statunitense stima una produzione di più di 58 milioni di tonnellate. Per comprendere meglio gli ordini di grandezza, ricordiamo che gli oli di girasole e colza vengono prodotti rispettivamente in ragione di 10 e 20 milioni di tonnellate annue. L’olio di oliva, invece, si attesta, per lo stesso anno, su poco più di 3 milioni di tonnellate: un’inezia. L’olio di palma è quindi l’olio più prodotto al mondo, avendo guadagnato questo primato nel 2005, quando ha doppiato l’olio di soia, grazie a un tasso di crescita dell’8% annuo, come si evince da uno studio globale sulla produzione di oli vegetali. Con questi dati si possono comprendere, seppur in estrema sintesi, i termini di questo enorme flagello di dannosità sempre maggiore: distruzione di ecosistemi, sterminio di animali, emissione di gas serra, lesione di diritti umani. Le principali nazioni produttrici sono Indonesia e Malesia, che insieme ne producono quasi l’86%, paesi il cui grado di biodiversità è sempre più minacciato dal continuo disboscamento di foresta primaria: proprio l’Indonesia si aggiudica un tristissimo record, comparendo nel Guinness dei Primati del 2008 come il distruttore più veloce di foresta al mondo: all’ora viene raso al suolo l’equivalente di 300 campi da calcio, come ci documenta l’associazione Say No to Palm Oil. La distruzione delle foreste di torba su cui poi impiantare le coltivazioni viene attuata con incendi sistematici: ciò porta con sé, proprio per la natura di questa particolare foresta, il rilascio di grandissime quantità di anidride carbonica che costituiscono una quota del 4% annuo sulla quota globale planetaria. Come se tutto ciò non bastasse, tale conversione alla monocoltura, già di per sé gravissima, si trascina dietro la devastazione permanente di ecosistemi e l’uccisione di moltissimi animali. Per esempio, ad essere colpiti sono gli oranghi che vivono proprio nelle foreste del Borneo e Sumatra. Negli ultimi dieci anni la popolazione degli oranghi è diminuita di un terzo, passando da 60 mila a 40 mila, l’80% del loro habitat è già stato distrutto e questi meravigliosi animali potrebbero, se si resta a guardare, estinguersi, secondo gli esperti, in circa venticinque anni, addirittura meno per altri. Si è calcolato che all’anno vengano uccisi tra i 1000 e i 5000 oranghi. E con loro a farne le spese si annoverano tigri, rinoceronti, elefanti, scimmie, leopardi. Basti dire che l’ecosisistema locale conta circa 300 mila specie. Un’ecatombe. Per non parlare di tutte le comunità locali che vivono in armonia con la natura e che, è facile presumerlo, vengono per sempre soppiantate dai luoghi che abitano per far spazio alla cieca avidità delle multinazionali oppure vengono sfruttate come manodopera a basso costo. Si fa credere che siano stati fissati dei paletti per tentare di regolamentare la produzione. Nel 2001 alcune organizzazioni internazionali, di concerto, fondano la Roundtable on Susainable Palm Oil (RSPO), un gruppo in cui sono rappresentati produttori, trasformatori, ONG, banche ed esponenti del settore commerciale che si occupa di certificare la produzione sostenibile di olio di palma. Al contrario di rari casi di effettiva regolamentazione, molte certificazioni sono risultate di fatto fasulle, nel caso in cui a dare la certificazione fossero le stesse società proprietarie delle piantagioni, come è successo per la prima certificazione rilasciata per esempio. La foto qui riportata, tratta da rainforest-rescue.org, testimonia un salvataggio di un orango operato durante un disboscamento da parte di una società aderente al RSPO. La questione è dunque assai delicata innanzitutto perché, ancora una volta, il controllato è anche il controllore e perché non è possibile parlare di sostenibilità senza prendere in considerazione la quantità. Si parla sempre di diverse modalità, ma mai di riduzione delle produzioni e dei consumi. Cosa fare? Presto detto: innanzi tutto smettere di comprare quel prodotto “X” che si è scoperto contenere olio di palma e diffondere l’informazione. L’europeo medio è il più grande consumatore di olio di palma con quasi 60 chili annui pro capite ed è un produttore a dichiararlo in un suo studio. Se ogni singolo cinese o indiano consumasse olio di palma con la stessa intensità, delle foreste primarie di Indonesia e Malesia non ci sarebbe più traccia. Occorre leggere attentamente le etichette e depennare dalla lista della spesa prodotti anche solo sospetti. Ma non finisce qui. L’olio di palma viene anche utilizzato come biocarburante e l’obiettivo, di questo si è parlato tanto a Jakarta, è quello di aumentarne la quota per questo utilizzo, ora solo in fase iniziale. Una materia prima che porta con sé moltissime criticità. Dal sito biofuel-news, si apprende che i responsabili che presiedono i vari enti che gravitano attorno alla produzione di questo olio hanno intenzione di sviluppare la piena potenzialità produttiva e perciò economica di tale sostanza. Stringente in questo senso la denuncia, per quanto riguarda la realtà italiana, del gruppo Earthriot, che aveva già manifestato dissenso contro Eni che per motivi energetici importa olio di palma da Indonesia e Malesia. Il gruppo di attivisti porta avanti una costante attività di sensibilizzazione anche attraverso una campagna di raccolta firme indirizzata al Parlamento Europeo per bloccare le importazioni in territorio europeo di olio di palma. L’economia globalizzata basata sulla libertà di mercato poggia sulla monotonia della monocoltura, che si nutre grazie ad una elefantiaca catena di distruzione. E’ ora di dire basta.

Fonte: il cambiamento.it