Monsanto è colpevole di crimini contro l’umanità e l’ambiente

Il “Tribunale Monsanto” ha emesso la sua sentenza contro la multinazionale americana che è stata dichiarata colpevole di crimini contro l’umanità e l’ambiente. Lo scorso 18 aprile il Tribunale Monsanto ha reso noto il suo parere legale nei confronti dell’azienda multinazionale più contestata al mondo, dopo aver analizzato per 6 mesi (1) le testimonianze di oltre 30 testimoni, tra esperti del settore agrario, avvocati e vittime dei danni causati dalle attività del colosso dell’agrochimica e della biotecnologia. Il Tribunale Internazionale Monsanto, tenuto da 5 giudici d’eccezione, è un “Tribunale d’Opinione”, fortemente voluto dalla società civile per chiarire una volta per tutte le obbligazioni legali di molte delle condotte dell’azienda multinazionale omonima.monsanto_tribunal_0_0

Le domande fondamentali che sono state poste e sulle quali la società civile ha chiesto il parere consultivo dei giudici del Tribunale erano sei. La prima domanda era legata al diritto ad un ambiente sano, in altre parole si è chiesto ai giudici se la Monsanto, attraverso le sue attività abbia agito in conformità con il diritto ad un ambiente sicuro, pulito, salutare e sostenibile; in seguito ci si è interrogati sul diritto al cibo, un diritto fondamentale che si realizza quando ogni uomo, donna e bambino ha fisicamente ed economicamente accesso a cibo adeguato al suo sostentamento; altra questione analizzata era il diritto alla salute, strettamente legato ai due diritti precedenti; altro tema sul quale il Tribunale ha espresso il suo parere era relativo alla libertà necessaria per la ricerca scientifica; in seguito si sono anche presi in considerazione eventuali complicità della Monsanto su crimini di guerra; ultimo aspetto, ma non certo meno importante dei precedenti: si è voluto indagare circa la possibilità che le attività della Multinazionale possano costituire un crimine di ecocidio.

Per ognuno dei capi d’imputazione l’Azienda Monsanto è stata giudicata colpevole.

Per quanto riguarda il diritto ad un ambiente sano, così come riconosciuto per la prima volta nel 1972 durante una conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente tenutasi a Stoccolma, le attività dell’azienda risultano aver pregiudicato la salute umana e animale, il suolo e le piante e la biodiversità. In particolare a seguito dell’esposizione dell’ambiente e degli esseri viventi al glifosato, ingrediente principale del suo erbicida più diffuso: il Roundup; ma anche con le sementi OGM brevettate dall’azienda e con i PCB. Per gli stessi motivi riportati qua sopra sono stati altresì violati il diritto al cibo e alla salute, entrambi riconosciuti dall’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Riguardo l’indispensabile necessità di garantire una ricerca scientifica libera, così come richiesto dall’articolo 15 della Convenzione internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali e dall’articolo 19 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici delle Nazioni Unite, la Monsanto è stata giudicata colpevole di screditare le ricerche scientifiche indipendenti, diffondere false ricerche scientifiche, fare pressioni e persino corrompere governi e ufficiali pubblici, distribuire prodotti dannosi ancora prima di ottenere gli opportuni permessi, intimidire e minacciare di querelare le parti che cercano di informare i consumatori della presenza di prodotti Monsanto nel cibo che acquistano. Per quanto concerne invece la complicità nei crimini di guerra, come evidenziato nell’articolo 8 dello Statuto di Roma del 1998 della Corte Penale Internazionale, la multinazionale è da ritenersi responsabile in quanto tra il 1960 e il 1973 l’esercito americano utilizzò Agente Arancio per distruggere l’habitat dei Vietcong durante la Guerra del Vietnam.Monsanto_1

“I giudici concludono inoltre dichiarando che, nonostante lo sviluppo di molti strumenti per la protezione dell’ambiente, resta un divario tra gli impegni e la realtà della protezione ambientale. Il diritto internazionale sostengono che dovrebbe essere migliorato per una più efficace protezione dell’ambiente includendo il crimine di ecocidio, al quale le corti potrebbero far riferimento anche nel caso dei crimini di cui sopra commessi dalla Monsanto. Il Tribunale ribadisce che le imprese multinazionali dovrebbero essere riconosciute come attori responsabili e dovrebbero quindi essere sottoposte alla competenza della Corte penale internazionale in caso di violazione dei diritti fondamentali. Il Tribunale chiaramente identifica e denuncia una grave disparità tra i diritti delle multinazionali e dei loro obblighi. Pertanto, il parere consultivo incoraggia gli organi autorevoli a proteggere l’efficacia dei diritti umani internazionali e del diritto ambientale contro la condotta delle multinazionali. Le conclusioni molto chiare saranno di interesse sia per i critici di Monsanto e per l’agricoltura industriale, sia per gli azionisti delle società chimiche e soprattutto Bayer. La reputazione di Monsanto – e Bayer in caso di fusione – non migliorerà esattamente con queste conclusioni da parte dei giudici del Tribunale. Il parere consultivo è un segnale forte per coloro che sono coinvolti nel diritto internazionale, ma anche per le vittime di prodotti chimici tossici e della potenza delle grandi corporazioni. Il tribunale ha creato legami e condiviso informazioni importanti tra avvocati e organizzazioni che rappresentano le vittime. Pertanto è probabile che le conclusioni porteranno a più responsabilità nei confronti di Monsanto e simili. Questo rispecchierà il costo reale della produzione e influenzerà il valore delle quotazioni nel lungo periodo. Le aziende che causano danni alla salute, al cibo e all’ambiente dovrebbero e saranno ritenute responsabili delle loro azioni” (2).

Per una lettura completa dell’opinione consultiva del Tribunale Monsanto leggi qui 

  1. L’udienza si è tenuta a L’Aia, tra il 16 e il 18 ottobre dello scorso anno.
  2. http://www.monsanto-tribunal.org/main.php?obj_id=965946583: traduzione dall’inglese di Veronica Tarozzi

 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2017/05/monsanto-colpevole-crimini-contro-umanita-ambiente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

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In marcia contro Monsanto: si scaldano i motori

E’ già stata fissata al 20 maggio 2017 la data della prossima March against Monsanto, la marcia contro la multinazionale Monsanto. Lo slogan: “Keep GMOs out of your genes”, tenete gli ogm fuori dai vostri geni.9418-10156

«Noi ci battiamo per non essere avvelenati» dicono gli organizzatori dell’edizione 2017 della marcia contro Monsanto che è stata fissata per il 20 maggio prossimo. La manifestazione, che vedrà mobilitate innumerevoli città americane, vedrà anche iniziative di protesta in tutto il mondo. Negli anni scorsi diverse manifestazioni si sono tenute anche in Italia e da qui al maggio 2017 saranno organizzati e divulgati tutti gli appuntamenti.

«Studi e ricerche hanno dimostrato che i cibi geneticamente modificati della Monsanto possono causare gravi problemi di salute, come lo sviluppo di tumori, infertilità e difetti alla nascita. Negl Stati Uniti, la FDA è guidata dagli ex vertici della multinazionale e noi sottolineiamo come si tratti di un pesante conflitto di interesse che spiega la ragione della manca di studi a lungo termine sugli effetti degli ogm. Di recente il Congresso americano in collaborazione con il presidente ha varato la legge che è stata chiamata “Monsanto Protection Act” che, tra le altre cose, vieta ai tribunali di bloccare la vendita delle sementi ogm Monsanto. Gli agricoltori piccoli e del biologico soffrono perdite sempre maggiori mentre la Monsanto continua ad avere il monopolio degli approvvigionamenti di cibo nel mondo, inclusi i brevetti sui semi. Le sementi ogm sono pericolose per l’ambiente e tra le cause della morìa delle api. Invitiamo tutti a boicottare la Monsanto e tutti i suoi prodotti. Rivendichiamo con forza l’etichettatura dei prodotti ogm, in modo che i consumatori possano scegliere di non acquistarli. Ci battiamo contro i veleni».

Tra l’altro nel settembre scorso la Bayer ha acquisito la Monsanto creando un impero che va dalle sementi ogm ai farmaci di sintesi chimica, mentre a ottobre un tribunale popolare ha condannato le azioni della multinazionale con una iniziativa che ha avuto risonanza internazionale.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Ogm, meno insetticidi più diserbanti

Un nuovo report mostra che l’uso dei diserbanti nelle coltivazioni dei prodotti geneticamente modificati è aumentato, con ripercussioni negative sull’ambiente. I risultati su Science Advancesgm

Sebbene da una parte l’adozione ormai diffusa di coltivazioni di prodotti geneticamente modificati (Ogm) abbia diminuito l’utilizzo degli insetticidi, dall’altra ha provocato l’aumento di quello dei diserbanti, perché le piante infestanti sono diventate sempre più resistenti. A rivelarlo, su Science Advances, è il più grande studio sulla relazione tra colture geneticamente modificate e uso di pesticidi, condotto da un team di esperti della University of Virginia, che ha analizzato i dati annuali di più di 5mila agricoltori di soia e 5mila di mais negli Stati Uniti dal 1998 al 2011. “Il fatto che abbiamo a nostra disposizione 14 anni di dati rende questo studio molto speciale”, ha spiegato Federico Ciliberto, della University of Virginia. “Abbiamo osservato costantemente gli stessi agricoltori e visto quando hanno adottato semi geneticamente modificati e come hanno cambiato l’uso di sostanze chimiche”.

Dal 2008, le coltivazioni di prodotti geneticamente modificati di mais e soia hanno rappresentato più dell’80% del totale Usa: il mais è stato modificato con due geni, uno che uccide gli insetti che mangiano i semi e l’altro che permette al seme di tollerare il glifosato, l’erbicida comunemente usato nei diserbanti come il Roundup, per combattere le infestanti. I germogli di soia, invece, sono stati modificati con un solo gene resistente al glifosato. Non sorprende, quindi, il fatto che inizialmente i coltivatori di mais che piantavano i semi geneticamente modificati usavano così meno insetticidi – circa il 11,2% in meno – e meno erbicidi – l’1,3% in meno – degli agricoltori che non piantavano semi di mais geneticamente modificati. Le coltivazioni di soia, invece, hanno registrato nel tempo un significativo aumento dell’uso di erbicidi (28% in più) rispetto ai coltivatori biologici. Ciliberto attribuisce questo aumento alla proliferazione di erbe infestanti resistenti al glifosato. “In principio”, spiega l’esperto, “c’è stata una riduzione dell’uso di erbicidi, ma nel tempo l’uso di altri prodotti chimici è aumentato in quanto gli agricoltori sono stati costretti a dover aggiungere nuove sostanze chimiche quando le piante infestanti hanno sviluppato una resistenza al glifosato”.

Tuttavia, lo studio ha trovato prove sostanziali del fatto che entrambi i coltivatori (di mais e soia) hanno aumentato l’uso di erbicidi nel corso degli ultimi cinque anni dello studio, evidenziando quindi che la resistenza delle piante infestanti è un problema crescente. Dal 2006 al 2011, la percentuale di ettari spruzzati con solo il glifosato si è ridotta da oltre il 70% al 41% per quanto riguarda la soia e da più del 40% al 19% perle coltivazioni di mais. Questa diminuzione non è altro che il risultato del ricorrere ad altre sostanze chimiche, che possono danneggiare la biodiversità e aumentare l’inquinamento dell’acqua e dell’aria. “L’evidenza suggerisce che le piante stanno diventando sempre più resistenti e gli agricoltori sono costretti a usare sempre più prodotti chimici aggiuntivi”, spiega ancora l’esperto.

Il team americano ha misurato l’impatto ambientale globale dei cambiamenti nell’uso dei prodotti chimici che hanno portato all’adozione di colture geneticamente modificate, utilizzando un indice chiamato “quoziente di impatto ambientale” (Eiq), notando come l’uso più ampio di erbicidi sia preoccupante. “Non ci aspettavamo di vedere una prova così forte”, conclude Ciliberto.

Via: Wired.it

 

Ogm, le lobby contro l’obbligo di segnalazione in etichetta

L’industria alimentare contro l’obbligo di segnalazione in etichetta della presenza di ingredienti geneticamente modificati.mais

Cosa preoccupa l’industria alimentare più di tutto? Informare i consumatori ed essere trasparente con chi riempie il carrello della spesa. Il consumatore informato e consapevole possiede gli strumenti per scegliere e il mercato, così come è stato strutturato, vuole ridurre al minimo le possibilità di scelta. Due anni fa in Vermont è stata avviata una legge che è entrata in vigore lo scorso venerdì e che prevede di specificare la presenza di ingredienti geneticamente modificati nell’etichetta dei prodotti alimentari. Si tratta di un importante riconoscimento del diritto all’informazione per il consumatore e arriva, non a caso, dallo Stato in cui è senatore Bernie Sanders, il candidato battuto nelle primarie dem da Hillary Clinton. Secondo recenti sondaggi 9 americani su 10 sono favorevoli alla trasparenza degli Ogm, ma le lobby dell’industria che fanno pressione sul Congresso cercano in tutti modi di contrastare l’entrata in vigore di questa legge.

Se in Vermont la legge è riuscita a passare, al Senato i lobbisti si sono presi la loro rivincita. Come? Con un compromesso grazie al quale le aziende potranno scegliere se indicare la presenza di Ogm con una scritta o un simbolo, con un QR code o, ancora, con un rimando a un sito web o a un numero verde. Tante scappatoie per rendere faticose le verifiche dei consumatori e dare una bella mano alle industrie che lavorano con prodotti geneticamente modificati. Sono in molti a criticare questa proposta senatoriale e fra loro vi è anche il senatore Bernie Sanders. In Italia, un rapporto del Ministero della salute ha evidenziato come nel 2.6% degli alimenti provenienti dall’agricoltura tradizionale siano presenti tracce di Ogm vietati dalla legge.  Negli Stati Uniti d’America, invece, la grande industria non si accontenta del fatto che gli Ogm non siano vietati, ma vuole anche avere la possibilità di rendere opaca la loro presenza.

Fonte: ecoblog.it

Ogm, nessuna prova di danni a salute o ambiente

Secondo un report appena pubblicato, non ci sarebbero evidenze sostanziali di un effetto negativo degli ogm su salute e ambiente. Ma con qualche distinguoogm

(Immagine: Pixabay)

Non sono emerse “prove sostanziali” di differenze nei rischi per la salute umana derivanti dal consumo di prodotti geneticamente modificati (i famigerati ogm) e coltivati tradizionalmente, né “evidenze conclusive di causa-effetto” di problemi ambientali. È quanto emerge da uno studio estensivo (ben 420 pagine) appena pubblicato da un gruppo di esperti delle National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, che hanno condotto una paziente opera di review della letteratura scientifica sul tema. Gli autori del rapporto, però, sottolineano come sia ancora “troppo presto” per trarre qualsiasi conclusione, positiva o negativa, sull’effetto delle nuove tecnologie di ingegneria genetica, come la Crispr-Cas9, su salute e ambiente. Tirando le somme, in sostanza, gli esperti sostengono che lo scenario sia estremamente complesso e variabile: “Vogliamo che sia chiaro”, ha commentato al Washington Post Fred Gould, della North Carolina State University, coordinatore dell’équipe, “che ogni generalizzazione in merito agli ogm è errata”. Gli esperti, in particolare, hanno analizzato le prove scientifiche accumulate negli ultimi vent’anni per valutare i presunti benefici ed effetti negativi dei prodotti geneticamente modificati attualmente disponibili in commercio. “Abbiamo esaminato 900 articoli e pubblicazioni, 700 commenti di esperti, 80 estratti di conferenze e 15 seminari pubblici su sviluppo, uso ed effetti di modificazioni genetiche su mais, soia e cotone, i principali prodotti geneticamente modificati che si trovano in commercio”, spiega ancora Gould. Per quanto riguarda la salute umana, secondo gli autori della ricerca, gli studi condotti sugli animali e le ricerche relative alla composizione chimica dei cibi geneticamente modificati attualmente sul mercato non rivelano differenze che implicherebbero un rischio più alto rispetto al consumo degli equivalenti non modificati. C’è da rimarcare, comunque, il fatto che non siano stati ancora condotti studi epidemiologici per valutare gli effetti di tale consumo nel lungo termine. I dati epidemiologici attualmente disponibili, continuano gli esperti, non mostrano alcuna associazione tra malattie acute o croniche e consumo di cibi geneticamente modificati. Al contrario, sono emerse evidenze del fatto che i prodotti agricoli ingegnerizzati per sviluppare resistenza agli insetti possano essere benefici per la salute umana, riducendo in modo indiretto l’esposizione ai pesticidi. Inoltre, continuano gli esperti, sono allo studio altri prodotti specificamente progettati per avere un apporto nutrizionale più ricco, come riso con maggiore beta-carotene per prevenire cecità e morti premature causate da carenze di vitamina A in diverse nazioni in via di sviluppo. Gli scienziati hanno tratto conclusioni simili anche in merito agli effetti ambientali: sembra che l’uso di prodotti resistenti agli insetti o agli erbicidi non abbia ridotto la biodiversità di piante e insetti (addirittura, in alcuni casi, secondo il rapporto, la coltivazione di prodotti geneticamente modificati per resistere agli insetti sia correlata a una fauna di insetti più ricca). Anche quando è stato osservato flusso di geni (ovvero, in altre parole, trasferimento di materiale genetico da un ogm a una specie non modificata), questo non ha comportato alcun effetto ambientale avverso: per tutte queste ragioni, l’équipe ha ritenuto di dichiarare di “non aver trovato alcuna prova conclusiva di una relazione causa-effetto tra raccolti gm e problemi ambientali”, specificando però, ancora una volta, che “la valutazione di effetti ambientali nel lungo termine è molto complessa e rende spesso difficile trarre conclusioni definitive in merito”. Per quanto riguarda gli aspetti economici, invece, i risultati del report sono più nebulosi: le prove raccolte dagli scienziati sembrano indicare che la coltivazione di soia, cotone e mais gm hanno “generalmente prodotto esiti economici favorevoli per i produttori”, ma che tali esiti sono altamente variabili a seconda della diffusione dei parassiti, delle pratiche agricole seguite e dell’infrastruttura di coltivazione. Oltre a tutto questo, però, gli scienziati hanno precisato che “il fatto che i raccolti geneticamente modificati, finora, non abbiano causato problemi ambientali o di salute non vuol dire che tutti i prodotti gm, anche in futuro, debbano essere considerati inoffensivi a priori”. Un punto particolarmente delicato, vista la velocità cui stanno perfezionandosi le tecniche di ingegneria genetica, prima fra tutti la succitata Crispr-Cas9. Naturalmente, non sono mancate le critiche. Etc Group, organizzazione che si occupa di monitorare la tecnologia e tutelare la biodiversità, ha per esempio fatto notare, tramite il proprio portavoce Jim Thomas, come “il rapporto non dica nulla su una questione di importanza cruciale, ossia se e come regolamentare le nuove tecniche di ingegneria genetica e biologia sintetica. È la questione più urgente di cui ora devono occuparsi i legislatori, e il rapporto non è arrivato ad alcuna conclusione in merito”.

Fonte: Wired.it

ll peperone di Sygenta, un altro passo verso la schiavitù alimentare

L’ufficio brevetti dell’Unione Europea ha concesso alla multinazionale Sygenta il brevetto su un peperone senza semi. Voi direte: è ogm, si sa che questo accade! Invece no: questo peperone non è modificato geneticamente. E’ un peperone e basta, ma diventa proprietà di Sygenta. La situazione è già sfuggita di mano…

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L’ufficio brevetti dell’Unione Europea ha concesso al gigante sementiero Sygenta il brevetto su un peperone che potrà essere venduto come prodotto fresco, tagliato o lavorato, per esempio in scatola (EP 2 166 833 B1). Il brevetto copre la pianta, la coltivazione, il raccolto e le sementi. Il peperone è pensato per non contenere semi all’interno e non vengono utilizzate tecniche di ingegneria genetica. La legge europea sui brevetti proibisce però che sulle tecniche di coltura convenzionali vengono apposti brevetti. Quindi? Quindi nulla: l’ufficio brevetti europeo continua a concederli! La ragione? L’ufficio trae il proprio sostentamento e il proprio guadagno dai compensi per i servizi resi quando esamina richieste di brevetti e autorizza pratiche. “Passo dopo passo, brevetto dopo brevetto, i giganti sementieri stanno prendendo il controllo del nostro cibo. Non passerà molto tempo e dovremo chiedere il permesso di tagliare un peperone” ha detto Christoph Then della coalizione No Patents on Seeds!. “Syngenta può così impedire a chiunque di coltivare e raccogliere quel peperone, di venderlo come cibo o usarlo per ulteriori coltivazioni. Se la privatizzazione dell’acqua sta sollevando grandissima preoccupazione, ricordiamoci che anche la privatizzazione del cibo può renderci schiavi. C’è bisogno di una chiara risposta politica”. Attualmente la Commissione Europea ha attivo un gruppo di lavoro che sta discutendo proprio dei brevetti sulle tecniche colturali convenzionali; ma è oltre un anno che il gruppo discute e intanto i brevetti aumentano. In tanti sono scettici sull’impegno reale della UE a frenare il fenomeno. I governi degli Stati membri potrebbero agire direttamente attraverso quello che si chiama Administrative Council dell’EPO, l’ufficio brevetti europeo, in quanto agisce come ente supervisore. “Dobbiamo rafforzare i divieti esistenti, la legge che vieta i brevetti sulle piante e sui metodi di coltivazione convenzionali va rispettata” ha detto François Meienberg del The Berne Declaration. “Ma i governi degli Stati non dovrebbero aspettare oltre per intervenire, poichè l’EPO sta concedendo brevetti ogni giorno”.

L’appello a frenare il frnomeno, lanciato da No Patents on Seeds!, è sostenuto da centinaia di organizzazioni in Europa, tra cui Bionext (Olanda), The Berne Declaration (Svizzera), GeneWatch (Inghilterra), Greenpeace, Misereor (Germania), Development Fund (Norvegia), No Patents on Life (Germania), Red de Semillas (Spagna), Rete Semi Rurali (Italia), Reseau Semences Paysannes (Francia) and Swissaid (Svizzera).

Fonte: ilcambiamento.it

Agricoltura: gli italiani amano il bio e odiano gli ogm

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Non solo produttori di cibo, ma anche custodi delle tradizioni protettori dell’ambiente. È così che l’85% degli italiani vede gli agricoltori, autentici angeli dell’alimentazione sana, da cui acquistare, magari, prodotti biologici a chilometro zero. A fare da contraltare infatti è un vecchio spauracchio del nostro Paese: gli ogm, che il 73% della nazione vorrebbe tenere fuori dall’agricoltura nazionale. Sono i risultati che emergono dal quinto rapporto “Gli italiani e l’agricoltura” presentato al padiglione di Coldiretti dell’Expo 2015 nel corso del convegno “L’agricoltura che sconfigge la crisi. La sfida della multifunzionalità dal 18 maggio 2001” organizzato dalla Fondazione UniVerde e da Coldiretti. L’indagine è stata svolta su mille cittadini italiani disaggregati per sesso, età e area di residenza, che hanno risposto ad un questionario sul tema dell’agricoltura. I risultati, ha spiegato Antonio Noto, direttore dell’Istituto Ipr Marketing, dimostrerebbero come per gli italiani ci sia poca attenzione per l’agricoltura nel nostro Paese e che la condizione dei coltivatori negli ultimi anni sia peggiorata, soprattutto a livello economico. Per l’86% degli intervistati dovrebbero quindi ricevere un incentivo economico per la loro attività a servizio dell’intera collettività. L’85% del campione ritiene infatti che gli agricoltori svolgono un ruolo importante nella protezione dell’ambiente, perché manterrebbero in vita una tradizione che altrimenti rischierebbe di estinguersi, e proteggerebbero il territorio contro il dissesto idrogeologico. Altrettanto importante ovviamente è anche il fatto che producano alimenti genuini, che il 43% del campione preferisce a frutta e verdura d’importazione e, quando possibile, acquista direttamente in fattoria. L’attenzione verso i prodotti agricoli freschi non si ferma inoltre al momento della spesa, ma si conferma anche nella scelta del ristorante: il 90% infatti apprezza che nel menù siano indicati prodotti di stagione e a chilometro zero. A uscire sconfitti ancora una volta sono invece gli ogm, a cui si è detto contrario il 73% degli intervistati. Il 90% inoltre vorrebbe delle etichette che indicassero chiaramente prodotti ogm free, non solo in campo alimentare, ma anche per i cosmetici, che il 44%gradisce di più se contenenti prodotti naturali o provenienti da agricoltura biologica. È bene ricordare però che attualmente non esistono prove scientifiche a sostegno di molte affermazioni negative che si sentono fare sugli ogm: che facciano per esempio male alla salute, che causino più spesso allergie, o che siano necessariamente lo strumento di un’agricoltura meno sostenibile (così come esistono molti falsi miti su cosa voglia dire genuino se riferito al cibo che mangiamo). Molto positiva infine è risultata l’opinione sull’agricoltura multifunzionale, cioè forme di produzione agricola che realizzano anche attività collaterali utili alla società. Tra le iniziative più apprezzate sono emersi l’agriturismo, i farmer’s market, le fattorie didattiche, gli agri ospizi per anziani, e gli agri asili, a cui l’82%degli intervistati si è detto pronto a iscrivere il proprio figlio.

Fonte: Wired.it
Credits immagine: Tomás Fano/Flickr CC

Il glifosato provoca il cancro?

Durante una trasmissione di Canal +, il dottor Patrick Moore si è rifiutato di bere il glifosato, il principale ingrediente del diserbante Roundup.

mercoledì 6 maggio, ore 11.10 – Monsanto ha smentito quanto riferito dall’Huffington Post ovverosia che Patrick Moore sia un lobbista della corporation che produce il Roundup. Il dottor Moore, in passato membro di Greenpeace, è attualmente difensore delle società che utilizzano Ogm. martedì 5 maggio, ore 11.30 – Roundup è un diserbante estremamente efficace che viene utilizzato tanto nella manutenzione dei giardini domestici, quanto in agricoltura, per esempio per aumentare la produttività nei campi di soia. Ma Roundup è anche un probabile cancerogeno, anche se per Patrick Moore non è vero e si può bere un intero litro di glifosato (il suo principale componente) senza accusare alcun disturbo. Patrick Moore è uno scienziato indipendente e difensore degli Ogm. Intervistato di recente dall’emittente francese Canal + ha fermamente sostenuto la salubrità del glifosato che secondo un recente rapporto dell’OMS provocherebbe il cancro. Monsanto ha cercato di screditare il rapporto e ha chiesto all’OMS di ritrattare quanto detto nel rapporto e Moore si è detto d’accordo con quanto affermato da Monsanto e si è spinto fino a dire che avrebbe potuto persino berne. A quel punto il giornalista che stava intervistando Moore gli ha proposto di berne un bicchiere:“No, io no sono un idiota” ha detto rifiutandosi di bere e abbandonando la trasmissione. Nelle scorse settimane lo IARC, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione che fa capo all’OMS, ha affermato che il glifosato e gli insetticidi malathion diazinon sono probabili cancerogeni, mentre gli insetticidi tetrachlorvinphos et parathion sono stati considerati solo “possibili cancerogeni”, praticamente un “gradino” al di sotto degli altri tre. Dei cinque prodotti indagati, quello con le vendite di gran lunga più importanti è proprio il glifosato che si trova in ben 750 prodotti per l’agricoltura e ha conosciuto un boom correlato alla diffusione delle piante ogm.

GMO,professional examining corn cob on field

GMO,professional examining corn cob on field

Fonte: ecoblog.it

© Foto Getty Images

Tornare alla terra: si può vivere coltivando in modo naturale?

Complice la crisi economica, negli ultimi anni si è assistito ad un ‘ritorno alla terra’ da parte di molti giovani che hanno deciso di dedicarsi all’attività agricola. Roberta Perrone durante la stesura della sua tesi di laurea sull’ecologia e il sociale (nella quale approfondisce in particolare il tema della meccanizzazione in agricoltura e gli effetti sulle sementi) ha intervistato tra gli altri Antonio Cangialosi, agrumicoltore siciliano di ventotto anni che ha deciso di trasformare un hobby in un vero e proprio lavoro. Con lui ha parlato di agricoltura industriale e alternative naturali, tutela del suolo, OGM e dei problemi derivanti dall’uso dei pesticidi.

Ciao Antonio, raccontaci prima di tutto chi sei e di cosa ti occupi?

Mi chiamo Antonio Cangialosi, ho ventotto anni e sono un agrumicoltore. Insieme a mio fratello gestisco un agrumeto di tre ettari e un uliveto altrettanto grande. L’azienda si trova in Sicilia a circa trenta chilometri da Palermo. Burocraticamente è nata 5 anni fa, ma in realtà calpestiamo quel suolo da sempre. Quella terra è un dono che ci è stato ereditato. Sin da piccoli alternavamo piacevoli ore di lavoro in campagna con impegni di studio. Ci siamo ritrovati grandi e col desiderio maturato negli anni di fare del nostro hobby un vero e proprio lavoro.

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Nel 2010 abbiamo cercato di mettere in piedi un’attività agricola di collina a conduzione familiare. Principalmente siamo io e mio fratello che ci lavoriamo, ma in alcuni momenti anche mio padre, parenti e amici. Loro ci danno una mano soprattutto nella fase della raccolta. Questa attività è nata pezzo dopo pezzo attraverso piccoli tentativi, esperimenti, grazie soprattutto alla curiosità di provare a capire come si può vivere coltivando la terra. Non nego che la prima fase ha riservato alcune difficoltà (passare dai libri alla terra, inghippi burocratici, difficoltà nell’avvicinare la gente al buon cibo). In questo momento, nonostante i problemi siano sempre presenti, possiamo dire che stiamo riuscendo nei nostri intenti ed è pure divertente. E’ un lavoro duro. Si torna a casa stanchi e si dedicano altre ore alla vendita a km0 nel nostro piccolo punto vendita in paese. Altre ore vengono destinate alla comunicazione (e-mail, social, pubblicità, etc). Altre vengono impiegate per la sistemazione dei pacchi da spedire, dando così la possibilità a chiunque di acquistare prodotti genuini – dall’albero alla tavola. Quindi il lavoro c’è ed è anche tanto, ma cerco di ridurre il più possibile il livello di alienazione. E posso dire che è una cosa che mi appaga. È un processo in continuo divenire.

Perché è importante tornare alla terra?

Noto che dalle nostre parti, da alcuni anni, c’è per fortuna una piccola realtà di giovani che vorrebbe impegnarsi in questo settore e che sembra voglia espandersi sempre più. Si sta riscoprendo il valore della terra. Di certo è una realtà che stenta a decollare, ma comunque è già importante che si stia facendo spazio nel sociale. Il ritorno alla terra non è da sottovalutare, anzi. L’attività agricola può rappresentare un modello alternativo. La terra è una risorsa importante perchè è lei che ricuce i rapporti tra territorio e comunità, le relazioni, le conoscenze, il recupero di saperi, le tradizioni. Oggi la gente inizia a pensare che la strada sia in progetti come il nostro. Ciò ci inorgoglisce.

Perché occuparsi della difesa del suolo è divenuta oggi una priorità?

Oggi le policolture tradizionali sono minacciate dalle monocolture industriali. Le colture intensive avvengono a ritmi spaventosi. La negatività delle colture intensive sta principalmente nel trarre profitto ad ogni costo. Non a caso, pur di lucrare, le grandi aziende tendono a sfruttare al massimo il suolo, i mezzi, il personale e tutto ciò di cui necessita una coltivazione intensiva. Le conseguenze sono: cattive paghe, usi sproporzionati di carburante, uso massivo di pesticidi, anticrittogamici, fitofarmaci, insetticidi. Purtroppo è la chimica che fa il gioco, col suo malefico ausilio si può annualmente ottenere una produzione standard. Ma sopperire le mancanze con la chimica porterà la natura a depauperarsi.

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Riproponendo questi metodi anno dopo anno il suolo, le piante e i prodotti stessi verranno denaturati. Perderanno le loro fisiologiche proprietà. ISDE Italia ha reso pubblica la sua posizione (vedi Position Paper) sui rischi ambientali e sanitari generati dall’uso di pesticidi. Nel documento vengono presentate numerose informazioni che evidenziano le criticità delle pratiche agroindustriali dannose per la salute dell’uomo, degli animali e degli ecosistemi. Mi riferisco alla contaminazione chimica del suolo, dell’acqua, dell’aria e degli alimenti. E’ un documento che a mio avviso dovrebbero leggere tutti. Essendo stato scout non posso dimenticare le parole di Baden-Powell: “Lascia il mondo un po’ migliore di come l’hai trovato”. La difesa del suolo è una priorità perchè se tratti bene la terra lei ricambierà nel migliore dei modi. Coltivare con metodi biologici, prendersi cura della salute del terreno è un po’ come difendere l’equilibrio del cosmo.

Come fate quindi a difendere i vostri raccolti da possibili attacchi?

Gli agrumi sono dei frutti resistenti. La buccia, spessa e grezza, consente di proteggere al meglio il frutto dagli attacchi. Di conseguenza il produttore, se vuole, non è costretto a far uso della chimica. Capita però che l’agrumeto venga infestato dalla presenza di un numero massiccio di afidi e cocciniglie, insetti visibili anche ad occhio nudo che si raggruppano solitamente sulla pagina inferiore delle giovani foglie. Succhiano la linfa delle piante provocandone un generale deperimento. Per affrontare questo problema utilizziamo l’olio extra vergine d’oliva (metodo naturale). L’olio, distribuito nelle foglie, riesce a soffocare gli insetti sopprimendoli. Per altri casi utilizziamo anche rame e zolfo (fungicidi naturali che, se utilizzati in giuste dosi, sono consentiti in agricoltura biologica).

Quale potrebbe essere a tuo avviso un sistema di produzione e di distribuzione ideale?

Mi piace pensare che un giorno si potrà tornare ad una produzione e ad una distribuzione locale, il famoso km0. E mi piace pensare che un giorno le produzioni industriali cesseranno di esistere. Una piccola azienda non ti obbliga ai ritmi frenetici di cui necessita una mega azienda. Si sa, le grandi aziende sono spesso strozzate dai costi e da un’organizzazione troppo macchinosa, con tempi e ritmi rigidissimi dettati dalle dure leggi di mercato, per non parlare dell’uso sproporzionato di concimi chimici e gli effetti sulla biodiversità. Invece, tante piccole aziende possono agire nel rispetto della terra e dell’uomo: giuste ore di lavoro, adeguate tecniche di potatura, di concimazione, di irrigazione e di raccolta.planta

Sarebbe bello vedere un giorno il contadino entrare nuovamente in città attraverso i mercati di vendita diretta, mettendo così in evidenza la trasparenza del prezzo, il valore del lavoro e la qualità del prodotto. Quella della vendita diretta (negli spacci, nei mercatini, attraverso i GAS) non è solo un’alternativa critica alla grande distribuzione, ma resta prima di tutto un modo diverso per creare e difendere le relazioni tra persone. Bisogna ripensare l’agricoltura e il nostro rapporto con il cibo. Le dinamiche commerciali odierne obbligano, in un certo senso, ad attivare anche dei metodi di distribuzione ad ampio raggio. Noi ad esempio diamo l’opportunità al consumatore di acquistare i nostri prodotti da ogni parte d’Italia e farseli recapitare a casa in breve tempo. Unici aspetti positivi di questo sistema di distribuzione: a. diamo la possibilità a chiunque di mangiare prodotti sani e sicuri; b. eliminiamo i vari passaggi degli intermediari, i quali non fanno altro che far lievitare i prezzi e la tempistica tra raccolta e consumazione.

È possibile secondo te un’agricoltura differente che preservi l’agricoltura tradizionale, l’uso delle sementi antiche e che rispetti i ritmi naturali considerando l’aumento della popolazione e, di conseguenza, l’aumento della richiesta di cibo?

Ecco. Per quanto riguarda la questione dei semi posso parlarti della mia esperienza. Parte dell’azienda è destinata ad un piccolo orto per il fabbisogno familiare. Grazie alla passione per la campagna di mio nonno e di mio padre, oggi, io e mio fratello, disponiamo di sementi antiche di varietà non più esistenti in commercio: pomodoro, zucchina siciliana, fava, cetriolo, cipolla, aglio. Ho ereditato una grande ricchezza. Purtroppo alcuni semi di altri ortaggi sono andati persi nel tempo. Ciò ci obbliga ad acquistare sementi o piantine direttamente dai vivaisti che, però, commercializzano semi ibridi.  Qui si apre un capitolo immenso sull’origine dei semi, le modifiche apportate, le certificazioni, i brevetti, le multinazionali. Argomenti che non possono essere riassunti o trattati superficialmente. Aggiungo solo che oggi i circuiti di scambio delle sementi hanno a mio avviso un’importanza fondamentale, perchè offrono l’opportunità di scambiare varietà di semi poco conosciute. I semi sono un patrimonio dell’umanità. Difendere i semi significa difendere la biodiversità, ecco perchè dobbiamo conservarli con cura e scambiarli. La libertà di scambiare le sementi antiche, cosa oggi minacciata dalla Comunità Europea, è un diritto naturale. La terra ci offre doni che dobbiamo condividere con gli altri.GMO-Corn

Ci era stato detto che gli OGM avrebbero salvato il mondo dalla fame facendo aumentare i raccolti, diminuendo l’uso dei pesticidi, mettendo in circolo piante in grado di resistere alle condizioni climatiche, e invece? Cosa ne pensi dell’inquinamento genetico che ne deriva?

Le promesse fatte sono inganni. Solo e semplicemente inganni. Interessi di multinazionali impavide pronte a tutto pur di lucrare. Quella degli OGM è una macchina formidabile e in continua espansione che promette di nutrire il pianeta mentre nella realtà riproduce una struttura di spreco e di ingiustizia. Si sa, le multinazionali sono divenute così potenti da condizionare persino le scelte istituzionali, a discapito di piccoli e medi agricoltori, dei consumatori e persino dell’ambiente. L’uomo è riuscito a brevettare il bene comune più prezioso, il seme. E’ riuscito a modificarne la genetica, a renderlo proprio al fine di commercializzarlo, mettendo a rischio la fertilità del suolo, della falde idriche, dell’atmosfera e della salute umana. Non si può pensare di modificare la terra all’infinito, scavare montagne in eterno, cementificare tutto. Sulla terra non si può lucrare per sempre. Tutto questo un giorno si rivolterà contro.

Io cosa posso fare, come posso contribuire per tutelare il futuro del suolo e per limitare il più possibile il collasso ambientale che si è già innescato?

Bisogna credere nella buona agricoltura e cercare di avvicinare quanta più gente possibile al rispetto dell’ambiente. Siete voi consumatori ad avere potere decisionale. Bisognerebbe ridurre o ancor meglio eliminare la cultura dell’usa e getta e del consumo senza qualità e consapevolezza. Quella del consumismo è una logica che si è imposta nel tempo e che ha influenzato negativamente la salute dei consumatori. Ricordiamo sempre che noi siamo quel che mangiamo.

Fonte : italiachecambia.org

Ma veramente chi rifiuta gli ogm condanna l’Africa alla fame?

Secondo l’ex ministro dell’ambiente britannico, Owen Paterson, chi si oppone alla diffusione degli ogm condanna l’Africa alla fame. E, parlando a Pretoria, ha definito le fondate e documentate critiche mosse da scienziati e capi di Stato «un fanatico antagonismo al progresso e alla scienza». Ma chi è il vero fanatico? E qual è la vera scienza?ogmmais

Le parole pronunciate a Pretoria, in Sud Africa, da Paterson sono destinate a sollevare polemiche, ma intanto è l’ennesima espressione di una lobby che preme su più fronti senza mollare mai. Secondo Paterson la “food revolution” africana deve essere basata sugli ogm, che nutriranno il continente e che ha addirittura definito protagonisti della green revolution. Scienziati e governi che cercano di mettere un freno all’imperversare degli ogm, i cui rischi per la salute e l’ambiente peraltro sono già documentati, vengono definiti dall’ex ministro britannico come coloro che «voltano la schiena al progresso» e che «con le loro politiche condannano miliardi di persone alla povertà, alla fame e al sottosviluppo». Quindi sarebbero contro il progresso le parole del primo ministro russo Dmitry Medvedev, secondo cui «possiamo nutrirci con prodotti normali, comuni, non geneticamente modificati»? Medvedev ha aggiunto: «Se gli americani vogliono mangiare quei prodotti, che facciano. Noi non ne abbiamo bisogno, abbiamo sufficiente spazio e opportunità per produrre cibo biologico». Paterson dovrebbe anche leggere il documento stilato da 24 delegati di 18 Stati africani inviato all’Onu nel 1998: «Ci opponiamo fermamente al fatto che l’immagine della povertà e della fame nei nostri paesi siano usate dalle grandi multinazionali per spingere tecnologie che non sono sicure, né compatibili con l’ambiente né economicamente vantaggiose per noi. Non crediamo che queste multinazionali o le tecnologie genetiche aiuteranno i nostri agricoltori a produrre il cibo necessario per il ventunesimo secolo. Al contrario, pensiamo che distruggeranno la biodiversità, le conoscenze locali e il sistema dell’agricoltura sostenibile che i nostri contadini hanno sviluppato in migliaia di anni; questo metterà a repentaglio la nostra capacità di nutrirci». Paterson dovrebbe anche informarsi su cosa ha dettoViva Kermani quando ha parlato della situazione dell’India: «E’ irresponsabile affermare che nel nostro paese migliaia di persone muoiono ogni giorno di fame e che gli ogm sono la soluzione. Quando la nostra gente ha fame o è malnutrita, non è per mancanza di cibo ma perché il loro diritto alla sicurezza e al cibo nutriente viene negato». L’ex ministro britannico, e tanti altri come lui, pare proprio bravo nell’utilizzare la retorica per smuovere sentimenti ed emozioni, ma questo non ha nulla a che fare col progresso e la scienza e non fa che sviare l’attenzione dalle vere cause della fame e della povertà. I sostenitori degli ogm ripetono costantemente che questa tecnologia risolverà il problema della fame e nutrirà la popolazione mondiale. Le lobby del biotech ci ripetono che gli ogm sono essenziali, che permettono ai contadini di affrontare meglio i cambiamenti climatici, che hanno più resa. Ma la falsità di tutto ciò è stato ormai ampiamente dimostrato. Prendiamo per esempio il rapporto che lo scorso anno è stato pubblicato dal Canadian Biotechnology Action Network (CBAN), secondo cui la fame è causata dalla povertà e dalla diseguaglianza e che già si produce abbastanza cibo per tutti ed era così anche nel 2008, ai tempi del picco della crisi alimentare mondiale. Secondo il rapporto, l’attuale produzione alimentare mondiale fornisce abbastanza cibo per nutrire dieci miliardi di persone e le crisi dei prezzi non dipendono dalla scarsità di alimenti. Inoltre, il CBAN fa notare come gli ogm oggi sul mercato non siano affatto finalizzati a risolvere il problema della fame nel mondo. Quattro cereali ogm coprono la quasi totalità dei terreni nel mondo coltivati con questi alimenti modificati e tutti e quattro sono stati sviluppati per l’agrindustria su larga scala, soprattutto utilizzati per produrre carburanti, per il cibo industriale e per i mangimi degli animali. Il rapporto canadese chiarisce anche che gli ogm non hanno aumentato i raccolti né gli introiti degli agricoltori, portano ad un aumento nell’uso di pesticidi e provocano danni all’ambiente. In India dove si coltiva il cotone Bt non è diminuito l’uso di pesticidi. Paterson parla di pratiche agricole anacronistiche e primitive che affamano milioni di persone e distruggono l’ecologia, ma ciò che dice non ha il minimo fondamento nella realtà, sta solo giocando con la paura e le emozioni. Moltissimi documenti ufficiali sostengono he per risolvere il problema della fame nelle regioni povere occorre supportare metodi agro-ecologici e sostenibili, rafforzando le economia alimentari locali. Si veda qui per il rapporto dell’Onu, qui per un altro documento ufficiale,qui per l’Onu Special Rapporteur sul diritto al cibo, qui per il documento di 400 esperti. Si veda anche questo documento che attesta come gli ogm non siano necessari per nutrire la popolazione mondiale. Quindi…Paterson da dove ha preso le informazioni sulle quali ha basato le sue dichiarazioni? Beh, si può intuire la risposta. L’esperienza con gli ogm dimostra che in questo modo la sicurezza alimentare è messa in pericolo e che si creano problemi ambientali, sociali ed economici (si veda questo rapporto di GRAIN e questo articolo di Helena Paul che documenta l’ecocidio e il genocidio in Sud America a causa dell’imposizione delle colture ogm). Ma tutto sommato non deve sorprendere che Paterson dica certe cose. Come ministro dell’ambiente ha favorito le partnership con enti pro-ogm, come l’Agricultural Biotechnology Council (ABC), che è sostenuta da multinazionali quali Monsanto, Syngenta and Bayer CropScience. E…secondo voi chi sostiene ciò che anche Paterson sostiene lo fa in buona fede? Senza conflitto di interesse? E la retorica dell’evidenza scientifica  che contraddice ciò che gli ogm in realtà hanno mostrato di causare? Leggete qui, quello che scrive Global Research. E anche in Italia non mancano certe uscite. In realtà sono la speculazione e il modello del business industriale a portare alla fame, alla povertà, al land grabbing, alla scomparsa delle aziende agricole familiari in nome degli interessi delle grandi multinazionali. Daniel Maingi lavora con i piccoli agricoltori in Kenya e appartiene all’organizzazione Growth Partners for Africa. Maingi è nato in una fattoria nel Kenya orientale e ha studiato agronomia. Si ricorda bene di quando la sua famiglia coltivava e mangiava una grande varietà di cereali, legumi e frutti. Dopo lo Structural Adjustment Programmes negli anni ’80 e ’90 e la cosiddetta green revolution, tutto è stato sostituito dal mais, solo e sempre mais. E la gente ha cominciato a mangiare solo mais, cereale peraltro che ha bisogno di acqua, cosa che in Africa rappresenta un problema, e ha portato a un uso massiccio di fertilizzanti che hanno ucciso l’importantissima flora batterica del terreno. Growth Partners Africa lavora con i contadini per nutrire il terreno con sostanze organiche naturali, per usare meno acqua e aumentare la varietà. Per Maingi la sovranità alimentare in Africa significa tornare all’agricoltura e all’alimentazione che c’erano prima dei massicci investimenti occidentali. Mariam Mayet dell’African Centre for Biosafety in Sud Africa spiega come molte nazioni stiano finanziando gli agricoltori affinchè comprino fertilizzanti, aderiscano al modello di agricoltura industriale e diventino dipendenti dalle multinazionali per le sementi. Elizabeth Mpofu, di Via Campesina, coltiva un’ampia varietà di cereali in Zimbabwe. Durante una recente siccità, i vicini che usavano fertilizzanti chimici hanno perso gran parte del raccolto. Lei invece ha raccolto sorgo, grano e miglio coltivati con i metodi agro-ecologici: controllo naturale dei parassiti, fertilizzanti organici e cereali adatti all’ambiente. Daniel Maingi accusa inoltre di condotte fuorvianti e sbagliate la Banca Mondiale, il fondo monetario internazionale e la Gates Foundation che ha rapporti strettissimi con l’Alliance for a Green Revolution in Africa (AGRA)  . Le multinazionali dell’agritech continuano a ripetere che hanno la risposta alla fame e alla povertà, in realtà hanno già fatto fin troppi danni.

Si ringrazia Colin Todhunter per Countercurrents

Fonte: ilcambiamento.it