«Ecco come proteggere un terzo degli oceani del pianeta entro il 2030»

Mentre i governi di tutto il mondo sono riuniti alle Nazioni Unite per negoziare un accordo storico per la tutela degli oceani, Greenpeace pubblica uno studio scientifico all’avanguardia che mostra come sia possibile tutelare con una rete di aree protette oltre un terzo degli oceani del Pianeta entro il 2030.

A clear plastic bottle is found drifting in the garbage patch. Living on this single bottle were bryozoans, nudibranchs, crabs, and barnacles. The crew of the Greenpeace ship MY Arctic Sunrise voyage into the Great Pacific Garbage Patch document plastics and other marine debris. The Great Pacific Garbage Patch is a soupy mix of plastics and microplastics, now twice the size of Texas, in the middle of the North Pacific Ocean.

Mentre i governi di tutto il mondo sono riuniti alle Nazioni Unite per negoziare un accordo storico per la tutela degli oceani, Greenpeace pubblica uno studio scientifico all’avanguardia che mostra come sia possibile tutelare con una rete di aree protette oltre un terzo degli oceani del Pianeta entro il 2030. Un obiettivo che gli scienziati definiscono “cruciale” per proteggere l’ecosistema marino e contribuire a mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici. I negoziati in corso potrebbero aprire la strada per la protezione di 230 milioni chilometri quadrati di mare, al di fuori della giurisdizione degli Stati costieri. Il rapporto “30×30: Un piano per la tutela degli oceani” è il risultato di una collaborazione durata un anno tra i ricercatori dell’Università di York, di Oxford e Greenpeace. In uno dei più grandi studi di questo genere, i ricercatori hanno scomposto gli oceani in 25 mila quadrati di 100 chilometri di lato e poi hanno mappato la distribuzione di 458 diversi indicatori, tra cui fauna selvatica, habitat e principali caratteristiche oceanografiche, generando centinaia di scenari di quella che potrebbe essere una rete di Santuari marini d’Alto mare su scala planetaria, libera da attività umane dannose, con il minimo impatto socio-economico.

«È drammatica la velocità con cui le zone d’Alto mare stanno perdendo le loro specie più iconiche», dichiara il professor Callum Roberts, biologo marino presso l’Università di York. «Perdite eccezionali di uccelli marini, tartarughe, squali e mammiferi sono la conseguenza di un sistema di governance sbagliato, a cui i governi riuniti alle Nazioni Unite devono porre rimedio subito. Questo rapporto mostra come sia possibile progettare una rete di aree protette distribuite nelle acque internazionali di tutto il mondo».

La dottoressa Sandra Schoettner della campagna Oceani di Greenpeace dichiara: «Dai cambiamenti climatici, alla pesca eccessiva e all’inquinamento, i nostri oceani sono in pericolo. Abbiamo urgentemente bisogno di proteggerne almeno un terzo entro il 2030. Non si tratta di linee tracciate su una mappa, ma di una catena di protezione coerente e interconnessa che comprende punti chiave per la fauna selvatica, corridoi migratori ed ecosistemi critici. Si tratta di un piano per la protezione degli oceani che salvaguarderebbe l’intero spettro della vita marina».

«Purtroppo, gli oceani oltre i confini nazionali sono lasciati in balia dell’interesse di pochi Stati ricchi e potenti. Chiediamo ai Governi di tutto il mondo un Accordo Globale per garantire una adeguata protezione delle aree d’alto mare, riformandone le regole di gestione per tutelare un patrimonio comune dell’umanità. Questo rapporto dimostra che abbiamo già tutte le conoscenze scientifiche per farlo», conclude Giorgia Monti, responsabile Campagna Mare Greenpeace Italia.

Fonte: ilcambiamento.it

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Lo sfruttamento degli oceani minaccia l’umanità

Il WWF mette in evidenza il legame tra la pesca insostenibile e la sicurezza alimentare ed economica di milioni persone nel mondo. 800 milioni di persone sono infatti a rischio per lo sfruttamento delle risorse degli oceani, tra gli ambienti più sfruttati del Pianeta. “È solo attraverso un consumo responsabile che si potranno proteggere i mari contro l’uso indiscriminato delle risorse naturali e tutelare le comunità”.

Il 33% degli stock ittici mondiali monitorati è sfruttato in eccesso e più del 60% è  sfruttato al massimo delle loro capacità. Tre miliardi di persone nel mondo consumano pesce, così ché il drammatico impatto della pesca insostenibile mette a rischio non solo gli stock ittici, ma anche il sostentamento delle popolazioni. Una situazione peggiorata anche dagli effetti del cambiamento climatico globale sui mari del mondo che aggiunge problemi quali acidificazione, riscaldamento delle acque, aumento del livello del mare, effetti che si stanno manifestando soprattutto nell’emisfero sud del pianeta. In occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, che si è celebrata ieri, il WWF punta i riflettori sugli oceani, ambienti tra i più sfruttati del pianeta.fish-984299_960_720

“Lo sfruttamento degli oceani mette a rischio la sopravvivenza di buona parte dell’umanità, non solo la sicurezza di circa un miliardo di persone che dipendono, direttamente o indirettamente dalle risorse ittiche come fonte di cibo e di reddito, comunità che vivono soprattutto in paesi in via di sviluppo. I mari e gli oceani ricoprono gran parte del nostro pianeta, alterarne gli equilibri ecosistemici potrebbe provocare danni irreversibili. Nella Giornata Mondiale dell’Alimentazione la parola d’ordine è consapevolezza ed educazione ai consumi”, ha dichiarato Donatella Bianchi, Presidente del WWF Italia. Il WWF ha lanciato l’allarme attraverso una nuova campagna di comunicazione paneuropea e multimediale con lo slogan “Questa specie presto sparirà (anche il pesce)” che mette in evidenza il legame tra le minacce della pesca insostenibile e la sicurezza alimentare e economica di milioni persone nel mondo – pescatori, trasformatori, inscatolatori, così come tutti colori che dipendono dal pesce come risorsa di nutrimento. La campagna  mira a diffondere semplici consigli per un consumo responsabile di pesce,  tramite la sua guida online prodotta nell’ambito del progetto Fish Forward. I consumatori europei, infatti, possono fare qualcosa per cambiare questa tendenza: l’Europa rappresenta il più grande mercato ittico del mondo: il 60% di pesce e molluschi che circola sui banchi frigo o nelle pescherie è di importazione e più della metà di questo proviene da paesi in via di sviluppo. L’Europa potrebbe quindi diventare l’attore chiave per il cambiamento dell’industria ittica globale. Scegliere di favorire la pesca sostenibile in questo caso, fa la vera differenza, specialmente nei confronti di milioni di persone il cui sostentamento dipende dal pesce. La Campagna chiama in causa consumatori, commercianti e rappresentanti dell’UE e delle istituzioni degli Stati membri, come componenti di una filiera, perché ognuno si assuma le proprie responsabilità nel favorire lo sviluppo di un mercato ittico sostenibile in tutto il mondo.water-2208931_960_720

Le indicazioni fornite dalla guida riguardano gli acquisti sia nella grande distribuzione che nelle pescherie locali. Nel primo caso la scelta di prodotti ittici provenienti dall’estero va indirizzata verso prodotti certificati MSC** o ASC***, che attestano la sostenibilità della pesca. Mentre al banco del fresco non è solo questa la strada per un consumo responsabile, ma è importante scegliere prodotti provenienti da pesca locale, che siano superiori a certe dimensioni e orientarsi sulla scelta delle specie meno conosciute (pesce povero), e tuttavia buone da mangiare. Gli stock di queste specie infatti sono spesso in condizioni migliori. È solo attraverso un consumo responsabile che si potranno proteggere i mari contro l’uso indiscriminato delle risorse naturali e tutelare le comunità locali dalle minacce a cui sono sottoposte, spingendo i governi a mettere in atto politiche di lotta alla pesca illegale e verso pratiche più sostenibili. Anche il Mar Mediterraneo è ormai in uno stato di grave crisi: decenni di cattiva gestione e sfruttamento hanno pesantemente impoverito le sue risorse marine, fino al punto che oggi più dell’80% degli stock monitorati risulta sovrasfruttato. Tutto ciò si traduce in un’enorme minaccia per quei pescatori artigianali che pescano seguendo le regole e per le comunità costiere locali in generale. La flotta di pesca artigianale rappresenta infatti l’84% del totale: si tratta di attività di origine familiare e attorno a questo settore vivono intere comunità e paesi.

“La cultura della pesca è una parte fondamentale della tradizione dei paesi mediterranei. Chi va a fare la spesa devono comprendere l’importanza del prodotto che ha davanti. Non è più possibile che una persona al supermercato o in pescheria, guardi il banco e trovi ‘merluzzo: 3 euro al chilo’ senza farsi domande. Quel merluzzo non è un pesce, è una storia, è un film, che la persona che lo va a comprare e a mangiare deve conoscere!” ha dichiarato Giuseppe, pescatore artigianale durante una delle interviste realizzate nell’ambito del progetto.

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2018/10/sfruttamento-oceani-minaccia-umanita/

Assalto agli oceani

Arrivano quasi quotidianamente, seppur relegate in colonnine quasi invisibili su quotidiani e riviste: sono le notizie terrificanti sullo stato dei nostri mari. “Nostri”, perché dovrebbero essere patrimonio di tutti, non la discarica del pianeta di fronte alla quale tutti ci giriamo dall’altra parte.9809-10595

Le notizie sui danni che l’odierna società umana causa all’ambiente vengono minimizzate e banalizzate dall’industria mediatica. Dopotutto, è anch’essa un’industria multinazionale, ramificata come un’edera ma con poche, potenti radici da cui le viene il nutrimento (e le vengono le indicazioni): i soliti padroni del vapore. Nonostante questo, sono ormai uno stillicidio le notizie scarne e banali, o relegate nella paginetta “ambiente” di quotidiani e riviste, ma ugualmente terrificanti sul degrado dei mari. Sull’inquinamento delle loro acque, sui continenti di rifiuti di plastica, sulla distruzione delle barriere coralline, sull’estinzione annunciata di specie importantissime per la vita degli oceani, sull’ impoverimento senza precedenti di tutta la fauna e la flora marina. Abbiamo svuotato gli oceani delle loro creature, li abbiamo riempiti di schifezze e veleni. Si calcola che ogni giorno su questo povero pianeta finiscano in acqua due milioni di tonnellate di rifiuti. Poiché è una cifra così grande che si fa fatica a immaginarla, ricordiamoci che una tonnellata corrisponde a mille chili e, di conseguenza, due milioni di tonnellate sono due miliardi di chili di immondizie, che vengono ogni giorno buttate in mare o che ci arrivano con l’acqua dei fiumi.

Nel 2008 erano già state censite negli oceani 58 “zone morte”, cioè completamente prive di vita, spesso “batteriologicamente pure”, che significa che non ci sopravvivono nemmeno i batteri, e che ammontavano a 12 milioni di chilometri quadrati. Dodici milioni di chilometri quadrati (per avere un’idea: la superficie degli Stati Uniti è inferiore a dieci milioni di chilometri quadrati) di acque marine morte, avvelenate da pesticidi, fertilizzanti chimici, liquami tossici di ogni tipo che si riversano dai campi dell’agricoltura industriale, dalle fabbriche, dalle fogne di paesi e città, dalle navi da crociera e da quelle mercantili. E il mare non ha scampo, è il grande continente liquido che tutto accoglie e in cui tutto circola; senza che si possa circoscriverlo.

Stillano, le notizie, goccia a goccia. I padroni dei media e del vapore non vogliono allarmarci; non sia mai che cominciamo a riflettere, a fare due più due, a reagire e ad agire responsabilmente. Per questo motivo ci sono informazioni che vengono proprio, scartate, nascoste, ignorate. Per esempio, l’informazione che la pesca industriale, quella che sta desertificando gli oceani, viene sovvenzionata dagli stati e dal superstato globale (Unione Europea, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, e chi più ne ha più ne metta) con 30 miliardi di dollari l’anno.

Senza quei miliardi forse la pesca industriale non potrebbe sopravvivere, perché i suoi costi sono altissimi. I cosiddetti “pescherecci” oceanici sono in realtà vere e proprie fabbriche galleggianti, nelle quali il pesce viene lavorato, congelato e/o messo in scatola. Fabbriche galleggianti che consumano enormi quantità di carburante, che depredano gli oceani, svuotandoli di tutte le loro creature e che, piccolo effetto collaterale, li inquinano con liquami, rifiuti e chilometri di reti rotte che vengono lasciati a ondeggiare a pelo d’acqua, continuando a uccidere del tutto inutilmente.

Le reti e i palamiti stesi in mare da queste mostruose macchine arrivano a misurare fino a cinquanta chilometri, le spadare usate nel Mediterraneo fino a venti chilometri. Decine di chilometri di morte e distruzione in gran parte inutili, di nessun vantaggio neanche per questi saccheggiatori del mare. Ci finiscono impigliati animali di ogni specie, dai pinguini alle sule, dalle tartarughe agli squali, dalle foche alle balene, che però non interessano ai razziatori industriali e che muoiono inutilmente e atrocemente ogni giorno.

Senza quei 30 miliardi all’anno di finanziamento (estorti a noi con le tasse; stornati ai servizi pubblici e alle pensioni dai governi liberisti; “risparmiati” da quegli stessi governi sui salari di insegnanti non assunti, dipendenti dei Comuni in via di estinzione ecc.) forse si tornerebbe alla pesca artigianale, sicuramente il tonno costerebbe molto di più, se ne consumerebbe di meno e non lo si darebbe ai cani e ai gatti con le scatolette. E non si starebbe estinguendo.

Ma il sistema ha trovato il modo di alimentare sé stesso; la pesca industriale è appannaggio delle multinazionali, i governi occidentali sono ormai fantocci meccanici da loro azionati, le istituzioni sovranazionali sono governate dai loro uomini: gente che passa da una finanziaria a una grande banca a un’agenzia dell’ONU e viceversa. E si stanno mangiando anche gli oceani.

La maggior parte delle persone consapevoli di ciò, sensibili ai problemi ambientali e sociali, è sempre più in preda allo sconforto e sempre meno attiva, se non su feisbuc e compagnia bella. Ci sembra che “il sistema” sia ormai onnipotente e invulnerabile. E non ci rendiamo conto di esserne parte; non ci rendiamo conto di quanto siamo attivi nel sostenerlo, inetti nel contrastarlo. Eppure oggi, come mai prima, il gigante ha i piedi d’argilla; il potere economico, oggi come non mai, si fonda sui nostri consumi quotidiani più che su qualsiasi elargizione statale o sovrastatale. Dunque sulle nostre insalate al tonno, sui nostri ristoranti “tutto pesce”, sulla nostra moda del sushi si fonda la distruzione degli oceani. Sui banchi dei supermercati col pesce fresco, una parte del quale verrà gettato via ogni sera; sui frigoriferi dei supermercati pieni di pesce surgelato arrivato direttamente dalle navi-fabbrica per finire nel carrello della spesa e nelle mense aziendali e scolastiche. Ed è interessante vedere come, gente che va in chiesa due volte l’anno o che non ci è andata nemmeno per sposarsi, rispetti puntigliosamente il precetto del “venerdì di magro”. Che poi nessuno aveva mai detto che “magro” significasse pesce, piuttosto significava digiuno o poco più ed era una norma igienica oltre che spirituale, non un banchetto a base di sogliola e branzino.

Il Sistema, che è creato, gestito e guidato dalle lobbi multinazionali di ogni tipo (tra quelle della pesca, pensate, c’è la Mitsubishi), è fatto di tutte queste cose, dei consumi collettivi e di quelli individuali, e la forza dei pochi che lo controllano si fonda sull’ignoranza e l’indifferenza dei molti che lo subiscono e lo sostengono.

Ancora una volta ci troviamo di fronte allo strapotere delle multinazionali e al loro pressoché totale controllo delle cosiddette “istituzioni sovranazionali”. La pesca industriale viola continuamente e senza alcuna esitazione o ritegno le norme e le leggi internazionali ma le istituzioni internazionali fanno finta di niente e la sovvenzionano, e così fanno i governi. Quando non cambiano addirittura le leggi per agevolare il saccheggio. Da anni il governo italiano e la regione Sicilia fanno deroghe alla legge europea sulla pesca del novellame di sardine. Si arraffa finché si può, distruggendo intere specie; poi si sposteranno altrove soldi e finanziamenti, magari nelle centrali a biomasse.

La suddetta Mitsubishi è un altro esempio luminoso di come il sistema capitalistico globale concepisca l’economia. Da quindici anni fa incetta di tonno rosso all’asta del pesce di Tokio (c’è un’asta di cadaveri marini, a Tokio, ma né voi né io potremmo partecipare) e ammassa i tonni rossi congelati in enormi frigoriferi (alla faccia del risparmio energetico) in attesa che il tonno rosso si estingua. Così aumenterà di prezzo in modo stratosferico e ce l’avranno solo loro! Per quanto? Non importa, gli investimenti si saranno già spostati. Speriamo che gli si guastino i frigoriferi. Ma non basta, in questo millennio apocalittico l’Unione Europea ha permesso la “pesca in acque profonde”. Dato che in quelle costiere il pesce non c’è più, bretoni e spagnoli hanno proposto di raschiare i fondali fino a oltre mille metri di profondità. E non immaginatevi dei “pescatori” come nei film del neorealismo. Si tratta sempre di multinazionali della pesca-alimentazione-grande distribuzione. Peccato che gli animali degli abissi marini vivano anche fino a cento anni e si riproducano magari a trent’anni; peccato che i coralli degli abissi abbiano anche quattromila anni e crescano anch’essi a ritmi molto lenti; peccato che in quegli abissi la vita abbia regole che neanche conosciamo e ospiti creature che nemmeno sospettiamo. Peccato anche che questa pesca in acque profonde possa essere redditizia solo grazie ai fiumi di sovvenzioni che, a nostre spese, stati e sovrastati (vedi UE) danno all’industria della pesca.

“E’ avvenuto tutto all’improvviso Quel mattino mi accadde di arpionare una cernia. Una cernia robusta, combattiva. Si scatenò sul fondo una vera e propria lotta titanica fra la cernia che pretendeva di salvare la sua vita e me che pretendevo di togliergliela. La cernia era incastrata in una cavità tra due pareti; cercando di rendermi conto della sua posizione passai la mano destra lungo il suo ventre. Il suo cuore pulsava terrorizzato, impazzito dalla paura. E con quel pulsare di sangue ho capito che stavo uccidendo un essere vivente. Da allora il mio fucile subacqueo giace come un relitto impolverato nella cantina di casa mia”.

Sono le parole di Enzo Maiorca, morto nel 2016, siciliano, campione mondiale di immersione in apnea, che da quel momento smise con la pesca subacquea, diventò vegetariano e si batté per la salvezza del mare, che vedeva sempre più in pericolo. Divenne un araldo di tutte le creature che nel mare vivono, avendo infranto la barriera dell’estraneità e dell’indifferenza, avendo imparato a sentirle come suoi simili, a condividerne la sofferenza, a disiderarne profondamente la salute e la libertà. Forse è quello che manca oggi a un movimento ambientalista sempre più impotente?  L’amore, vero e profondo, per le altre creature che il nostro “sviluppo” sta distruggendo? Forse amiamo di più quello “sviluppo”, che ci consente di fare la spesa al supermercato, avere in tasca il cellulare e sotto il sedere un’auto o una moto, nel piatto una salsa ai gamberetti e un chilo di plastica al giorno da smaltire tanto c’è la raccolta differenziata? E di cavarcela con una firma on line, senza più andare in piazza, riunirci, fare cartelli, portare striscioni, gridare sotto le finestre dei potenti? Senza smettere di consumare tutto ciò che danneggia la vita? Queste sono azioni che richiedono tempo, impegno e fatica, e il tempo e la fatica si usano volentieri solo per ciò che si ama. Perché lo amava Maiorca divenne un difensore di questo povero Mediterraneo, un tempo meraviglioso e infinitamente ricco di vita, oggi devastato e straziato. Eppure, dalle balene che nonostante tutto lo solcano, agli uccelli marini che ancora nidificano sulle sue coste, alle tartarughe che ancora vengono a riprodursi sulle sue spiagge, c’è ancora tanto da salvare. Se riusciremo a sentirne i battiti del cuore.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Il pesce sta finendo, choc ecologico per mari e oceani

Lo sfruttamento dissennato delle risorse di mari e oceani sta producendo un vero e proprio choc ecologico e si va verso l’esaurimento degli stock ittici. Eppure si continua a pescare e consumare a livelli altissimi. L’allarme dell’Agenzia Europea per l’Ambiente.9448-10184

Il recente rapporto dell’Agenzia europea per l’Ambiente (EEA) “Seafood in Europe; a food system approach for sustainability” lancia l’ennesimo allarme sull’attuale sistema alimentare, focalizzando l’attenzione sul pesce che arriva sulle nostre tavole. Con la continua crescita della popolazione globale e dei redditi di alcune fasce della popolazione, il fabbisogno alimentare, di cui il pesce è parte, è in costante aumento. Dai dati a disposizione dell’EEA emerge che gli europei preferiscono il pesce non d’allevamento (il 75%) e che il consumo medio di pesce pro capite nell’Unione Europea è di circa 22 chili all’anno, secondo solo a quello dell’Oceania con 26,5 chili. Per soddisfare questa domanda, l’UE importa il 55% del pesce e dei frutti di mare ed è il più grande importatore di pesce e prodotti ittici di tutto il mondo, con una quota di mercato pari al 20% del totale delle importazioni mondiali tra il 2013 e il 2015. Ma quanto costa questo consumo in termini di sostenibilità? Il rapporto rivela che «Attualmente, la maggior parte delle zone di pesca sono o completamente pescate (58%) o sovrasfruttate (31%). Nei mari europei, la pesca eccessiva resta alta: il 50% degli stock ittici nell’Oceano Atlantico nord-orientale e del Mar Baltico e oltre il 90% nel Mediterraneo e nel Mar Nero sono stati pescati al di sopra del loro rendimento massimo sostenibile».

A livello mondiale, mentre si stanno raggiungendo i limiti naturali di sfruttamento per gli oceani, l’acquacoltura sta prendendo sempre più piede, tanto che già nel 2014 si è consumato più pesce allevato che pescato. Secondo gli autori, le uniche vie percorribili per garantire in futuro la sostenibilità a lungo termine delle attività di pesca sono quelle del rispetto dei livelli sostenibili di pesca e dell’implementazione di reti di Aree marine protette. Le valutazioni attuali tendono a concentrarsi sull’impatto ambientale della pesca e dell’acquacoltura sugli ecosistemi marini europei o sulla performance economica dell’industria ittica, ma secondo l’EEA ci sono grosse lacune informative e di conoscenza perché le dinamiche del mercato mascherano i segni vitali degli ecosistemi, come, ad esempio, la condizione degli stock ittici locali. Colmare queste lacune non richiederebbe necessariamente grandi investimenti, ma solo analizzare con maggior attenzione i dati provenienti dalla politica comune europea sulla pesca. Peraltro la situazione dell’inquinamento, oltre che dello sfruttamento, di mari e oceani è a livelli tali di allarme da indurre la Commissione europea e l’Alto rappresentante dell’UE a definire un programma comune per il futuro degli oceani, proponendo 50 azioni per cercare di diminuire la pressione sulle acque del nostro pianeta. Il documento International ocean governance è del novembre scorso ma sono in molti a ritenerlo non sufficiente. Già nel luglio scorso, per la precisione il 13,  i consumatori europei hanno toccato il cosiddetto Fish Dependence Day, osia hanno esaurito le “scorte” di pesce locale e hanno cominciato a consumare quelle provenienti da oceani lontani, soprattutto dai paesi in via di sviluppo. Negli ultimi tre decenni, il Fish Dependence Day europeo è arrivato ogni anno sempre prima: «Trenta anni fa – spiega il WWF – l’Europa era in grado di soddisfare la domanda di pesce pescandolo in acque europee fino a settembre od ottobre. Durante lo stesso periodo di tempo, il problema globale di pesca eccessiva è’ aumentato».

Fonte: ilcambiamento.it

Gli oceani continuano ad assorbire sempre piu’ energia: abbiamo superato i 200 ZJ

Rispetto alla media 1971-2000, l’energia extra assorbita dagli oceani equivale a oltre 350 volte i consumi annui dell’umanita’. Il riscaldamento degli oceani non conosce pausa, al punto che come nota ironicamente ilGuardian, gli scienziati sono costretti a cambiare continuamente il fondo scala dei grafici. Come si vede dal grafico in basso, la NOAA ha appena dovuto cambiare la scala della variazione di energia interna degli oceani (1), visto che e’ stata appena superata la soglia dei 200 ZJ(zettajoule). Ma quanti sono 200 zettajoule? Quando i numeri diventano troppo grandi, e’ impossibile averne una percezione istintiva. Per farsi un’idea, basti pensare che questa energia (2E23J) equivale a oltre 350 volte tutti i consumi annui dell’umanita’ (2). Questo riscaldamento non ha precedenti negli ultimi diecimila anni e rappresenta un indicatore piu’ attendibile del global warming, rispetto alla temperatura dell’aria.  Gli oceani intrappolano infatti oltre il 90% del global warming e la temperatura dell’atmosfera puo’ oscillare per scambi di calore con l’idrosfera. Lo scorso anno le temperature erano aumentate di meno e qualcuno aveva incautamente affermato che il global warming si era preso una pausa: naturalmente non e’ vero, semplicemente c’e’ stato un maggiore trasferimento di energia verso gli oceani. Inoltre se gli  oceani assorbono calore aumenta il loro volume per dilatazione contribuendo a innalzarne il livello. Come afferma il Guardian, il riscaldamento degli oceani rappresenta l’ultimo chiodo nella bara delle teorie negazioniste.Riscaldamento-oceani

(1) Trovo poco appropriato l’uso dell’espressione “contenuto di calore”, visto che il calore (insieme al lavoro) e’ un modo di fare variare l’energia interna del sistema. Cio’ che e’ rappresentato qui sopra e’ in realta’ una variazione di energia interna degli oceani rispetto alla media degli anni 1971-2000. Puo’ essere vista anche come un flusso equivalente di calore extra dal sole, ma in ogni caso l’espressione “contenuto di calore” fa rabbrividire chiunque non sia stato bocciato a Fisica 1…

(2) Non si tratta naturalmente di un giacimento di energia direttamente sfruttabile, dal momento che e’ comunque a bassa temperatura. E’ possibile invece ottenere energia sfruttando il gradiente di temperatura degli oceani (la cosiddetta OTEC)

Fonte: ecoblog.it

Inquinamento: 269mila tonnellate di rifiuti plastici galleggiano negli oceani

Lo studio pubblicato negli scorsi giorni sulla rivista Plos One ha evidenziato i dati sull’inquinamento da residui plastici degli oceani. Gli oceani stanno diventando, sempre di più, discariche a cielo aperto nei quali si accumulano tutti i rifiuti plastici dell’umanità. Uno studio pubblicato sulla rivista Plos One ha quantificato per la prima volta la quantità di detriti plastici nelle acque degli oceani valutando in 269mila tonnellate e in 5mila miliardi di particole i rifiuti presenti nelle acque oceaniche. Si tratta – a detta dei ricercatori statunitensi, neozelandesi, cileni, francesi, sudafricani e australiani che hanno compiuto questa stima – di cifre “molto prudenti” e che possono essere considerate come un quantitativo minimo. Bottiglie, sacchetti, polistirolo e altri imballaggi, ma anche particole di natura industriale vengono buttati in mare o trascinati da correnti fluviali e marine, dai venti. La situazione è peggiorata nell’ultimo quarto di secolo, immense zone di convergenza sono state create dalle correnti, la più nota di tutte è il Great Pacific Garbage Patch anche nota come la grande discarica del pacifico che si trova nel Pacifico Settentrionale ed ha un’ampiezza stimata di 3,4 milioni di kmq. Il team di ricercatori che ha compiuto il “censimento della plastica” ha raccolto dati dal 2007 al 2013, in ventiquattro campagne oceanografiche e 1500 siti-campione. Ovviamente la plastica non si accumula solamente nei vortici oceanici, ma è diventata un problema serio anche al largo delle coste, comprese quelle del Mediterraneo. La quantità di residui plastici presente negli oceani è circa un millesimo della plastica prodotta nel 2012 in tutto il mondo, 288 milioni di tonnellate. Ma il problema resta comunque immane per le conseguenze per gli ecosistemi marini sono gravissime a causa della degradazione a opera dei raggi ultravioletti, della biodegradazione, dell’ingestione da parte degli organismi marini e degli accumuli sulle coste. La contaminazione “abbraccia” tutta la catena alimentare e dallo zooplancton può arrivare fino all’uomo. I pezzi di plastica vengono inoltre ingeriti da numerose specie marine, dalle tartarughe ai pesci, dagli uccelli ai mammiferi, e provocano lesioni interne, avvelenamenti e soffocamenti.

Trash Season Arrives On Kuta Beach

 

Fonte:  Le Monde

© Foto Getty Images

Basta sfruttare gli Oceani, l’appello per la Giornata mondiale dell’alimentazione 2014

Il mare viene sfruttato troppo: appena il 30 per cento del pescato arriva sulle nostre tavole. Nella Giornata mondiale dell’Alimentazione una riflessione sullo sfruttamento delle risorse del mare ci viene proposta dall’associazione Marevivo, che ci ricorda che appena il 30 per cento del pescato finisce sulle nostre tavole. Il 70 per cento del pescato è scarto e dunque in molti casi non viene lavorato ma gettato in mare. Sapete che noi in Italia mangiamo appena il 10 per cento delle specie ittiche? Il Ministero delle Politiche Alimentari e Forestali ci dice che sono 719 le specie ittiche di interesse commerciale e buone da mangiare, ma noi ne compriamo poco meno di 70 specie: perché? Forse siamo schiavi delle mode alimentari o molto più probabilmente abbiamo perso , ma, schiavi di mode culturali e alimentari, ne mangiamo sì e no il 10%.Oggi ricorre la Giornata Mondiale dell’Alimentazione organizzata dalla FAO e al centro del dibattito c’è l’importante ruolo che l’agricoltura familiare riveste nell’eliminazione della fame e della povertà nel mondo.MEXICO-ENVIRONMENT-FISH

Le specie ittiche più di moda e dunque più acquistate sono: branzino (50%), nasello (30%), orata (45%), rombo (65%), salmone (50%), sogliola (55%), triglia (65%) mentre scartiamo inesorabilmente aguglia, melù, alaccia, bavosa, boga, zerro, zanchetta, capone, cicerello, spatola, sughero, parlotto, pargo, tracina e pesce civetta. Eppure fino a qualche anno fa queste specie erano consumate regolarmente. Per rinnovare la tradizione perduta e evitare gli sprechi. Marevivo ha lanciato in passato due campagne, sempre attuali per ripristinare la tradizione dell’uso del pescato locale attraverso progetti quali “Lo scarto à la carte” che insegna all’uso delle parti di scarto e “La tavola blu” aperto ai futuri chef degli istituti alberghieri. Dice la presidente di Marevivo, Rosalba Giugni:

Gli oceani, che coprono il 71% della superficie del Pianeta, assorbono 1/3 dell’anidride carbonica e producono l’80% dell’ossigeno, sostengono una complessa e indispensabile catena alimentare. Se il mare muore, non ci sarà più vita neanche per l’uomo.

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

Sempre più mercurio negli oceani

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Il mercurio è un metallo tossico che tende ad accumularsi all’interno degli organismi attraverso diverse vie, tra cui la respirazione, l’ingestione o il contatto diretto. E secondo uno studio, pubblicato su Nature, le emissioni di questo elemento nell’ambiente sono notevolmente aumentate, e così i pericoli per gli animali e anche gli esseri umani. In alcune regioni, spiega lo studio, le emissioni sarebbero addirittura triplicate, in seguito ad attività umane come le estrazioni minerarie e la combustione di sostanze fossili. Secondo alcuni modelli recenti, le emissioni avrebbero aumentato i livelli di mercurio negli oceani di milioni di moli (la mole è l’unità di misura della quantità di una sostanza) dal sedicesimo secolo ad oggi. Finora però non era stato possibile verificare queste assunzioni a causa della mancanza di dati e statistiche affidabili. Così, per indagare meglio sul fenomeno, Carl Lamborg e i colleghi della Woods Hole Oceanographic Institution hanno analizzato le misurazioni oceanografiche dei livelli di mercurio dissolto nelle acque degli oceani Atlantico, Pacifico, Artico ed Antartico, ottenute durante diverse spedizioni recenti. Dai risultati ottenuti, gli scienziati hanno potuto osservare che le acque dell’Atlantico del nord sono anomalmente ricche di mercurio, se confrontate con quelle della parte sud dell’Atlantico, del Pacifico e dell’oceano Antartico, probabilmente a causa delle emissioni causate dagli esseri umani. I ricercatori hanno anche potuto stimare che la quantità di mercurio proveniente dalle emissioni umane contenute negli oceani a livello globale si aggira attorno alle 300 milioni di moli, 2/3 dei quali sarebbero contenute in acque meno profonde di un migliaio di metri. Questo rappresenterebbe un aumento del 150% dei livelli di mercurio in acque termocline (ossia lo strato delle acque di un oceano nelle quali la temperatura subisce un rapido cambiamento). L’aumento sarebbe invece stato del 300% nelle acque di superficie, ossia quelle acque che si raccolgono sulla superficie della terra. Secondo gli scienziati, le informazioni ottenute sono fondamentali per capire i processi tramite i quali il mercurio inorganico viene convertito in metilmercurio, un composto estremamente tossico, e come esso si accumuli negli organismi acquatici e da qui, nella  catena alimentare.

Riferimenti: Nature doi: 10.1038/nature13563

Credits immagine: Jamie Grant/Flickr

 

Fonte: galioleonet,it

Inquinamento, residui plastici nell’88% delle acque degli oceani

La maggiore concentrazione di microframmenti plastici è stata rilevata in cinque grandi aree negli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano

I microframmenti della plastica inquinano ormai l’88% della superficie degli oceani e stanno entrando nella catena alimentare perché assorbiti dai pesci e da altri animali. A lanciare l’allarme è uno studio di alcuni ricercatori spagnoli del Centro superiore di Ricerca Scientifica dell’Università di Cadice, secondo i quali

le correnti oceaniche trasportano oggetti di plastica ridotti a piccolissimi frammenti dalle radiazioni solari e queste microplastiche che possono durare in questo stato per centinaia di anni sono state riscontrate nell’88% dei campioni di superficie degli oceani dalla spedizione Malaspina nel 2010.

La ricerca ha confermato l’esistenza di cinque grandi zone di convergenza nelle quali queste particole di plastica si accumulano sulla superficie delle acque marine: due nell’Atlantico (a est delle coste brasiliane e statunitensi), due nel Pacifico (a ovest delle coste cilene e californiane) e una nell’Oceano indiano (fra Australia e Madagascar). Polietilene e polipropilene sono i principali residui plastici ritrovati nelle acque degli oceani. Secondo i ricercatori dell’Università di Cadice i rifiuti fluttuanti sugli oceani sono fra le 7000 e le 35000 tonnellate con la maggiore concentrazione nel Pacifico del Nord che rappresenta fra il 33 e il 35% del totale. Il danno provocato dai rifiuti plastici nelle acque oceaniche è stimato in 133 miliardi di dollari(9,5 miliardi di euro), una minaccia su scala globale per la vita marina, il turismo e la pesca, come non ha mancato di ricordare l’Onu qualche giorno fa nel summit sull’ambiente tenutosi a Nairobi la scorsa settimana.96446808-586x376

fonte : Le Monde , Unep

Foto © Getty Images

Oceani di acqua sotto la superficie terrestre individuati grazie ai terremoti

Le prove delle presenza di Oceani di acqua sommersi sotto il manto terrestre individuati grazie alla presenza di ringwoodite

Un serbatoio di acqua pari a tre volte il volume degli oceani del mondo è stato trovato in prossimità del nucleo del nostro Pianeta il che potrebbe spiegare l’origine dei mari. L’acqua è stata individuata grazie a un minerale, la ringwoodite che si trova a 700 km sotto il mantello terrestre. L’acqua liquida copre quasi il 75% della superficie terrestre, ma cotituisce solo lo 0,025% della massa dell’intero pianeta ma per gli scienziati esiste sebbene nascosto un grande serbatoio di acqua sotto la crosta terrestre. A fare la scoperta Steven Jacobsen della Northwestern University di Evanston in Illinois, con altri ricercatori che grazie ai sismometri hanno studiato le onde sismiche provenienti da più di 500 terremoti. Misurando la velocità delle onde a diverse profondità, la squadra ha iniziato a determinare le tipologie di rocce coinvolte. Il livello dell’acqua si è rivelato poiché le onde hanno rallentato, poiché occorre più tempo per attraversare una roccia bagnata rispetto a una roccia asciutta. La scoperta sostiene le ipotesi presentate in un recente studio condotto da Graham Pearson dell’Università di Alberta a Edmonton, Canada che appunto si è concentrato sull’evoluzione di un diamante presente nella zona di transizione tra il mantello superiore e inferiore della crosta terrestre scoprendo la presenza di ringwoodite. La presenza di questo immenso serbatoio getta luce sull’origine dell’acqua della Terra, poiché vi sono due scuole di pensiero tra studiosi che ritengono che l’acqua sia giunta attraverso le comete e altri che sostengono che si sia formata sul nostro Pianeta. E dunque questa recente scoperta suggerisce che gli oceani possano essere come esondati dall’interno della Terra.earthquake-620x346

La crosta terrestre raggiunge profondità di circa 100 chilometri. Da lì, il mantello superiore occupa altri 300 chilometri circa. Tra lì e il mantello inferiore si trova il ringwoodite ossia tra i 410 km e 660 km sotto la superficie terrestre nota appunto come “zona di transizione”. Gli scienziati sono stati a lungo divisi su cosa, esattamente, si trovi nella zona di transizione. Sappiamo che la maggior parte del mantello superiore è costituito da olivina un minerale che sotto pressione e temperature molto elevate genera la ringwoodite. Studi di laboratorio hanno dimostrato che il minerale può contenere acqua, che non è presente come liquido, ghiaccio o vapore ma intrappolato nella struttura molecolare del ringwoodite come ioni idrossido (atomi di ossigeno legati e idrogeno). Ora la domanda a cui gli scienziati dovranno rispondere è: Quanta acqua c’è sotto la Terra?

Fonte:  News discoveryMotherboard, News Scientist

Foto | jacobsen