E’ peggio temere la morte o fuggire la Vita?

“La Vita è davvero un miracolo eppure noi la passiamo in gran parte inconsapevoli, inseguendo obiettivi fatui, scappando da problemi apparentemente immensi, ma in realtà spesso futili e sognando un Domani Felice. Un domani che non arriva mai, perché non abbiamo mai tempo per costruirlo veramente, per viverlo Adesso”.

Siamo fatti di carne e ossa. Banale no? Eppure chi ci pensa mai veramente? Ieri notte ero a letto, ho fatto un po’ tardi. Mi sono messo sotto le coperte nella mia casa tra i monti. Ero solo, completamente solo. Ho appoggiato la testa al braccio e ho sentito il battito del mio cuore. Avete presente? quel sottofondo che ci accompagna sempre ma non ascoltiamo quasi mai? Batteva e in un attimo di consapevolezza l’ho visualizzato. Un affare rosso, un po’ impressionante, dentro il mio petto. Mi faceva quasi paura…

Un pezzo di carne a cui non penso mai ma che mi tiene in vita e senza il quale io non sarei più. Ed ecco che il senso di tutte le azioni quotidiane svanisce in un istante. Cazzo, un giorno quel coso smetterà di battere! Nella migliore delle ipotesi saro’ molto vecchio, ma smettera’. E chissa’ quali altre diavolerie contiene il mio corpo. Pezzi di carne a cui non penso mai, ma che mi permettono di essere, fare, pensare.3031743-poster-p-1-3031743-the-future-of-work-enough-about-introverts-mastering-the-way-to-work-with-extroverts

Che impressione… Siamo così forti e così fragili… La Vita è davvero un miracolo eppure noi la passiamo in gran parte inconsapevoli, inseguendo obiettivi fatui, scappando da problemi apparentemente immensi, ma in realtà spesso futili e sognando un Domani Felice. Un domani che non arriva mai, perché non abbiamo mai tempo per costruirlo veramente, per viverlo Adesso.

Mi sono addormentato con questi pensieri. Addormentato… Che succede quando dormo? Dove vado? Cosa è reale e cosa sogno? Domande banali vero? Solo che a volte penso che a forza di definire banali alcune verità e retorici alcuni valori abbiamo finito per l’allontanarli dalla nostra vita. La morte e la nascita sono eventi straordinari. Eventi a cui non assistiamo quasi mai.

Avvengono in luoghi impersonali, sterilizzati, bianchi, grigi, verdini. I cadaveri, i nostri noi del futuro, vengono seppelliti in bare super resistenti in cimiteri lontani. Vediamo delle croci, vediamo delle foto, ma non vediamo i nostri organi decomporsi. Le guerre, dove scorre il sangue, sono lontane: “Per carità! Non mostriamo i corpi in tv! I bambini si impressionerebbero!”

Sangue? Morte? Corpi? Eliminati, anestetizzati. Si fa l’amore con una busta di plastica che impedisce il contatto con l’altro, si partorisce con il cesareo, si mangiano animali accuratamente sezionati da altri, senza occhi, senza alcun legame apparente tra cadavere e corpo.

E così l’intera vita è virtualizzata. Possiamo vivere 50 o 100 anni, ma li passiamo senza sapere cosa siamo, come siamo fatti, di cosa ci nutriamo, in che mondo siamo immersi. Poi un giorno un pezzo si rompe ed ecco che inizia il calvario negli ospedali. Ecco che improvvisamente siamo pieni di rimpianti, vorremmo Vivere davvero… ma ora sì, rischia di non esserci più tempo. Cosa aspettiamo veramente? Da cosa fuggiamo nel nostro eterno rinviare la Vita? Cosa ci terrorizza così tanto? E perché? Non lo so. Forse potrei approfondire l’argomento, magari cercare di vivere una Vita Consapevole, ma non ho tempo… Ho troppi impegni. Domani forse.

O almeno, questo è quello che mi sono detto fino ad oggi. Ma ora non più. Ora voglio vivere il mio presente.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/temere-morte-fuggire-vita/

L’Italia e le emissioni di gas serra: buone notizie per il futuro, anche se l’Italia non ha raggiunto gli obiettivi di Kyoto

Il mancato raggiungimento degli obiettivi di Kyoto da parte dell’Italia continua ad essere ignorato e sottovalutato. Sebbene formalmente raggiunto l’obiettivo a livello globale, le sue poco lungimiranti aspettative – in attesa di impegni più sostanziosi che si spera di ottenere alla conferenza di Parigi di fine anno – sono sotto gli occhi di tutti: lo dimostra quanto sta accadendo in fatto di sconvolgimenti climatici. E l’Italia, seppur fautrice di un taglio alle emissioni, è ancora lontana dagli obiettivi.kyoto

Come ogni anno, puntualmente come se fosse il 25 dicembre per il Natale o il 15 agosto per il Ferragosto, in occasione della ricorrenza dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto (16 Febbraio), appaiono articoli sulla stampa nazionale che fanno riferimento a questo importante evento. A dire il vero, sono sempre di meno questi articoli, come se l’emergenza climatica non ci riguardasse da vicino e le conseguenze degli impatti del cambiamento climatico fossero lontane dal verificarsi; sappiamo invece che non è così e ogni giorno sperimentiamo sulla nostra pelle tali conseguenze, a volte devastanti in alcune aree del nostro pianeta. Ma tornando alla ricorrenza, si fa riferimento, ancora una volta, ad un articolo pubblicato su Repubblica.it dal titolo “Gas serra, l’Italia li ha tagliati del 20%”. Nell’articolo si riportano i dati relativi alle emissioni nazionali dell’anno 2014 e – correttamente – si rileva come tali emissioni siano notevolmente diminuite rispetto al 1990 (20%), ma anche rispetto all’anno precedente (6-7%). Facendo direttamente riferimento all’accordo di Kyoto che assegnava all’Italia un obiettivo di riduzione delle emissioni del 6,5% entro il 2012, l’articolo ha però dimenticato di ricordare che il nostro Paese al momento non risulta in linea con gli impegni presi. Sulla base delle più recenti valutazioni, il gap che l’Italia deve ancora colmare per raggiungere il proprio obiettivo di Kyoto è di circa 20 MtCO2 equivalente. Quindi, ben vengano le buone notizie sulla riduzione delle emissioni dell’Italia nel periodo post-Kyoto – peraltro utili per l’impegno che il nostro paese ha assunto in sede europea nell’ambito della politica climatico-energetica al 2030 – ma altra cosa è far finta di non sapere o dimenticare la grave inadempienza del nostro Paese nei riguardi del Protocollo di Kyoto. Cogliamo quindi l’occasione per mantenere alta l’attenzione dei lettori de “Il Cambiamento” e anche del governo nazionale affinché possa presto affrontare questo problema ed evitare di incorrere nelle sanzioni previste. In primavera sarà pubblicato un articolo su Nimbus, la rivista scientifica di meteorologia, clima e ghiacciai della Società Meteorologica Italiana (SMI) nel quale saranno presentati nel dettaglio i dati (tratti dalle fonti ufficiali) relativi alle emissioni nazionali di gas serra e la situazione del nostro Paese nei confronti del Protocollo di Kyoto; non mancheremo di informare i lettori de “Il Cambiamento” di questa uscita.

Fonte: ilcambiamento.it

Greenpeace, Legambiente e Wwf: “Un’economia Green per superare crisi economica e ambientale”

“Nuova politica energetica che punti all’efficienza ed alle rinnovabili”. Lo hanno chiesto oggi a Roma Greenpeace, Legambiente e Wwf durante il convegno “Europa 2030. Obiettivi ambiziosi per la lotta ai cambiamenti climatici e l’energia”380581

Un’Europa che sappia guardare al futuro attraverso una nuova politica energeticascelte innovative ed obiettivi ambiziosi per il clima e l’energia. È questo quello che Greenpeace, Legambiente e Wwf chiedono all’Ue e all’Italia in vista dell’incontri che il Consiglio Europeo avrà il prossimo 23 e 24 ottobre durante la presidenza italiana, per definire i nuovi obiettivi al 2030 su clima ed energia. “Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi deve assumere un ruolo da leader in questo campo come Presidente di turno Ue e proporre target necessari per raggiungere le emissioni zero entro la metà del secolo”, ha detto Wendel Trio, direttore di Can Europe.  Questi temi sono stati al centro oggi del convegno in Campidoglio “Europa 2030. Obiettivi ambiziosi per la lotta ai cambiamenti climatici e l’energia” organizzato da Greenpeace, Legambiente e Wwf cui hanno preso parte esperti del settore. Le associazioni ambientaliste hanno ribadito la necessità per l’Europa di prendere decisioni chiare e vincolanti in materia di energia ed efficienza energetica, contestando gli obiettivi comunitari al 2030 proposti dalla Commissione che non permetterebbero all’Europa di mettere in campo una azione climatica coerente e forte in grado di invertire la rotta: 40% di riduzione delle emissioni di co2 per gli Stati membri, aumento al 27% per le rinnovabili vincolante solo a livello comunitario, incremento al 30% di efficienza energetica, senza specificare se mantenere tale obiettivo vincolante o indicativo. Obiettivi che tra l’altro non sarebbero coerenti con la traiettoria di riduzione delle emissioni di almeno il 95% al 2050, in grado di contribuire a contenere il riscaldamento globale sotto la soglia critica di 2 gradi centigradi. Greenpeace, Legambiente e Wwf propongono invece 3 target “necessari per il nuovo accordo su clima ed energia”: riduzione delle emissioni di gas serra che arrivi al 55% ed esclusione dell’utilizzo dei crediti internazionale per il raggiungimento di questo obiettivo (ad oggi il 75% dei crediti esterni Ue è realizzato in Russia, Ucraina e Cina); inclusione di un obiettivo vincolante per l’efficienza energetica che arrivi al 40%; aumento dell’ambizione dell’obiettivo per le rinnovabili al 45%. Solo in questo modo l’Europa potrà – secondo le associazioni – ritornare a svolgere quel ruolo di leadership indispensabile per costringere gli altri partner, a partire da Cina e Stati Uniti, a mettere sul tavolo impegni altrettanto ambiziosi.  “L’Italia deve avere un ruolo predominate, è chiamata in Europa a essere portatrice di una visione ambiziosa nel dibattito per la definizione dei nuovi obiettivi 2030. Lo stesso Renzi sarà ricordato per le decisioni che prenderà in materia”, ha detto Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente, a margine del convegno. “Deve essere un interesse comune quello di ridurre le fonti fossili e puntare all’efficienza energetica, temi su cui c’è tanta ipocrisia: politici e imprese continuano a sottolineare la necessità di puntare all’efficienza energetica, ma alle parole raramente seguono fatti concreti”. Nei giorni scorsi inoltre le tre associazioni hanno lanciato un appello al Premier italiano, sottoscritto da altre 20 associazioni, proprio per chiedere al Governo italiano di sostenere con forza un nuovo accordo politico per il nuovo quadro comunitario al 2030. “Bisogna agire e in fretta”, ha sottolineato Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. “I cambiamenti climatici sono una realtà e creano un numero di profughi maggiore di quello causato dalle guerre. Per questo chiediamo impegni per l’utilizzo delle fonti rinnovabili e per l’efficienza energetica”.
Un’economia green – concludono le associazioni – può farci superare la doppia crisi climatica ed economica creando nuove opportunità dal punto di vista dell’occupazione, dell’innovazione e dello sviluppo di tecnologie pulite e che può limitare l’importazione di energia dalla Russia.

Fonte: ecodallecitta.it

Pacchetto clima 2030: il Parlamento UE chiede obiettivi vincolanti e più ambiziosi

Il Parlamento europeo ha votato favorevolmente alla proposta di nuovi obiettivi vincolanti per gli Stati membri in materia di fonti rinnovabili, efficienza energetica ed emissioni di gas serra378059

Il Parlamento europeo vuole che agli Stati membri vengano indicati obiettivi nazionali vincolanti in materia di fonti rinnovabili, efficienza energetica ed emissioni di gas serra. Con 341 voti a favore e 263 contrari, inoltre, gli eurodeputati hanno chiesto tre target comunitari vincolanti per 2030, più ambiziosi di quelli proposti qualche settimana fa dalla Commissione: un taglio del 40% dei gas serra (rispetto ai livelli del 1990), almeno il 30% di energia da fonti rinnovabili sui consumi totali dell’Europa, e un aumento del 40% dell’efficienza energetica. Secondo i parlamentari, in particolare, i tre impegni salva clima «devono essere obbligatori, e messi in atto sulla base di singoli obiettivi nazionali, tenendo conto della situazione e del potenziale di ogni Stato membro».

La recente proposta della Commissione, invece, comprendeva un target del 27% per le rinnovabili, nessun obiettivo di efficienza energetica, e, soprattutto, zero impegni vincolanti per i singoli stati membri (come era invece prevedeva il precedente pacchetto di misure salva clima per il 2020). Una libea che, evidentemente, non piace all’aula di Strasburgo, che si è espressa a favore di una impostazione più “green”. Il voto del Parlamento non è vincolante, ma ha un valore politico di cui il Consiglio europeo, chiamato a discutere dell’argomento a marzo prossimo, dovrà in qualche modo tenere conto.

Positivi i commenti delle associazioni ambientaliste e delle aziende delle rinnovabili. Stephane Bourgeois, della European Wind Energy Association (EWEA) ha dichiarato: «Il Parlamento europeo ha dimostrato ancora una volta la lungimiranza della maggior parte delle istituzioni dell’Unione. Ha resistito all’azione di lobby contraria cui è stato sottoposto, sferrando un calcio nei denti alla Commissione e alla sua esangue proposta per il 2030 del mese scorso. I Capi di Stato dovranno prestare attenzione al Parlamento».

Esulta anche il WWF. «Un pacchetto completo di obiettivi vincolanti per il 2030 ridurrà in Europa la dipendenza dalle importazioni di energia, potrà creare occupazione in settori a basso tenore di carbonio, fornire benefici per la salute dei cittadini europei e contribuire a garantire la prevenzione del cambiamento climatico», ha commentato Jason Anderson, responsabile europeo clima ed energia dell’associazione.

Per quanto riguarda la scena politica nazionale, un plauso al voto di Strasburgo è giunto da Francesco De Angelis, eurodeputato del Pd e membro della Commissione Industria, ricerca, energia dell’Europarlamento. «Con il voto di oggi il Parlamento europeo conferma obiettivi ambiziosi e vincolanti sulle politiche energetiche e climatiche al 2030 – ha dichiarato – Così facendo, mette la Commissione davanti alle sue responsabilità».

Gli fanno eco gli esponenti di Green Italia Francesco Ferrante e Monica Frassoni, che è anche co-presidente del Partito Verde europeo. «Bene il voto del Parlamento europeo sulla necessità di perseguire il triplice obiettivo su efficienza, rinnovabili e taglio della CO2 per raggiungere in maniera ambiziosa ed efficace l’obiettivo del 2030 sul pacchetto clima ed energia – scrivono in una nota – Il Parlamento sconfessa la posizione miope e troppo conservativa della Commissione, che ha risentito troppo delle pressioni esercitate dalle lobby degli idrocarburi e dei grandi inquinatori».

Fonte: ecodallecittà

Energia, gli obiettivi della Provincia di Torino al 2020: consumi ridotti del 24% e taglio delle emissioni di CO2 del 42%

E’ stato approvato dal Consiglio provinciale il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile. Individuate 22 azioni per valorizzare il ruolo di governo di area vasta di livello intermedio tra la Regione e i Comuni. Ronco: “Il Piano giunge al termine di un intenso processo di partecipazione”377927

E’ stato approvato dal Consiglio provinciale il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile della Provincia di Torino. Elaborato nell’ambito del progetto Europeo Cities on Power, cofinanziato dal Programma Europa Centrale, il piano prende le mosse dall’analisi del contesto energetico che emerge dall’ultimo Rapporto sull’Energia della Provincia di Torino. Il documento di pianificazione della Provincia parte da alcune premesse: il comparto su cui deve essere rivolta l’attenzione principale è quello edilizio, con particolare riferimento sia al settore residenziale sia a quello pubblico; il settore industriale e quello dei trasporti registrano importanti riduzioni dei consumi, superiori alle attese; il contributo delle fonti rinnovabili deve essere ulteriormente incentivato, dando tuttavia priorità al contenimento dei consumi finali; le reti energetiche (ad esempio il teleriscaldamento e le reti del gas) necessitano sempre più di un livello di governo di area vasta. Sulla base di queste premesse, gli obiettivi specifici del Piano fissati per il 2020 sono: una riduzione dei consumi energetici di circa il 24% rispetto all’andamento tendenziale; un contributo delle fonti energetiche rinnovabili negli usi finali di energia variabile tra il 18% e il 21%; una riduzione delle emissioni di CO2 rispetto ai valori del 1990 di circa il 42%. In particolare sono state individuate 22 azioni specifiche tese a valorizzare il ruolo di governo di area vasta di livello intermedio tra la Regione e i Comuni e in grado, al contempo, di instaurare strategiche alleanze locali e internazionali per intercettare al meglio le risorse finanziarie disponibili a livello europeo e rendere più efficace l’azione del territorio. “Questo Piano giunge al termine di un intenso processo di partecipazione che ha visto coinvolti i principali attori locali del territorio” commenta l’assessore all’ambiente della Provincia di Torino Roberto Ronco, e individua alcune linee di intervento prioritario, tra le quali l’assistenza agli enti locali territoriali nella definizione di politiche e progetti in materia di energia e la promozione del risparmio energetico e dell’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili”.

Piano d’azione per l’energia sostenibile [0,73 MB]

Provincia di Torino

Fonte: ecodallecittà

Protocollo di Kyoto: l’Italia lontana dall’obiettivo

E’ difficile trovare sulla stampa nazionale informazioni aggiornate su quello che può essere considerato il trattato ambientale più famoso al mondo: il protocollo di Kyoto. E da sapere c’è che l’Italia è ben lontana dall’obiettivo.kyoto20

E’ difficile trovare sulla stampa nazionale informazioni aggiornate su quello che può essere considerato il trattato ambientale più famoso al mondo: il protocollo di Kyoto. Che, seppur con i suoi limiti, costituì nel lontano 1997 quando fu siglato (poi entrato in vigore nel 2005) il primo tentativo riuscito di limitare e regolare le emissioni di gas serra a livello internazionale. In Italia si parla di esso e dei tentativi di proseguire la sua azione (in effetti il protocollo di Kyoto si è concluso nella sua prima fase 2008-2012) solo in occasione delle conferenze annuali sul Clima delle Nazioni Unite (UNFCCC) oppure sulle riviste specializzate di settore. Quasi mai si porta all’attenzione dell’opinione pubblica la situazione reale del nostro Paese nei confronti di questo importante impegno assunto. I temi che il protocollo di Kyoto tratta (energie rinnovabili, efficienza energetica, risparmio energetico, ecc.) dovrebbero in effetti diventare l’asse portante della politica economico-industriale del nostro Paese e non relegarli ad un ruolo marginale se non addirittura oggetto di critiche e attacchi per lasciare spazio ai soliti sostenitori delle fonti fossili di energia. L’occasione di portare questo tema all’attenzione dei lettori de “Il Cambiamento” è particolarmente interessante poiché chi scrive è fermamente convinto che “il cambiamento”- quello vero – si avrà solo quando un qualsiasi obiettivo verrà perseguito sulla base di un’analisi corretta dei dati di partenza e scevra da pregiudizi e/o interessi parziali.

Cos’è il protocollo di Kyoto

Iniziamo con il ricordare cosa è il Protocollo di Kyoto: un trattato internazionale nel quale i Paesi industrializzati (tranne alcune eccezioni come gli Stati Uniti d’America che si sono ritirati) si sono impegnati a ridurre le proprie emissioni di gas ad effetto serra, in particolare l’anidride carbonica. Il primo periodo di impegno del Protocollo è il quinquennio 2008-2012 e, su tale periodo, si verificheranno i risultati raggiunti. A livello globale la riduzione delle emissioni è stata fissata a circa il 5% rispetto all’anno di riferimento (1990), come media di impegni differenziati tra i vari Paesi o gruppi di Paesi. Ad esempio, l’Unione europea ha aderito a suo tempo con un impegno di riduzione dell’8% rispetto al 1990 e, al suo interno, i Paesi membri dell’Unione si sono suddivisi tale impegno sulla base di alcuni criteri e, ad esempio, per l’Italia la percentuale di riduzione è stata fissata al 6,5%, sempre rispetto al 1990. Agli altri Paesi entrati nell’Unione europea dopo il 1997 (a parte Cipro e Malta), con in aggiunta l’Islanda, il Liechtenstein, la Norvegia e la Svizzera,  sono stati assegnati obiettivi individuali di limitazione e riduzione delle emissioni di gas climalteranti nell’ambito del Protocollo di Kyoto. Questi livelli di riduzione delle emissioni sono assolutamente insufficienti a contrastare i cambiamenti climatici in atto, tanto è vero che gli esperti dell’IPCC (il Panel Intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) non si stancano mai di ricordarci che sarebbe necessario un taglio delle emissioni del 80-90% entro il 2050 al fine di cercare di mantenere sotto un livello di guardia l’aumento della temperatura media del pianeta. In questo senso il protocollo di Kyoto andava visto come un primo passo nella giusta direzione. L’azione dell’Unione europea può considerarsi utile in quanto già unilateralmente ha deciso di ridurre le proprie emissioni del 20% entro il 2020 (Pacchetto Clima-Energia) e sta discutendo adesso di innalzare tale livello di riduzione al 30% entro il 2030. Ovviamente, all’interno dell’Unione europea non tutti i Paesi si comportano allo stesso modo ed anche in questa occasione sui limiti da introdurre per il 2030 ci sono paesi più “lungimiranti” che vedono nell’innalzamento dei limiti di riduzione delle emissioni anche un’opportunità economico-industriale per promuovere tecnologie che utilizzano fonti rinnovabili di energia o che facilitano l’efficienza e il risparmio energetico ed altri Paesi “meno lungimiranti” che dietro il falso problema del contenimento dei costi continuano a sostenere politiche energetiche di vecchio stampo. Arriviamo alla questione dei risultati conseguiti dai vari Paesi europei nell’ambito del Protocollo. Ogni anno l’Agenzia europea per l’ambiente (Aea) fornisce un quadro esaustivo sui progressi dell’Europa nel  raggiungimento dei propri  obiettivi  di politica energetica.  Di recente è stata pubblicata l’edizione 2013 del rapporto “Trends and projections in Europe 2013 – Tracking progress towards Europe’s climate and energy targets until 2020” che qui viene presentato in forma sintetica, limitatamente agli obiettivi assunti nell’ambito del Protocollo di Kyoto (2008-2012), con una particolare attenzione alla situazione dell’Italia.

L’attuazione del Protocollo di Kyoto

Con la pubblicazione delle ultime stime delle emissioni di gas climalteranti da parte dell’Aea e di 18 Stati membri, si rendono disponibili, per la prima volta, i dati completi sulle emissioni di gas climalteranti inerenti il primo periodo di impegno  del Protocollo di Kyoto (2008-2012). Questi dati permettono una più accurata valutazione – rispetto a quanto fatto negli anni precedenti – dei due grandi settori nei quali il Protocollo di Kyoto può essere idealmente suddiviso: quello del Sistema di Emissions Trading (ETS) che riguarda i grandi impianti industriali e quello degli altri settori diversi dall’ETS, cosiddetti non-ETS che riguarda settori molto importanti quali il residenziale, i trasporti, il terziario, l’agricoltura, i rifiuti. Come termine di paragone, a livello europeo le emissioni derivanti dai settori non-ETS sono circa il 60% del totale (il restante 40% dal settore ETS); nonostante ciò, nel primo periodo di impegno del Protocollo è stata data massima attenzione al settore ETS (con norme ben definite e vincolanti), lasciando le azioni nei settori non-ETS al buon cuore e alla lungimiranza degli amministratori locali, visto che nei settori non-ETS sono particolarmente coinvolti gli Enti locali e regionali. Nella fase post-2012 qualcosa è cambiato in Europa; con il pacchetto Clima-Energia al 2020 i settori non-ETS assumono un ruolo diverso, più importante, ma ne parleremo in un successivo articolo. Qui ci concentriamo sul primo periodo di impegno  del Protocollo di Kyoto (2008-2012). Senza entrare in un linguaggio prettamente tecnico, e semplificando al massimo, gli obiettivi di riduzione delle emissioni assunti dai Paesi corrispondono a permessi di emissione che non devono essere superati dai singoli Stati per il periodo 2008-2012. Per raggiungere i propri  obiettivi, i Paesi devono quindi bilanciare le proprie emissioni con la quantità dei permessi a loro disposizione.  Tale equilibrio può essere raggiunto limitando o riducendo le proprie emissioni a livello nazionale (ad esempio con programmi ed azioni che comportino un maggior ricorso alle energie rinnovabili o ad una maggiore efficienza energetica) ed aumentando la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica da parte degli ecosistemi agro-forestali (carbon sink), in particolare attraverso la cosiddetta gestione forestale. Ma anche attraverso l’utilizzo dei cosiddetti meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto che permettono l’acquisto di permessi di emissione da altri Paesi, sia industrializzati che in via di sviluppo, confermando quella flessibilità insita nel Protocollo che permette di andare ad investire in Paesi ove i costi sono minori e ricavandone, tra i benefici, anche quello di avere a disposizione permessi di emissione più a buon mercato.
Lo schema ETS comunitario per raggiungere  gli obiettivi di Kyoto

Lo schema ETS fu introdotto per aiutare gli Stati membri a raggiungere i propri obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto e, al contempo, raggiungere i livelli di riduzione delle emissioni nella maniera più efficiente ed economica possibile direttamente presso le fonti di inquinamento (impianti industriali emissivi di una certa dimensione). I partecipanti allo schema ETS sono obbligati (pena una sanzione economica)  a bilanciare le proprie emissioni con la quantità di permessi di emissione a loro disposizione assegnata sulla base di alcuni parametri. Coloro che si trovano in una situazione di deficit  possono acquistarne da coloro che ne dispongono in surplus oppure fare ricorso, in misura limitata, ai permessi di emissioni derivanti dai meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto di cui si è accennato sopra. Lo schema ETS riguarda le emissioni di CO2 provenienti dal settore energetico, così come la maggior parte di quelle provenienti dagli impianti industriali (centrali termiche ed altri impianti di combustione, raffinerie, ecc.). Durante questo secondo periodo di trading nell’ambito dell’ETS, coincidente con il primo periodo di impegno del Protocollo di Kyoto, sono state circa 11.500 le installazioni coinvolte in trenta diversi paesi (i 27 dell’Ue, Islanda, Liechtenstein e Norvegia). Nel loro insieme, questi impianti hanno prodotto circa 1,9 miliardi di tonnellate di CO2 in media all’anno, che equivale a circa il 41% delle emissioni di gas serra dell’Ue. Le emissioni di CO2 prodotte dal trasporto aereo sono state incluse nell’ETS solo a partire dal 2012. Le emissioni nel periodo 2008-2012 sono state influenzate da una serie di fattori, quali le variazioni del mix di combustibile nella produzione di elettricità, che ha rilevato un maggior ricorso al gas, un maggior utilizzo di fonti rinnovabili e una minore produzione nei settori industriali causata dalla crisi economica. Una serie di azioni, tra le quali anche gli effetti della crisi economica, ha provocato un surplus di circa 1,8 miliardi di permessi di emissione. Le emissioni derivanti dai settori ETS si sono quindi ridotte al di sotto dei tetti massimi consentiti nella maggior parte degli Stati membri, mentre il raggiungimento degli obiettivi fissati per il settore non-ETS è apparso più difficile. La crisi ha avuto un maggiore impatto sulle emissioni nel sistema ETS in quanto i settori coinvolti erano più fortemente legati all’attività economica.  La recessione,  non prevista al tempo in cui furono stabiliti i tetti dell’ETS per il 2008-2012, ha fatto calare le emissioni nel comparto ETS più che in altri settori.

L’Ue in linea con gli obiettivi ma l’Italia arranca

L’obiettivo di riduzione delle emissioni dell’8% – rispetto al 1990 – nel periodo 2008-2012 sarà rispettato dall’Ue-15. La riduzione media è stata del 12,2% e, in termini quantitativi, si è superato l’obiettivo di circa 236 MtCO2 annue. Anche nel settore non-ETS le emissioni si sono ridotte, superando l’obiettivo di circa 95 MtCO2 annue. Per quanto riguarda i carbon sink (assorbimenti da attività agro-forestali), si stima (analisi svolta sui dati 2008-2011) un contributo pari a 64 MtCO2 annue.  L’utilizzo dei meccanismi flessibili per  nove Stati membri dell’Ue-15 è stimato essere pari ad un’ulteriore disponibilità di 81 MtCO2 annue. Di questi nove Stati membri, otto hanno presentato informazioni circostanziate sull’allocazione delle risorse finanziarie da utilizzare, pari a circa 2,3 miliardi di euro nel quinquennio di riferimento. L’unico Paese che non ha presentato informazioni chiare sulla disponibilità delle risorse finanziarie da utilizzare è l’Italia che, insieme al Lussemburgo, sono gli unici Paesi ove il prospettato utilizzo dei meccanismi flessibili, come attualmente riportato, non sarà comunque sufficiente per colmare il gap rilevato. Quasi tutti i Paesi europei con un obiettivo individuale di riduzione o limitazione delle emissioni di gas serra nell’ambito del protocollo di Kyoto (26 Stati membri dell’Ue, Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera) risultano in linea nel raggiungimento dei propri obiettivi, migliorando quindi la situazione rispetto alle valutazioni fatte negli anni precedenti. Sei Stati membri dell’Ue-15 (Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Svezia e Regno Unito), tutti gli undici paesi dell’Ue-13 (quelli che hanno aderito all’Ue dopo il 2004) con un obiettivo quantificato nell’ambito del Protocollo di Kyoto, insieme a Islanda e Norvegia risultano in linea per il raggiungimento dei propri obiettivi di riduzione attraverso l’utilizzo di sole attività domestiche. Se si prendono in considerazioni anche le attività carbon sink, altri tre paesi dell’Ue-15 (Irlanda, Portogallo e Slovenia) risultano in linea nei rispettivi obiettivi da raggiungere. Per raggiungere i propri obiettivi, nove Stati membri  e il Liechtenstein avevano originariamente dato maggiore enfasi nella riduzione delle emissioni nei settori non-ETS (con il 2005 come anno base di riferimento), ove le azioni  per ridurre le emissioni domestiche sono in generale più costose rispetto ai settori ETS. Entro la fine del primo periodo di impegno (e tenendo conto degli effetti delle attività carbon sink dichiarate), risulta ancora da colmare un divario nel settore non-ETS per l’Austria, il Belgio, la Danimarca, il Liechtenstein, l’Italia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi, la Spagna e la Svizzera. Tutti questi paesi, visto che eventuali surplus nei settori ETS non possono essere utilizzati per compensare i ritardi nei settori non-ETS, dovranno necessariamente colmare il divario con il ricorso ai meccanismi flessibili. Tra questi,  il Belgio, l’Italia, il Liechtenstein, l’Olanda e la Svizzera dovranno anche acquistare permessi di emissione dal mercato internazionale per raggiungere i rispettivi obiettivi nazionali.
Austria, Liechtenstein, Lussemburgo e Spagna  sono i paesi che registrano i gap più elevati, che intendono colmare acquistando significative quantità (tra il 13 e il 20% delle proprie emissioni) di permessi di emissione a livello nazionale, paragonate ad una media dell’1,9% per l’Ue-15. Tra questi paesi, l’Italia, il Lussemburgo e la Spagna sono quelli che risaltano maggiormente a causa delle loro specifiche peculiarità. Nelle analisi degli anni precedenti, l’Italia viene considerato un paese sostanzialmente non in linea con il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni, principalmente a causa del fatto che non ha fornito adeguate informazioni sulle proprie intenzioni di utilizzo dei meccanismi flessibili. Nel 2012 la media delle emissioni nazionali nei settori non-ETS è stata più alta, rispetto al corrispondente obiettivo da raggiungere, di circa 22,5 MtCO2/anno. Questo divario non è attualmente compensato dagli assorbimenti attesi dalle attività agro-forestali (che risultano essere di una quantità inferiore, 16,8 MtCO2/anno, sempreché si riuscirà a contabilizzare pienamente questo potenziale visto che si sono perse le tracce del Registro nazionale dei serbatoi di carbonio) e dalla quantità di permessi di emissione che il governo italiano ha previsto di contabilizzare nell’ambito dei meccanismi flessibili (2 MtCO2/anno). Tutto ciò porta l’Italia ad un gap annuale di 3,7 MtCO2/anno, che nel quinquennio di riferimento assomma in totale a 18,5 MtCO2. In termini monetari stiamo parlano di circa 90 milioni di euro, che potrebbero aumentare viste le fluttuazioni sul mercato della tonnellata di CO2, parametro di riferimento per i permessi di riduzione. Al momento non si sa come l’Italia farà fronte a questo “acquisto” sul mercato internazionale in quanto in nessuna delle ultime Leggi di Stabilità (Leggi Finanziarie) è stato mai fatto riferimento a tale impegno assunto dall’Italia. Sulla base dell’ultimo Piano nazionale per la riduzione delle emissioni di gas climalteranti approvato dal Comitato interministeriale per la pianificazione economica (delibera CIPE n. 17/2013 dell’8 Marzo 2013), entro il 30 Novembre 2013 il Ministero dell’Ambiente italiano avrebbe dovuto trasmettere al CIPE le possibili opzioni per raggiungere l’obiettivo di Kyoto con particolare riferimento al portafoglio di AAUs/ERUs/CERs, cioè le diverse tipologie di permessi di emissione insiti nel protocollo di Kyoto – di cui non è oggetto di questo articolo analizzarne il dettaglio – con le relative risorse finanziarie necessarie per il loro acquisto. Molti sono dell’opinione che tali acquisti si sarebbero potuti evitare, magari investendo la stessa quantità di risorse in progetti a livello nazionale; ma non adesso durante il biennio 2014-2015 al fine di rientrare nei parametri di Kyoto (sempreché si trovi la copertura finanziaria), ciò andava fatto ben prima, magari con una pianificazione ed una strategia sui cambiamenti climatici più concreta e mirata. Ma al di là di questo, visto che ormai, purtroppo, non sembrano esserci altre alternative, rimane anche il fatto, come sottolinea il Rapporto dell’Aea, che ancora non si sa come il governo italiano intenda finanziare tale operazione di acquisto. Nell’ambito dei settori ETS l’Italia ha deciso di ridurre le proprie emissioni di 30 MtCO2 rispetto ai livelli del 2005, pari a una diminuzione del 13%. Ciò ha comportato un ammontare delle emissioni permesse di 281 MtCO2/anno, che corrisponde ad una riduzione necessaria di 61 MtCO2/anno rispetto al 2005 (-18%) nei settori non-ETS. Le riduzioni effettivamente raggiunte sono state 39 MtCO2 in entrambi i settori (ETS e non-Ets). Ciò ha creato un surplus di 9 MtCO2 nel settore ETS e un gap di 23 MtCO2 in quello non-ETS. In definitiva, l’ammontare dei crediti necessari per il nostro Paese per risultare in linea con gli obiettivi di Kyoto rappresenterebbe solo l’1,1% delle emissioni nell’anno base (1990) ma, nonostante ciò, come già ricordato, l’Italia rimane l’unico tra gli Stati membri dell’Ue-15 che intendono utilizzare i meccanismi flessibili a non aver fornito alcuna informazione sulla quantità di permessi di emissione che intende acquistare, né sulle risorse finanziarie stanziate per tale scopo.

Fonte: il cambiamento

Clima, Libro verde Ue: proposto il taglio delle emissioni del 40% entro il 2030

Al via la procedura di consultazione pubblica sul Green paper della Commissione europea sulle politiche energetiche e climatiche al 2030. Tra i provvedimenti proposti, il taglio delle emissioni del 40% per tutti gli Stati membri

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La Commissione europea ha adottato un Green paper (Libro verde) intitolato “A 2030 framework for climate and energy policies” (Un quadro delle politiche climatiche ed energetiche al 2030). Il documento (vedi allegato), che fino al prossimo 2 luglio sarà sottoposto a una procedura di consultazione pubblica, contiene una serie di proposte sulla strategia che l’Ue dovrà adottare in campo energetico e climatico oltre il 2020. Il Libro verde, ad esempio, indica come possibile obiettivo per tutti gli Stati membri la riduzione delle emissioni di gas serra del 40% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990), per poi puntare al taglio dell’80-95% entro il 2050. Il documento, inoltre, prevede l’aumento della quota di energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, nonché lo sviluppo di infrastrutture energetiche “intelligenti”.
La pubblicazione del documento apre dunque il dibattito, che coinvolgerà non solo i governi nazionali dei Paesi Ue, ma anche tutti gli altri portatori di interesse. Secondo la Commissione, l’avvio del processo di definizione delle politiche climatiche per il dopo 2020 è fondamentale non solo per ragioni strettamente ambientali, ma anche per favorire uno sviluppo economico improntato alla sostenibilità, catalizzando investimenti e creando occupazione. «Vogliamo fare in modo che l’industria e gli investitori abbiano maggiore chiarezza sulla strategia post 2020: a questo, in sintesi, serve il Green Book – ha commentato a questo proposito il commissario europeo per l’Energia, Gunther Oettinger – Agire con realismo e lungimiranza è necessario, il 2020 è già il passato per gli investitori mentre il 2030 è il domani».
Dello stesso tenore le dichiarazioni di Connie Hedegaard, Commissaria Ue responsabile per l’Azione per il clima: «Abbiamo stabilito degli obiettivi per il 2020, ma per la maggior parte degli investitori il 2020 è già alle porte. È arrivato il momento di stabilire gli obiettivi per il 2030. Prima lo facciamo, maggiore sicurezza offriamo alle nostre imprese e ai nostri investitori. Più ambiziosi saranno questi obiettivi, maggiori saranno i benefici per il clima».
Nei giorni scorsi, Bruxelles aveva avviato la consultazione su un altro documento, che punta a definire la posizione dell’Ue in vista dei negoziati per il prossimo accordo internazionale sul clima, che dovrà entrare in vigore nel 2020.

Leggi il comunicato della Commissione europea

Fonte: eco dalle città

 

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Green paper “A 2030 framework for climate and energy policies” – Commissione europea