Norvegia: droni spazzini per ripulire i fiordi

Il porto di Oslo ha approvato un piano pionieristico per la gestione e l’eliminazione dei rifiuti

Belli, romantici, suggestivi… Ma anche tanto sporchi. E così la Norvegia si appresta ad approvare un piano pionieristico per la rimozione dei rifiuti dai suoi magici fiordi: se nell’immaginario collettivo queste insenature delle coste norvegesi vengono viste come un modello di bellezza naturale incontaminata, in realtà le cose sono ben diverse. Nei fondali non si trovano solo reperti archeologici e antiche navi vichinghe, ma anche automobili di cui si ci è voluti disfare, isole di materiale plastico e altri rifiuti. A scuotere le coscienze collettive è stata l’immagine di un delfino morto, spiaggiato e intrappolato nella plastica: la sua carcassa ha fatto il giro dei social e ha allarmato non solo gli ambientalisti. Per ripulire i fiordi dall’immondizia si è pensato di far ricorso ai droni e alla tecnologia, come ha raccontato il New York Times. La scorsa settimana l’Autorità portuale di Oslo ha approvato il piano di pulizia, partendo proprio dalla costa vicino alla capitale, tra i tratti più inquinati del Paese.

«Testeremo i droni», ha annunciato Svein Olav Lunde, capo dell’ufficio tecnico dell’Autorità portuale, spiegando che si farà ricorso a navi senza equipaggio per l’individuazione e la rimozione dei rifiuti. Un modello che, come ha ribadito il membro del cda, Geri Rognlien Elgvin, farà di Oslo il primo porto al mondo a provare l’utilizzo dei droni per questo scopo. Si partirà in primavera e poi entro il prossimo anno la flotta che si occupa delle pulizie dei fondali si arricchirà di una nave a propulsione elettrica dotata di una gru.

Il fiordo di Oslo è lungo quasi cento chilometri e qui vive un terzo degli abitanti della Norvegia. Le problematiche sono iniziate con l’industrializzazione e il boom economico avuto tra gli anni 60 e 70, alimentato dalle esportazioni di petrolio. Ma, come ricorda il New York Times, la Norvegia è uno dei pochi Paesi che consente lo scarico in mare aperto dei rifiuti minerari, impattanti sull’ecosistema marino. Il governo, poi, si è rifiutato di firmare una risoluzione internazionale per vietare questa pratica perché il settore minerario garantisce ancora oggi tanti posti di lavoro. «È stato un errore, vorrei che non fosse stato fatto», ha ribadito Lan Marie Ngueyen Berg, vicesindaco di Oslo. «La Norvegia dovrebbe preservare i fiordi per le generazioni future».

Fonte: http://classeuractiv.it/news/norvegia-droni-spazzini-per-ripulire-i-fiordi-201803060935036151

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Trivellazioni nell’Artico: il governo norvegese in tribunale

È stata fissata al 13 novembre 2017 la prima udienza per la causa che Greenpeace Nordic e Nature and Youth hanno intentato contro il governo norvegese per l’ok alle trivellazioni nell’Artico per il petrolio «violando l’accordo di Parigi».artic

Il governo norvegese era stato citato in giudizio per la concessione di nuove licenze di trivellazione petrolifera nel Mare Artico e ora è stata fissata la prima udienza del processo, che si terrà il 13 novembre. A presentare il ricorso sono state Nature and Youth (una organizzazione ambientalista giovanile norvegese) e Greenpeace Nordic.

“Il governo sta disattendendo l’Accordo di Parigi sul clima e violando il diritto costituzionale norvegese alla salute e alla tutela dell’ambiente di tutte le generazioni, sia di quelle presenti sia di quelle future” commenta Truls Gulowsen, di Greenpeace Norvegia. “Con questa azione legale vogliamo far sì che i governi di tutto il mondo siano tenuti a rendere conto degli impegni che assumono. Consentendo alle compagnie petrolifere di trivellare nell’Artico, il governo norvegese mette a rischio la salute e la vita delle popolazioni”. Il governo norvegese – per la prima volta in vent’anni – ha concesso lo sfruttamento di una nuova area nel Mare di Barents, permettendo a Statoil, Chevron, Lukoil e altre dieci compagnie petrolifere di avviare nuove campagne esplorative nel 2017. Statoil ha già annunciato che inizierà le trivellazioni quest’estate.

«L’autorizzazione di nuove trivellazioni non è compatibile con l’impegno assunto dalla Norvegia, con la ratifica dell’accordo di Parigi: ridurre le proprie emissioni di CO2 e contenere l’aumento della temperatura globale a 1.5° C – spiega l’associazione ambientalista – Nature and Youth e Greenpeace Nordic sosterranno inoltre il diritto alla tutela dell’ambiente per le generazioni future, così come è formulato nella Costituzione norvegese, che per la prima volta viene invocato in un’azione legale. Si tratta del primo caso giudiziario che trae origine dall’Accordo di Parigi, ma azioni legali contro governi e grandi aziende che non proteggono le popolazioni dai cambiamenti climatici sono già state intentate in Filippine, Stati Uniti e Svizzera».

Leggi QUI il testo della causa presentata al Tribunale di Oslo (in inglese)

Fonte: ilcambiamento.it

 

Addio fonti fossili: le nazioni da promuovere

Svezia e Irlanda in primis, ma anche il Costarica, la Danimarca e in buona parte la Norvegia si stanno distinguendo nel panorama internazionale per le loro scelte controcorrente: disinvestire dalle fonti fossili e scegliere l’energia rinnovabile. Ciascuna con una propria tabella di marcia.

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E’ di appena una settimana fa l’approvazione in Irlanda di una legge che azzera completamente gli investimenti pubblici in fonti fossili. La votazione è senz’altro storica: 93 sì e 53 no in Parlamento per il Fossil Fuel Divestment Bill 2016, che propone di cancellare tutti gli investimenti del fondo sovrano irlandese, l’Ireland Strategic Investment Fund, da carbone, petrolio e gas. La legge è stata presentata dal deputato Thomas Pringle e fortemente voluta e sostenuta dal partito dei Verdi irlandesi guidato da Eamon Ryan. Ora manca solo il via libera da parte degli organismi di controllo sulle finanze statali.

L’Irlanda dunque si prepara a fare meglio della Norvegia che nel 2015 aveva deciso di abbandonare tutti gli investimenti nel carbone del suo fondo sovrano. Il fondo di Oslo è il più grande del mondo, vale complessivamente 900 miliardi di dollari e rappresenta uno dei 10 più importanti investitori nel settore. Quindici multinazionali impegnate nell’estrazione del carbone sono state aggiunte qualche mese fa ad altre 52 già sulla “lista nera” della Norges Bank, l’istituto centrale di Oslo che gestisce il fondo sovrano della Norvegia. Il divieto di investire colpisce tra gli altri cinque gruppi americani, tre giapponesi e due cinesi. Nella “lista nera” comparivano già colossi come China Coal Energy, Aes e Peabody Energy, il maggior produttore di carbone degli Stati Uniti. Era anche circolata la notizia che la Norvegia voleva bandire la vendita di auto “convenzionali” (cioè con motori a combustione interna) dal 2025, ma poi è emerso che non era così. Nessun divieto, ha chiarito il ministro norvegese dell’Ambiente, Vidar Helgesen, ma un’azione decisa per scoraggiare sempre di più l’acquisto di vetture a benzina e gasolio. Oggi la Norvegia è prima sulla scena internazionale in quanto a diffusione dei mezzi ecologici in proporzione al mercato complessivo, con il 20-30% delle immatricolazioni mensili riferite a veicoli totalmente elettrici o ibridi plug-in. Quasi un’auto nuova su quattro, insomma, fa il pieno “alla spina”, anziché alla pompa di benzina.

Anche la Svezia è passata alla fase operativa della decisione di abbandonare da qui al 2020 i carburanti fossili. Ecco cosa prevede il piano operativo del governo:

  1. 4,5 miliardi di corone subito, nei prossimi dodici mesi, per sviluppare le infrastrutture verdi, dai pannelli solari alle pale eoliche fino alla biomassa e alla produzione di energia dall’incenerimento dei rifiuti.
  2. Già oggi la raccolta e il reimpiego dei rifiuti funzionano così bene che Stoccolma deve importarne per far funzionare gli impianti che li inceneriscono producendo energia.
  3. Poi ogni anno 50 milioni di corone saranno spese per le tecnologie per immagazzinare l’elettricità in eccesso, e un miliardo di corone sarà destinato all’ammodernamento termico degli edifici abitativi o pubblici per ridurne il consumo energetico.
    4. Ogni anno Stoccolma – che già è tra i primi della classe mondiali negli aiuti ai paesi poveri – spenderà 500 milioni di corone per sostenere investimenti per l’infrastruttura e l’energia verdi nei Paesi in via di sviluppo.
    5. Nel campo dei trasporti terrestri, la rivoluzione è già attuata. Tutti i mezzi pubblici – dalla Tunnelbana (la fitta, splendida rete di metro di Stoccolma) ai treni ad alta velocità e normali, ai tram, tutti i veicoli elettrici su rotaie camminano solo con elettricità prodotta da energie rinnovabili. I taxi e i loro operatori sono sfavoriti (con più tasse e col divieto di percorsi lunghi tipo città-aeroporto) se non sono vetture a gas, ibride o elettriche. Vedi girare persino diversi taxi Tesla, nonostante l’alto prezzo dell’elettrica di lusso. Gli autobus camminano solo a bioetanolo o a propulsione ibrida. Analogo sistema per l’illuminazione pubblica.
  4. Sono in fase avanzata, in cooperazione con ditte d’alta tecnologia e ricerca d’eccellenza israeliane e della Silicon Valley, gli studi per produrre biocarburanti anche per i motori d’aviazione, quelli degli aerei civili (la Sas, l’airline cogestita con danesi e norvegesi, è un big mondiale specie nel lungo raggio), e quelli dei potentissimi caccia multiruolo Saab JAS-39 Gripen, spina dorsale dell’aviazione reale sempre in allarme rosso contro le quotidiane, pericolose provocazioni e violazioni di spazio aereo da parte dei bombardieri atomici di Putin. Il Gripen tra l’altro è uno dei grandi successi dell’export d’eccellenza svedese (il 50 per cento del pil viene dalle esportazioni industriali) ma come ogni arma made in Sweden è sottoposto a regole di export etico: va venduto solo a democrazie. Già oggi la Svezia produce due terzi dell’elettricità con fonti rinnovabili. La Danimarca è arrivata nell’estate 2016 a produrre con le pale eoliche il 140% del fabbisogno d’elettricità, esportando il resto in Germania, Svezia e Norvegia. Stoccolma dispone ancora di almeno otto centrali nucleari ma le vuole spegnere in fretta.

Eccellenza green anche in Danimarca, specialmente nella capitale Copenaghen, con il Piano Clima 2025 che potete approfondire qui.

Da non dimenticare, poi, il Costa Rica, che continua a tenere alta la bandiera delle green energy. Quello che era inizialmente l’incredibile record di un mese, è divenuto il primato di quasi un anno: per 250 giorni del 2016 il Paese ha fatto affidamento solo sulle fonti rinnovabili. Secondo i dati pubblicati dal Costa Rican Electricity Institute (ICE) l’energia pulita ha fornito circa 98,1 per cento dell’elettricità consumata durante lo scorso anno dai 4,9 milioni di abitanti. Un dato di poco sotto le performance del 2015, quanto le fonti rinnovabili avevano coperto addirittura il 98,9 per cento della domanda. Il merito è soprattutto delle intense piogge stagionali che hanno favorito la produzione idroelettrica, prima voce nel mix energetico nazionale. Le grandi dighe (benché abiano provocato e provochino impatti ambientali d’altro genere tutt’altro che trascurabili) contribuiscono oggi al 74% del mix, seguite da geotermia ed eolico, rispettivamente sopra il 12 e il 10%. Il resto lo fanno i piccoli impianti fotovoltaici e alimentai a biomasse, lasciando ai combustibili fossili un risicato 1,8%.

Fonte: ilcambiamento.it

Norvegia, l’isola di Spitsbergen è il termometro del riscaldamento globale

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Si trova in Norvegia, per la precisione a Ny-Ålesund, piccolo insediamento nel nord-ovest dell’isola di Spitsbergen, la più estesa dell’arcipelago delle Svalbard, il perfetto termometro del riscaldamento globale. Lì, a 1.000 chilometri dal Polo Nord, tra il mare di Groenlandia e il mare di Barents, si trova un fiordo che ha smesso di gelare completamente dal 2007. Decennio dopo decennio si è registrato un aumento della temperatura tra 1 e 1,2 gradi, molto più della media globale, in aumento di 0.8°C ogni decennio. In questi insediamento lontano dalla civiltà di trovano circa 140 ricercatori in arrivo da tutto il Mondo – Italia compresa, presente con la Base Artica Italiana Dirigibile Italia – per studiare e monitorare gli effetti del riscaldamento globale, con ghiacciai che arretrano di decine di metri ogni anno e nuove specie marine che vengono scoperte come diretta conseguenze.

Fonte: ecoblog.it

Norvegia, un timelapse dalla fine del mondo [VIDEO]

Uno straordinario timelapse ci mostra tutte le bellezze paesaggistiche della Norvegia: fiordi, laghi, montagne, villaggi di pescatori e aurore boreali dall’estremo nord dell’Europa.

La Norvegia è lo stato europeo più settentrionale, il promontorio di Knivskjellodden si trova a una latitudine di 71°11′ ed il punto più a nord del Vecchio Continente, ancor più di Capo Nord. Nei territori a nord del Circolo Polare Artico si possono osservare fenomeni come il sole di mezzanotte in estate e l’aurora boreale in inverno e questo fantastico timelapse, prodotto con definizione in 4K da Rustad Media, ci mostra tutte le bellezze paesaggistiche di questo straordinario Paese che ha una superficie di 323mila kmq, poco più dell’Italia, ed è prevalentemente montuoso. Anche se prevalentemente montagnosa, la Norvegia non ha rilievi che superino i 2500 metri: le montagne più alte, infatti, sono Galdhøpiggen (2 469 m), Glittertind (2 465 m) e Store Skagastølstind (2 403 m). La magnificenza delle montagne, una natura incontaminata, i villaggi dei pescatori, i fiordi imponenti, i panorami lunari del Nord e la magia dell’aurora boreale sono alcune delle immagini più significative di questo timelapse che è il frutto del lavoro del timelapser Morten Rustad. Rustad ha viaggiato per 15mila chilometri e ha scattato decine di migliaia di immagini per un periodo di circa 5 mesi. Il viaggio ha coperto 19 contee della Norvegia dal sud al confine orientale con la Russia. Il video è stato prodotto in alcuni dei più spettacolari luoghi della Norvegia: Lofoten, Senja, Helgelandskysten, Geirangerfjorden, Nærøyfjorden and Preikestolen.immagine-620x345

Foto | Youtube

Fonte: ecoblog.it

Una banca e una finanziaria sospendono investimenti alle compagnie petrolifere in Olanda e Norvegia

La campagna per convincere i gruppi finanziari a abbandonare le partecipazioni nelle aziende petrolifere ha ottenuto i suoi primi successi in Olanda e Norvegia162827314-594x350

La Campagna internazionale per convincere i grandi gruppi finanziari a abbandonare gli investimenti nelle compagnie petrolifere ha ottenuto i suoi primi due successi: la Rabobank ha annunciato che ha cessato i prestiti a progetti per le estrazione di shale gas a causa delle implicazioni ambientali e sociali mentre la Storebrand, un gruppo di servizi finanziari in Norvegia ha ritirato 13 finanziamenti in partecipazioni a aziende del carbone e 6 a aziende petrolifere. In un comunicato stampa Christine Tørklep Meisingset portavoce di Storebrand, ha detto:

Se le ambizioni globali per limitare il riscaldamento globale a meno di 2 gradi Celsius diventassero una realtà, molte risorse di combustibili fossili diventeranno non infiammabili e il loro valore finanziario sarà drasticamente ridotto.

Stessa prospettiva per la banca olandese Rabobank che ha annunciato la sospensione dei prestiti alle imprese che si occupano di estrazione di energia non convenzionale, compreso il gas di scisto, a causa delle implicazioni ambientali e sociali. La banca che è specializzata in finanziamenti per l’ agricoltura e imprese del settore alimentare e ha un focus sulla sostenibilità. La Banca è consapevole del fatto che il fracking per la ricerca di shale gas e petrolio dalle sabbie bituminose comporta rischi di contaminazione delle acque e del suolo a causa delle sostanze chimiche iniettate nella roccia shale per estrarre il gas. La restrizione sui mutui si applica anche agli agricoltori che decidono di affittare le loro terre alle compagnie energetiche per le operazioni di estrazione. La banca ha applicato le misure per rallentare la cosiddetta corsa al gas che sta avvenendo rapidamente, soprattutto negli USA. Un recente studio che ha esaminato 141 pozzi d’acqua potabile in Pennsylvania – dove la produzione di gas naturale è aumentato del 69% nel 2012 – ha trovato metano nell’ 82% dei campioni. Questo suggerisce che le perforazione che si svolgono nelle vicinanze hanno in qualche modo influito sulla qualità dell’acqua. Nel Regno Unito, il governo ha dato il via libera al fracking responsabile e le imprese di estrazione sono state incoraggiati dalle previsioni che stimano che le riserve di gas di scisto in Yorkshire e Lancashire potrebbero superare di gran lunga le stime precedenti. Tuttavia, i rischi che si prospettano, compresa la minaccia di terremoti, sono ancora poco chiari. Nel frattempo, la possibilità che lo shale gas possa fa abbassare le bollette energetiche dei consumatori è sostenuta. Ma l’AIE sostiene che energia eolica, solare e idroelettrica combinate assieme produrranno più energia del nucleare e del gas entro il 2016.

Fonte: Blueandgreen tomorrow, Euractiv

 

In Norvegia i rifiuti si trasformano in business

Dal Regno Unito e da altri Paesi d’Europa arrivano in Norvegia rifiuti pronti a essere bruciati nei termovalorizzatori e a fornire energia e soldi in cambio dello smaltimento157076659-586x389

Nonostante disponga di abbondanti riserve petrolifere, la Norvegia sta importando parecchia spazzatura con una strategia che gli consente di generare energia nei propri termovalorizzatori, facendosi persino pagare da Paesi come il Regno Unito che arrivano nei fiordi con i loro carichi di rifiuti. In sei mesi – fra l’ottobre 2012 e l’aprile di quest’anno – il Regno Unito ha spedito dai porti di Bristol e Leeds ben 45mila tonnellate di rifiuti domestici.

I rifiuti sono diventati una merce. C’è un grande mercato europeo legato allo smaltimento dei rifiuti, così grande da aver spinto i norvegesi ad accettare l’immondizia proveniente da altri Paesi,

spiega Pål Spillum, capo del recupero rifiuti presso l’Agenzia per il Clima e l’Inquinamento della Norvegia. I proventi di queste attività sono un perfetto fifty-fifty: il 50% del reddito arriva dal pagamento dei rifiuti, l’altro 50% dalla vendita di energia. Secondo le ultime stime, sarebbero oltre 400 i termovalorizzatori attivi in Europa, impianti in grado di fornire calore ed elettricità a 20 milioni di persone. Fra le maggiori importatrici vi sono Germania, Svezia, Belgio, Paesi Bassi e Norvegia, ma è quest’ultima a vantare la maggiore produzione di energia per il teleriscaldamento derivante dai rifiuti. In termini economici un successone, ma in termini ecologici?

I norvegesi dividono meticolosamente in tre sacchetti la loro immondizia: blu per la plastica, verde per l’umido e nero per tutto ciò che va nel termovalorizzatore. Tutto perfettamente diviso, ma qualcuno inizia a essere preoccupato per i rifiuti che arrivano dal Regno Unito. Greenpeace, per esempio, oppure Friends of the Earth secondo il quale gli inceneritori hanno un potere dissuasore nei confronti delle buone pratiche del riciclo. Secondo Julian Kirby

utilizzare i rifiuti per produrre energia non è così “green” come sembra. Questo perché, secondo le stime, l’80% di ciò che viene incenerito è facilmente riciclabile. Se si pensa che il rifiuto possa essere bruciato si è più inclini a buttare le cose piuttosto che a pensare a come riciclarle.

Anche dal punto di vista paesaggistico gli inceneritori non sono affatto graditi, ma la percentuale dei sostenitori è più alta di quella dei detrattori: un 71% che sa di plebiscito.

Fonte:  The Guardian

 

Emergenza rifiuti di Norvegia e Svezia: da Oslo e Stoccolma ci rispondono che non c’è

Non è strano che la Norvegia rischi il cortocircuito energetico per mancanza di rifiuti da incenerire e paghi per bruciare i propri negli impianti svedesi? E infatti, nonostante la discussione sui giornali italiani, non c’è nessuna emergenza, almeno secondo l’Agenzia per l’Ambiente Norvegese che ha risposto alla nostra intervista73703269-594x350

Un Paese che rischia il tracollo energetico perché non sa cosa mettere negli inceneritori vende i propri rifiuti ai vicini di casa? C’era un’incongruenza tra l’articolo di Repubblica pubblicato il 6 maggio e l’intervista di Wired alla svedese Catarina Östlund, di novembre scorso. Repubblica titolava: “Vendeteci i rifiuti o restiamo al buio”. L’emergenza al contrario dei paesi nordici”. E apriva così: “La Norvegia ha un problema. Ha finito la spazzatura e non sa più come riscaldarsi e produrre energia…”. Ma allora perché appena sei mesi prima la Norvegia pagava 50 euro a tonnellata per smaltire i propri rifiuti negli impianti svedesi, come dichirato dalla Östlund? E’ cambiato qualcosa nel frattempo? La produzione di rifiuti è improvvisamente calata? Ne abbiamo parlato con Catarina Östlund della Swedish Environmental Protection Agency e con il norvegese Pål Spillum (Norwegian Climate and Pollution Agency).
E’ vero che i Paesi Scandinavi rischiano di andare incontro ad una crisi energetica a causa della mancanza di rifiuti da bruciare nei propri inceneritori? “No – risponde Pål Spillum – In Norvegia la termovalorizzazione dei rifiuti è una fonte di energia importante soprattutto per il riscaldamento domestico delle città più grandi, e in alcuni casi anche per i processi industriali. Ma esistono molte altre alternative, dall’idroelettrico al gasolio”. Idem per la Svezia. “Da noi l’incenerimento dell’indifferenziato garantisce circa il 20% dell’energia utilizzata per riscaldare gli edifici. Non direi proprio che ci sia preoccupazione nell’aria – risponde Catarina Östlund – l’importazione di rifiuti dall’estero è stata pianificata. E l’Europa abbonda di rifiuti conferiti in discarica…”.

Apparentemente, qualcosa non torna negli scambi di rifiuti scandinavi: la Norvegia importa rifiuti dal resto d’Europa, ma paga per smaltire i propri negli impianti svedesi? “E’ una questione di costi – continua la Östlund – alla Norvegia conviene spedire I rifiuti da noi in Svezia perché la tariffe applicate sono più basse”. “Sì. I comuni norvegesi esportano rifiuti – spiega Spillum – ma allo stesso tempo lo Stato importa indifferenziato per produrre energia, seppur in quantità decisamente più ridotte. Può sembrare un controsenso, ma la ragione è abbastanza semplice: i rifiuti sono ormai diventati una merce a tutti gli effetti, e per questo vengono bruciati negli impianti che possono garantire I prezzi più bassi, costi di trasporto inclusi. Nell’Europa del Nord il mercato dei rifiuti funziona come qualunque altro mercato: con l’unica differenza che se tu possiedi i rifiuti devi pagare per mandarli in un impianto di trattamento…”.
Quindi non c’è stato nessun tracollo improvviso nella produzione di rifiuti norvegese… “No, la produzione di rifiuti è stata in costante aumento nel corso del tempo – continua Spillum – e perfino negli ultimi anni, per quanto attorno al 2008 si sia registrato un leggero calo, dovuto alla crisi finanziaria. In ogni caso, la percentuale di rifiuti che sono stati avviati a riciclo e a recupero energetico – soprattutto a recupero energetico – è cresciuta decisamente di più della produzione”.

Fonte. Eco dalle città

“L’emergenza rifiuti” di Norvegia e Svezia: intervista a Rossano Ercolini

“Vendeteci i rifiuti o restiamo al buio. L’emergenza al contrario dei paesi nordici”. Dopo l’articolo di Repubblica, Eco dalle Città ha raccolto il commento di Rossano Ercolini (vincitore del premio internazionale “Goldman Environmental Prize 2013”)374807

“La Norvegia ha un problema. Ha finito la spazzatura e non sa più come riscaldarsi e produrre energia. Tutta colpa dei suoi abitanti, che riciclano quasi la metà di ciò che buttano e lasciano un misero 2 per cento alla discarica”. Inizia così l’articolo di Repubblica di domenica 5 maggio dal titolo “Vendeteci i rifiuti o restiamo al buio”. L’emergenza al contrario dei paesi nordici. Norvegia e Svezia sono in emergenza per la mancanza di rifiuti? Lo abbiamo chiesto a Rossano Ercolini del movimento nazionale Rifiuti Zero (vincitore del premio internazionale “Goldman Environmental Prize 2013”). “In quei Paesi – ha spiegato Rossano Ercolini – hanno realizzato inceneritori capaci di smaltire più di mille tonnellate al giorno. Oggi però non hanno più questi quantitativi. L’emergenza non sta nella mancanza di rifiuti ma nella decisione di investire in questi mega-impianti. Il problema è quindi l’over-capacity“. “E’ la crisi della termovalorizzazione e dell’incenerimento – ha continuato Ercolini -. Questo è un monito per l’Italia e per Torino in particolare: se verranno portati avanti gli obiettivi europei di riciclo vi troverete nella condizione di dover andare alla ricerca di materiali”. Ci fu un errore di valutazione dai parte dei Paesi nordici quando furono realizzati questi impianti? “Nei paesi nordici – ha spiegato Ercolini – è sempre prevalsa la cultura ingegneristica che ha portato a preferire impianti di grosse dimensioni piuttosto che piccole taglie (non convenienti dal punto di vista economico). A differenza dell’Italia, tuttavia, i Paesi nordici un alibi possono avercelo ed è costituito dallo sfruttamento di energia e calore date le necessità dettate dal clima”.  E’ noto che alcuni impianti del Nord Europa stanno importando rifiuti come avviene nel caso dei rifiuti Napoli. Secondo Ercolini “il trasferimento di rifiuti dai Paesi del Sud Europa verso gli impianti del Nord è una soluzione che serve a fronteggiare l’agonia. La strada da intraprendere credo che possa essere quella della Danimarca (che oggi brucia del 70% dei rifiuti) dove il governo ha deciso di adottare una strategia di uscita dalla termovalorizzazione. Lungo questa strada però – conclude Ercolini – occorrerà affrontare l’opposizione costituita dalla lobby dell’incenerimento”.

Fonte: eco dalle città

Energie rinnovabili: nel 2011 il 13% dei consumi dell’Unione Europea è stato da fonti pulite

Nel Nord Europa gli Stati membri maggiormente virtuosi. A Malta soltanto lo 0,4% dei consumi da fonti rinnovabilirinnovabili-586x1083

Oggi, vi proponiamo un’elaborazione di Centimetri sulla base dei dati di consumo di Eurostat relativi al 2011. Anche in questo caso il dato complessivo fa registrare un trend di crescita sensibile e in linea con l’obiettivo di raggiungimento del 20% nel 2020. Nel 2011 il 13% dei consumi energetici dell’UE è stato coperto dalle fonti rinnovabili, una crescita sensibile rispetto al 7,9% del 2004. In Italia, nello stesso periodo, si è passati dal 4,9% al’11,5% e le proiezioni per il 2020 (quando l’Europa dovrebbe assestarsi sul 20%) sono del 17%. Gli squilibri fra gli Stati membri dell’UE sono enormi: se Norvegia e Svezia hanno fatto registrare, rispettivamente, 64,7% e 46,8%, le maglie nere sono rappresentate da Malta (0,4%), Lussemburgo (2,9%), Gran Bretagna (3,8%), Belgio (4,1%) e Olanda (4,3%). Nei sette anni presi in esame (2004-2001) dall’indagine Eurostat l’aumento più sensibile è avvenuto in Svezia (dal 38,3% al 46,8%), Danimarca (dal 14,9% al 23,1%) e Austria (dal 22,8% al 30,9%). Grandi progressi hanno fatto registrare la Germania passata dal 4,8% al 12,3% e l’Estonia cresciuta dal 18,4% al 25,9%. La Croazia, 28esimo Stato membro, due anni fa ha consumato un 15,7% di energie da fonti rinnovabili, percentuale che ipoteca il raggiungimento dell’obiettivo comunitario del 20% fissato per il 2020. Fra i paesi del Mediterraneo spicca il 24,9% del Portogallo, l’unico Paese del sud in grado di competere con le nazioni del nord Europa.

Fonte:  Centimetri