Tav Torino-Caselle-Malpensa: la nuova utopia del neoliberismo

L’Ufficio europeo per la lotta antifrode annuncia un’inchiesta sulla realizzazione della Torino-Lione, ma la politica ha già pronto un piano B. L’Ufficio europeo per la lotta antifrode annuncia un’inchiesta sulla realizzazione della Torino-Lione in seguito all’esposto di due europarlamentari francesi, Michèle Rivasi e Karima Delli: secondo l’istanza presentata a Bruxelles, Ltf, la società francese che si occupa della realizzazione del tunnel franco-italiano, avrebbe compiuto alcune irregolarità, con un conflitto di interessi nell’assegnazione degli appalti. Nel caso venisse accertata l’esistenza di frodi, il dossier verrà trasmesso alla giustizia dei due Paesi e la Commissione Europea potrà decidere di sospendere i finanziamenti del progetto. Il progetto – che resta fortemente desiderato da un fronte politico bipartisan anche nel nostro Paese – prevede costi per 8,5 miliardi di euro che l’Ue potrebbe finanziare al 40%. A fine febbraio il premier Renzi e il presidente francese Hollande dovrebbero approvare una risoluzione per richiedere alla Commissione Europea di inserire l’opera nel piano di investimenti anti-crisi. Insomma mentre lo scrittore Erri De Luca si trova sul banco degli imputati per aver invitato a sabotare l’opera, ci pensa la politica stessa ad auto-sabotarsi infrangendo le regole. Inoltre, secondo quanto scritto da Maurizio Tropeano sulla Stampa di venerdì 6 febbraio, Palazzo Chigi sarebbe intenzionato a nominare Mario Virano, attuale commissario di governo per la Tav e presidente dell’Osservatorio tecnico, a direttore della società che dovrà realizzare il tunnel di base. In tal caso il controllato coinciderebbe con il controllore come sottolineato negli scorsi giorni dal senatore 5Stelle Marco Scibona.TO GO WITH AFP STORY BY JEAN-FRANCOIS LE

L’inchiesta dell’Olaf potrebbe rallentare ulteriormente l’opera, vanificando una delle (deboli) giustificazioni che venivano addotte dai sostenitori del dogma della Tav ovvero che fosse l’Ue a chiedere insistentemente la realizzazione del tunnel. Nello stesso giorno in cui viene resa nota l’apertura dell’inchiesta, l’utopia Tav è pronta a rinascere come l’Araba Fenice altrove, con un progetto faraonico che può trovare una spiegazione soltanto nella perpetuazione dei vecchi modelli di business che hanno come principio primo la cementificazione del territorio e la realizzazione di Grandi Opere. La Tav è a rischio, le opere connesse all’Expo 2015 sono ormai concluse? Bisogna rilanciare, dare sfogo alla fantasia più sfrenata, proporre nuovi grandi progetti con i quali nutrire il mercato delle grandi imprese dell’edilizia. E la nuova utopia del neoliberismo – che in Piemonte si incarna nel Pd “padrone” del capoluogo e della Regione – è la Tav Torino-Caselle-Malpensa ovverosia la linea ferroviaria che collegherebbe il capoluogo piemontese, lo scalo torinese e il principale scalo piemontese. L’idea è di creare un sistema unico con la possibilità di fare il check in a Torino e prendere l’aereo a Malpensa, a un centinaio abbondante di chilometri di distanza. Come si legge su La Stampa, nell’articolo di Luca Ferrua di venerdì 6 febbraio, il progetto

dovrebbe consentire a un torinese che parte per New York o per Mumbai di arrivare a Caselle, fare il check in e poi di essere trasferito a Malpensa nel modo più comodo possibile.

Ora inizierà, anzi è già iniziato, il battage pubblicitario della stampa, quella che dovrà far capire che un’opera in grado di far risparmiare 40-50 minuti ai viaggiatori intercontinentali e che costerà verosimilmente alcuni miliardi di euro (la Tav Torino-Milano costò 62 milioni di euro al chilometro…) è “utile e necessaria” e più importante della preservazione dell’ambiente e della tenuta delle casse statali e regionali allo stremo. Il tutto quando c’è già una linea Tav Torino-Milano in cui entrambi gli scali sono collegati con navette all’aeroporto. Il tutto con una linea di navette Torino-Malpensa che funziona benissimo e che impiega meno di due ore fra il capoluogo piemontese e lo scalo. Per legittimare il tutto l’aeroporto di Caselle diventerà “strategico”, aggettivo che mette i brividi visto ciò che è successo in Valsusa, dove lo si è usato con abbondanza in un contesto che non è mai stato strategico, ma solo e soltanto tattico. Ora, altrove, la politica è pronta ad apparecchiare una nuova tavola che ha tutta l’aria di un piano B a beneficio dell’industria del cemento e di tutto ciò che a essa è connesso. Però vogliamo mettere il piacere di poter fare il check in a Torino e poi spiccare il volo sopra i boschi del Ticino? Come dice un famoso spot “non ha prezzo”Movimento-NO-TAV-586x389

Fonte:   La Stampa

© Foto Getty Images

No Tav, Qui di Daniele Gaglianone in anteprima al Torino Film Festival

In anteprima al festival torinese, il racconto in soggettiva di 10 uomini e donne che da 25 anni si oppongono al progetto Tav verrà distribuito in sala a partire dal 27 novembre

Verrà presentato al Torino Film Festival per debuttare in sala il 27 novembre Qui di Daniele Gaglianone, documentario sulla lotta dei No Tav in Val Susa. L’attesa è molta perché la storia degli ultimi vent’anni, nel “qui” che dà il titolo al lavoro di Gaglianone, è stata intrecciata in maniera indissolubile al dibattito sulla Grande Opera. Nel corso degli anni molti documentaristi si sono interrogati sulla costruzione della Tav il cui significato è ormai trascendente alla stessa utilità o inutilità dell’opera. Nel comunicato stampa che è giunto in redazione stamane vengono citate le parole di un rappresentante delle forze dell’ordine in una conversazione avuta con il regista nella fase preparatoria del film:

Io sono incazzato con quelli della Val di Susa perché quando andiamo là ci tirano le pietre. Non è più una questione di Tav sì Tav no, ma è una questione di essere contro o meno il sistema. Lo Stato ha deciso e tu ti devi adeguare, punto e basta. Viviamo in un paese di democrazia rappresentativa: se non sei d’accordo, la prossima volta voti per quelli che non vogliono l’opera. (…) Per il tuo documentario incontrerai dei sì Tav, intendo non dei politici, ma persone comuni?

chiede il rappresentante delle forze dell’ordine che aggiunge, dopo la risposta affermativa del regista, come possa essere

a favore della Torino-Lione solo chi non conosce il progetto.QUI_GabriellaTittonel_004-620x348

Il racconto di Qui è la narrazione in soggettiva di dieci attivisti No Tav che da 25 anni si oppongono all’opera che si sono scontrati con la dura realtà di una politica che – con fronte bipartisan – ha messo in stand by la democrazia e ogni forma di dialogo con la cittadinanza, nel nome degli interessi economici e politici. Nonostante decine e decine di studi certifichino l’inutilità dell’opera, la Tav è diventata il terreno di uno scontro ideologico fine a se stesso, quello efficacemente descritto nella succitata conversazione. Ma in Valsusa si è andati ben oltre la semplice contrapposizione ideologica. Negli ultimi dieci anni le forze di polizia e la cittadinanza si sono spesso scontrate in campo aperto e negli ultimi anni oltre un migliaio di procedimenti giudiziari sono stati aperti in un territorio in cui abitano 60mila persone. Naturalmente in nessun altra zona d’Italia la percentuale di persone sottoposte a procedimenti giudiziari è così alta.

Nei ritratti di questo documentario un gruppo di persone si racconta attraverso parole e silenzi. Con vissuti tra loro lontani e con attitudini distanti, si sono ritrovati dalla stessa parte ad abitare la stessa lotta contro la linea ad alta velocità Torino Lione che dovrebbe passare in Valle di Susa, una valle già attraversata da due statali, un’autostrada e una linea ferroviaria dove transitano i TGV, Train à Grande Vitesse. Per alcuni questa nuova linea pare rappresentare la linea Maginot del futuro del paese; per altri è un’opera inutile economicamente, devastante per l’ambiente e per le finanze pubbliche. Nel corso degli anni la politica – quella mediaticamente intesa come politica dei partiti – sembra essere scomparsa intorno al problema, incapace di gestire una situazione lasciandola incancrenire (oppure scientemente convinta di doverla gestire esattamente così). In val di Susa invece non è scomparsa, o è ricomparsa, in questi 25 anni di opposizione al progetto, la politica intesa come incontro fra gente che discute sul proprio presente e sul proprio futuro, fra gente che si ritrova per porre delle domande insieme e insieme a cercare delle risposte. Ma nel frattempo una questione politica, sociale ed economica è stata fatta slittare sul piano inclinato dell’ordine pubblico. E allora, sempre di più, il rapporto tra cittadino e stato si riduce alla sola relazione con un agente in tenuta antisommossa,

spiega in una nota il regista Daniele Gaglianone. Conoscendo il suo cinema, la sua tenace ricerca del vero, pur nella grande eterogeneità del suo percorso filmico, non vediamo l’ora di immergerci nel buio della sala, perché sia fatta luce su una storia che non riguarda un po’ tutti, perché Qui non è soltanto in Valsusa.QUI_GabriellaTittonel-620x348

Fonte: Comunicato Stampa

Foto | Ufficio Stampa

I noTav: “Ci hanno accerchiato con le menzogne”

“Ci hanno accerchiato con le loro menzogne, ci hanno militarizzato e criminalizzato. Eppure, questo progetto fallimentare mostra ogni giorno di più la sua follia”. Ezio Bertok, del comitato NoTav di Torino, fa il punto su una delle più macroscopiche vergogne d’Italia: un’alta velocità ferroviaria Torino-Lione “inutile, costosa e fortemente impattante”.notav_valsusa

Prima con il rinvio a giudizio dello scrittore Erri De Luca, colpevole di aver espresso la sua opinione, affermando che “La Tav va sabotata. Le cesoie sono utili perché servono a tagliare le reti”; poi con le critiche al sindaco di Almese per aver esposto sulla facciata del Comune due striscioni NO TAV. Tornano a riaccendersi i riflettori sulla questione TAV. Per fare il punto della situazione, abbiamo intervistato Ezio Bertok, del Comitato No Tav Torino, impegnato nella battaglia contro la costruzione della tratta Torino – Lione.

A che punto è la situazione dei lavori per la costruzione del Tav nella vostra zona?

«L’area del cantiere e un’ampia zona circostante sono totalmente militarizzate da più di tre anni. Nonostante i lavori siano iniziati senza un vero e proprio progetto esecutivo, la talpa procede, sebbene a ritmi molto ridotti rispetto alle previsioni. Non c’è trasparenza e gli appalti vengono assegnati a ditte coinvolte in questioni di mafia: è il solito clichè che accompagna le grandi opere ancor prima che inizino i lavori veri e propri. Perché una cosa deve essere chiara: il tunnel geognostico di Chiomonte, detto anche cunicolo esplorativo, è un’opera puramente propedeutica al tunnel vero e proprio, tutto il resto è ancora nelle intenzioni».

Pochi giorni fa, il sindaco di Almese, Ombretta Bertolo, ha esposto sulla facciata del municipio due striscioni NO TAV. Quanti e quali sono gli appoggi dei Comuni alla vostra lotta? E più in generale, delle istituzioni?

«Ecco il tipico caso di politici furbetti che creano un mostro e di media che si prestano volentieri a metterlo in piazza. In questo caso l’attacco è ad un sindaco che si permette di interpretare i sentimenti dei suoi concittadini. Non è certo la prima volta che degli striscioni vengono appesi su balconi di palazzi comunali, anche al Campidoglio a Roma: senza andare più indietro nel tempo basti pensare ai due marò italiani, in quel caso mi pare che le polemiche ci siano state quando lo striscione è stato rimosso. Ma a parte le analogie, è doveroso notare che chi opera in difesa del proprio territorio viene criminalizzato perché crea un precedente pericoloso. Ma il sindaco di Almese non è solo, un’ampia maggioranza dei Comuni della valle continua ad essere fermamente contraria e non lo nasconde di certo. Poi, mano a mano che ci si sposta dalla dimensione locale alla regione Piemonte per arrivare al governo, le cose cambiano perché entrano in gioco altri fattori ed è l’intreccio tra politica e affari che detta le regole di comportamento».

Intorno al TAV ci sono molte polemiche, che a volte nascondono le motivazioni della vostra lotta. La stampa ne parla solo in occasione di scontri. Quali sono quindi le ragioni della vostra battaglia? Perché dite no al TAV?

«Il vero problema è che delle ragioni che stanno alla base della lotta NO TAV non si è mai parlato veramente, non c’è mai stato un vero confronto. Il problema principale oggi è che siamo di fronte ad un vero e proprio accerchiamento politico, mediatico e giudiziario che cancella tutto il resto. E’ urgente trovare il modo per riprendere, anzi per cominciare a discutere seriamente del merito delle questioni. Un felice slogan coniato da queste parti dice che “non occorre essere valsusini per essere notav, basta essere onesti e informati”. Il nocciolo della questione è tutto qui. E’ un dato di fatto che la linea attuale è utilizzata meno del 20% rispetto alle sue potenzialità, che è adeguata agli standard per il trasporto delle merci, che sarebbe in grado di sopportare per i prossimi decenni il traffico in crescita. Peraltro bisogna sottolineare che dal 1997 si registra invece un fortissimo e pressoché costante calo. Quindi, un amministratore della cosa pubblica, di fronte alla prospettiva di realizzare una nuova e costosa infrastruttura, dovrebbe chiedersi nell’ordine: “E’ utile? E’ urgente? Quanto costa? Ci sono i soldi? Si creano danni collaterali?”. Rispondendo a tutto ciò, dovrebbe poi fare un bilancio costi/benefici e soltanto dopo decidere. L’ordine delle domande non è casuale e nel caso del TAV Torino-Lione ci si dovrebbe fermare alla prima risposta: no, non è utile, e non occorrerebbe andare oltre».

Avete una proposta alternativa valida?

«Il TAV è il business del secolo, e chi si ostina a volerlo realizzare ha un unico obiettivo: guadagnare nel “costruire” un’opera che sarebbe in costante perdita economica e produrrebbe sempre nuovo debito. Non lo diciamo solo noi, ne sono fermamente convinti anche economisti ed esperti di trasportistica non schierati al nostro fianco. Se questa non fosse la pura e semplice verità, la risposta potrebbe sembrare banale: l’unica alternativa è rinunciare ad un progetto folle, riconoscendone l’inutilità. Verrebbe così evitato uno spreco enorme di risorse e un nuovo oltraggio alla democrazia: perché in questa vicenda i cittadini e le istituzioni locali che li rappresentano vengono considerati alla stregua di sudditi».

Sta facendo scalpore il rinvio a giudizio dello scrittore Erri De Luca per aver dichiarato “La Tav va sabotata. Le cesoie sono utili perché servono a tagliare le reti”. Cosa ne pensate in merito? Qual è la vostra posizione nei confronti dello scrittore?

«Erri De Luca parla poco e pesa le parole. Leggendo i suoi libri ciò che colpisce è l’essenziale: del superfluo non c’è traccia, non c’è mai una parola di troppo e si rimane incantanti scoprendo immagini complesse e ricche di mille sfumature proposte in meno di una riga. La sua affermazione sulle forme di lotta contro il TAV è di una semplicità disarmante e in un mondo in cui si dice e non si dice, si tace per non esporsi, si allude ma non si conclude, Erri è l’eccezione. Nel merito poi ha semplicemente ripreso una scelta dichiarata dal movimento: il sabotaggio è una forma di lotta estrema non violenta, che punta ad inceppare un ingranaggio senza ferire le persone. Ma anche in questo caso occorreva creare un mostro e quella parte di magistratura che si è distinta per lo zelo nel teorizzare la presenza di disegni eversivi non si è lasciata sfuggire l’occasione».

Pochi giorni fa è stata recapitata una lettera all’Ansa da parte dei Nuclei Operativi Armati, in cui vi  invitano ad unirvi alla lotta armata, perché la vostra strategia politica è stata completamente sbagliata. Cosa rispondete a loro? E più in generale, alle violenze che ci sono state nel corso di questi anni?

«Rispondere a tutte le provocazioni è un dovere e anche in questo caso il movimento NO TAV ha detto chiaramente che non ha nulla da spartire con chi vorrebbe usare la sua lotta per altri scopi. La strategia del movimento in questi anni è stata tutt’altro che sbagliata e ha consentito di bloccare un progetto che altrimenti non avrebbe incontrato ostacoli. Le caratteristiche della lotta NO TAV, la larga partecipazione popolare sono la garanzia che i due mondi non possono incontrarsi. In quanto alle violenze che ci sono state in questi anni, se non cadiamo nel tranello di confondere la resistenza pacifica ma determinata con la violenza, dobbiamo riconoscere che quest’ultima è arrivata solo dal fronte opposto. Non mi riferisco solo ai manganelli ma anche al disegno criminale che rifiuta il dialogo e riduce il conflitto sociale ad un problema di ordine pubblico che come tale deve essere represso. La democrazia è un’altra cosa, sta scritto in quella  Costituzione sempre più spesso derisa, svuotata e a rischio di riscrittura totale per legittimare la dittatura dell’ignoranza ed il trionfo del pensiero unico».

Documentari video hanno dimostrato i danni dell’Alta Velocità del Freccia Rossa per i residenti di Firenze e Bologna. Persone che, dopo una vita di sacrifici, hanno dovuto lasciare le loro case perché rese inagibili dalla linea ferroviaria. O addirittura vivono parzialmente nelle loro case, perché alcune stanze sono inagibili. Una situazione surreale. Alla luce di questo, c’è la sensazione che se un’opera la vogliono costruire, la costruiranno. C’è questa consapevolezza all’interno del comitato NO TAV?

«Il progetto è nato venticinque anni fa, poco dopo è iniziata la resistenza NO TAV e da subito ci siamo sentiti dire: è inutile opporsi, tanto prima o poi la faranno. E’ passato mezzo secolo, i progetti sono ancora sulla carta e stanno scavando un ridicolo cunicolo esplorativo che non ha nulla da esplorare ma che intanto fa circolare un bel po’ di quattrini per i soliti noti. Ne riparliamo tra altri venticinque anni».

Qual è il futuro della vostra battaglia?

«Nonostante tutto continuiamo ad essere ottimisti e determinati. Ci sono poi tanti indicatori per misurare il livello di consenso nei confronti della resistenza NO TAV e direi che sono confortanti. Ne cito solo uno: il Controsservatorio Valsusa, unitamente ad un folto gruppo di sindaci e amministratori, ha recentemente presentato un esposto al Tribunale Permanente dei Popoli prefigurando la sistematica violazione di diritti fondamentali. Una cinquantina di importanti personalità del mondo della cultura e della scienza di diversi paesi hanno subito sostenuto l’iniziativa e nel giro di poche settimane sul sito controsservatoriovalsusa.org sono arrivate migliaia di manifestazioni di sostegno da ogni parte del paese.  L’opposizione al TAV in Val di Susa dura da 25 anni, non ricordo casi analoghi nel nostro paese. Questo quarto di secolo è la prova che le ragioni del no sono profonde e condivise dalla popolazione. Per certi versi è proprio questa una grande opera, ma a differenza di quelle inutili, costose e devastanti ha prodotto ricchezza: un’intera popolazione ha preso via via coscienza dei propri diritti, è consapevole che non sta difendendo il suo piccolo cortile ma beni comuni che appartengono a tutti; difendendo l’ambiente, la salute e denunciando l’enorme e inutile spreco di risorse pubbliche a danno della collettività sta dimostrando che un altro mondo è possibile, come si diceva un tempo. E le migliaia di persone che da ogni parte del paese sostengono la loro lotta ne sono la controprova. So bene che per vincere può non essere sufficiente una larga partecipazione popolare, un protagonismo dei cittadini più direttamente coinvolti ed un largo consenso nel paese. Ma la partita è aperta e il campionato è solo all’inizio, nonostante siano già passati 25 anni. E in ogni caso nessuno da queste parti intende farsi derubare del proprio futuro».

 

Fonte: ilcambiamento.it

Tav Torino-Lione, una “follia” economica da 26 miliardi di euro

Secondo le stime dell’economista francese Remy Prud’homme, i ricavi coprirebbero meno del 10% dei costi di realizzazioneno-tav-586x390

Secondo i politici l’Europa la vuole e, sempre secondo i politici, in Francia nessuno protesta per la sua realizzazione. La linea ferroviaria Torino-Lione ma soprattutto il suo tunnel da 26 miliardi di euro continuano a far discutere: nelle linee guida Per uno schema della mobilità sostenibile,presentato la scorsa estate dal Ministero per l’ecologia francese, la Tav è stata definita non prioritaria e la valutazione per una sua eventuale realizzazione è stata differita di vent’anni. Le lobby francesi e italiane che operano nei lavori pubblici e gli eletti nelle regioni Piemonte e Rodano-Alpi, invece, continuano a vedere nell’opera in sé e non nei benefici che questa potrebbe portare una volta a termine un’irrinunciabile occasione di business. Remy Prud’homme su Les Echos non usa mezzi termini definendo l’opera “una follia” che farà spendere a Francia e Italia 26 miliardi di euro, un costo maggiore di quello sostenuto per il tunnel della Manica che è in perdita pur avendo potenziali di ricavo decisamente superiori, visto che il flusso dei passeggeri è di 14 volte superiore a quello della Torino-Lione, linea sulla quel transiterebbero anche un terzo delle merci che viaggiano fra le due capitali di Regno Unito e Francia. I ricavi dei tunnel sotto la Manica non coprono le spese di manutenzione e investimento, mentre quelli della galleria alpina faticherebbero a coprire il 10% dei costi. Il costo del progetto, concepito negli anni Novanta, è lievitato da 16 a 26 miliardi di euro. I costi non sarebbero coperti nemmeno se il traffico ferroviario fosse rimasto quello di vent’anni fa, ma sulla linea Torino-Lione il flusso di merci e persone è diminuito drasticamente, per tante ragioni:

la deindustrializzazione dei due paesi, la fine della crescita, la costosa apertura dei tunnel ferroviari svizzeri e una maggiore efficienza della linea stradale.

In due nazioni con i conti pubblici in bilico, costantemente sotto la lente dell’Ue, i costi di realizzazione, gestione e manutenzione sarebbero all’85-90% a carico dello stato con un intervento minimo da parte dell’Unione Europea la cui partecipazione potrebbe variare dal 10 al 15%. Una situazione che Prud’homme non esita a definire “bizzarra”, nella quale l’Ue

da un lato esige che Francia e Italia riducano il debito pubblico e il carico fiscale, dall’altro le incita a fare ingenti spese inutili.

Nell’agosto 2013, la Corte dei Conti d’Oltralpe si è espressa sull’opera raccomandando di non escludere l’alternativa della linea esistente, mentre nel giugno 2013, come detto in precedenza,la Commission Mobilité presieduta da Philippe Duron ha presentato un rapporto sugli investimenti da fare nel settore trasporti sottolineando la priorità assoluta da dare alla manutenzione della rete preesistente e lo stop a qualsiasi progetto di implementazione della rete ad Alta Velocità. Per i nostri politici, invece, la Tav resta “strategica”, nonché uno dei pochi argomenti da larghe intese, eccezion fatta per il Movimento Cinque Stelle e Sel, da sempre contrarie all’opera.

Fonte:  Les Echos

Per un lavoro più umano, dignitoso, ecologico: la ricetta dei “terroristi” di Etinomia

Gli Stati generali del Lavoro, la tre giorni di incontri che si è tenuto in  Val di Susa dal 27 al 29 settembre, sono finiti in mezzo al calderone nell’attacco mediatico che la stampa italiana sta portando avanti contro il movimento No Tav. Abbiamo intervistato due delle organizzatrici per farci svelare quali diabolici piani eversivi avessero in mente.etinomia_stati_generali_lavoro

Li hanno accostati ai terroristi, alle Brigate rosse. Li hanno chiamati ‘violenti’, ‘antiprogressisti’. È in atto un attacco mediatico di portata enorme contro il movimento No-Tav e tutto ciò che vi gira attorno. E nel calderone ci finisce un po’ di tutto, indiscriminatamente, compresi gli Stati generali del lavoro, organizzati dal movimento No-Tav assieme ad Etinomia, associazione di imprenditori virtuosi valsusini, attaccati a più riprese da riviste e quotidiani come Panorama ed Il Giornale. Ecco quanto scrive Il Giornale: “Dal 27 al 29 settembre a Vaie, in Valsusa, sono in programma gli Stati generali del lavoro organizzati da Etinomia, associazione poco conciliante. Nell’opuscolo si parla di “grandi opere inutili”, e di “grande mobilitazione contro i lavori”. Inoltre si citano le manifestazioni di massa di ottobre che culmineranno il 19 con una giornata di “sollevazione generale” da siti come www.infoaut.org.” Chiari segnali, secondo il quotidiano, della natura eversiva ed anarco-insurrezionalista dell’evento. Panorama non è da meno e riconduce ad incontri come questo la militarizzazione della zona voluta da Alfano. Ora, il fatto è che il sottoscritto, assieme al direttore del Cambiamento Daniel Tarozzi, è stato invitato a partecipare ai tavoli di discussione degli Stati generali del lavoro. Dunque volevo essere sicuro di non ritrovarmi in un covo di terroristi e brigatisti, magari con qualche talebano e salafita. Chissà, mi sono detto, forse dietro a tutto questo c’è lo stesso Osama Bin Laden, che in realtà non è morto e si è rifugiato in Val di Susa per tramare contro l’Occidente. Dunque quale modo migliore per approfondire la faccenda che contattare gli organizzatori e farci spiegare di cosa si tratta? Così abbiamo parlato con due delle organizzatrici, Giuliana Cupi ed Eleonora Ponte.

I recenti articoli di Panorama ed Il Giornale lasciano intendere che gli Stati generali del Lavoro organizzati da Etinomia assieme al movimento No-Tav rappresentino un pericolo per la sicurezza pubblica. Ci spieghi che tipo di evento è e di cosa si parlerà, di modo che le persone possano farsi un’opinione corretta?

Giuliana Cupi: Penso che la definizione più bella, ironica, intelligente e deflagrante degli Stati Generali del Lavoro l’abbia data Eleonora Ponte, che ne è stata la diretta ispiratrice: “Noi a Vaie avremo la bomba atomica!”. Gli SGL saranno un’esplosione di idee e persone innovative, decise a trovare soluzioni ribaltando di 180° l’approccio al lavoro che ormai viene ripetuto dappertutto come uno sterile mantra a base di crisi, crescita, PIL, sacrifici, Europa che ci chiede di chinare la testa e via delirando. Da noi si parlerà di significato di lavoro, necessità – più che opportunità – di lavorare meno e meglio, reddito di cittadinanza, interesse negativo, nuove forme di finanziamento del lavoro, filiere cortissime, sanità e diritto a esistere e lo si farà in 8 tavoli (di cui uno dedicato agli amministratori) aperti ai contributi di tutti. L’accademia e la cattedra saranno molto lontane…

Perché oggi in Italia non si può affermare che il TAV e gran parte delle grandi opere sono inutili, soprattutto in un momento in cui si tagliano i fondi allo stato sociale, senza essere tacciati di violenza o di terrorismo?

Giuliana Cupi: Perché queste “grandi opere inutili e imposte”, per riprendere la definizione che se n’è data al Forum di Stoccarda cui io pure ho partecipato, sono funzionali all’economia dello sfruttamento dell’uomo e della natura, dei capitali concentrati nelle mani di pochi, delle mafie (quelle che tutti conoscono come tali e quelle che hanno aspetto perbene e rassicurante), dei mercati che dettano ormai apertamente legge arrivando a indicare senza troppi giri di parole come debbano essere modificate le Costituzioni troppe permissive in materia di diritti dei lavoratori e come bisogna riallocare le risorse sottratte allo Stato sociale, giudicato e fatto giudicare inutile e improduttivo. Questo è l’anello di congiunzione tra pessima economia e pessima politica che provoca le reazioni di cui parli: ormai il denaro e chi lo manovra è padrone anche politicamente in maniera ben più ardita di un tempo, quindi opporsi ai suoi interessi significa essere eversivi. Purtroppo, nonostante i tanti esempi che abbiamo tutti sotto gli occhi, è ancora troppo poco chiaro quanto terrore e quanta violenza siano seminati proprio da questo genere di potere e non certo da chi vi oppone.

In che situazione è il lavoro oggi in Italia? E quali sono le alternative che Etinomia propone?

Giuliana Cupi: Il disastro è sotto gli occhi di tutti, ma quello che penso sia ancora peggio è, come dicevo prima, che i mezzi di informazione più popolari si guardano bene dall’evidenziarne la vera causa. Quando si piange sull’ennesima perdita di PIL e si invoca la crescita, questa entità ormai quasi metafisica e miracolosa, si omette colpevolmente di dire che questo stato di cose non è una disgrazia che ci è piovuta addosso, ma una ovvia conseguenza di un sistema squilibrato, quello capitalistico, che mostra la corda. La crescita infinita in natura non esiste – con la nefasta eccezione della cellula tumorale, che non per nulla prolifera indisturbata -, ma il sistema in cui siamo è costruito proprio su questo. Ora che non c’è quasi più nulla da costruire e da smerciare e soprattutto non ci son più soldi per comprarlo, esso mostra il suo vero volto di spietata aggressività: la festa è finita, qui il mercato è saturo, bisogna riconvertirsi in lavoratori a basso salario e ancor meno diritti per tappare i buchi della follia finanziaria e per invadere di altra roba gli angoli di mondo dove si comincia a poter spendere, insomma il disegno è farci diventare la Cina dei cinesi… Come ho cercato di spiegare prima, le idee che circoleranno agli Stati Generali del Lavoro sono di segno opposto. Un lavoro umano, che contribuisca cioè alla crescita del singolo e della collettività, che non assorba tutta l’esistenza, che costruisca cose vere e che nutra il territorio in cui nasce e che da questo sia nutrito. Idee ormai rivoluzionarie, appunto: le stesse che hanno ispirato Etinomia fin dall’inizio della sua storia.

Quali sono i principi guida della vostra associazione?

Eleonora Ponte: Etinomia è nata da un gruppo di piccoli e medi imprenditori della val di Susa che si sono trovati a discutere, nelle lunghe notti di presidio prima dell’installazione del cantiere militare a Chiomonte, del sistema di sviluppo e produzione capitalistico occidentale, così come lo abbiamo conosciuto finora, che dimostra drammaticamente di essere alle corde. Le grandi opere come il TAV ne sono l’emblema. Queste persone si sono quindi fermate a riflettere e discutere di come si possa cambiare rotta, di come l’economia possa e debba diventare etica (il nome Etinomia deriva da ETIca coniugata con ecoNOMIA). L’associazione si è subito data un manifesto etico in cui prima di tutto gli attori della vita economica del territorio si impegnano a sviluppare la loro attività facendo sì che la ricaduta economica prevalente sia sul territorio stesso, al fine di sottrarre le ricchezze alla grande finanza internazionale su cui non si ha alcun controllo, e l’attività produttiva sia rispettosa dell’ambiente e della vita delle persone.

Da tempo abbiamo l’impressione che esistano due Italie, una vecchia decrepita, aggrappata al potere, che cerca di mantenere con ogni mezzo lo status quo, e un’altra invece che sta cambiando, che è da anni all’avanguardia su tematiche come i beni comuni, il rispetto dell’ambiente, l’etica nel lavoro; e che la prima cerchi di combattere e soffocare con ogni mezzo la seconda. Cosa ne pensi?

Giuliana Cupi: Che è tragicamente vero e che chiunque sia consapevole di questa guerra in atto abbia il dovere verso se stesso e verso la comunità di spiegarlo a tutti, nello sforzo di illuminare altre coscienze e di sabotare questo processo: eventi come gli Stati Generali del Lavoro succedono proprio per questo. Purtroppo l’Italia numero 1 può contare su un formidabile apparato propagandistico e non mi riferisco solo alle arcinote proprietà berlusconiane, ma proprio a quei canali televisivi, radiofonici e giornalistici che dovrebbero rappresentare il Paese colto, moderno, all’avanguardia e che sono invece i massimi portatori delle idee profondamente reazionarie di cui sopra. La mia esperienza personale di cittadina e di informatrice (tramite il sito www.fabionews.info, N.d.R.) mi porta a dire che la speranza, non solo per l’Italia numero 2, ma per tutti, anche per quelli che ancora non se ne son resi conto, consiste nello smettere di essere soggetti passivi: non “subìre” l’informazione, la politica e l’economia, ma crearne di nuove, anche in minima parte, anche nel piccolo centro o quartiere in cui si vive, organizzare serate per spiegare temi importanti, appassionarsi a problemi locali, comprare in un GAS o farsi un orto. Cose piccole, ma che alla fine incidono e che – altro punto fondamentale – costringono positivamente a uscire di casa, a incontrare gente, a fare comunità. L’atomizzazione fa il gioco di chi ci vuole spaventati e soli, la solidarietà e l’essere inseriti in diverse reti ci fanno sentire protetti nei grandi cambiamenti che ci attendono. Anche di questo si parlerà agli SGL.

In definitiva, cosa rispondete a chi vi accusa velatamente di violenza e di essere un pericolo per l’ordine pubblico?

Giuliana Cupi: Di partecipare in prima persona, senza paura e senza preconcetti. Posso scommettere che chi lo farà ne uscirà almeno un po’ cambiato e desideroso di proseguire sulla nuova strada.

Fonte: il cambiamento

“Fate qualcosa”, appello delle Donne in Movimento della Val di Susa

“Conosciamo direttamente sulla nostra pelle la violenza, per questo la rifiutiamo, per questo deve fermarsi lo stupro della nostra valle, e deve finire l’autoritarismo militare su un intero territorio”. Preoccupate per l’accanimento di media e magistratura nei confronti dei No Tav, le Donne in Movimento della Val di Susa lanciano un appello.no_tav_donne

La rete di persone che in questi lunghissimi anni è stata tessuta in Italia e anche all’estero si fa viva con telefonate, e-mail, sms per chiedere che si faccia qualcosa (con urgenza), che ci si materializzi per cercare di arginare la valanga di fango che scientificamente orchestrata tenta di sommergerci. (Fate qualcosa). Ma come, ancora? Pensavamo di aver fatto e detto/di tutto. Cos’altro ci dobbiamo ancora inventare? Strano come questa domanda rappresenti bene il quotidiano femminile (domanda storica). Sempre pronte ad interrogarci a inizio come a fine giornata: Ho dimenticato qualcosa? È tutto a posto? Ho fatto tutto? (come sempre e sempre di più delegate a coprire le mancanze dello stato sociale). Questa volta in ballo c’è la difesa di un grande movimento popolare, di più, c’è una storia di oltre vent’anni dove ogni giorno è stato vissuto con intensità. Migliaia di persone quotidianamente hanno contribuito a renderla concreta mettendoci la faccia, portando idee, rendendosi disponibili, finanziandola. Una lotta, un’esperienza di territorio che molti non esitano a definire unica e che è partita e ha messo le sue basi non su un preconcetto ideologico ma studiando i progetti, i flussi di merci, l’impatto ambientale, i costi, verificando sul campo i dati in possesso. Negli anni è cresciuta anche la consapevolezza di avere fra le mani, di veder crescere qualche cosa che va oltre la semplice opposizione ad una grande opera inutile e devastante. Un modello di presa di coscienza collettiva che difficilmente può retrocedere, anzi, si allarga assumendo in sé tutti i temi più attuali: dal lavoro, ai servizi, alla sanità ecc. Partecipando e interrogandosi sempre. Come ora. Ci si interroga sui fatti accaduti, sul significato che tutto questo assume, è un clima pesante, opprimente e sentiamo soprattutto ingiusto. È tale la violenza del linguaggio usato, la sproporzione dei racconti sui fatti realmente accaduti che vengono a mancare le parole per spiegare ai nostri figli increduli (e smarriti). Vediamo e sentiamo raccontare da giornali e Tv una storia che non ci appartiene. Non siamo un problema di ordine pubblico, siamo una risorsa per questo Paese, siamo una risorsa perché in tutti questi anni il movimento è diventato una comunità critica, consapevole, che sa scegliere. È questo che fa paura? Rivendichiamo il diritto alla partecipazione e alla gestione della cosa pubblica nel rispetto del bene comune e della volontà della popolazione. Fate qualcosa, ci chiedono da tutte le parti. Possiamo per esempio fare due conti (siamo abituate a far quadrare bilanci), e dunque siamo consapevoli dello spreco enorme di denaro pubblico sia per l’opera e sia per la badanza armata all’opera. È evidente che le dichiarazioni dei ministri che si dicono pronti a sborsare laute ricompense facciano venire l’acquolina in bocca a molti: imprenditori avvezzi a trafficare con fatture false, giri strani, fallimenti e nuove società a scatole cinesi. A chi ha sperato di guadagnare dalle olimpiadi costruendo mega hotel (che neppure in riviera potrebbero trovare clientele tali da soddisfare centinaia di posti letto), ed ora non ha gli occhi per piangere fa tanto comodo buttare la croce addosso ai notav e invocare lo stato di crisi sperando nelle compensazioni. Chiediamo alle donne (e però non solo alle donne), di prendere parola su quello che sta succedendo. Conosciamo direttamente sulla nostra pelle la violenza, per questo la rifiutiamo, per questo deve fermarsi lo stupro della nostra valle, e deve finire l’autoritarismo militare su un intero territorio. Fate qualcosa. Ci verrebbe da ribaltare la domanda e dire noi a voi: fate qualcosa. Aiutateci ad impedire lo stato di polizia permanente in cui ci vogliono far vivere. Fate qualcosa per denunciare questa campagna di stampa (che non si pone domande, non fa distinzioni, non esamina fatti e cose decisamente incongruenti che pure sono sotto gli occhi di tutti). Fate qualcosa perché la storia di un movimento popolare come il nostro non venga liquidata manu militari fra le carte di una procura. Stiamo resistendo perché vogliamo andare avanti, vogliamo vivere in pace nella nostra valle, vogliamo raccogliere i frutti di oltre vent’anni di crescita collettiva su tutte le questioni a noi care: il futuro delle prossime generazioni, le risorse del nostro territorio, intervenendo per risparmiarlo, risanarlo, non per rapinarlo; mettendo a disposizione le nostre capacità come alternativa al consumo dissennato e per un uso responsabile e consapevole delle risorse. Vogliamo riappropriarci del nostro tempo per partecipare alla gestione e alla cura della nostra comunità. Liberarci dal Tav.

Fonte: il cambiamento

Alternative in movimento, in Val di Susa gli Stati Generali del Lavoro

Dal 27 al 29 settembre a Vaie, in Valle di Susa, si terranno gli Stati Generali del Lavoro, una grande assemblea organizzata da Etinomia e Movimento No-TAV durante la quale otto tavoli tematici si riuniranno per formulare nuove idee di lavoro.lavori8

“Si deve lavorare meno ore per tutti i lavori, ma soprattutto si deve lavorare meno per vivere meglio, questo è più importante e più sovversivo”

Serge Latouche

Dal 27 al 29 settembre a Vaie, in Valle di Susa, si terranno gli Stati Generali del Lavoro, una grande assemblea organizzata da Etinomia e Movimento No-TAV durante la quale otto tavoli tematici si riuniranno per formulare nuove idee di lavoro, concetto che mai come in questi ultimi anni di crisi generalizzata sta mostrando la corda. Io sarò la referente del tavolo n. 3, che si intitola “Significato di lavoro e reddito di cittadinanza” e i cui propositi sono sintetizzati qui:

“Il significato che siamo abituati ad attribuire alla parola ‘lavoro’ è meramente quello di ‘attività tramite la quale si percepisce reddito monetario’. Chiusi in questa gabbia semantica non riusciamo neppure a intravedere quanto sia restrittiva, addirittura punitiva, ostinata com’è nel negare dignità di occupazione profittevole per il singolo e per la comunità a qualsiasi altro nostro agire: adempiere ai nostri obblighi familiari, procurarci cibo sano che ci mantenga in salute, informarci adeguatamente, viaggiare, imparare cose nuove, in una parola diventare giorno per giorno persone e cittadini migliori e non solo ripetitori di gesti destinati a produrre ulteriori cose, materiali o no, il cui eccesso è ormai fin troppo evidente.stati_generali_lavoro7

La crisi, quella che ci attanaglia tutti, è in questa accezione soprattutto crisi di senso, che sempre più persone avvertono e cercano di contrastare, inventandosi strade e soluzioni. Per farlo bisogna certo ripensare anche all’idea di consumo, di spesa e di reddito, ma anche avere la possibilità di superare il ricatto della dipendenza dall’impiego pressoché totale del nostro tempo solo per avere, come si suol dire, di che vivere. In quest’ottica la richiesta di un reddito di cittadinanza che sancisca il diritto a esistere diventa pressante, necessaria, imprescindibile. Questo gruppo vuole discutere e sintetizzare i temi esposti per contribuire alla formulazione della proposta di cambiamento concreto che è lo scopo degli Stati Generali del Lavoro”.

Sono invitati a partecipare agli Stati Generali del Lavoro tutti coloro che condividono queste idee.

Per iscriversi basta andare qui, ma vi sarò grata se me ne darete comunicazione via mail così che sappia la consistenza del gruppo che via via si forma.

Ulteriori informazioni sono sul sito di Etinomia e sulla pagina Facebook dell’ evento.

Fonte: il cambiamento

No Tav, LTF investe in pubblicità per spegnere il dissenso

Al rapporto Duran che rimandava al 2030 la valutazione della fattibilità della Tav, la Lyon-Turin Ferroviaire ha risposto con una campagna pubblicitaria sui principali quotidiani italiani e francesi 164376437-586x390

Visto che l’opinione pubblica non la si può comprare e visto che anche molti addetti ai lavori non hanno prezzo (come nella nota pubblicità della carta di credito), visto che ci sono politici per i quali il bene comune viene prima degli interessi privati, uno dei tanti mezzi che i gruppi di pressione hanno per contrastare il dissenso, ammorbidire gli addetti ai lavori e opporsi ai politici dissenzienti è sovvenzionare i principali strumenti capaci di creare consenso. La sovvenzione è totalmente legale, non c’è niente di illegale. Diciamo che consolida i rapporti di collaborazione. Diciamo che per il giornalista sarà più difficile parlare male della Tav, argomento che diventa sempre più teatro di uno scontro di pancia fra opposte fazioni che utilizzano slogan e dogmi fideistici invece dei numeri, i soli elementi utili a diradare la nebbia che viene alzata appositamente sul progetto da chi sa benissimo che la Tav, intesa come corridoio 5, non si farà mai. Non si farà perché il Portogallo ha rinunciato, perché la Spagna ha uno scartamento diverso rispetto all’Europa e perché la Francia ha fatto sapere – come riportato da EcoAlfabeta alcune settimane fa – che l’opera non è prioritaria e che se ne potrà riparlare fra 20-30 anni. Questo se si guarda a occidente, perché a oriente la situazione è ancora peggiore: la Slovenia sta cercando di smarcarsi da una crisi per la quale fino a pochi mesi fa si ventilava addirittura l’ipotesi di un salvataggio UE. Fine della storia, con buona pace dei sostenitori. Eppure l’opera continua a essere definita “strategica” anche da chi ha sotto mano i conti in rosso di Stato, regioni e province. Qualche settimana fa, dopo che il rapporto Duron ha rimandato di vent’anni l’opera, la Lyon-Turin Ferroviaire ha lanciato una campagna pubblicitaria intitolata “Siamo sulla buona strada” (“Nous sommes sur la bonne voie”), campagna per la quale si può ben usare l’aggettivo di strategica. Sono state coinvolte nove testate e i loro rispettivi siti: tre quotidiani nazionali francesi (Le Monde, Le Figaro e L’Equipe), un quotidiano locale francese (Le Dauphiné Libéré), tre quotidiani nazionali italiani (La Repubblica, La Stampa, Il Corriere della Sera) e due giornali locali della Valsusa (Luna Nuova, La Valsusa). La LTF non ha nascosto di voler “rispondere alle critiche, reagire in maniera forte” con la sua “campagna di informazione”.

Ma Daniel Ibanez che coordina il comitato francese che si oppone al progetto la vede piuttosto come una “campagna pubblicitaria” e si chiede

con quale diritto e con quale denaro una società incaricata di fare degli studi e di fornire rilievi tecnici per l’apertura di un cantiere fa pubblicità? 

Il diritto di farlo LTF ce l’ha, dal punto di vista giuridico. Il problema è che lo fa per un’opera che dovrebbe costare 26 miliardi di euro e si ritrova con le casse completamente vuote. Una cifra astronomica che fa certo scomparire la campagna da 350mila euro lanciata per rinsaldare la collaborazione con la stampa francese e italiana. È questa, secondo il sito TerraEco la cifra che sarebbe stata spesa per la campagna Sì Tav. Una stima della quale sono note solamente le cifre pagate ai quotidiani francesi (67mila euro a Le Figaro, 65100 euro a L’Equipe e 81000 euro a LeMonde) che qualche giorno dopo sono tornati a seguire con grande passione le vicende della Tav.

Fonte:  TerraEco

Giù le mani dalla valle di Susa, è il Gezi Park italiano

Dalla Turchia all’Italia, da Gezi Park alla Val di Susa: abbattere alberi per far posto ad una grande opera inutile. Ad accomunare la mobilitazione dei giovani turchi e quella del movimento No Tav è la protesta contro la devastazione dell’ambiente e la difesa della democrazia.val_susa_9

Tutta la grande informazione ha seguito con trepidazione e simpatia la mobilitazione popolare in Turchia. Quel grande movimento democratico è esploso attorno alla protesta di centinaia di giovani che volevano impedire l’abbattimento di alcuni alberi in Gezi Park, un parco di Istanbul destinato ad essere cancellato per far posto a qualche grande opera. In Valle Susa sinora sono stati abbattuti oltre 5000 alberi, molti secolari, in uno scempio di cui ho personalmente potuto rendermi conto prima che tutta quell’area venisse chiusa al mondo diventando così una zona rossa, un altro di quei buchi neri che da Genova in poi ingoiano la nostra democrazia. Contro quella devastazione, e contro l’opera che la ispira, ancora una volta si sono mobilitati i militanti del movimento No Tav, cercando giustamente di provare a fermarle, come i giovani turchi di Gezi Park. Ma nella grande informazione sono apparsi subito come violenti, fiancheggiatori del terrorismo, nemici del bene comune. Contro quella mobilitazione si sono scatenate azioni che ricordano quelle alla Diaz a Genova. A Torino è in corso un procedimento giudiziario nei confronti di decine di attivisti costruito come se gli imputati fossero mafiosi o terroristi. Leggi e regole speciali, l’occupazione militare del territorio si applicano sempre più spesso in una valle dove il consenso popolare alla lotta contro la Tav non è mai, mai venuto meno. Ma il rifiuto persistente e generalizzato dell’opera non provoca assolutamente una riflessione, un ripensamento nel palazzo e nella informazione di regime. Le ragioni di mercato dell’opera non esistono oramai nemmeno negli imbrogli più sfacciati. La Francia sta liquidando la sua parte di opera inutile; i convogli delle merci, diradati e ridotti per la crisi, passano altrove. Il buco in Valle Susa è un devastante e costosissimo percorso verso il nulla, ma bisogna farlo comunque. Come con gli F 35, bisogna spendere a vuoto decine di miliardi perché così si è deciso, punto e basta. Bisogna farlo perché il potere deve dimostrare la sua forza di fronte a chi lo contesta. Non si cede alla piazza. Non si può ammettere che i No Tav abbiano ragione, sarebbe un precedente pericolosissimo che potrebbe dar luogo ad un contagio democratico tra tutte e tutti coloro che oggi non ne possono più. La democrazia è diventata un bene di esportazione, non è che dobbiamo averla anche noi qui. E così si continuano ad abbattere alberi e diritti, a sprecare montagne di soldi perché indietro non si può tornare, tutto il palazzo ci perderebbe la faccia. Se qualcuno vuole comprendere perché il Partito Democratico sia diventato artefice della distruzione dei valori della sinistra in questo paese e con quali affinità governi oggi con Berlusconi, vada in Valle Susa, parli con quei pericolosi terroristi che sono i NoTav e capirà tutto. Torniamo tutti in valle alla marcia popolare sabato prossimo. E cominciamo a far sì che quei luoghi diventino il Gezi Park del popolo italiano.

Articolo tratto da LIBRE

Fonte: il cambiamento