Un terzo dei bambini americani ostaggio dei cibi industriali

Uno studio americano pubblicato sul Journal of the American Medical Association fa un’analisi chiarissima di ciò che le dieci multinazionali dell’industria alimentare più potenti del mondo sono ruscite a determinare in cinquant’anni. Nei soli Stato Uniti, un terzo delle madri non sa nemmeno cosa sia il cibo vero…

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Gli scienziati lo sanno: 9 esperimenti su 10 falliscono. Pensiamo, però, a quello che negli ultimi 50 anni è stato un grande esperimento di ricerca clinica, con la popolazione americana come partecipante inconsapevole, condotto da 10 grandi ricercatori (Coca-Cola, Pepsico, Kraft, Unilever, General Mills, Nestlé, Mars, Kellogg, Procter & Gamble e Johnson & Johnson). Nel 1965, queste multinazionali ipotizzarono che il cibo trattato fosse meglio del cibo reale. Per determinare se l’esperimento è stato un successo o un fallimento, dobbiamo esaminare le variabili di risultato. In questo caso, le variabili sono 4: consumo di cibo, salute/malattia, ambiente e flusso di denaro; divise per aziende, consumatori e società.

Il cibo industriale è definito da 7 criteri di ingegneria alimentare: è prodotto in serie, è uguale da lotto a lotto, è uguale da paese a paese, usa ingredienti specializzati provenienti da aziende specializzate, consiste di macronutrienti pre-congelati, rimane emulsionato, e ha una lunga durata di conservazione o congelamento. Inoltre, 10 proprietà nutrizionali contraddistinguono il cibo industriale.

Troppo poche fibre. Quando si assumono molte fibre (solubili e insolubili), queste formano una barriera gelatinosa lungo la parete intestinale, rallentando l’assorbimento dei nutrienti e nutrendo il microbioma intestinale. Il lento aumento del glucosio determina una riduzione dell’insulina, mentre il lento aumento del fruttosio riduce l’accumulo di grasso nel fegato.
Troppo pochi omega-3 e troppi omega-6. Gli ω-3 sono precursori degli acidi docosaesaenoico (DHA) e eicosapentaenoico (EPA) (anti-infiammatori). Gli ω-6 sono precursori dell’acido arachidonico (pro-infiammatorio). Il rapporto tra gli acidi grassi ω-6/ω-3 dovrebbe essere di circa 1:1. Attualmente, il rapporto è di circa 25:1, favorendo uno stato pro-infiammatorio che può condurre a uno stress ossidativo e a danni cellulari.

Troppo pochi micronutrienti. Antiossidanti, come le vitamine C ed E, eliminano i radicali dell’ossigeno nei perossisomi e prevengono il danno cellulare, mentre altri, come i carotenoidi e l’acido alfa-lipoico, prevengono la perossidazione dei grassi.

Troppi grassi trans. Questi grassi non possono essere ossidati dai mitocondri, si depositano nelle arterie nel fegato e generano radicali liberi. Difatti, l’US Food and Drug Administration ha dichiarato nel 2013 i grassi trans non “generalmente riconosciuti come sicuri”, quindi dovrebbero sparire anche dalla produzione alimentare.
Troppi aminoacidi a catena ramificata. Valina, leucina e isoleucina sono aminoacidi essenziali, importanti per la biosintesi dei muscoli, ma quando sono assunti in eccesso sono deaminati nel fegato e deviati verso la lipogenesi, aumentando il grasso del fegato.

Troppi emulsionanti. Gli emulsionanti trattengono grasso e acqua (ad esempio, lasagne e gelati). Tuttavia, gli emulsionanti sono detersivi e possono spogliare lo strato di mucine che protegge le cellule epiteliali intestinali, predisponendo a malattie intestinali o allergie alimentari.

Troppi nitrati. I nitrati (carne affumicata) possono essere metabolizzati in nitroso ureico, che può predisporre al cancro del colon.

Troppo sale. Circa il 15% della popolazione è sensibile al sale, il cui eccesso può manifestarsi con ipertensione e malattie cardiache.

Troppo etanolo. L’etanolo è convertito in grasso epatico e comporta stress ossidativi. Mentre è chiaramente una preoccupazione negli adulti, è meno probabile che l’etanolo abbia un ruolo nella maggior parte dei bambini, in quanto l’uso è limitato.

Troppo fruttosio. I bambini consumano invece il fruttosio. E in effetti, il fruttosio è metabolizzato nel fegato esattamente come l’etanolo. Lo zucchero (ad esempio, sciroppo di saccarosio e di mais ad alto contenuto di fruttosio) è l’alcol del bambino, il motivo per cui i bambini si ammalano delle malattie da consumo di alcol (per esempio, diabete di tipo 2, dislipidemia e steatosi epatica non alcolica) senza consumare alcol. Inoltre, il 74% di tutti gli articoli dei reparti alimentari contengono zucchero aggiunto; questo fa dello zucchero il marcatore del cibo industriale.

Valutiamo ciascuna delle 4 misure di risultato.

La prima è il consumo di cibo. Gli Stati Uniti spendono solo il 7% del PIL in cibo. Questo permette, a noi, il paese più obeso al mondo, di comprare di più. Non c’è dubbio che il consumo di cibo è in aumento, un aumento in 187 kcal/die negli uomini, 335 kcal/die nelle donne e 275 kcal/die negli adolescenti dal 1995. Ma quali calorie? Non i grassi, la cui quantità è rimasta stabile; l’aumento è nei carboidrati raffinati, metà dei quali sono zucchero. Negli ultimi 30 anni, mentre la carne è diminuita dal 31% al 21% delle vendite di prodotti alimentari, gli alimenti industriali e i dolci sono aumentati dall’11,6% al 22,9%.

La seconda è salute/malattia. Non c’è dubbio che sia l’obesità che il diabete siano aumentati astronomicamente. Il consumo di zucchero predice la sindrome metabolica negli adolescenti, indipendentemente dalle calorie o dal BMI. Quando nei bambini abbiamo sostituito l’amido allo zucchero, la loro sindrome metabolica si è risolta. In realtà, la ricerca dimostra che c’è una stretta relazione tra consumo di zucchero e diabete di tipo 2, dislipidemia e steatosi epatica non alcolica.
La terza è l’ambiente. La World Wild Life Federation sostiene che la produzione di colture correlate allo zucchero porta all’erosione del suolo e a una perdita ogni anno di 6 milioni di ettari di terra arabile, come dimostrato in Everglades (Florida)e in Amazzonia. Inoltre, la monocoltura (ad esempio mais e soia) per produrre alimenti industriali ha portato ad un aumento dell’uso di atrazina, della contaminazione da nitrati, allo sviluppo di resistenza agli erbicidi, e alla comparsa di erbe super infestanti. E infine, i flussi di denaro. Fino al 2012, le ditte di alimenti industriali, zucchero e bevande sono andate meglio delle altre, secondo l’indice Standard & Poor 500. Tuttavia, dal 2013, la loro performance di mercato è stata subottimale, come si evidenzia dal licenziamento di 1800 dipendenti della Coca-Cola nel 2014 per risparmiare 3 miliardi di dollari e dal licenziamento del CEO di McDonald’s, Don Thompson. Per i consumatori, il cibo industriale costa la metà di quanto costa il cibo vero, e la sua curva di aumento nel tempo è più bassa; ciò rende apparentemente il cibo industriale un affare, almeno a breve termine. Tuttavia, i soldi spesi per i premi assicurativi, la riduzione in anni di lavoro a causa della disabilità, e l’aumento degli anni di vita persi a causa di malattie croniche a lungo termine depaupera i risparmi dei consumatori. L’assistenza sanitaria è cresciuta dal 2% del PIL nel 1965 al 17.9% nel 2014, e si stima che raggiungerà il 21% entro il 2020. Attualmente, l’industria alimentare incassa 1.46 trilioni di dollari l’anno, di cui il 45% (657 miliardi) di utile lordo. Ma l’assistenza sanitaria costa 3.2 trilioni l’anno, di cui il 75% per le malattie del metabolismo; e il 75% dei costi per la sindrome metabolica potrebbe essere evitato se decidessimo di cambiare la nostra dieta collettiva. Ciò equivale a una perdita di 1.8 trilioni di dollari, il triplo di quanto prodotto dall’industria alimentare. Questo è insostenibile. La riforma sanitaria di Obama non può arginare questa tendenza perché non c’è prevenzione alle malattie a lungo termine se non cambiando la dieta. Ecco perché Morgan Stanley predice una crescita economica dello 0.0% per il 2035 basandosi sul nostro attuale modello ad alto consumo di zucchero, e perché il Credit Suisse ha chiesto una tassazione dello zucchero per limitare le crisi di obesità e diabete. Finora, un referendum su questa tassa ha vinto a Berkeley, San Francisco, Oakland e Albany, in California; a Boulder, Colorado; nella Cook County, Illinois; e a Philadelphia, Pennsylvania.

Alla luce di questi risultati, la conclusione è chiara: gli alimenti industriali sono un esperimento fallito. Il cibo industriale è ricco di zuccheri e basso in fibra. C’è solo un alimento, il vero cibo, a basso contenuto di zucchero e ricco di fibre. Il cibo vero è ciò che il mondo ha mangiato per millenni senza rischio di malattie a lungo termine. E non è quello che le 10 società più grandi dell’industria alimentare stanno vendendo. Un terzo delle madri americane oggi non sa neanche cos’è il vero cibo o come si cucina; esse e i loro figli sono destinati a rimanere ostaggi dell’industria alimentare. I pediatri dovrebbero fornire una guida anticipatoria. Eliminare il cibo industriale deve essere la priorità numero 1.

Da Lustig RH, Lee PR. Processed Food: an experiment that failed .JAMA Pediatrics 2017;171:212-4

Traduzione di Sergio Conti Nibali

Grazie all’associazione “No Grazie Pago Io”

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

 

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Inquinamento, arriva l’accordo Salva-stalle

I Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente hanno siglato con Coldiretti un nuovo protocollo che definisce le zone vulnerabili ai nitrati106_milk-586x439

Un nuovo protocollo per definire le zone vulnerabili ai nitrati è stato siglato dal presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo e dai ministri dell’Agricoltura, Maurizio Martina, e dell’Ambiente,Gian Luca Galletti, nell’ambito del forum “Made in Italy dopo Expo 2015” promosso dal presidente della Coldiretti Lombardia, Ettore Prandini. Come dimostrano molteplici casi di cronaca, i rifiuti organici degli allevamenti possono diventare un problema di difficile risoluzione per le zone nelle quali vi è un’alta densità di allevamenti. Nelle zone vulnerabili ai nitrati, dove vengono rilasciati composti azotati in acque che risultano già inquinate o potrebbero diventarlo in conseguenza di tali scarichi, è attivo dall’11 novembre il divieto invernale di spandimento degli effluenti zootecnici (liquami, letame e simili), dei concimi azotati e degli ammendamenti organici, un divieto che sarà prolungato fino all’8 febbraio 2015 e che è rivolto alle aziende agricole di qualsiasi dimensione e indirizzo. In Italia le zone cosiddette vulnerabili corrispondono a circa 4 milioni di ettari che si concentrano nelle aree di pianura e rappresentano il 31,8% della superficie agricola utilizzabile secondo una mappa vecchia di vent’anni che rischiava di rendere fuorilegge numerosi allevamenti di Veneto, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna. Il protocollo sottoscritto da Coldiretti e dai ministeri di Agricoltura e Ambiente prevede che, entro 45 giorni, il governo emetta un decreto per ridefinire le zone vulnerabili, dopo il quale le Regioni avranno 30 giorni per disegnare una nuova mappa di gestione degli effluenti da allevamento. Una delle novità è rappresentata dal fatto che la nuova classificazione terrà conto dei carichi contaminanti derivanti da fonti di criticità non agricole. Per il presidente di Coldiretti Moncalvo si tratta di un vero e proprio salvataggio della filiera dell’allevamento nazionale, una condicio sine qua non per “assicurare la produzione di salumi e formaggi Made in Italy”.

 

Fonte:  Tekneco
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