Nigeria, un’autostrada rischia di cancellare la foresta degli Ekuri

gettyimages-56665845-1

Sviluppo contro ambiente, profitto contro comunità. La storia del land grabbing è universale, riguarda tutti. In Italia la comunità No Tav lotta da un quarto di secolo contro un’opera che numerosi studi hanno già descritto come inutile e dannosa, inAfrica la sottrazione dei terreni nel nome del progresso e del benessere è un modus operandi diffuso che prolifera grazie alla corruzione della politica a opera dei potentati economici. È dalla Nigeria che arriva l’ennesima storia della prevaricazione della politica nei confronti delle comunità locali, precisamente dallo stato di Cross River situato nel sud-est del paese, quasi al confine con il Camerun, nel cuore delle foreste pluviali della Nigeria. A essere minacciata è la comunità del popolo Ekuri, la cui sopravvivenza dipende totalmente dalle foreste che forniscono frutta, verdura, piante medicinali e altri prodotti che sono la base della loro cultura e della loro identità. In passato questo ecosistema è stato minacciato dall’industria del legname, ma, anche grazie alla costituzione della Ong Ekuri Initiative, la comunità Ekuri è riuscita a preservare il proprio habitat, proseguendo con la propria gestione comunitaria della foresta. Ora, però, una nuova minaccia per questa popolazione è rappresentata dalla costruzione di un’autostrada di 260 km che dalla costa dovrebbe giungere sino alla piccola città di Katsina-Ala, nello stato di Benue. Il progetto non apporterebbe alcuna miglioria poiché l’attuale strada statale, Calabar-Obudu, è già in grado di assorbire la quantità di traffico fra le due località. Il governatore dello stato ha disposto l’appropriazione di 10 km di terreno su entrambi i lati dell’autostrada a 6 corsie, un land grabbing che devasterebbe la foresta e gli equilibri ecosistemici da cui dipende la vita dei suoi abitanti.

Fonte:  Salviamo la Foresta

 

Annunci

Acqua “privata” in Africa: la lotta della Nigeria contro la Banca Mondiale

Il nuovo colonialismo in Africa non sta solo derubando il continente delle terre, si sta anche impadronendo delle risorse primarie, tra cui l’acqua. I fondi della Banca Mondiale sono legati a doppio filo alle privatizzazioni e molti governi ormai, corrotti o con il cappio al collo, condannano le popolazioni a una nuova schiavitù.acqua_africa

Non bastavano il Mali, il Sud Africa (6 Corporation hanno contratti), il Ghana (dove dopo la privatizzazione il costo dell’acqua è aumentato del 95% e un terzo della popolazione non ha accesso ad acqua pulita), la Namibia. Ora la Banca Mondiale preme sulla Nigeria per permettere a una partnership pubblico-privata di mantenere e ampliare la gestione dell’erogazione dell’acqua aumentandone i costi. Ma la popolazione si sta opponendo con tutte le sue forze. La capitale Lagos, che conta 21 milioni di abitanti, è il “boccone” che le Corporations si sono servite in tavola e bramano il resto della preda. «Da decenni la Banca Mondiale sta facendo di tutto per impedire lo sviluppo di un sistema pubblico di gestione – spiega Akinbode Oluwafemi, responsabile per i diritti ambientali di Friends of the Earth Nigeria – tanto che oggi nove persone su dieci non hanno accesso ad acqua potabile. Sappiamo bene quali interessi si nascondono dietro la trasformazione dell’acqua in un bene di mercato. Nel mio villaggio ho realizzato una pompa che permette ai vicini di avere libero accesso a questa preziosa risorsa e per questo ho ricevuto minacce dalle società che invece l’acqua la vogliono vendere a peso d’oro, poiché stavo mettendo a rischio i loro profitti. Ma non farò retromarcia. La Banca Mondiale ora sta tentando di convincere le comunità anche al di fuori della capitale che la privatizzazione dell’acqua è la risposta ai problemi della gente, se ne infischia dei processi democratici. Abbiamo ospitato a Lagos in questi giorni attivisti ed esperti per il Lagos Water Summit, co-promosso insieme a Corporate Accountability International. Ma abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce anche oltre confine, anche nel resto del mondo. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, per questo chiediamo ad ogni cittadini in ogni nazione di scrivere alla Banca Mondiale sollecitando lo stop al processo di privatizzazione (qui trovate la lettera da mandare e le istruzioni). Il nostro movimento vuole crescere nei prossimo mesi, ma abbiamo bisogno che il nostro problema diventi il problema di tutti». E Akinbode Oluwafemi sa bene come sia in corso non solo in Africa (con effetti assolutamente devastanti), ma anche negli altri paesi del mondo il processo di privatizzazione dell’acqua. In Italia la situazione non è affatto migliore. «C’è un preciso piano attraverso il quale il Governo intende rilanciare con forza il processo di privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni ma ciò avviene in maniera molto più subdola degli anni passati – ha spiegato Paolo Carsetti, del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua–  Tutti i provvedimenti elencati non esplicitano un attacco diretto all’acqua o ai servizi pubblici locali come fatto nel 2009 dal governo Berlusconi, l’attacco è strisciante, non si pronuncia la parola privatizzazione perchè è un tema su cui si è già registrato una sconfitta epocale ma la sostanza è la stessa. Il governo si muove dietro la propaganda che prova a descrivere uno scenario come quello della necessità di riduzione della spesa pubblica anche attraverso la razionalizzazione delle cosiddette partecipate o ex municipalizzate che sarebbero coacervo di sprechi, clientele e malapolitica. È la retorica che sta dietro a questa propaganda, con la quale si prova a raggiungere il medesimo obiettivo del governo Berlusconi: cedere al mercato la gestione dei servizi pubblici e dei beni connessi». «L’acqua è un bene comune e tale deve rimanere – aggiunge Shayda Naficy, direttore della Campagna Internazionale per l’Acqua di Corporate Accountability International (CAI) – quando se ne impadroniscono i privati, ecco che nascono fortissime disparità nell’accesso e nei costi».  Eppure, malgrado la Banca Mondiale continui a premere per la privatizzazione dell’acqua soprattutto nei paesi del Terzo Mondo, i dati rivelano che un’eleveta percentuale dei suoi progetto è in condizioni di stress. Il database dell’ente internazionale documenta un 34% di fallimenti. Nel 2013 il CAI ha inviato una lettera aperta alla Banca Mondiale per chiedere lo stop al sostegno dato ai progetti di privatizzazione, ma nulla è cambiato. Ma come si può dimenticare che l’accesso e il diritto all’acqua pulita sono la base della vita stessa?

Fonte: ilcambiamento.it

In Nigeria una nuova malattia causata dai pesticidi

Dopo aver debellato l’epidemia di Ebola, i medici nigeriani temono la diffusione di un nuovo virus letale. I timori legati all’ebola sono stati debellati, ma ora c’è un’altra malattia che sta preoccupando i medici della Nigeria che lo scorso anno hanno dovuto far fronte alla malattia propagatasi nell’Africa Occidentale. Nello stato di Ondo, uno dei 36 Stati della federazione, un morbo sconosciuto, letale nell’arco di 24 ore, ha già ucciso 18 persone. I sintomi sono l’alterazione della vista, il mal di testa e la perdita di coscienza.  Ciò che preoccupa i responsabili sanitari dello stato non è solamente la rapidità con cui porta al decesso, ma la velocità con cui la malattia si sta diffondendo. Mentre il portavoce dello stato di Ondo, Kayode Akinmade, ha parlato di “malattia misteriosa”, l’Oms ha smorzato i timori riguardo a un nuovo virus: i primi test effettuati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno infatti dato risultati negativi a infezioni virali e batteriche. Secondo il portavoce dell’Oms, allo stato attuale delle cose, l’ipotesi più probabile è che si tratti di un’intossicazione da pesticidi. Una cosa è certa: come confermato dal commissario della Salute nigeriano Dayo Adeyanju questa malattia (o intossicazione) letale attacca il sistema nervoso centrale. Un team di esperti dell’Oms sta affiancando le autorità sanitarie locali per vederci chiaro: c’è anche chi, come il leader locale Mosè Enimade ha fornito una spiegazione “esoterica” alle morti degli scorsi giorni: i decessi sarebbero stati causati dalla violazione del santuario di Molokun da parte di persone prive del privilegio di entrarvi. Una versione che è stata riportata da numerosi organi di informazioni, fra cui The Nigerian Observer.GUINEA-HEALTH-EBOLA

Fonte: Cnn

© Foto Getty Images

Nigeria, Shell risarcirà la comunità del Delta del Niger

I singoli pescatori e la comunità di Bodo verranno risarciti con 55 milioni di sterline, pari a 70 milioni di euro

Shell risarcirà con 55 milioni di sterline (70 milioni di euro) la comunità nigeriana danneggiata da due importanti fughe di petrolio nel 2008. Oggi, mercoledì 7 gennaio 2015, si chiude con un accordo privato fra la compagnia petrolifera e le vittime del disastro ambientale del 2008 una battaglia legale durata tre anni. In ben due occasioni, alla fine del 2008, due fughe di un oleodotto avevano provocato due devastanti disastri ambientali nella zona del Delta del Niger. La filiale nigeriana del gruppo anglo-olandese verserà 35 milioni di sterline ripartiti fra 15600 persone e 20 milioni di sterline destinati all’insieme della comunità di Bodo che vive sostanzialmente di pesca. Ci sono voluti oltre sei anni per arrivare a questo successo: le pressioni di Amnesty International su Shell avevano fatto sì che la compagnia petrolifera riconoscesse le proprie responsabilità, ma la compagnia petrolifera non era mai giunta a un accordo e all’orizzonte si profilava – su sollecitazione della comunità investita dalla marea nera – un processo all’Alta Corte di Londra che avrebbe dovuto iniziare nel maggio 2015. Ora l’accordo che prevede per i 15600 pescatori una tantum di 2200 sterline, pari a tre anni di salario minimo.

Noi siamo contenti per i nostri clienti e felici per la buona decisione presa da Shell, ma devo dire che è stata molto deludente avere dovuto attendere sei anni perché Shell prendesse seriamente questa questione e riconoscesse la vera natura dei danni causati da queste fughe sia sull’ambiente che coloro che ne dipendono per vivere,

ha dichiarato Martyn Day, avvocato dello studio Leigh Day che ha difeso la comunità di Bodo durante i tre anni di battaglia legale.Crimini-ambientali-Shell-1-586x389

Fonte:  Le Monde

© Foto Getty Images

I dieci luoghi più tossici della Terra

Il Blacksmith Institute e la Croce Verde Svizzera hanno stilato la classifica dei dieci luoghi più tossici della Terra. Eccolitop1-586x267

1) Agbobloshie, Accra, Ghana

Al primo posto nella graduatoria dei luoghi più tossici della Terra compilata dall’Istituto Blacksmith e dalla Croce Verde Svizzera c’è la discarica di Agbobloshie ad Accra, in Ghana, dove 40mila persone vivono in un’immensa città di rifiuti dove giungono annualmente 215mila tonnellate di vecchi elettrodomestici e computer provenienti dall’Europa. In questo luogo il livello di piombo è 45 volte superiore alla norma.

2) Chernobyl, Ucraina

top2-586x416

Il secondo posto è occupato da Chernobyl, in Ucraina, luogo in cui, nel 1986, si verificò il maggiore incidente nucleare della storia con 10 milioni di persone interessate dalle conseguenze dell’incidente. Da allora si sono registrati 4mila casi di cancro alla tiroide e il numero delle vittime continua a crescere.

3) Fiume Citarum, Indonesiatop3-586x389

Il terzo posto fra i luoghi più tossici del pianeta è occupato dal fiume Citarum, in Indonesia, dove 9 milioni di persone vivono in un bacino che tocca Jakarta e in cui 2000 fabbriche sversano materie pericolose come pesticidi, piombo, cadmio e cromo.

4) Dzerzhinsk, Russiatop4-586x431

Il quarto posto è Dzerzhinsk, in Russia, una città di 250mila abitanti che sconta ancor oggi il prezzo di essere stato il maggior centro di produzione di armi chimiche dal 1930 fino al crollo del comunismo. Nel 2006 l’aspettativa media di vita per le donne era di 47 anni, per gli uomini di 42.

5) Hazaribagh, Dacca, Bangladeshtop5-586x391

Il quinto luogo più tossico del pianeta è Hazaribagh, nella periferia di Dacca, uno slum in cui 160mila persone sono in balia degli effetti provocati dalle migliaia di materiali tossici che vengono sversati dalle fabbriche del luogo.

6) Kabwe, Zambiatop6-586x389

Il sesto posto è Kabwe, in Zambia, dove hanno sede enormi miniere di piombo attive da un secolo. Il livello di piombo nel sangue dei bambini del luogo è altissimo.

7) Kalimatan, Indonesiatop7-586x408

Settima posizione per Kalimatan, località dell’Indonesia dove 43mila persone entrano in contatto con il mercurio utilizzato per l’estrazione dell’oro e di altri metalli.

8) Rio Matanza, Argentinatop8-586x389

Ottava posizione per il rio Matanza (anche noto come Riachuelo), nella provincia di Buenos Aires: sono circa 15mila le fabbriche a rilasciare fluidi e materiali tossici sulle sue sponde e nelle sue acque.

9) Delta del Niger, Nigeriatop9-586x389

Nona posizione per il delta del fiume Niger in Nigeria, dove ogni anno vengono dispersi accidentalmente circa 240mila barili di petrolio. L’inquinamento è ormai entrato prepotentemente nella catena alimentare.

10) Norilsk, Russiatop10-586x391

L’ultima posizione della top ten è occupata da Norilsk, la città russa che da quarant’anni accoglie uno dei maggiori centri di produzione di nichel al mondo. Nel raggio di 30 chilometri le foreste sono totalmente sparite e l’inquinamento è tale che, annualmente, vengono liberate nell’atmosfera 2 milioni di tonnellate di diossido di zolfo.

fonte: Blacksmith Institute

 

 

Vittime del disastro ambientale in Nigeria rifiutano le ridicole compensazioni della Shell

La Shell è accusata di razzismo finanziario, per avere proposto compensazioni ridicole al disastro ambientale nel delta del Niger del 2008. Si ritiene che occorreranno 30 anni per bonificare l’area inquinata di 75 km²Crimini-ambientali-Shell-1-586x389

Gli abitanti della regione di Bodo, Nigeria hanno rifiutato in un’assemblea pubblica le ridicole compensazioni proposte dalla Shell per il disastro ambientale causato da due sversamenti di greggio nel 2008. La multinazionale aveva offerto un indennizzo complessivo di 36 milioni di euro, pari a circa1300 € per ogni famiglia di pescatori colpiti.  Questa cifra equivale a circa 2-3 anni di guadagno dalla pesca nel delta del Niger, ma la devastazione causata da Shell richiederà30 anni di bonifiche. Le esatte dimensioni della catastrofe possono essere apprezzate solo dall’aereo: oltre 75 km² di foreste di mangrovie, ruscelli, paludi e canali ricoperti da uno strato di petrolio. LE stime sulla quantità sversata variano ta 4000 barili a 300000.  Le comunità locali affermano che non è ancora stato fatto nulla e che i pozzi sono tuttora inquinati. Cinque anni dopo la marea nera, le vie d’acqua intorno a Bodo hanno ancora un aspetto apocalittico. «E’ dappertutto. Il vento soffia il petrolio sopra gli orti, il nostro cibo sa di petrolio, i nostri bambini sono malati ed abbiamo malattie della pelle. La vita qui si è fermata», ha dichiarato un pescatore che ha dovuto ridursi a raccogliere legna per sopravvivere. Poco dopo il disastro , la Shell aveva tentato di chiudere la partita, offrendo solo 5000 € come risarcimento complessivo. Ora l’asticella si è un po’ alzata, ma la cifra proposta è del tutto insufficiente, tenuto conto che la capitalizzazione della multinazionale raggiunge quasi i 200 miliardi di euro. Avendo rifiutato il patteggiamento, ora sarà il tribunale a definire l’ammontare del risarcimento. Molte ong occidentali hanno condannato pubblicamente la Shell per la sua meschina avarizia, ed hanno iniziato a parlare di razzismo finanziario. Sarebbe opportuno ricordarselo al prossimo rifornimento di carburante, oppure quando si deve ridefinire cosa fare dei propri risparmi.crimini-ambientali-shell-2

75 km² di delta del Niger contaminati, 30 anni per le bonifiche  

thn_crimini-ambientali-shell-3thn_crimini-ambientali-shell-4thn_crimini-ambientali-shell-5thn_crimini-ambientali-shell-6

Fonte: ecoblog