Negli ultimi sette anni abbiamo visto l’esplosione della piccola agricoltura in Italia. Parola di Nicola Savio

La piccola agricoltura a basso impatto ha avuto una crescita esponenziale nel nostro paese, dando vita a un movimento maturo, fatto di tante reti di piccoli produttori. Ne abbiamo parlato con Nicola Savio, che assieme alla compagna Noemi Zago porta avanti da anni una microfattoria familiare, Officina Walden, e commercia macchinari innovativi per un’agricoltura a bassissimo impatto ambientale. Lo avevamo – o meglio li avevamo, Nicola Savio e Noemi Zago – lasciati alle prese con una piccola fattoria familiare che stava appena nascendo, lo ritroviamo quasi otto anni dopo con un’attività fiorente, un commercio di macchinari per una agricoltura a basso impatto, persino la necessità di diminuire la produzione agricola per evitare il burnout da troppo lavoro. La cosa più incredibile di questi anni, tuttavia, è stata a detta di Nicola quello che è successo attorno a lui, nel resto del Paese.  Ma andiamo con ordine. La seconda puntata di “Dove eravamo rimasti” – il nuovo format video di Italia che Cambia in cui riprendiamo le fila delle prime interviste pubblicate per vedere come sono evoluti nel tempo i progetti – ci porta nelle campagne vicino Ivrea, dove vivono Nicola e Noemi.  

Nicola Savio

La loro prima intervista (che trovate qui) era stata la seconda in assoluto pubblicata sul giornale Italia che Cambia. L’articolo è del 2013, ma il girato è dell’anno precedente. Stavolta di fronte alla telecamera c’è solo Nicola, che però ci rassicura: «Con Noemi siamo ancora felicemente sposati e nostro figlio è cresciuto un bel po’. Solo non le piace apparire davanti a una videocamera»

«Sono passati otto anni – commenta Nicola – e di cose ne sono cambiate tante. Quando Daniel passò a girare il video avevamo appena finito di costruire la casa in cui abitiamo e uscivamo da 3-4 mesi di vita tra il cantiere di casa e un camper nel quale avevamo trascorso l’inverno. Ed era quello il motivo dell’aspetto “asciugato”».

In effetti l’aspetto di Nicola è piuttosto cambiato nel tempo, capelli più lunghi, qualche chilo in più, un’aria più riposata. «La situazione di allora era al limite. Fortunatamente le basi che abbiamo messo in quel momento sono ci hanno permesso di crescere, di mettere su un po’ di ciccia e di prosperare allegramente nel nostro piccolo progetto». 

Piccolo progetto che nel frattempo si è stabilizzato ed è cresciuto, diventando una microfattoria familiare, chiamata Officina Walden, che produce verdura per il mercato locale attraverso un sistema di abbonamento e cassette, sullo stile delle Community supported agriculture, un modello nato negli Usa e diffusosi anche da noi basato sulla consociazione fra produttori e consumatori.  All’attività di coltivatore, da qualche anno Nicola ha affiancato anche quella di rivenditore di attrezzatura tecnica per un’agricoltura a basso impatto. «Nello strutturare la nostra attività abbiamo scoperto degli strumenti, delle attrezzature e delle tecniche di pianificazione e di progettazione che abbiamo cominciato a divulgare. A un certo punto ci siamo resi conto che una delle cose che un mancava nel panorama della piccola agricoltura italiana erano proprio gli attrezzi e la conoscenza di come usarli. Quindi ci siamo buttati in questo nuovo campo tant’è che adesso il nostro lavoro si divide a metà: da un lato la produzione di cibo, dall’altro il lavoro di supporto per chi sta facendo il nostro stesso percorso, attraverso il rifornimento di attrezzature e una formazione continua».

Oltre alla crescita dell’attività familiare, Nicola è testimone – e forse anche un pizzico testimonial – della crescita vertiginosa della piccola agricoltura non invasiva in Italia. «La crescita di questo movimento è stata quasi esponenziale, dieci anni fa io ero uno dei pochi che faceva cose del genere, oggi ce ne sono centinaia, migliaia. Siamo collegati a tante piccole reti di produttori, progetti che lavorano bene, crescono, si stabilizzano. Che fosse un fenomeno in crescita era evidente già otto anni fa, ma ci sono caratteristiche diverse fra queste due “ondate”. Allora parte dei progetti rischiavano di fallire perché erano basati più sull’idea del ritorno alla campagna che sul lavoro e lo sviluppo di professionalità. Ma chi è riuscito a superare quelle difficoltà iniziali ed è rimasto in piedi, oggi sta dando vita a questa seconda primavera, più consapevole».

Nemmeno la pandemia sembra aver fermato la crescita di queste esperienze. Anzi, sembrerebbe essere successo il contrario. «Le piccole realtà, che erano anche quelle più flessibili, più in grado di modificare il proprio assetto in corsa, sono riuscite a svilupparsi ad aumentare i propri clienti, ad aumentare la propria rete di relazioni. Durante il lockdown molte persone non potevano o non volevano più andare ai supermercati, perciò hanno iniziato ad approfittare dei produttori vicini a casa loro. Produttori che in molti casi si sono anche attrezzati con sistemi di consegne a domicilio, per cui molti sono cresciuti. E forse per la prima volta tutta la rete di piccoli produttori si è presentata al mondo come un’entità professionale: non più come persone che hanno pensato di trasferirsi in campagna e vivono in mezzo alle galline, ma come gli unici in grado di farti arrivare il cibo a casa». 

Molti fra i lettori di Italia che Cambia sognano, o stanno pianificando, o stanno già intraprendendo iniziative simili a quella di Nicola, e allora non possiamo non chiedergli quali consigli può dispensare a chi stia iniziando adesso. «Per gli aspetti pratici consiglio prima di tutto e contattare qualche ente locale che si occupi di agricoltura, che sia Confagricoltura, la Coldiretti, o quello che capita tra le mani, perché loro hanno informazioni su burocrazia e pratiche necessarie per quella che comunque è un’attività professionale». 

«Noi siamo partiti con l’idea che non volevamo avere nessun debito, perché non avevamo soldi da parte per coprirli, i debiti, e non c’era nessuna certezza di guadagnare abbastanza in futuro. Per cui siamo partiti piccoli, con una semplice partita Iva in regime di esenzione e poi piano piano siamo cresciuti. Certo, niente vieta di aprire fin da subito un’azienda agricola, accedere ai fondi, però lì si va direttamente su un campo in cui bisogna fare un business plan, diventa tutto più articolato». 

Un aspetto importante è scegliere dove aprire la propria attività. «Sconsiglio vivamente a chiunque voglia fare una cosa del genere di ritirarsi in un eremo. La base del nostro sostentamento è la vendita di parte dei nostri prodotti sul mercato locale, perciò deve esistere un mercato locale. Molti dei progetti che abbiamo visto fallire erano progetti di persone che avevano scelto di vivere magari in valli bellissime, con panorami stupendi, ma dove non c’è anima viva nel raggio di 50 chilometri». 

Prima di salutarci, Nicola ci lascia con un auspicio. «Se dovessimo risentirci fra 8 anni, mi auguro che siano aumentati ancora i miei colleghi, e che i mercati locali così come le realtà delle produzioni locali siano ormai dati per scontati, diventati la normalità».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/01/esplosione-piccola-agricoltura-italia-nicola-savio/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Agricoltura contadina e filiera corta possono salvarci. Ma riusciranno a salvare se stesse?

La crisi della filiera alimentare dovuta alla pandemia apre spazi di cambiamento interessanti. Cosa possiamo fare per favorire la nascita di una filiera più resiliente ed equa del cibo? E quali aspetti dell’agricoltura contadina attuale dobbiamo lasciar andare affinché possa cogliere l’occasione che la storia le pone di fronte? Ne parliamo con Nicola Savio, permacultore e vecchia conoscenza di Italia che Cambia, e con Davide Biolghini della Rete Italiana di Economia Solidale. Ne abbiamo sentite e continuiamo a sentirne tante, in questi giorni anomali. Chi è convinto che il virus cambierà il mondo, chi spera in un rapido ritorno alla normalità, chi, portando ottimi argomenti, mette in guardia che “la normalità era il problema”. Stiamo proiettando su questa situazione i nostri desideri più intimi tanto quanto le nostre più profonde paure. È vero, questa pandemia cambierà molte cose, ma la direzione di questi cambiamenti non le deciderà il virus. Le decideremo – più o meno consapevolmente – noi. 

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Uno dei tanti settori in cui si aprono interessanti finestre di cambiamento è quello della produzione, distribuzione e consumo di cibo. Abbiamo osservato con sgomento le code interminabili di fronte ai supermercati, preludio a scaffali spesso semivuoti – dal Regno unito sono arrivate voci di scenari ancor più catastrofici. Consegne in ritardo, shop online intasati e con attese lunghissime. E il peggio potrebbe essere ancora di là da venire: la fuga della manodopera a basso costo – perlopiù stranieri tornati in patria subito prima del lockdown – sta lasciando buona parte dei raccolti a marcire nei campi mettendo a rischio la sicurezza alimentare. La crisi sanitaria ha messo a nudo la totale inadeguatezza della filiera alimentare, costruita per massimizzare l’efficienza a discapito della resilienza. In questo contesto parlare di come produciamo e distribuiamo il nostro cibo diventa improvvisamente un argomento centrale per tutti. Per capire quali sono i problemi e le opportunità di questa situazione nuova mi sono fatto due chiacchierate, la prima con Nicola Savio, agricoltore esperto di permacultura e vecchia conoscenza di Italia che Cambia, la seconda con Davide Biolghini, membro del consiglio direttivo della Rete Italiana di Economia Solidale. Provo a mettere insieme i pezzi e riassumervi quello che ho capito.

Crisi o opportunità?

«In questo periodo – mi spiega Davide – la domanda di prodotti biologici e anche di sistemi di distribuzione locale come quelli dei Gruppi d’acquisto solidali (Gas) sta crescendo. Buon Mercato, ad esempio, l’esperienza di ‘supergas’ nel corsichese, ha visto aumentare del 30-40% gli ordini da parte di famiglie nuove che si sono avvicinate in questa circostanza». Come spesso accade, la crisi è stata occasione per mettere in atto soluzioni creative: «Da un lato c’è stata disponibilità da parte di alcuni piccoli e medi produttori di aumentare i punti di distribuzione: La Terra e il Cielo, ad esempio, ha iniziato a consegnare gli ordini in più punti diversi, evitando ai gasisti di doversi recare tutti assieme al punto di raccolta, che per alcuni era persino fuori dal proprio comune di residenza. Alcune persone, poi, si sono offerte di fare consegne a domicilio a famiglie o gruppi di famiglie che avevano particolari difficoltà. Anche alcuni produttori ora fanno la consegna a domicilio, cosa che prima non veniva fatta».

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Davide Biolghini

Anche Nicola mi conferma una crescita notevole delle richieste nei confronti di molte aziende agricole medio-piccole. «Oltre a me – spiega – penso ai miei amici di Prati al Sole, che vista la situazione hanno provato a riorganizzarsi per fare consegna a domicilio: hanno finito tutta la produzione che avevano programmato per quella settimana in 24 ore. E in un raggio dall’azienda di due chilometri. E come loro molti altri: chi si è organizzato con gruppi Whatsapp, chi con gruppi Facebook. In momenti di crisi la creatività viene fuori, se si hanno gli occhi per vedere le opportunità».

Tuttavia non tutta l’agricoltura contadina sembra godere di vento favorevole. Molti produttori stanno soffrendo per la chiusura dei mercati all’aperto, compresi quelli contadini e rischiano di buttare parte del raccolto. Altri chiedono l’intervento dello Stato, con finanziamenti mirati a sostenere le aziende in difficoltà. Tuttavia la riapertura dei mercati e i finanziamenti sono soluzioni che possono tamponare l’emergenza, ma difficilmente possono migliorare la situazione a medio-lungo termine. «Ho l’impressione – continua Nicola – che stiamo provando a risolvere un problema non classico adottando soluzioni classiche. Non ci siamo mai trovati in una situazione del genere, è totalmente nuova, molte cose si sono stravolte. Il problema è cosa fare di questo stravolgimento. Se le uniche richieste dei piccoli agricoltori sono i finanziamenti pubblici e la riapertura dei mercati non abbiamo risolto niente. È come mettere un cerotto su un taglio che i parte dall’inguine e arriva fino al collo.»

Nicola Savio

È possibile prendere il meglio che questa occasione ci offre e cambiare la filiera alimentare? O la pandemia segnerà il tracollo dell’agricoltura contadina? «Secondo molti – chiosa Davide – ci sono tre scenari: o si cerca di tornare al prima, alla cosiddetta normalità, o ci sarà uno strapotere delle filiere lunghe dell’agroindustria, nonostante siano concausa dei cambiamenti climatici e in maniera indiretta anche della diffusione delle pandemie; o si coglie l’occasione di questo spazio per dare maggiore peso alle pratiche dell’economia sociale e solidale, dell’agricoltura contadina e dei sistemi di economia locale». 

Cosa dobbiamo cambiare

Cosa possiamo fare per favorire la nascita di una filiera più resiliente ed equa del cibo? E quali aspetti dell’agricoltura contadina attuale dobbiamo lasciar andare affinché possa cogliere l’occasione che la storia le pone di fronte? «Un primo aspetto in cui è necessario un salto di qualità è la pianificazione. Noi agricoltori – mi spiega Nicola – non siamo abituati a pianificare. L’idea di base è sempre stata: io produco, poi se vendo bene, altrimenti mi arrabbio e chiedo gli aiuti allo stato. Aiuti che per i piccoli, fra l’altro, si sono fatti negli anni sempre più risicati e inarrivabili. Ma così viene meno l’obiettivo vero dell’agricoltura, che sarebbe quello di sfamare le persone. Per tornare a svolgere un ruolo centrale e utile la piccola agricoltura deve ritrovare la capacità di pianificare la produzione».  

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Matteo Mazzola dell’Azienda agricola Iside con uno degli attrezzi agricoli per una agricoltura a bassissimo impatto che Nicola Savio vende tramite Officina Walden.

Un secondo aspetto da lasciar andare, sempre secondo Nicola, sono le colture iperspecializzate. Se l’agroindustria produce cibo tutto uguale su larga scala per sfamare la massa, un ramo della piccola agricoltura ha ripiegato (ingolosita dai finanziamenti) sul produrre prodotti di alta qualità per piccole nicchie benestanti. Anche in questo caso vengono a galla tutti i limiti delle politiche agricole: «L’agricoltura dovrebbe essere l’apice della resilienza: diversificare, in modo che se non va bene una coltivazione ne va bene un’altra. E se proprio va malissimo mangio io e dopo vediamo. Invece i finanziamenti ti portano a fare scelte sbagliate. Fra l’altro vista dall’ottica di questi piccoli produttori adesso sarà dura: se hai piantato solo prodotti di nicchia che vendi a caro prezzo, chi te li compra adesso che siamo in piena crisi di liquidità?»

Quali modelli per il futuro?

Quali soluzioni abbiamo nel cappello, o per meglio dire nel paniere? «Più che soluzioni – continua Nicola – possiamo osservare i modelli che stanno funzionando e prenderne spunto. Penso alle CSA (Comunità che supporta l’agricoltura, un modello comunitario di gestione dei terreni e di pianificazione della produzione, ndr), o a soluzioni simili. In generale i modelli che stanno funzionando di più sono quelli che costruiscono una relazione diretta e continuativa con i clienti o soci, adattandosi alle loro esigenze. Spesso si vendono dei pacchetti annuali, che prevedono una fornitura settimanale.»

Anche i Gas si stanno muovendo in direzione simile, e da tempo è in corso un ripensamento del loro modello per trasformarli in qualcosa di più vicino a una Csa. Mi dice Davide: «Da tempo stiamo proponendo dei patti tra consumatori consapevoli e produttori responsabili, in cui cambia la relazione fra i due soggetti, che attualmente è ‘liquida’ e spesso sbilanciata a favore dei gasisti che hanno maggiore potere e scelgono di volta in volta quali prodotti acquistare, quando e come. Rispetto a questo sistema di relazioni il patto impegna ambedue le parti: il gas ad acquistare una certa quantità di prodotti, magari anche con anticipo di una quota, il produttore a rendere trasparente ed equa la formazione del prezzo». 

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La Terra e il Cielo

Attualmente Co-energia, l’associazione di Gas e Des che si occupa di patti e convenzioni nel campo della produzione del cibo e della energia (di cui Davide è presidente) gestisce due patti principali, uno storico con La Terra e il Cielo, e l’altro più recente con i piccoli agricoltori campani della La Buona Terra – in quest’ultimo caso il patto prevede anche l’anticipo del 40% rispetto agli ordini previsti per garantire i piccoli produttori nella semina e nella coltivazione dei prodotti. «La cosa che mi sembra molto importante sottolineare – continua Davide – è che i patti alimentano un fondo di solidarietà che permette di finanziare progetti di economia solidale.» 

C’è poi l’ultimo sviluppo dei gruppi d’acquisto, i condomini solidali, nati da un’iniziativa della Rete di economia sociale e solidale di Roma. Sono condomini che si organizzano per farsi consegnare gli ordini a domicilio dai produttori. Per il produttore diventa più conveniente perché accorpa vari ordini in un’unica consegna, mentre per i condomini può diventare un modo per rafforzare le relazioni di vicinato. «Ne esistono già alcuni attivi a Roma e adesso abbiamo anche una mappa che geolocalizza tutti i punti di ordine/consegna/ritiro dei condomini.» L’idea del condominio sembra interessante anche per la possibilità di coinvolgere persone che normalmente non si iscriverebbero a un gas, ma che potrebbero essere ugualmente interessate a una fornitura di cibo locale e di qualità. Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/agricoltura-contadina-filiera-corta-possono-salvarci-riusciranno-salvare-se-stesse/?utm_source=newsletter&utm_medium=email