I rifiuti radioattivi del fracking sono finiti nelle discariche di New York

Nonostante il divieto di trivellazione, 460000 tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi da fracking sono arrivati in sette discariche dello stato. Per decisione del governatore democratico andrew Cuomo, lo Stato di New York ha recentemente vietato il fracking su tutto il suo territorio. Tuttavia cio’ non e’ bastato a mettere al riparo il territorio dai danni di questa tecnologia devastante dal punto di vista ambientale. Come documentato dal gruppo ambientalista Environmental Advocates of New York (EANY), 7 discariche dello stato hanno accettato i fanghi di scarto del fracking della vicina Pennsylvania, circa 460000 tonnellate di rifiuti solidi e 23 barili di rifiuti liquidi. Questi materiali di scavo contengono metalli pesanti e radioattivi (vedi video in alto). Secondo EANY il Dipartimento di Protezione Ambientale non ha adeguatamente monitorato la situazione permettendo lo stoccaggio di rifiuti pericolosi. Il Dipartimento rigetta le accuse, sostenendo che si tratta solo di materiale di scavo superficiale e di fanghi essiccati che non contengono reagenti chimici. Conferma pero’ il rischio di radioattivita’. Secondo il gruppo ambientalista, il governatore dovrebbe vietare lo scarico di scarti da fracking. Questo rappresenterebbe un ulteriore difficolta’ per l’industria petrolifera che evidentemente non riesce piu’ a smaltire i rifiuti in Pennsylvania se deve sobbarcarsi il costo del trasporto. La trivellazione di un pozzo genera circa 400 m³ di materiale di scarto e in Pennsylvania ne sono stati trivellati 9000.

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Fonte: ecoblog.it

New York, bandito il polistirolo per cibo e bevande

 

Dopo San Francisco, Seattle e Portland, il polistirolo utilizzato per contenere cibo e bevande viene messo al bando anche a New York. Dal prossimo primo luglio i famosi contenitori bianchi take away dovranno sparire da tutte le attività che ne fanno uso, dal momento che non è stato possibile avviare una filiera di riciclo381536

Via il polistirolo dagli imballaggi per il take away. Con il provvedimento il sindaco Bill de Blasio porta a compimento una missione iniziata dal suo predecessore Michael Bloomberg, soprannominato anche sindaco salutista per le sue battaglie contro l’obesità e il fumo. Secondo alcuni gruppi ambientalisti, i contenitori di polistirolo macchiati di cibo e grasso stanno intasando le discariche:circa 23/mila tonnellate di polistirolo vengono gettate via ogni anno a New York con un costo per la città di almeno 86 dollari a tonnellata. Verso la fine del suo mandato, Bloomberg aveva cercato un compromesso con le aziende produttrici di contenitori, invitandole a dimostrare che il polistirolo può essere riciclato e rivenduto. Ad oggi nulla di fatto, cosi dalle parole si è passati ai fatti.La Grande Mela tuttavia non è la prima città americana ad aver adottato la misura. Il divieto è già in vigore a San Francisco, Seattle e Portland.

fonte: ecodallecitta.it

Lauren Singer, la ragazza che non produce rifiuti

Ventiquattro anni, americana di New York, due anni fa ha deciso di aprire il blog Trash is for Tossers, dove documenta la sua vita a rifiuti zero. «Amare la natura e studiare scienze ambientali non significa vivere nel rispetto dell’ambiente. Ora che ho questa vita sono incredibilmente felice», spiega nell’intervista al nostro giornale.

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«Ci sono due semplici misure da adottare per ridurre i rifiuti: la prima è la valutazione, ovvero osservare la propria vita quotidiana; la seconda è la transizione, cioè ridimensionare e smaltire le cose inutili». Ad avere le idee molto chiare è Lauren Singer, ventiquattrenne di New York, che ha deciso, da poco più di due anni, di vivere una vita senza produrre rifiuti, documentando il tutto sul suo blog Trash is for Tossers. Noi l’abbiamo intervistata.
Salve Lauren, quando ha deciso di fare questa scelta? E perché? «E’ stato circa due anni fa, quando studiavo a New York. Sono sempre stata appassionata di ambiente e sostenibilità e così decisi di iscrivermi alla Facoltà di Studi Ambientali. Una mia compagna di corso era solita sprecare enormi quantità di plastica ogni sera per prepararsi la cena e tutto poi finiva inevitabilmente nell’immondizia. Vedere questo spreco, giorno dopo giorno, cominciò a provocarmi un gran disagio. Un giorno tornai a casa dall’università molto turbata dopo aver di nuovo assistito allo spreco di tutta quella plastica che veniva gettata nell’immondizia. Al momento di prepararmi la cena, aprii il frigorifero e fui sconvolta dal rendermi conto che tutto ciò che era in esso contenuto era confezionato nella plastica! Ero pessima quanto lei che ne sprecava tonnellate. Così presi la decisione: da quel momento in poi avrei smesso di usarla perchè mi dava fastidio vedere la gente farlo. Non utilizzare plastica significava imparare a confezionare da sola quello di cui facevo uso quotidiano. Significava anche dover fare tante ricerche. Dovevo apprendere come autoprodurre tutto ciò che altrimenti avrei dovuto acquistare in plastica, come dentifricio, prodotti di igiene e di bellezza. Navigando in internet alla ricerca di tutorial utili al mio proposito, mi sono imbattuta in “Zero Waste Home”, un blog creato da una donna californiana madre di due bambini. Lei riusciva a vivere senza produrre rifiuti con una famiglia di quattro persone! Fui molto colpita e ispirata da quella famiglia:  se ci riuscivano loro, che erano in  quattro, non potevo non riuscirci io. Sarebbe stata un’avventura incredibile e uno stile di vita che condividevo appieno. Ma amare la natura e studiare scienze ambientali non significava necessariamente vivere nel rispetto dell’ambiente. Ora, che ho una “vita a spreco zero”, vivo nel modo che si allinea alla mia visione del mondo. E questa cosa mi rende incredibilmente felice».

Perché il nome “Trash is for tossers”? La traduzione nella nostra lingua è forte: “la spazzatura è da idioti”, senza usare parolacce… «Per il mio blog ero indecisa fra tanti nomi ma nessuno mi convinceva. Poi un giorno, mentre guardavo la tv, ho sentito una ragazza inglese dire “Tossers” ed ho avuto l’illuminazione. All’inizio avevo pensato a “Waste is for Tossers”, ma, poiché amo i giochi di parole e le allitterazioni, ho scelto “Trash is for Tossers”».
Quali sono le difficoltà che ha incontrato all’inizio? E quelle che ancora incontra tutt’oggi?«All’inizio è stato arduo capire come realizzare tutti i prodotti di cui avevo bisogno. Non esistevano fonti a cui attingere per trovare ricette che facessero al caso mio. Dopo varie ricerche, prove ed errori ho raggiunto risultati ottimali. Una volta trovate le formule giuste, il resto è stato davvero semplice».

Sul suo blog ha pubblicato una fotografia che rappresenta quattro mesi di spazzatura in un solo barattolo. Come è riuscita a produrre così poco? Com’è possibile? Per esempio, il cibo e i vestiti sono beni necessari per le persone…
«Ho raggiunto il mio obiettivo di vita a spreco zero identificando quale esso fosse e poi cercando di capire il modo per ridurlo. Comprare cibo senza imballaggi e in grandi quantitativi mi ha aiutata a ridurre sensibilmente i miei sprechi, come ricomporre gli scarti del cibo anziché gettarli via. Non compro abiti nuovi ma solo usati, se proprio non posso farne a meno. Mi faccio bastare un guardaroba essenziale».

La sua famiglia e i suoi amici cosa pensano del suo stile di vita? «Loro sono forti sostenitori del mio stile di vita. A loro piace la passione che metto nel seguirlo. Non li avevo mai visti adottare i piccoli accorgimenti che uso io nella loro vita quotidiana. Ad esempio, i miei amici usano buste riciclabili per fare acquisti all’ingrosso o portano in giro barattoli di vetro da riempire in giro. Anche mio padre mi ha detto di aver ridotto la quantità di rifiuti che produceva. Questo mi rende molto felice perché non ho mai detto a nessuno di vivere a modo mio; io seguo il mio stile di vita e se qualcuno ha domande da pormi al riguardo, rispondo senza problemi. Così chi mi sta intorno ha deciso di diminuire l’impatto sull’ambiente di propria iniziativa e questo significa davvero molto».

Sul suo blog sono in vendita dei prodotti a rifiuti zero, creati proprio da lei. Per fare questo, ha aperto un’azienda. Di cosa si tratta? «Oramai sono anni che mi fabbrico le cose da sola. Tanta gente mi chiede dove poter acquistare cose simili a quelle che io mi confeziono da sola, perché non ha il tempo per farsele. Non mi sono mai sentita di raccomandare qualcosa che fosse disponibile nei negozi, oltre ai prodotti per pulire, perché non mi sono mai fidata delle materie spacciate per “ecocompatibili” dalle aziende. Questo mi ha dato una grande spinta motivazionale per fondare la mia società “The Simply Co.”, che produce prodotti detergenti sostenibili ed organici davvero semplici, efficaci, e che ho fatto per anni. Sono completamente vegetali e contengono soltanto gli ingredienti di eccellente qualità. Il nostro primo articolo è un detergente fatto di tre ingredienti, sicuro per il corpo, per la casa e l’ambiente e non vediamo l’ora di espandere la nostra linea di prodotti».

Leggi l’intervista in lingua inglese

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Fonte: ilcambiamento.it

Rifiuti zero per due anni: la ricetta di Laurent Singer

Lauren Singer è una ragazza che abita a New York e che in due anni non ha prodotto rifiuti. Scopriamo come ha fatto. Lauren Singer ha 23 anni e vive a New York. Ha una laurea in Scienze ambientali e mette in pratica il suo rispetto per l’ambiente evitando di produrre rifiuti. Zero waste, dunque non è una filosofia ma una vera e propria pratica che consente a tutti di agire in prima persona scegliendo di non produrre rifiuti. Ma come si fa? E poi a New York patria del consumismo spinto? Lauren nel suo sito Trash is for tossers spiega dettagliatamente come sia riuscita nei primi 4 mesi a generare i rifiuti che vedete nel vasetto accanto, ma che poi saprà pure come riciclare, anche se non vi svelo la sorpresa.fourmonthsoftrash-300x170

Per eliminare ogni sorta di spazzatura ha iniziato a usare oggetti durevoli in casa eliminando la plastica che ha sostituito con il vetro ma intervenendo anche con i detersivi e passando all’auto produzione. Per magia sono sparti i rifiuti dalla sua casa. Una soluzione molto interessante l’ha trovata per gli spazzolini da denti: ne ha scelti in bambù e setole riciclabili e dunque destinati alla compostiera. Molto utile la pagina in cui mostra le alternative scelte per evitare di produrre rifiuti: noterete che non si è privata, ad esempio, dei dischetti per pulire la pelle, scegliendo i prodotti riciclati e riciclabili; oppure non ha rinunciato agli anticoncezionali scegliendo per sé e il partner condom in lattice naturale certificati vegan. Quando fa a fare la spesa, è vegetariana e compra solo prodotti locali e bio, porta con sè dei contenitori di vetro che riempie dei prodotti sfusi che le occorrono come il muesli, ad esempio e dunque così elimina l’acquisto del packaging da gettare poi via; per gli ordini al ristorante take away telefona prima chiedendo se accettano che il cliente gli fornisca i propri contenitori; anche per il make up a cui non rinuncia sceglie prodotti di aziende che producono con materie prime certificate biologiche e packaging riciclabile. Questo stile di vita non le impedisce nulla: riesce, organizzandosi a partecipare a cene con le amiche, a ricevere in casa o a andare al cinema e al ristorante. Anzi Lauren da questa esperienza ha ricavato anche un progetto che sta mettendo in piedi grazie all’aiuto dei suoi fans: ovvero raccogliere 10 mila dollari per iniziare a produrre un detersivo naturale per lavatrice da distribuire a New York.spesa-zero-waste-620x350

Foto | Trash is for tossers

Fonte: ecoblog.it

#FloodWallStreet, un’onda blu per salvare il pianeta

In concomitanza con il vertice sul clima a New York, indetto dal segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, migliaia di attivisti marceranno nel cuore della città per dire no al capitalismo responsabile dei cambiamenti climatici. Presenti la scrittrice Naomi Klein e il premio Pulitzer Chris Hedges.floodwallstreet

Mentre i leader mondiali si incontrano domani per uno storico vertice sul clima organizzato dalle Nazioni Unite e indetto da Ban Ki-moon, migliaia di persone oggi, provenienti da tutto il mondo e vestite di blu come l’acqua del mare, inonderanno Wall Street,dando vita al#FloodWallStreet, un sit in di protesta pacifica contro le istituzioni politiche, sociali ed economiche responsabili della crisi climatica nel mondo. Alla presenza di autori-attivisti come Naomi KleinChris HedgesRebecca Solnit, i manifestanti sono pronti a marciare verso il cuore finanziario di New York: ci saranno bande musicali, grandi pupazzi, una bandiera Flood Wall Street di 300 piedi, e tutto all’insegna della non violenza e della disobbedienza civile, ma con la consapevolezza di poter essere arrestati dalle forze di polizia, come viene esplicitamente riportato sul sito ufficiale dell’evento. “Flood Wall Street” si svolge il giorno dopo la People’s Climate March (ieri per chi legge, ndr), considerata la più grande manifestazione della storia per salvare il pianeta, organizzata da350.org, una ong attiva in oltre 188 paesi ma con base in Ame­rica, e che sta costruendo un movi­mento glo­bale sul tema dell’ambiente. L’onda blu è la risposta ad una richiesta di azione non violenta da parte del Climate Justice Alliance, una coalizione di organizzazioni di persone di colore e della classe operaia: “Unisciti a noi e solidarizza con le prime linee della resistenza in tutto il mondo, partecipando ad un’azione non violenta contro le corporazioni che guidano l’economia estrattiva”, questa la chiamata per il grande raduno di oggi. Tante le sigle che ne faranno parte, tra le quali ovviamente anche i “veterani” diOccupy Wall Street. «I cambiamenti climatici e gli eventi meteorologici estremi – afferma Michael Premo, uno degli organizzatori – come ad esempio le inondazioni che abbiamo visto qui a New York con l’uragano Sandy, sono causati dall’industria dei combustibili fossili. Come l’acqua, stiamo inondando Wall Street perchè sappiamo che la causa maggiore del repentino cambiamento climatico mondiale è il sistema capitalistico che mette al proprio centro il profitto anziché le persone e il pianeta intero». L’azione del Flood Wall Street ha anche lo scopo di evidenziare le condizioni delle classi più colpite dalle conseguenze dei disastri ambientali, come gli indigeni, le comunità di colore e le fasce a basso reddito che vivono nelle zone a rischio. «Sono loro ad essere colpite per primo da tempeste, inondazioni e siccità – ha affermato Michael Leon Guerrero del Climate Justice Alliance – Inondiamo Wall Street per dire stop al finanziamento della distruzione del pianeta e per fare invece spazio a sistemi economici favorevoli al benessere delle persone e del pianeta». Entrambe le manifestazioni, la People’s Climate March e la #FloodWallStreet, ricordano le strategie comunicative di Occupy Wall Street, ovvero, se ne comincia a parlare mesi prima sui social network, facendo trapelare che qualcosa di grande avverrà di lì a poco. Importante, da questo punto di vista, anche il documentario Disruption, uscito ai primi di settembre e disponibile online, a cui il movimento di protesta si ispira.

 

Disruption – Official Trailer from Watch Disruption onVimeo.

Fonte: ilcambiamento.it

Marcia per il clima: stellare a New York con 400 mila presenze e flop a Roma, perché?

La marcia per il clima è stata un successo ovunque: a New York hanno sfilato per le strade cittadine in 400 mila, mentre in Italia il corteo era ridotto a poche centinaia di persone: perché? La marcia per il clima è stata un successo planetario con 400 mila persone che hanno sfilato nella sola New York, sede principale dell’evento poiché domani si apre il Climate Summit 2014 per la 69esima assemblea generale dell’ONU. Si parlerà proprio di clima domani e si discuterà con i vari rappresentanti de governi di quali azioni intraprendere e in che misura per contrastare i cambiamenti climatici. Era presente anche il nostro ministro per l’Ambiente Gian Luca Galletti che dal sito del ministero ha annunciato anche la sua partecipazione alla marcia globale. Ma a animare la marcia di New York anche tante celebrities e esponenti politici: da Leonardo Di Caprio a Mark Ruffalo, da Ségolène Royal ministro per l’Ambiente francese a Jane Goodall scienziata e attivista ambientalista, da Sting a Bill De Blasio sindaco di New York a Al Gore: tutto il mondo c’era.People's Climate March

People's Climate March

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Erin Brockovich avvocato e ambientalista che ha ispirato con la sua storia il film con Julia Roberts, Forte come la verità e per cui l’attrice ha portato a casa l’Oscar, commenta sulla sua pagina facebook l’incredibile successo della marcia di ieri a New York: Ma se a New York, Rio de Janeiro, Bruxelles, Bordeaux per citare solo alcune delle città presentate nella gallery fotografica il successo è stato a tutto tondo, non si può dire la stessa cosa della manifestazione di Roma organizzata e promossa dal Coordinamento Power Shifta cui hanno aderito diverse ONG con l’obiettivo di spingere il tema dei cambiamenti climatici in cima alle agende politiche nazionali e internazionali.US-CLIMATE-DEMO

Purtroppo dopo un anno la prima risposta avuta ha coinciso proprio con la giornata della Marcia globale per il clima a Roma che ha visto una esigua partecipazione, tutta racchiusa nel cuore che vedete sotto: perché?

Qualcuno ha azzardato una possibile spiegazione: la notizia non era stata diffusa dai telegiornali. Eppure i movimenti globali grassroots come li chiamano gli americani, o movimenti di base diremmo noi, sono molto forti grazie a sistemi di aggregazione che usano internet e i social network per organizzarsi nelle manifestazioni, saltando in moltissimi casi proprio i canali di informazione del mainstream, quali giornali e tv. Forse in Italia manca una coscienza ambientale? Non credo, noi italiani siamo sensibili e spesso rispondiamo in maniera incisiva alle richieste di tutela dell’ambiente. Questa volta, probabilmente, è mancata la necessaria comunicazione da parte delle associazioni coinvolte che non hanno comunicato verso le associazioni di base ma che hanno puntato direttamente ai media del mainstream per cercare di ottenere la massima visibilità possibile, senza considerare che il loro messaggio seppur viene accolto viene poi restituito completamente travisato. Probabilmente per la marcia per il clima c’era da fare un lavoro di informazione e comunicazione porta a porta, senza sperare nell’exploit dell’ultimo munito, per cui come unico risultato, detto con tutto il rispetto, si è avuta la presenza in bicicletta di Laura Boldrini Presidente della Camera dei deputati.

Fonte: ecoblog.it

Flood Wall Street: la manifestazione contro il capitalismo e la distruzione del clima

Dopo la marcia per il clima, a New York anche “l’allagamento” del distretto finanziario.

Non c’è solo la marcia per il clima di domenica – straordinario successo a New York, molto meno a Roma – perché ieri, sempre a NY, si è tenuta anche la marcia “Flood Wall Street”, con l’obiettivo di “fermare il capitalismo per salvare il clima”. Il distretto finanziario simbolo del turbocapitalismo è stato quindi metaforicamente allagato dai manifestanti, con il risultato che un numero davvero insolito di poliziotti si trovava da quelle parti. Nata da una costola di Occupy Wall Street, il movimento diventato famoso nel 2011 dopo l’occupazione, durata settimane, di Zuccotti Park, Flood Wall Street è un movimento di “disobbedienza civile” (citazione ormai d’obbligo di Henry David Thoreau) che ha marciato contro il capitalismo, nemico numero uno dell’ambiente. Non erano presenti tutti i vip che si sono visti nella marcia per il clima, ma oltre agli attivisti di lunga data era presente anche Naomi Klein, colei che non il libro “No logo” è considerata uno delle iniziatrici del fu movimento No Global: “Per rispondere alla crisi dobbiamo rompere l’insieme di regole del libero mercato. Dobbiamo mettere i bastoni tra le ruote delle società di combustibili fossili”, ha detto alla Msnbc, il network più a sinistra della tv americana che ha seguito la manifestazione. Si parla di 3mila manifestanti, con 102 arresti e qualche momento di forte tensione. Ma perché la scelta di quel “flood” (allagare) come motto? Lo ha spiegato Michael Premo, uno degli organizzatori della protesta: “Il cambiamento e gli eventi climatici estremi, come gli allagamenti che abbiamo visto anche a New York, con l’uragano Sandy, sono alimentati da combustibili fossili. La principale causa del cambiamento climatico è un sistema economico che mette i profitti davanti a tutto, davanti alle persone e davanti al pianeta”. La ragione per cui a New York si moltiplicano all’improvviso le manifestazione in favore del clima va ricercata nel vertice Onu che ha preso il via al Palazzo di Vetro, che ha come argomento proprio i cambiamenti climatici: “Stiamo cercando di imporre questa tematica come urgente e di mostrare come Wall Street stia traendo profitto da questa crisi”, ha spiegato ancora il portavoce Leah Hunt-Hendrix.15141964079-f6d0eedf68-z

Fonte: ecoblog.it

In marcia per il clima

Domenica 21 settembre sarà la giornata mondiale di mobilitazione contro i cambiamenti climatici. In occasione del vertice dei capi di Stato che si svolgerà a New York, la società civile si incontrerà in centinaia di piazze di tutto il mondo, nella più grande manifestazione globale per il clima mai organizzata, la People’s Climate March.nuova copertina per donata con scritta

Tra le piazze previste in tutto il mondo c’è anche Roma. Legambiente, KyotoClub, Italian Climate Network e Power Shift Italia, insieme, hanno risposto all’appello per la mobilitazione e danno appuntamento a tutti coloro che vorranno partecipare alle ore 17 in via dei Fori Imperiali, per unire simbolicamente il Colosseo a New York e dare voce alla società civile che chiede interventi urgenti e concreti contro i cambiamenti climatici. I dati diffusi dall’Onu dicono che nel 2013 si è registrato un nuovo record di gas a effetto serra nell’atmosfera mentre diminuisce rapidamente la capacità della terra e degli oceani di assorbirli. La manifestazione a Roma vedrà biciclette, musica e stand, proiezioni e un collegamento con New York per dare voce a cittadini, famiglie e giovani “che vogliono un modello economico ed energetico diverso, ma anche per promuovere, diffondere e far conoscere le alternative concrete e già integrate nei territori” spiegano gli organizzatori. “I cambiamenti climatici – prosegue Cogliati Dezza – hanno ripercussioni sull’intero pianeta e ci riguardano tutti da molto vicino. A pochi giorni dall’ennesima catastrofe nel Gargano, che ancora una volta ha seminato vittime e distruzione, è ormai evidente che non sono un rischio lontano, ma un dramma con cui occorre fare i conti anche per paesi dell’area mediterranea. I dati riportati dall’Organizzazione meteorologica mondiale sono preoccupanti – aggiunge il presidente di Legambiente – Serve un cambio di passo da parte dei governi, una forte accelerazione, nell’adottare e imporre misure di riduzione delle emissioni e seri ed efficaci interventi di adattamento. Da parte di tutti è necessaria una forte assunzione di responsabilità eppure il nostro governo continua a sostenere politiche energetiche autolesioniste e non riesce a distaccarsi dalle vecchie idee di politica industriale e di governo del territorio, non riuscendo proprio a capire che è un’esigenza popolare e un’opportunità economica muoversi verso un’economia a basse emissioni di co2”.

Fonte: ilcambiamento.it

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Orti urbani, a New York piombo e arsenico oltre i limiti

Nel 70% dei giardini analizzati vengono superati i livelli di concentrazioni fissati a livello federale. Con rischi concreti di malattia e, nei casi più estremi, di morte

Il New York Post lancia l’allarme per le alte concentrazioni di piombo e di arsenico rilevate in un orto comunitario di Brooklyn. Nella Grande Mela il fenomeno degli orti urbani è esploso da qualche decennio come azione di recupero e di riqualificazione dei quartieri più disagiati. I benefici sono duplici: si moltiplicano le aree verdi e si creano programmi di recupero per persone svantaggiate. Ambiente, ecologia e disagio sociale si intrecciano, ma in questa catena, secondo quanto riportato dal New York Post, c’è un anello che non tiene. Secondo le analisi effettuate da alcuni esperti in un giardino comunitario di Crown Eights, i livelli di piombo sono tre volte superiori ai livelli accettabili, quelli di arsenico addirittura sei volte. Il piombo è accettato in 400 ppm ed è stato trovato in 1251 parti per milione, l’arsenico è stato misurato a 93,23 ppm mentre viene accettato solo in 16 ppm. Mentre si attende il verdetto del Department of Health, Theodore Lidsky, ex ricercatore, mette in guardia sui rischi per la salute di un approvvigionamento da questi orti: anche livelli molto inferiori a quelli registrati nei test possono portare a danni cerebrali e, nei casi estremi, alla morte. La settantenne Catherine Bryant continua a coltivare l’orto urbano da anni e conferma come cavoli, senape, rape e altri ortaggi vengano regalati possano essere presi da tutti coloro che ne fanno richiesta. Gli scienziati hanno trovato livelli di piombo superiori alle linee guida federali in 24 dei 54 giardini della città, vale a dire nel 44% del totale. Globalmente sono 38 i giardini in cui sono stati riscontrati alti gradi di tossicità, il 70% del totale. In tutta New York gli orti comunitari sono circa 1500. La scorsa estate uno studio del dipartimento di Ecologia dell’Università tecnica di Berlino e dell’Orto Botanico dell’Università nazionale di Khmelnitsky, in Ucraina, aveva lanciato l’allarme in merito alle coltivazioni di ortaggi in prossimità di arterie viarie ad alto tasso di traffico automobilistico.Immagine12-620x378

Fonte:  New York Post

Foto Google Maps

Api in città: dopo New York, anche Milano pensa ad ospitare le api sui tetti

Il Consiglio di Zona 1 sta discutendo la proposta dell’Associazione Milleapi di costruire della arnie sui tetti di Milano. Tetti particolari, come quelli dell’Acquario, di Villa Reale e dei musei Triennale, di Storia Naturale, del Novecento e del Teatro alla Scala. A New York lo fanno già

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Le api arrivano in città, ospitate sui tetti del capoluogo milanese.
Il progetto pilota, presentato dall’Associazione Milleapi, è stato discusso in Commissione Ambiente e Verde di Zona 1.

“Senza api” – spiegano gli apicoltori promotori dell’iniziativa – “non esisterebbe l’80 per cento di ciò che mangiamo”. Una biodiversità da difendere, dunque, così come già accade in altre grandi città che hanno avviato iniziative analoghe, come Parigi, dove le api sono ospitate sul tetto dell’Opéra (ed esiste un progetto preciso denominato “impollinazione urbana”) o Londra, dove il miele si fa sui tetti della Tate Modern Gallery. Si direbbe quasi un connubio tra Arte e Natura anche se l’intento è quello di trovare ospitalità su tetti meno celebri, con l’obiettivo primario di difendere questi insetti, così preziosi per l’equilibrio del nostro ecosistema, dai pesticidi utilizzati in campagna. Un esempio è la città di New York, dove l’apicoltura fai-da-te è un vero e proprio fenomeno: da quando l’amministrazione ha eliminato il bando all’allevamento delle api da miele, i cittadini si sono organizzati ospitando alveari sui tetti dei grattacieli di Manhattan, con tanto di Festival dedicato (il New York City Honey Festival).  La Presidente della Commissione Ambiente, Elena Grandi, ha parlato con alcuni apicoltori : “Il progetto – spiega – è quello di individuare luoghi non accessibili in città su cui mettere le arnie. Nelle zone agricole soffrono l’uso degli anticrittogamici, in città questo problema non esiste”.
I costi dell’installazione e gestione sono minimi, molti i vantaggi, a quanto pare, tra i quali anche la possibilità di produrre del miele con le etichette, milanesissime, di Palazzo Marino, o del Teatro alla Scala, ad esempio, come già avviene a Parigi che ha commercializzato, nel primo anno di attività, due tonnellate di ottimo miele in vendita al Centro Pompidou e alle Gallerie La Fayette.

 

fonte: ecodallecittà