«Le nanoparticelle ci fanno ammalare»

Da oltre 15 anni sono impegnati, insieme, nella ricerca sulle nanopatologie; da oltre 40 operano nel campo della ricerca biomedica. Sono stati dapprima ignorati, poi osteggiati, boicottati, criminalizzati. «Sosteniamo una tesi assai scomoda – spiegano Stefano Montanari e Antonietta Gatti – e cioè che molte patologie sono causate proprio dal nanoparticolato in cui siamo immersi, frutto di emissioni inquinanti ma anche dell’utilizzo di armi micidiali; queste nanoparticelle penetrano nel nostro organismo e si incistano nei nostri organi e tessuti. Ma troppi interessi ci sono in gioco…».microscopio_ricerca

Lui, laureato in farmacia con una tesi in microchimica e da anni studioso di nanoparticelle, e lei, fisico e bioingegnere, per anni docente universitaria e oggi consulente di importanti enti internazionali di ricerca. Stefano Montanari e Antonietta Gatti sono una coppia (nella vita e nel lavoro) discussa della ricerca italiana (almeno di quel poco che ne rimane), sicuramente scomoda, che va a cercare cose che qualcuno preferirebbe non venissero cercate, che parla di cose che scompaginano il copione ben confezionato del business ad ogni costo e ad ogni prezzo. Oggi sono anche una coppia che è stata messa alla prova da uno di quegli eventi che ti segnano; Stefano Montanari, qualche settimana fa, è stato colpito da un’emorragia cerebrale dalla quale sta uscendo con un recupero che ha del miracoloso e con il sostegno della moglie.

Li abbiamo incontrati e abbiamo chiesto loro di fare il punto sul lavoro che stanno continuando a portare avanti.

«Da oltre quarant’anni portiamo avanti questo tipo di studi e questo sia nell’ambito della ricerca applicata sia in quello della ricerca pura. Ed è proprio sulla ricerca pura che lavoriamo insieme da oltre 15 anni. La nostra scoperta riguarda la capacità delle polveri sottili ed ultrasottili, la cui esistenza era già ben conosciuta, di entrare nell’organismo per non uscirne più; qualcosa che, forse stranamente, non era mai stato osservato o, forse meglio, che probabilmente era passato sotto gli occhi di chissà quanti ricercatori senza che questi ne capissero l’importanza. E l’importanza sta nel fatto che queste polveri piccolissime, una volta insinuatesi nei tessuti biologici, innescano reazioni infiammatorie che possono provocare una lunga serie di malattie, dal cancro alle patologie vascolari come ictus, infarto e tromboembolia polmonare. Ma possono essere origine anche di malattie forse poco sospettabili, come una forma di diabete, stanchezza cronica, insonnia e perdita di memoria a breve termine. Ancora allo stato di sospetto ci sono, almeno come concausa, il morbo di Parkinson, l’ Alzheimer e forse l’autismo. La certezza, invece, è la capacità delle particelle di dimensione intorno al micron o sotto quella misura di entrare nel nucleo delle cellule interferendo con il DNA e di passare da madre a feto provocando aborti, malformazioni o forme tumorali nel bambino già nel grembo materno».

Da dove provengono le nanoparticelle?

«La natura è una produttrice di particelle, principalmente con le eruzioni vulcaniche, l’erosione delle rocce e gli incendi boschivi ma, salvo rare eccezioni, quelle polveri sono relativamente grossolane e per questo molto meno aggressive di quanto non siano quelle antropiche, cioè quelle che vengono prodotte da attività umane. Qualunque combustione, non importano né la dimensione del fenomeno né ciò che si brucia, comporta la formazione di polveri e queste sono tanto più fini, e quindi tanto più penetranti, quanto più alta è la temperatura di formazione. Motori a scoppio, inceneritori di rifiuti, cementifici, fonderie, riscaldamento domestico sono i produttori principali e, stante la loro diffusione, sono le fonti d’esposizione più abituali. Le particelle sono leggerissime, a volte milioni di volte più leggere dei pollini, e il loro comportamento assomiglia molto a quello dei gas. Così, come i gas, s’insinuano nell’albero respiratorio fino agli alveoli polmonari da dove, nel giro di poche decine di secondi, arrivano al sangue. In poche decine di minuti, poi, dal sangue raggiungono qualunque organo, cervello compreso, dove vengono catturate senza che esistano meccanismi biologici d’eliminazione. Fenomeno analogo accade quando le polveri vengono ingerite insieme con gli alimenti, frutta, verdura e cereali, su cui ricadono. Dall’apparato digerente le polveri passano al sangue condividendo la sorte con quelle respirate».

Esiste una distanza di sicurezza tra la fonte delle particelle e l’individuo che possa evitare il danno?

«No, non esiste, vista la mobilità estrema delle polveri e la loro capacità di percorrere trasportate in atmosfera anche migliaia di chilometri. Per rendersene conto basta dare un’occhiata alle fotografie da satellite delle polveri sahariane, milioni di volte più pesanti delle nostre particelle, che dall’Africa arrivano senza difficoltà in Europa e in America. Se dovessimo indicare qualche luogo “sicuro”, ci troveremmo davvero in imbarazzo».

A quando risalgono le vostre prime osservazioni?

«Le nostre primissime osservazioni, di fatto senza averci capito granché, risalgono ai primi Anni Novanta. Poi, a cavallo tra il 1997 e il 1998, c’imbattemmo assolutamente per caso nel nostro primo caso clinico: un soggetto che in nove anni si era mangiato parte di una protesi dentaria malfatta che gli si consumava in bocca e i cui piccolissimi frammenti erano finiti nel suo fegato e nei suoi reni provocandogli una serie di pesanti problemi di salute. Dopo esserci resi conto del problema, bastò sostituirgli la protesi con una fatta come si doveva e trattare le forme infiammatorie da corpo estraneo che le particelle avevano provocato nel fegato e nei reni per evitare al soggetto il ricorso all’emodialisi. Di fatto un successo clinico, visto che quella persona vagava da ospedale a ospedale da oltre otto anni senza ottenere il minimo beneficio dalle cure che gli venivano praticate senza che la causa dei problemi fosse compresa. Da allora abbiamo studiato quasi 2.000 casi».

Avete sperimentato la resistenza e l’ostilità del mondo accademico italiano. E a livello internazionale?

«Per chi non fosse conscio dei retroscena, spiegare l’ostilità del mondo accademico italiano che si scatenò nei nostri confronti all’inizio sarebbe difficile. Si arrivò addirittura a prese di posizione grottesche: le particelle che avete fotografato al microscopio elettronico nei tessuti del paziente non esistono perché la letteratura medica non fa menzione del fenomeno. A nulla valse ribattere l’ovvietà: se si tratta di una scoperta, non se ne può trovare menzione in documenti precedenti. Né valse mostrare il vistoso miglioramento del nostro paziente. Ma a livello internazionale le cose andarono diversamente».

Nel 2002 la Commissione Europea mise Antonietta Gatti a capo di un progetto di ricerca europeo (Nanopathology) e dopo qualche anno di un secondo progetto (DIPNA, 2005), ambedue con risultati di enorme interesse. Un terzo progetto di nanoecotossicologia fu invece finanziato nel 2009 dall’Istituto Italiano di Tecnologia.

«Per non parlare dei due inviti alla Camera dei Lords a Londra(2005 e 2007) per un’audizione sulle evidenze scientifiche sui militari andati in missione di guerra e ammalatisi dopo il loro rientro. Il motivo delle contestazioni quasi tutte di origine italiana non fanno molto onore alla nostra accademia e non ne parliamo volentieri. Basti accennare agli enormi interessi di denaro che stanno alle spalle dell’incenerimento dei rifiuti, una pratica priva di qualunque supporto scientifico ma quanto mai redditizia. In sostanza, come di regola accade, è molto meglio tenere il pubblico nell’ignoranza e continuare a farsi gli affari propri, come se chi si fa gli affari propri non vivesse su questo pianeta e il denaro fosse una specie di armatura che protegge dai guai di salute. Comunque, è inevitabile: i fatti si possono tenere nascosti per un po’, poi balzano fuori. Può in un certo modo essere divertente osservare come già nel 2007 L’Ente Europeo per l’Ambiente (EEA) abbia scritto che non esistono concentrazioni di polveri che l’organismo possa tollerare e questo a dispetto del valore di 40 microgrammi di PM10, un valore a dir poco arbitrario che le leggi europee consentono di toccare. Ma un risultato importante è stato ottenuto nell’ottobre 2013 quando lo IARC, l’istituto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si occupa di tumori, ha inserito le polveri di dimensione pari o inferiore ai 2,5 micron nell’elenco dei cancerogeni certi. Questo anche se si continua a far finta di niente e ad affiancare fonti di polveri ad altre fonti di polveri. Così come si finge d’ignorare che moltissimi alimenti sono inquinati e pure i farmaci sono tutt’altro che esenti dal problema. Spesso ci viene chiesto come si rimedi a questo stato di cose. Purtroppo il rimedio non c’è se il grande pubblico continua a restare nella mancata consapevolezza di quanto ci circonda e la corruzione può continuare imperterrita a permettere che si allestiscano impianti che inquinano e che si mettano sul mercato prodotti velenosi. Insomma, è solo l’informazione corretta che può metterci una pezza».

La più grande soddisfazione?

«La soddisfazione più grande rimane comunque quella di avere aiutato e continuare ad aiutare chi si è ammalato a causa delle polveri e vuole capire. In alcuni casi la semplice eliminazione dell’esposizione migliora la sintomatologia. Per i nostri soldati abbiamo dato una mano a dimostrare che la patologia era in correlazione con l’esposizione lavorativa. Questo è valso loro in molti casi una pensione che li aiuta a sopravvivere pur essendo ammalati.

CHI SONO

Stefano Montanari

Bolognese di nascita (1949), modenese di adozione, laureato in Farmacia nel 1972 con una tesi in Microchimica, ha cominciato fin dai tempi dell’università ad occuparsi di ricerca applicata al campo della medicina. Autore di diversi brevetti nel campo della cardiochirurgia, della chirurgia vascolare, della pneumologia e progettista di sistemi ed apparecchiature per l’elettrofisiologia, ha eseguito consulenze scientifiche per varie aziende, dirigendo, tra l’altro, un progetto per la realizzazione di una valvola cardiaca biologica. Dal 1979 collabora con la moglie Antonietta Gatti in numerose ricerche sui biomateriali. Dal 2004 ha la direzione scientifica del laboratorio Nanodiagnostics di Modena in cui si svolgono ricerche e si offrono consulenze di altissimo livello sulle nanopatologie. Docente in diversi master nazionali ed internazionali, è autore di numerose pubblicazioni scientifiche. Da anni svolge un’intensa opera di divulgazione scientifica nel campo delle nanopatologie, soprattutto per quanto riguarda le fonti inquinanti da polveri ultrafini.

Antonietta Gatti

Fisico e bioingegnere, ha deciso molti anni fa di fare ricerca direttamente dentro la Facoltà di Medicina della sua città (Modena). Ne è poi uscita. Da più di 10 anni si occupo esclusivamente di nanopatologie (acronimo da lei inventato per un progetto europeo “Nanopathology” che diresse dal 2002 al 2005) e di malattie misteriose. Ha sviluppato una nuova tecnica diagnostica con cui verifica se nei campioni biologici patologici ci sono corpi estranei micro e nano dimensionati (polveri esogene) che testimoniano l’ esposizione che il paziente ha avuto. Con questa tecnica analizza anche pazienti con malattie misteriose e soldati al ritorno da missioni di pace.  Sta collaborando col Dipartimento di Stato a Washington, con la Commissione Uranio Impoverito, col Ministero della Difesa per le malattie dei nostri soldati in missioni di

Fonte: ilcambiamento.it

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