La Commissione Europea ritira la riforma del mercato delle sementi. Via Campesina: “Riprendiamoci la nostra sovranità alimentare”

La Commissione Europea ha annunciato la sua decisione di ritirare la riforma del mercato sementiero, da più parti invocata affinché potesse essere contenuto lo strapotere delle multinazionali e reso possibile lo scambio dei semi per affrancare i contadini dalla schiavitù delle royalties. Ora si tratta di vedere cosa accadrà. Intanto l’associazione internazionale contadina La Via Campesina lancia i suoi “5 passi” per nutrire veramente il pianeta (altro che Expo 2015!) e rivendica la sovranità alimentare dei popoli.via_campesina

La Commissione Europea ha annunciato al Parlamento europeo la sua decisione di ritirare la riforma della regolamentazione del mercato sementiero, cancellando di fatto le seppur timide aperture cui la Commissione precedente era stata costretta dalle pressioni dei movimenti per la sovranità alimentare e dai gruppi rappresentativi in agricoltura. Quelle aperture lasciavano sperare che finalmente la UE potesse prendere in considerazione norme e interventi a difesa della biodiversità e preservazione dei suoli, a difesa del diritto dei contadini allo scambio delle loro sementi, del diritto delle piccole aziende a commercializzare tutte le biodiversità disponibili senza dover essere costrette a registrarle nei cataloghi istituzionali e a difesa della possibilità di aprire quei cataloghi ai semi non “standardizzati”, sinonimo di maggiore ricchezza nutritiva dei cibi. Nulla di tutto ciò, tutto cancellato, la pressione delle lobby di interesse e delle multinazionali sementiere evidentemente è devastante. Intanto l’associazione internazionale di contadini La Via Campesina rimarca la sua critica al sistema industriale di produzione del cibo, «causa principale dei cambiamenti climatici e responsabile del 50% delle emissioni di gas serra in atmosfera». Eccoli i punti critici principali.

Deforestazione (15-18% delle emissioni). Prima che si cominci a coltivare in maniera intensiva, le ruspe e i bulldozer fanno il loro lavoro abbattendo le piante. Nel mondo, l’agricoltura industriale si sta spingendo nella savana, nelle foreste, nelle zone più vergini divorando una enorme quantità di terreno.

Agricolture e allevamento (11-15%). La maggior parte delle emissioni è conseguenza dell’uso di materie rime industriali, dai fertilizzanti chimici ai combustibili fossili per far funzionare i macchinari, oltre agli eccessi generati dagli allevamenti.

Trasporti (5-6%). L’industria alimentare è una sorta di agenzia di viaggi globale. I cereali per i mangimi animali magari vengono dall’Argentina e vanno ad alimentare i polli in Cile, che poi sono esportati in Cina per essere lavorati per poi andare negli Usa dove sono serviti da McDonald’s. La maggior arte del cibo prodotto a livello industriale percorre migliaia di chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole. Il trasporto degli alimenti copre circa un quarto delle emissioni legate ai trasporti e il 5-6% delle emissioni globali.

Lavorazioni e packaging (8-10%). La trasformazione dei cibi in piatti pronti, alimenti confezionati, snack o bevande richiede un’enorme quantità di energia e genera gas serra.

Congelamento e vendita al dettaglio (2-4%). Dovunque arrivi il cibo industriale, là deve essere alimentata la catena del freddo e questo è responsabile del consumo del 15% di energia elettrica nel mondo. Inoltre i refrigeranti chimici sono responsabili di emissioni di gas serra.

Rifiuti (3-4%). L’industria alimentare scarta fino al 50% del cibo che produce durante tutta la catena di lavorazione e trasporto, i rifiuti vengono smaltiti in discariche o inceneritori.

La Via Campesina rivendica la sovranità alimentare dei popoli e indica 5 passi fondamentali per arrivarci. Eccoli.

  1. Prendersi cura della terra.

L’equazione cibo/clima ha radici nella terra. La diffusione delle pratiche agricole industriali nell’ultimo secolo ha portato alla distruzione del 30-75% della materia organica sul suolo arabile e del 50% della materia organica nei pascoli. Ciò è responsabile di circa il 25-40% dell’eccesso di CO2 in atmosfera. Questa CO2 potrebbe essere riportata al suolo ripristinando le pratiche dell’agricoltura su piccola scala, quella portata avanti dai contadini per generazioni. Se fossero messe in pratiche le giuste politiche e le giuste pratiche in tutto il mondo, la materia organica nei suoli potrebbe essere riportata ad un livello pre-industriale già in 50 anni.

  1. Agricoltura naturale, no alla chimica.

L’uso di sostanze chimiche nell’agricoltura industriale è aumentata in maniera esponenziale e continua ad aumentare. I suoli sono stati impoveriti e contaminati, sviluppando resistenza a pesticidi e insetticidi. Eppure ci sono contadini che mantengono le conoscenze di ciò che è giusto fare per evitare la chimica diversificando le colture, integrando coltivazioni e allevamenti animali, inserendo alberi, piante e vegetazione spontanea.

  1. Limitare il trasporto dei cibi e concentrarsi sui cibi freschi e locali.

Da una prospettiva ambientale non ha alcun senso far girare il cibo per il mondo, mentre ne ha solo ai fini del business. Non ha senso disboscare le foreste per coltivare il cibo che poi verrà congelato e venduto nei supermercati all’altro capo del mondo, alimentando un sistema altamente inquinante. Occorre dunque orientare il consumo sui mercati locali e sui cibi freschi, stando lontani dalle carni a buon mercato e dai cibi confezionati.

  1. Restituire la terra ai contadini e fermare le mega-piantagioni.

Negli ultimi 50 anni, 140 milioni di ettari sono stati utilizzati per quattro coltivazioni dominanti ed intensive: soia, olio di palma, olio di colza e zucchero di canna, con elevate emissioni di gas serra. I piccoli contadini oggi sono confinati in meno di un quarto delle terre coltivabili nel mondo eppure continuano a produrre la maggior parte del cibo (l’80% del cibo nei paesi non industrializzati). Perché l’agricoltura su piccola scala è più efficiente ed è la soluzione migliore per il pianeta.

  1. Dimenticate le false soluzioni, concentratevi su ciò che funziona

Ormai si ammette che la questione agricola è centrale per i cambiamenti climatici. Eppure non ci sono politiche che sfidino il modello dominante dell’agricoltura e della distribuzione industriali, anzi: governi e multinazionali spingono per far passare false soluzioni. Per esempio, i grandi rischi legati agli organismi geneticamente modificati, la produzione di “biocarburanti” che sta contribuendo ancor più alla deforestazione e all’impoverimento dei suoli, continuano ad essere utilizzati i combustibili fossili, si continua a devastare le foreste e a cacciare le popolazioni indigene. Tutto ciò va contro la soluzione vera che può essere solo il passaggio da un sistema industriale di produzione del cibo a un sistema nelle mani dei piccoli agricoltori.

Fonte: ilcambiamento.it

Ambiente, salute e sicurezza: con l’ISDS la sovranità degli stati nelle mani delle multinazionali

Con il TTIP arriva il braccio legale dell’ISDS ovvero l’Investor-state dispute settlement, strumento del Diritto pubblico internazionale, che potrebbe causare parecchie grane anche all’Italia. Con il TTIP, l’accordo bilaterale Transatlantic Trade and Investment Partnership tra Usa e Ue(per ora tenuto in gran segreto) viene incluso anche lo strumento del ISDS o Investor-state dispute settlement, Strumento del diritto pubblico internazionale che consente agli investitori di tutelare attraverso un apposito tribunale ad hoc, i loro interessi nei paesi ospitanti. L’ISDS nasce dapprima come utile strumento per raggiungere accordi tra Stati, ma poi viene preso come mezzo di risoluzione delle controversie tra Stato e azienda con l’inconveniente che a gestire le questioni non sono i tribunali pubblici ma tribunali terzi, creati apposta per questo obiettivo. Il che si è trasformato in un sistema per esercitare pressione diretta sulle politiche dei governi in materia di ambiente, salute e sicurezza dei cittadini.SPAIN-EU-US-TRADE-TTIP-DEMO

Insomma, è un potete strumento legale, attualmente molto squilibrato (a favore di chi investe) messo in campo molto spesso per piegare i governi verso decisioni che non intralcino gli investimenti delle aziende che portano il denaro. Il che però porta a conseguenze che minano le regole stesse della democrazia (le decisioni politiche sono imposte dalle lobby e non richieste dai cittadini). Gli accordi con clausola ISDS sono già adottati in Europa e al momento ne sono stati firmati 1400 con un meccanismo attualmente sfuggito di mano.

Uno dei tanti esempi ce lo fornisce EuNews:

Un esempio clamoroso è quello della Philip Morris, che nel 2011 fece causa allo stato australiano, “colpevole” di aver lanciato una delle più innovative politiche contro il fumo. La nuova legge obbligava i produttori di sigarette a vendere esclusivamente confezioni generiche, ossia pacchetti di sigarette standardizzati senza il loro branding: niente marchio di produzione, logo né colori, solo una piccola scritta col nome della marca in un tetro colore marroncino in fondo al pacchetto, sotto alle spaventose foto di tumori alle quali siamo ormai abituati. Philip Morris Asia intentò una causa contro lo stato dell’Australia sostenendo che i requisiti imposti alle confezioni generiche costituivano un’espropriazione dei loro diritti di proprietà intellettuale. Ma non è tutto. Dato che all’epoca non c’era nessun accordo d’investimento tra gli Stati Uniti e l’Australia, gli investitori americani acquisirono il 100% delle quote di Philip Morris Asia tramite la propria società controllata a Hong Kong, per poter sfruttare la protezione legale nell’accordo d’investimento invece già esistente tra Australia e Hong Kong. L’acquisizione fu portata a termine dieci mesi dopo l’annuncio da parte del governo australiano di introdurre le confezioni generiche di sigarette.

Jean Claude Juncker presidente della Commissione europea vorrebbe abolire l’ISDS anche se poi accetta che si discuta in Europa del TTIP. A volere l’abolizione dell’ISDS anche la Germania che lo ha inventato circa 50 anni fa in occasione di un contratto con il Pakistan. Ma dopo aver deciso per la chiusura delle centrali nucleari nel 2011 si è ritrovata con la richiesta da parte diVattenfall società elettrica svedese di una compensazione di 4,7 miliardi di euro per aver cambiato gli accordi sul nucleare. Intanto la questione la segue Frans Timmermans primo vice presidente della Commissione europea, olandese e designato proprio da Juncker per seguire la delicata questione ISDS. L’Olanda è uno dei 14 Stati membri europei ha aver espresso il proprio dissenso contro il sistema negoziale ISDS. Infine, getta acqua sul fuoco il Financial Times che ricorda come, sebbene vi possano essere molte cose da migliorare nell’ISDS, questo resta comunque uno strumento valido e che potrebbe aiutare a portare la Cina all’interno del TTIP, il che per gli Usa rappresenterebbe un vero colpo da maestro. E d’altronde come si suol dire: se non puoi vincere il tuo nemico alleati con lui.

Fonte:  EuNewsFT

© Foto Getty Images

 

35 milioni di ettari divorati dalle multinazionali in 6 anni

Le multinazionali si accaparrano ettaro su ettaro, erodendo il patrimonio naturale e divorando i terreni soprattutto nel sud del mondo. Dal 2006 al 2012, secondo Grain.org, si sono assicurate 35 milioni di ettari sottratti ai piccoli coltivatori. Questo è il land grabbing e se i governi non mettono uno stop, allora che sia la gente a farlo con i movimenti dal basso.land_grabbing_africa

Con il land grabbing le multinazionali si sono accaparrate nel mondo almeno 35 milioni di ettari dal 2006 al 2012 in 66 paesi e questo rappresenta solo ciò che l’associazione Grain è riuscita a documentare. Ma le vittime del land grabbing possono unirsi; spesso nemmeno immaginano quanto potente ed efficace sia l’unione tra forze “dal basso”, quindi l’informazione anche in questo caso può fare la differenza. Per lottare contro l’accaparramento dei terreni «bisogna creare forti movimenti sociali e cercare di cambiare le leggi. Questa è l’unica soluzione» dice Eric Holt-Giménez di Food First. La raccolta dei dati fornisce un’istantanea di come l’agribusiness sia in rapida espansione in tutto il mondo e come tutto ciò stia sottraendo la produzione di cibo dalle mani degli agricoltori e delle comunità locali. L’Africa è l’obiettivo primario dei land grabbers, ma sono ingenti anche i veri e propri saccheggi in America Latina, Asia ed Europa dell’Est, a dimostrazione che questo è un fenomeno globale. Chi sono i land grabbers? Nella maggior parte dei casi si tratta di società del settore agroalimentare, ma ci sono anche società finanziarie e fondi sovrani,  responsabili di circa un terzo delle offerte. Investitori europei, soprattutto da Regno Unito e Germania, e asiatici, da Cina e India, rappresentano i due terzi dei land grabber. In corsa anche gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Il Mozambico è uno dei Paesi che maggiormente sta subendo il land grabbing, con un totale di 25 investimenti da parte di ben 13 nazioni (Brasile, Cina, Francia, India, Italia, Libia, Mauritius, Portogallo, Singapore, Sud Africa, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti) di cui 21 portati a termine e 5 in via di definizione per un totale di 1 milione e 583.149 ettari di terreno espropriati ai contadini. «Abbiamo una legge che difende la terra, ma non è osservata» dice Ana Paula Tauacale, vicepresidente dell’UNAC, Unione Nazionale di Contadini del Mozambico. Insieme a una rete di cooperative e associazioni ha fatto partire una petizione contro ProSavana, progetto che ha come obiettivo di trasformare un’area di 14,5 milioni di ettari, 145mila chilometri quadrati, in un territorio di scorribanda per imprese nippo-brasiliane interessate alla monocoltura da esportazione. «Noi vogliamo portare avanti la nostra agricoltura familiare tradizionale e non abbiamo nessuna terra da regalare alle multinazionali». Il concetto fondamentale è quello di resistenza sul campo, come spiega Themba Chauke di Landless Peoples Movement del Sud Africa. «La resistenza si fa sul campo ma anche con l’educazione dei contadini, insegnando loro che è possibile coltivare sementi sane e creando una rete di scambio tra gli agricoltori». La lotta deve continuare anche nell’opposizione alle scelte sbagliate dei governi, che troppo spesso svendono le terre in nome del profitto. «Vogliamo continuare a essere contadini, indigeni e persone affezionate alla terra», afferma María Luisa Albores González della cooperativa Tosepan Titataniske del Messico. «Molto spesso siamo intimoriti di fronte a queste difficili battaglie, ma sappiamo che vale la pena combattere perché non siamo soli e, anzi, abbiamo qualcuno che ci sostiene». Poi, non solo land grabbing, ma ocean grabbing, l’attacco ai nostri mari. «La privatizzazione delle zone di pesca, dovuta all’ossessione della crescita economica dei Governi, ha permesso il proliferare del fenomeno», dichiara Naseegh Jaffer, segretario generale del World Forum of Fisher Peoples. «È ora non solo di parlare di queste cose, ma di agire, e tutti noi possiamo fare la differenza. È sufficiente cambiare il nostro stile di vita e abbracciare una filosofia più ecosostenibile per arrivare all’obiettivo finale: la sovranità alimentare dei popoli».

Fonte: ilcambiamento.it

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Vota la peggior multinazionale del 2014

Monsanto, Koch Industries, Chevron, solo per fare qualche esempio. Queste multinazionali hanno provocato danni incalcolabili all’ambiente, come spiega bene la campagna dell’associazione Corporate Accountability International, che invita a votare la peggior multinazionale del 2014.chevron

«Queste multinazionali – spiega Patti Lynn, managing director di 
Corporate Accountability International (CAI) – mettono in pericolo la democrazia e hanno in comune il fatto di essere state inserite nella classifica della vergogna». Così il gruppo CAI ha lanciato l’edizione 2014 della Corporate Hall of Shame, la classifica delle peggiori multinazionali al mondo, quelle le cui scelte e azioni devastano l’ambiente e mettono a rischio la salute collettiva.

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«Ogni anno chiediamo di scegliere la peggiore multinazionale e cerchiamo di organizzare grandi mobilitazioni e pressioni affinché quella multinazionale modifichi le proprie pratiche». Il CAI quest’anno, per esempio, ha collaborato con Forecast the Facts e ha organizzato manifestazioni con decine di migliaia di persone perché fosse rimosso dai vertici della tv PBS un uomo di nome David Koch, convinto negazionista in fatto di cambiamenti climatici. Nella lista delle possibili “peggiori al mondo” c’è sicuramente Monsanto, cui si deve la produzione e la commercializzazione massiva di pesticidi e ogm che stanno mettendo fuori gioco i piccoli agricoltori. Poi troviamo la Bayer, dai cui stabilimenti escono, tra l’altro, i neonicotinoidi che stanno sterminando le api. Non manca la General Motors, che, per esempio, ha atteso decenni prima di richiamare oltre 2,6 milioni di veicoli malgrado almeno 13 morti conseguenza di un difetto di produzione. Sono dieci le nomination. Alle multinazionali già citate, vanno aggiunte Chevron, Mc Donald’s, Comcast, Philip Morris (che il premier Matteo Renzi ha invece appena ringraziato per l’apertura di uno stabilimento in Italia, inchinandosi alla magnificenza del soldo a prescindere), Credit Suisse, TransCanada e Veolia, con il suo corredo di inceneritori. A chi andrà la vergogna di essere il peggiore?

Fonte: ilcambiamento.it

L’ultima guerra?

E’ dai tempi della guerra in Cecenia e della guerra in Jugoslavia che sono cominciate ad arrivare notizie su mercenari “islamici” addestrati in Turchia, Arabia Saudita e stati del golfo. Cioè in alcuni tra gli stati più fedelmente e strettamente alleati dell’Impero Euronordamericano. Gli “amici” di allora diventano i nemici di oggi, in un giochetto perverso che costa vite umane ma alimenta due grosse “industrie”: quella della guerra e quella della paura.isis

E del resto, uno dei compiti che si attribuiscono anche ufficialmente le multinazionali della guerra mercenaria, tipo Blackwater (ma sono ormai centinaia le autonominatesi “compagnie di sicurezza”, sorte soprattutto all’inizio di questo millennio), è proprio quello di addestrare milizie ed eserciti alleati dei loro padroni. Non per niente, durante la guerra contro la Libia l’esercito libico catturò “consiglieri militari” anglosassoni e simili: evidentemente, l’addestramento non era ancora completo ed era necessaria la presenza sul campo degli addestratori. Questa gente ha avuto la funzione di cecchini, attentatori, milizie di tagliagole prezzolati per seminare morte e terrore tra i nemici degli interessi economici e politici occidentali. Adesso abbiamo l’ISIS, siamo passati a uno stadio più avanzato della terza guerra mondiale. E’ forse un caso che, dopo che il Papa ha lanciato il suo accorato appello contro la guerra, parlando in maniera esplicita di “pianificatori del terrore, organizzatori dello scontro…” e dicendo altrettanto esplicitamente che “dietro le quinte ci sono interessi economici, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere…”, l’ambasciatore iracheno (rappresentante di un governo fantoccio e che quindi parla a nome di chi e per conto di chi?) abbia dichiarato che l’ISIS intende uccidere il Papa? Se fosse vero che le Torri Gemelle sono state abbattute dallo stesso governo USA, dai “pianificatori del terrore”, per scioccare l’opinione pubblica e poter iniziare la Grande Guerra al (del) Terrore su scala globale (ammesso che si possa chiamare ancora “governo” un insieme di poteri oscuri senza più controllo, senza più scopi razionali, senza alcun tipo di remora né riguardo nemmeno nei confronti del proprio stesso popolo e paese, e quindi senza più un popolo né una terra da rappresentare), allora l’ISIS e la sua guerra sporca sarebbero il secondo stadio di quella cominciata l’11 settembre. I cosiddetti “fondamentalisti islamici” e/o Al Quaeda non sono altro che la versione musulmana di Settore Destro in Ucraina, delle SS, dei falangisti spagnoli, delle Camicie Nere italiane, degli ustascia. Che del resto erano in massima parte “fondamentalisti cristiani”. I loro obiettivi sono gli stessi: la distruzione di qualsiasi tipo di stato sociale, l’abbattimento cruento di qualsiasi governo o partito che promuova uno stato sociale e che cerchi di sottrarre il proprio paese alle grinfie oggi delle multinazionali, sempre del grande capitale; la distruzione di qualsiasi tipo di democrazia e partecipazione popolare; l’umiliazione e la subordinazione delle donne. Gli stessi sono i metodi: una ferocia illimitata, una violenza che si scatena indiscriminatamente verso militari e civili, esecuzioni di massa, torture, efferatezze, sgozzamenti, il terrore che imperversa tra le popolazioni attaccate e che demoralizza gli eserciti e i combattenti avversari. Se cominciassimo a chiamarli “fascisti islamici” o semplicemente fascisti, dato che l’islam non ha a che fare con loro più di quanto il cristianesimo avesse a che fare con i nazisti, forse faremmo un po’ più di chiarezza. “… fino a poco fa i ribelli dello Stato Islamico, conosciuti ufficialmente come Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, venivano esaltati come “l’opposizione che combatteva per la libertà” impegnata a “restaurare la democrazia” e abbattere il governo laico di Bashar al Assad…” (M. Chossudovski – Global Research) L’ISIS e i vari gruppi di mercenari islamici sono un grande strumento dell’Impero, non solo perché sono serviti in Libia e stanno servendo in Siria a distruggere quelli che erano gli ultimi stati sociali e laici arabi, e ricordiamoci che “stato sociale” vuol dire lasciare a bocca asciutta le multinazionali rifiutando di privatizzare energia, acqua, grandi aziende statali, servizi pubblici, ma perché è il pretesto per conquistare, occupare e sottomettere tutta quell’area geografica, compreso un Iraq ancora troppo turbolento, nonostante i milioni di morti provocati dalla guerra USA.

Chi si rifiuterà di partecipare alla crociata contro un esercito di sgozzatori e stragisti? Vestiti di nero da capo a piedi in una sorta di divisa, col volto coperto (e al buio tutti i gatti sono bigi), super armati, super equipaggiati, efficienti e organizzati: esattamente come un esercito di professionisti.

Chi avrà l’ardire di opporsi alla crociata contro una tale armata di tagliagole, che minaccia di espandersi come una marea e di colpire anche l’Europa? O almeno così si dice.

Creare il mostro per poter distruggere, apparentemente, il mostro stesso ma in realtà chi ad esso si oppone.

Un giornalista del Corriere, Lorenzo Cremonesi, ha intervistato telefonicamente il responsabile dell’ISIS per i rapporti con i cristiani, Haji Othman, e ad un certo punto gli domanda: “Però l’aviazione americana vi sta bombardando a suo piacimento. Non costituisce un problema?”, e questa è la risposta (cito dall’intervista): “Ma dai! Cosa stai a dire?” replica scoppiando in una risata…Sembrerebbe una risata proprio spontanea: riderà dell’opinione pubblica occidentale? Poi si riprende e dice qualche frase del tipo “Dio stramaledica gli americani”. Evidentemente la verità gli sembra così palese, che considera inutile fingere con impegno.

Chi ci sarà a controllare che i bombardamenti colpiscano le “armate nere” o non colpiscano piuttosto l’esercito siriano o la resistenza irachena? I giornalisti? Gli operatori umanitari? Se ce ne sarà qualcuno, dovrà avere molta fortuna e l’ISIS e l’Impero ce lo hanno già fatto vedere.

Se potesse esserci dell’ironia in una strategia di morte e sofferenza, oppressione e orrore, starebbe nel fatto che tutto ciò avviene mentre un’altra guerra, la guerra al pianeta, sta avendo un grande successo. L’aumento dell’anidride carbonica in atmosfera supera le peggiori previsioni, tanto che gli scienziati sospettano che stia diminuendo la capacità della Terra di assorbirla. Ma possiamo andare più in là dei sospetti: la deforestazione va avanti di gran carriera, gli oceani sono ormai avvelenati, si cerca il petrolio in fondo ai mari e le prospezioni petrolifere creano ulteriore inquinamento, la pesca industriale ha desertificato aree oceaniche grandi come continenti, mentre continenti di melma plastica ci galleggiano sopra e ne coprono i fondali; i rifiuti tossici si spandono sulle terre fertili e nei mari. E il capitale globale accelera la propria corsa per la conquista del mondo.

“Cosa facciamo stasera, prof?”

“Quello che facciamo tutte le sere, Mignolo, andiamo alla conquista del mondo!”

Non si tratta di problemi diversi e distinti. Sono le stesse cause che producono ambedue queste guerre. La nostra plastica, il nostro petrolio.

Sono cause profonde, una rete di cause nella quale siamo tutti invischiati. L’indifferenza, la competitività, la spietatezza, l’irresponsabilità, l’ignoranza delle conseguenze sono ormai il pane quotidiano di cui si nutre una buona parte dell’umanità.

Contro la guerra all’Iraq ci fu una mobilitazione mondiale senza precedenti, decine di milioni di persone scesero in piazza in tutto il mondo. Nello stesso periodo erano di moda i SUV, si vendettero decine di milioni di SUV in tutto il mondo ma, ovviamente , soprattutto nel mondo ricco, in occidente e satelliti limitrofi. Allora ci domandammo perché una mobilitazione così grande non ottenne risultati proporzionati. Eppure molte persone che erano contro la guerra comprarono quelle automobili, aumentarono a dismisura i consumi di petrolio. Arricchirono e rafforzarono quei potentati economici che avevano bisogno della guerra. Una riflessione, un dibattito, una strategia che voglia porre fine alla guerra e all’ingiustizia non può prescindere da una riflessione, un dibattito, un’azione più vasta per mettere in discussione radicalmente tutta l’economia, l’organizzazione sociale, la cultura umana oggi dominante. La nostra cultura, la nostra vita. Pena la sconfitta di ogni lotta, la sterilità di ogni sforzo, per quanto generoso.

Fonte: ilcambiamento.it

Multinazionali: tagliamo i tentacoli delle piovre

Immense piovre i cui tentacoli avvolgono, soffocano e stritolano. Le multinazionali hanno interessi ovunque nei settori strategici che condizionano le nostre vite e la nostra salute. Ma oggi più che mai si trovano di fronte ad un avversario forse inatteso: una crescente forza “globale” antagonista che chiede a gran voce che le multinazionali escano di scena laddove sono in gioco diritti umani, risorse primarie, salute e ambiente.multinazionali

«Fuori le multinazionali dalle trattative sul clima» era lo slogan di centinaia di migliaia di persone pochi giorni fa durante le manifestazioni in occasione del vertice che avrebbe dovuto trovare accordi e intese per uscire dall’emergenza clima. Ed è stato lanciato un appello, che tutti possiamo sottoscrivere, per chiedere alle Nazioni Unite di escludere le grandi società soprattutto dell’energia dagli incontri e dalle trattative e di sottrarsi alla loro pesante influenza. Come non prendere atto, infatti, di come e quanto Big Energy stia premendo per fare in modo che non cambi assolutamente nulla dello status quo attuale che continua a far conto sui combustibili fossili alimentando business multimiliardari a spese della salute collettiva e dell’ambiente! Ma in ballo c’è, ad esempio, anche l’acqua. In Italia una grande battaglia è stata condotta dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, ma il governo ha calpestato i risultati del referendum pur di non sottrarre l’oro blu alle multinazionali che hanno trasformato una risorsa primaria diritto di tutti in un bene privatizzato su cui speculare. E le multiutility stanno agendo ovunque, dagli Stati Uniti all’Africa. La crisi globale dell’acqua è già in atto: una persona su quattro nel mondo non ha sufficiente acqua potabile. La Banca Mondiale è una forza potente a sostegno della privatizzazione, contribuisce da decenni a progetti in questo senso e alcuni li ha finanziati direttamente, come denuncia l’associazione americana Corporate Accountability International. Sta accadendo nell’Africa sub sahariana, nelle Filippine, in Indonesia, in India e in molte altre nazioni. Oggi la Banca Mondiale sta cercando di privatizzare l’acqua in una delle più grandi città africane, Lagos, in Nigeria (21 milioni di abitanti), e spera che nessuno se ne accorga; non ha infatti voluto divulgare i dettagli del piano. Chiediamo tutti che scopra le carte, firmiamo l’appello che trovate qui. Poi il tabacco, le sigarette. I leader mondiali si ritroveranno a Mosca dal 13 al 18 ottobre alla Sesta Conferenza delle Parti sulla Convenzione Quadro dell’Oms per il controllo del tabacco. Forse non sono in tanti a saperlo. «E noi saremo là – spiegano da Corporate Accountability International – per impedire che i rappresentanti delle industrie, ancora una volta, si infiltrino nelle trattative e negli incontri, manipolando i presenti e contrastando le politiche anti-fumo». E, ancora, l’alimentazione. Big Food è un concentrato di potenze dell’industria che apre e stende i suoi tentacoli ovunque. Nei libri di Tecnologia alle scuole medie troviamo la pagina sponsorizzata da McDonald che parla di tecnologia alimentare; oppure ancora, il tavolino con i palloncini e i buoni per comprare l’Happy Meal alla scuola materna; per non parlare dell’alleanza con la De Agostini per la pubblicazione di libricini con i quali “insegnare” l’inglese stile junk food. Ma d’altra parte è lo stesso Ministero dell’Istruzione a delegare all’industria alimentare l’educazione in questo campo, come se ormai l’unico modello diffondibile fosse quello, appunto, industriale. Basti pensare al programma Il gusto fa scuola promosso da Federalimentare con l’avallo del Miur, Ministero di Istruzione, università e ricerca, tramite un protocollo d’intesa firmato dall’allora ministro Francesco Profumo e dal presidente della Federazione italiana dell’industria alimentare Filippo Ferrua Magliani. In tutto sono state coinvolti 77mila scuole, per 1,6 milioni di alunni. Prendiamo dunque spunto dall’associazione americana CAIe scriviamo anche noi alla McDonald e a Federalimentare per ammonirli a restare fuori dalle scuole dei nostri figli. La lista dei settori dove le multinazionali la fanno da padrone sarebbe lunghissimo. Sta anche in noi dire basta, trovare altre strade, fare scelte sostenibili quando acquistiamo, consumiamo, viviamo. Giorno dopo giorno, passo dopo passo, possiamo arrivare a cambiare strade, percorsi, situazioni. Dobbiamo solo diventare consapevoli della grande forza che possiamo avere per cambiare il mondo con le nostre scelte.

Fonte: ilcambiamento.it

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Le 10 multinazionali del food che inquinano il Pianeta come se ne fossero 25

Ci sono 10 multinazionali del food che inquinano il Pianeta come 25 fabbriche dell’industria pesante. La classifica l’ha stilata la Ong Oxfam. Ci sono 10 aziende nel mondo che inquinano e che con le loro emissioni di gas in atmosfera contribuiscono a aggravare il riscaldamento globale. Non affrontano i cambiamenti climatici diminuendo le emissioni le aziende del settore alimentare, vere e proprie industrie che trasformano il cibo e che lo distribuiscono in tutto il mondo. Oxfam, che ha stilato la classifica delle 10 aziende che inquinano di più il Pianeta attraverso una pagella che viene aggiornata periodicamente. Nota Oxfam che se queste aziende fossero concentrate in un unico Paese inciderebbero sull’ambiente come le 25 aziende più inquinanti al mondo. Oxfam per stilare la classifica ha preso come parametri di riferimento quali: trasparenza aziendale; trattamento delle Donne che lavorano nella filiera produttiva; diritti dei braccianti agricoli nella filiera produttiva; trattamento economico e commerciale dei Piccoli produttori agricoli; terra, diritti d’accesso alla terra e uso sostenibile; acqua, diritti e accesso alle risorse idriche e uso sostenibile; cambiamento climatico, sia in materia di riduzione delle emissioni di gas serra che di aiuto agli agricoltori ad adattarsi ai cambiamenti climatici. La maggior parte delle 10 aziende è molto attenta all’uso dell’acqua ma piuttosto carente sul resto dei parametri. Ma come consumatori abbiamo la possibilità di chiedere alle 10 sorelle di impegnarsi maggiormente firmando la petizione di Oxfam.

1. General MillsGeneral Mills In Talks To Purchase Yoplait Yogurt

General Mills è concentrata sul risparmio delle acque utilizzate ma l’azienda non è impegnata a tutelare l’accesso alle risorse idriche verso le comunità coinvolte nelle proprie attività. Per quanto riguarda le politiche per il contenimento delle emissioni agricole, non risultano a Oxfam azioni in merito il che la pone in cima alla classifica delle aziende più inquinanti.

2.Associatetd British FoodsLondon 2012 - Shopping - Twinings On The Strand

Per Oxfam ABF ha una politica dell’acqua fallimentare. Non sono riconosciuti impegni per la riduzione del consumo di acqua o riconoscimento ufficiale del diritto all’acqua.

3.Kellogs’

Kellogg Reports 10 Percent Rise In Profits For 2003

Questa azienda ha migliorato le politiche su donne, terra, acqua e clima, sui diritti alla terra e dei lavoratori ma Oxfam ha verificato la mancanza di sostegno ai produttori di piccola scala. Poco tutelati anche i diritti dei braccianti ma molto informazioni riconosce Oxfam sono presentate in maniera più trasparente.

4. Mars(FILES) Picture taken September 21, 2007

Per Oxfam questa azienda è senza infamia e senza lode. Nell’insieme adotta una serie di comportamenti virtuosi ma è carente sulla politica per la terra poiché l’azienda non ha conoscenza in merito e non sembra neanche interessa a agire in proposito.

5. DanoneFRANCE-FOOD-DANONE

Oxfam riconosce a Danone, il gigante dello yogurt e dei marchi Evian e Volvic, di adottare una politica al di sopra della media per la tutela dell’acqua, clima e trasparenza. Ma questa multinazionale risulta carente nel sostegno alle donne, agricoltori o ai diritti legati alla terra.

6. Mendelez

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Questa azienda (Milka e Oreo tra i suoi marchi più famosi) è ultima su politiche per contrastare i cambiamenti climatici; si sforza su acqua, trasparenza e diritti alla terra. Oxfam riconosce gli impegni presi sul rispetto dei diritti delle donne il che potrebbe fare la differenza.

7. PepsiCoPepsi Bioreactive Concert Featuring A-TRAK, Powered By Lightwave

PepsiCo è particolarmente impegnata sulle politiche climatiche ma poco incline nelle questioni che riguardano i diritti degli agricoltori e delle donne e mostra anche poca trasparenza.

8. Coca ColaPALESTINIAN-ISRAEL-ECONOMY-COCA COLA

Coca-Cola è al top per quanto riguarda i diritti alla terra e delle donne. Ha un punteggio alto sulle politiche per i lavoratori, il cambiamento climatico e l’acqua. È ancora però distante dalle aziende al top a causa delle deboli politiche di sostegno ai produttori agricoli.

9. UnileverINDIA-BRITAIN-NETHERLANDS-ECONOMY

Il voto globale assegnato da Oxfam è discreto grazie agli impegni in sostegno ai piccoli agricoltori e ai diritti dei lavoratori; ci sono interventi anche per contrastare i cambiamenti climatici e per la gestione dell’uso dell’acqua. Unilever ha recentemente preso nuovi impegni per i diritti delle donne, ma può ancora migliorare.

10. NestlèSWITZERLAND-FOOD-BUSINESS-EARNINGS-NESTLE

Nella parte più bassa della classifica e dunque azienda più virtuosa è Nestlé che ha adottato una serie di azioni per contrastare i cambiamenti climatici tanto che ora ha iniziato a chiedere ai suoi fornitori di agire direttamente. Ha politiche in merito al consumo d’acqua, diritti dei braccianti (prima a pari merito) ed è l’azienda più trasparente. Gli impegni assunti da Nestlé possono fare la differenza nel garantire i diritti delle donne che lavorano nella sua filiera. ma ricorda Oxfam:
Nestlé mostra qualche progresso in tema terra con la revisione delle sue linee giuda sulle forniture, ma la mancata condanna dei fenomeni di land grabbing le impedisce essere un vero leader nelle politiche del settore.
© Foto Getty Images
Fonte: ecoblog.it

La legge delle multinazionali in Europa…altro che democrazia!

Pagate i debiti e fate le grandi opere! I governi svendono le proprietà pubbliche, le multinazionali se le comprano a prezzi stracciati, con i soldi di tali vendite-privatizzazioni i governi ripagano una parte del debito che hanno maturato con le banche per pagare le grandi imprese multinazionali che realizzano le grandi opere. I padroni delle grandi imprese delle grandi opere pagate dai governi nazionali sono anche i padroni delle banche con cui i governi hanno contratto i debiti e sono anche i padroni delle multinazionali che si comprano le imprese pubbliche (cioè nostre).mondo_europa

Oplà! Il gioco è fatto, il trucco c’è ma non si vede. Anche perché l’assistente del Mago (“media ufficiali”, si chiama) fa di tutto per distrarvi. La crisi del capitalismo imperiale (o, se preferite, dell’impero globale capitalista), quella crisi prodotta dalla stessa natura della sua economia, è ormai diventata incompatibile con qualsiasi forma, seppur blanda e quasi del tutto formale, di democrazia. Il “quasi” non è più tollerabile. Perché? Perché la crisi economica, cioè il ridursi della “torta da spartire”, fa sì che i potentati economici decidano di non “spartire” più niente con i lavoratori e con i popoli. Per raggiungere questo obiettivo (niente più pensioni, niente più servizi pubblici, salari da fame ecc. ) sono però indispensabili due condizioni: la prima è una dittatura politica; la seconda è il rintronamento mediatico della plebe, che non deve accorgersi della dittatura se non quando sarà troppo tardi. Vediamo, tanto per dirne una, come procede la dittatura europea o, se preferite, come l’Europa procede verso la dittatura. Quando ero giovane (bei tempi, naturalmente) e la sociologia era una materia particolarmente apprezzata, mi fu insegnato che in democrazia, benché un governo nazionale rappresenti e faccia gli interessi delle classi dominanti, la sua funzione è anche quella di mediare tra gli interessi di tali classi e quelli delle classi subordinate. Cioè di lavoratori, pensionati, casalinghe, ceto medio ecc.
Per questo la Democrazia Cristiana faceva la diga del Vaiont ma anche le case popolari, le autostrade ma anche i trasporti pubblici. Un’altra cosa che mi fu insegnata è la formula infallibile: + decentramento = + democrazia. Vi ricordate i Consigli di Quartiere? Più piccola è la comunità, più vicini alla popolazione coloro che la governano, più facile imporre la volontà popolare. Chiunque abiti in un piccolo Comune sa che si può far pressione sul sindaco e la giunta anche solo chiedendo un incontro e ponendo un problema, sa che le richieste o l’opposizione aperta degli abitanti non possono venire ignorati. E’ per questo che, dopo aver indebolito economicamente i Comuni, ora si vuole eliminare quelli piccoli. Nella zona dove abito, per esempio, di tre comuni se ne farà uno. Non si risparmierà niente, dato che sindaco e assessori prendevano 150 euri di rimborso spese e se li erano anche autoridotti. Si spenderà probabilmente di più, invece, ma si allontaneranno le istituzioni dal popolo, ed è questo l’obiettivo da raggiungere. Lo ha deciso la Regione Toscana. Per la forma. Ma la sostanza è un’altra: lo stesso processo sta avvenendo in tutta Europa e anche fuori d’Europa. Lo hanno deciso le cosiddette “Istituzioni Internazionali”: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio in primis. Cioè, lo hanno deciso le multinazionali. Accentramento ed eliminazione delle ultime parvenze e strumenti della democrazia è oggi il loro obiettivo politico.
L’obiettivo economico, che non può prescindere da quello politico, è mangiarsi tutta la torta. Che, in concreto, significa:
1)    eliminare totalmente lo stato sociale, cioè i servizi pubblici, che devono diventare privati: se ne approprieranno lorsignori. Acqua, rifiuti, trasporti pubblici, sanità, energia elettrica, istruzione, poste e telefoni, aree protette e parchi nazionali; se ho dimenticato qualcosa, aggiungetela pure senza tema di sbagliare;

2)    eliminare le pensioni, abbassare i salari ai livelli della mera sopravvivenza.  Voi cosa credevate, che lo strombazzare sulla disoccupazione giovanile che politici e media fanno due giorni sì e il terzo anche fosse dettato da sincera preoccupazione per il destino dei giovani disoccupati? Stanno preparando il terreno, lo sgomberano dalle possibili obiezioni, lo arano e concimano per le prossime proposte: abbassare i salari di chi lavora per “dare lavoro ai disoccupati”. Che non lo troveranno più facilmente di prima ma, in compenso, quando lo troveranno, avranno lo stesso salario di polacchi e rumeni. Poi si vedrà: C’è sempre un nuovo obiettivo da porsi: il salario degli africani, magari. Così avremo ottenuto l’uguaglianza, quella degli sfruttati. D’altra parte, visto che noi finora privilegiati e ricchi popoli occidentali, per tutto il tempo delle vacche grasse ce ne siamo infischiati delle condizioni di lavoro di chi produceva i nostri beni di consumo così a buon mercato (chissà perché?), direi che in fondo la biblica “legge del taglione” ce la siamo meritata.

3)    C’è anche un tre. Eliminare le piccole attività indipendenti. Anche i bocconcini della torta vogliono rastrellare. Se non trovo più un mobilificio, comprerò all’Ikea. Piccoli commercianti e artigiani, piccoli industriali, piccoli contadini dovranno sopravvivere solo e se diventeranno appendici delle grandi aziende monopolistiche. Chiunque svolga un’attività autonoma sa che gli stanno stringendo un cappio al collo. Fatto di tasse e tartassamenti che diventano insostenibili, di impossibili e costosi adempimenti burocratici continui. Forse avrà pensato ingenuamente che quel continuo spillargli quattrini avesse semplicemente il fine di riempire le tasche dei politici corrotti e dei loro amici, “amiche”, parenti, sodali ecc. Il “Magnamagna”, insomma. Invece no, o non solo. Il fine principale è di rovinarlo. In questo modo, tra l’altro, si ottiene anche (e non è un obiettivo secondario) altra manodopera disoccupata, quindi concorrenziale.
E anche in questo caso le stesse cose stanno succedendo ovunque: stesse leggi, stessi adempimenti burocratici, stessi tartassamenti, anche in paesi i cui politici non sono proprio così corrotti. La differenza casomai la fa la resistenza popolare e la posizione del paese nella piramide del dominio: se sta in alto, ci vorrà un po’ più di tempo prima che i suoi politici si dedichino a schiavizzare il proprio popolo: hanno bisogno del suo consenso mentre si applicano a far fuori gli altri popoli. Naturalmente tutto questo deve avvenire poco a poco, in modo da non renderne evidente il fine. Niente di nuovo sotto il sole. Ve lo ricordate il Forum Sociale di Seattle? Il Forum dei Popoli lottava contro i dettami e le ricette del Fondo Monetario Internazionale: “tagli ai servizi sociali”, “apertura dei mercati a investimenti esteri”, che voleva semplicemente dire privatizzazioni; lottava contro i dettami dell’OMC: “aprire i mercati”, che voleva dire rovina  dell’economia contadine dei paesi poveri. E adesso tocca a noi! Unione Europea e USA stanno trattando segretamente (manco il Parlamento Europeo viene informato della trattativa e, del resto, quali sono i poteri del Parlamento Europeo?) il Trattato Transatlantico per la Liberalizzazione del Commercio e degli Investimenti. 
I mercati europei devono spalancarsi senza riserve alle multinazionali USA, e se qualcuno non si spalanca sarà fuorilegge: “… nessun criterio di qualità o sicurezza… limiti il diritto ad esportare delle grandi imprese”
E’ perché si attui tutto questo che in Germania la Zuppa e il Panbagnato governano assieme, in Francia sono pronti a farlo e in Italia pure (non si chiamava “Partito Unico”?); è per questo che in Italia approveranno una legge elettorale che impedisce il formarsi di partiti alternativi, che obbligherà a formare coalizioni per avere qualche speranza di successo, che darà alla coalizione di maggioranza la possibilità di “fare cappotto”su tutto, impedendo di fatto una vera opposizione.
E così nel lieto fine
tutti quanti fanno lega.
Se il valsente non vien meno
quasi sempre è lieto il fine.

Per pescare in acque torbide
Tizio a lungo accusa Caio.
Ma alla fine uniti a tavola
mangeranno il pan dei poveri.
(Bertolt Brecht)



Un po’ di memoria storica: contro la Legge Truffa, proposta dal governo  democristiano nel 1953, e molto meno truffaldina di questa, i lavoratori e le opposizioni scesero in piazza in tutta Italia, in Parlamento ci furono scontri con banchi divelti e sediate in testa, la Legge Truffa non passò. E’ per questo che i piccoli Comuni devono diventare un grande Comune, le città e i Comuni limitrofi Città Metropolitane, gli Stati nazionali Unioni Europee. E chi ci governa, Supercomune, Regione o governo nazionale deve eseguire gli ordini, chi prima li eseguirà più carriera farà. Anche per questo cresce la corruzione in politica: è una politica che seleziona i corrotti; chi accetterebbe tutti i diktat di poteri economici esterni che vogliono impadronirsi  di tutte le ricchezze del suo paese, se non fosse profondamente corrotto?
A Bruxelles c’è un palazzetto con una piccola targa: Trans Atlantic Business Dialogue. E’ il nome del “consorzio” delle più grandi e potenti multinazionali del mondo; dalla Microsoft alla Unilever, dalla Monsanto alla Boeing alla Dow Chemical alla Coca Cola… e altre decine e decine, sono tutte lì. Presentano periodicamente al governo americano e alla commissione europea le loro richieste. Ai loro galoppini. “Le vostre priorità sono le nostre priorità” rispondeva nel 2011 la commissione europea. “Diteci per tempo cosa dobbiamo fare… e se pensate che stia accadendo qualcosa che andrebbe stroncato sul nascere”, così si rivolgevano alle multinazionali i dirigenti europei. Cosa dirigano mi sembra chiaro. Anche su questo, se volete saperne di piü, guardatevi il bel servizio di Paolo Barnard su Report: “I globalizzatori”. Per tutto questo non dovete credere che il governo della vostra regione governi la regione, che il presidente del consiglio e quello della Repubblica governino il vostro paese. Né, tantomeno, che la Commissione Europea sia davvero responsabile delle politiche europee, se non per ignavia.  I Forum Sociali Mondiali sono stati la risposta consapevole dei popoli alle politiche di globalizzazione imperialista e neocolonialista. Si sono poi, un po’ alla volta, annacquati, inquinati, defilati. Ma io credo che non si possa che ripartire da lì. “Agire localmente, pensare globalmente”. Ma per pensare globalmente anche mentre si agisce localmente, dobbiamo unire di nuovo tutte le forze che combattono contro i potentati economici multinazionali: gruppi e associazioni ambientaliste, organizzazioni dei contadini e dei lavoratori; tutti i gruppi che si battono per l’ambiente e per una vera democrazia dei popoli, per una società di giustizia e rispetto per tutti i viventi, di solidarietà tra gli umani. E diffidando delle grandi ONG che prendono soldi dai governi e da misteriose fondazioni, e che sono state una delle cause del rifluire e frantumarsi di quel grande movimento che era il Forum Sociale Mondiale. E credo che dobbiamo imparare di nuovo a stare in mezzo alla gente, usando internet solo come uno dei nostri strumenti, non come uno sfogo e un rifugio. Quella gente che oggi viene informata solo da televisioni, radio, media ufficiali che sono i megafoni del potere; quella gente che si sente oggi sola, frastornata, impotente (non succede a tutti noi “gente”?), abbandonata da quelle che erano un tempo le organizzazioni dei lavoratori, i partiti di opposizione, le grandi associazioni politiche.“Fare rete” è una formula che ha avuto tanto successo, ma quasi soltanto a parole. Possiamo cercare di passare dalle parole ai fatti. Cominciando localmente ma pensando globalmente.

…Dato che ai governi, che promettono
sempre e tanto, non si crede più,
decretiamo dunque che con queste mani
una vita vera ci si costruirà.
(Bertolt Brecht)

L’associazione Paea è impegnata sul fronte della decrescita e dello scollocamento: clicca qui per sapere quali sono i prossimi appuntamenti da non perdere.

Fonte: il cambiamento.it

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Le lobbies del petrolio in affanno: costi spaziali, risultati minimi

Le tre principali multinazionali “fossili” nel 2013 hanno speso l’equivalente del programma lunare della NASA con aumenti di produzione minimi. E’ l’ennesima conferma della validità della teoria di Hubbert: il petrolio facile è finito, quello rimasto è sempre più costoso e sarebbe meglio lasciarlo dov’è per investire nelle rinnovabili

Nel 2013 le tre più importanti multinazionali del petrolio, Exxon,Shell e Chevron hanno speso qualcosa come 120 miliardi di dollari per cercare di aumentare la produzione di greggio, quasi come l’intero programma spaziale Apollo(1) Lo dice una fonte non certo sospettabile di partigianeria qual è il breviario dei businessmen, cioè il Wall Street Journal (se il link non apre l’articolo, si può leggere una sintesi qui). Invece di raggiungere 9 volte la Luna come ha fatto la NASA tra il 1968 e il 1972 (2), big oil ha ottenuto solo “little to show”, cioè briciole. A fronte di una spesa pari a 500 miliardi di dollari tra il 2009 e il 2013, la produzione è cresciuta solo del 6-10% per Exxon, ed è rimasta a valori insignificanti per Chevron e Shell (vedi grafici in basso, tratti sempre dal WSJ). Con 500 miliardi si sarebbero potuti ottenere risultati certi nelle rinnovabili, ad esempio si sarebbe potuta aumentare due volte e mezzo la potenza eolica mondiale (3) e questa energia sarebbe stata a disposizione già oggi. Purtroppo le lobbies del petrolio sono prigioniere della “maledizione della trivella”: devono continuare a cercare greggio da giacimenti sempre più piccoli, di peggiore qualità e situati in luoghi sempre più sperduti per rimanere competitive sul mercato. I costi crescono a dismisura rispetto ai risultati e alla lunga questa è una battaglia che non si può vincere. Il progetto di Kashagan, Mar Caspio, prevede ad esempio la costruzione di isole artificiali per le operazioni di estrazione (video in alto). I costi, preventivati da Shelled Exxon in 10 miliardi, sono lievitati ad oltre 40 miliardi e solo da qualche mese l’impianto a iniziato a produrre qualcosa. Una fettina di questi investimenti sono stati anche sostenuti da ENI. Eppure, anche se ci fossero davvero 2 miliardi di tonnellate di greggio e fosse possibile estrarle tutte, questo cosiddetto giacimento gigante basterebbe solo per sei mesi di consumi mondiali. Che senso ha sperperare tutte queste risorse per prolungare la vecchiaia del petrolio di mezzo anno?Costi-enormi-per-poche-gocce-di-petrolio

(1) Il programma lunare Apollo costò 25,4 miliardi di dollari del 1973, equivalenti a 133 miliardi di dollari del 2013.

(2) Le 9 missioni circumlunari sono Apollo 8, 10, 1112, 13, 14151617. Quelle in neretto corrispondono agli allunaggi

(3) A fine 2013 c’erano 318 GW di eolico e con 500 miliardi se ne sarebbero potuti installare altri 500.

Fonte: ecoblog

L’occhio delle multinazionali sulle ong

Se ne parla da tempo: le multinazionali prese di mira dai boicottaggi e dalle critiche delle organizzazioni ambientaliste e no profit si organizzano per tenere monitorate le stesse ong e riuscire così a conoscerne le strategie. Ora a metterlo nero su bianco, raccontandone meccanismi più o meno limpidi, è Gary Ruskin, direttore del Center for Corporate Policy e membro di Essential Information, organizzazione no profit fondata nel 1982. Entrambe le realtà effettuano monitoraggi periodici delle politiche seguite dalle multinazionali e ne informano i cittadini. Il Cambiamento vi mette a disposizione la versione integrale del rapporto in Pdf.ong_e_spionage

Le multinazionali e le grandi società stanno utilizzando tecniche e strategie di monitoraggio delle organizzazioni no profit, imboccando a volte strade “poco ortodosse” e non sempre corrette. A metterlo nero su bianco nel suo rapporto diffuso nei giorni scorsi è Gary Ruskin, autore del documento rilanciato negli Usa dal Center for Corporate Policy (http://www.corporatepolicy.org)che lo stesso Ruskin dirige. Nello staff dell’organizzazione ci sono anche esperti come Sarah Anderson, direttore del Global Economy Program dell’Institute for Policy Studies di Washington; John Cavanagh, economista che ha lavorato negli anni ’80 per l’Onu; Charlie Cray, ricercatore in forze a Greenpeace USA e direttore della campagna Citizen Works;Robert Weissman, presidente dell’organizzazione Public Citizen, avvocato e autore di numerosi articoli e pubblicazioni. Ruskin fa parte anche di Essential Information (http://www.essentialinformation.org), organizzazione no profit che pubblica un rapporto mensile sulle condotte delle multinazionali. Nel rapporto Ruskin spiega e documenta come le multinazionali si avvalgano negli Stati Uniti anche di ex personale della National Security Agency, di altri organismi federali e di personale delle forze dell’ordine locali per monitorare le organizzazioni no profit e i loro attivisti in diversi campi di interesse: ambientalisti, pacifisti, tutela dei consumatori, movimenti che si occupano di giustizia sociale, alimentazione, lotta all’abuso di sostanze chimiche nell’alimentazione e nell’agricoltura, diritti animali. Una delle strategie di cui parla diffusamente Ruskin è quella che vede le multinazionali infiltrare tra volontari e giornalisti persone di fiducia per raccogliere informazioni. “Per molte grandi società – scrive Ruskin – il valore del brand in sé è cosa preziosa. Per questo vedono le organizzazioni no profit e chi protesta come potenziali e imprevisti avversari e vogliono sapere tutto su di loro. Le grandi società prendono molto seriamente tutto ciò che mette a rischio il loro marchio e quindi concentrano i loro sforzi nel tenere controllate le organizzazioni no profit per mettere a punto strategie con le quali negano addebiti o mascherano determinate attività”. La ricostruzione di Ruskin è minuziosa e dettagliata, cita articoli e atti giudiziari e documenta una serie lunghissima di casi. Cita per esempio l’articolo-denuncia di James Ridgeway comparso su Mother Jones (http://www.motherjones.com), secondo cui un’importante società privata che si occupa di sicurezza “ha spiato Greenpeace dalla fine degli anni ’90 fino almeno a tutto il 2000 appropriandosi di documenti persino dai bidoni della spazzatura, cercando di infiltrare persone nei gruppi e nei meeting, raccogliendo registrazioni telefoniche di attivisti”. Cosa succedeva in quegli anni? “Negli anni ’90 – scrive Ruskin – Greenpeace ha condotto una campagna per eliminare l’uso del cloro nella fabbricazione di plastica e carta. Molte delle critiche erano state dirette alla Dow Chemical (http://www.sciencemag.org)ed ebbero anche il sostegno dell’amministrazione Clinton e di altri organismi governativi. Nel tentativo di contenere i problemi anche di immagine, la Dow fece un accordo con una società di pubbliche relazioni, la Ketchum. Secondo Mark Floegel di Greenpeace, la Dow pagò alla Ketchum circa 500mila dollari l’anno per le pubbliche relazioni e per spiare Greenpeace e altri gruppi ambientalisti”. L’associazione ambientalista ha fatto causa alla Dow e ha raccolto una precisa cronologia del caso (http://www.greenpeace.org)che mette a disposizione atti giudiziari e testimonianze. Nel 2000, sempre secondo la ricostruzione di Ruskin, la società privata per la sicurezza che aveva spiato Greenpeace, la BBI, cambia il suo nome in S2i e viene assoldata dalla Ketchum per monitorare organizzazioni no profit che si stavano opponendo agli alimenti geneticamente modificati. Ne scrive sempre James Ridgeway su Mother Jones; la rivista fornisce anche un documento che attesta come la BBI si fosse concentrata anche sulla Fenton Communications, una società di pubbliche relazioni che sostiene le cause ambientali e i gruppi no profit

(www.motherjones.com).

Un altro esempio ancora risale al gennaio 2011, quando il responsabile di una società che si occupa di sicurezza informatica annuncia di avere identificato il capo degli hacker che si fanno chiamare Anonymous. Per tutta risposta, Anonymous ha hackerato mail e account della società diffondendo in rete documenti riservati (http://www.theguardian.com) che hanno consentito di scoprire come la stessa società avesse in mente di aiutare un proprio importante cliente, la Us Chamber of Commerce, a gettare discredito sulle organizzazioni troppo critiche (http://www.nytimes.com). Sempre nel 2011, ma a novembre, la società francese Electricite de France è stata multata di 1 milione e mezzo di euro per avere hackerato i computer di Greenpeace France e ha anche pagato altri 500mila euro di danni (http://www.telegraph.co.uk). Ruskin nel suo rapporto ha ricostruito decine di episodi. Eccone un altro. Il Camp of Climate Action è un gruppo inglese formato da attivisti che chiede a gran voce il decomissioning degli impianti a carbone e nell’ottobre 2009 avevano condotto una campagna di disobbedienza civile nei confronti dell’impianto di Ratcliffe-on-Soar. Sedici mesi dopo il giornale inglese Guardian riportò che tre grandi compagnie nel settore dell’energia avevano incaricato una società privata di infiltrarsi tra gli attivisti del gruppo (http://www.theguardian.com). Cosa accade in Italia? Molte multinazionali e grandi società sono presenti anche nel nostro paese. Come si comportano? Auspichiamo presto un’analisi dettagliata come quello di Ruskin in Usa.

Per saperne di più: Spooky Business:Corporate Espionage Against Nonprofit Organizations

Fonte. Il cambiamento