Eutanasia per gli animali: quali alternative?

24 Milioni di italiani condividono la loro vita con un compagno animale: un rapporto affettivo stretto e arricchente. Ma che accade quando la vita di un amico animale volge al termine? L’eutanasia animale è sempre davvero l’unica soluzione per evitare che soffrano? Quando ci lasciano come affrontare un dolore che gli altri sembrano non capire? Ne parliamo con il medico veterinario Stefano Cattinelli, tra i fondatori di Armonie Animali e autore del libro “Tenersi per zampa fino alla fine”, pubblicato da Amrita Edizioni. Stefano Cattinelli è un medico veterinario, diplomato in Omeopatia veterinaria unicista ed esperto nell’Antroposofia di Rudolf Steiner. Propone da anni un’alternativa all’eutanasia, con un approccio empatico, che non solo aiuti l’animale, ma anche la persona che gli sta accanto. Ha scritto molti libri su questi temi, è tra i fondatori di Armonie Animali, si occupa di Floriterapia e conduce seminari di Costellazioni Sistemiche Familiari per Animali. Lo abbiamo incontrato per approfondire le riflessioni intorno ad un tema quanto mai spinoso: l’eutanasia per gli animali.

Stefano, tra gli altri, hai scritto con Daniela Muggia “Tenersi per zampa fino alla fine”, pubblicato da Amrita Edizioni. Di cosa parla questo libro?

Il libro affronta il momento più importante e più difficile della relazione tra una persona e il proprio animale: quello in cui l’animale se ne va. Mi occupo di questo tema da una ventina d’anni e sono molto sensibile all’argomento perché essendo un veterinario so quanto sia importante il nostro ruolo in questa fase. La professione che ho scelto, ha la grande responsabilità di consigliare gli umani nella fase terminale di vita di un animale, cercando di capire quanto questo soffra e come si possa affrontare l’inevitabile declino. Ho sempre vissuto con difficoltà le prassi tradizionali che vedono un percorso precostituito per gli appartenenti alla mia categoria; ho sempre provato una pesantezza che non riuscivo a gestire. Quando mi trovavo a dover praticare o immaginare di praticare l’eutanasia, capivo che l’animale non voleva me al suo fianco, bensì il suo punto di riferimento esistenziale (una singola persona o un’intera famiglia). Ho quindi sviluppato una consapevolezza crescente della sacralità della morte: l’ingresso in questa dimensione richiede determinate qualità, attenzioni e rispetto che sono ovviamente diverse dalla routine ambulatoriale veterinaria. Mi sono impegnato a creare, quindi, anni fa un reale spazio sacro, in cui ci si possa muovere secondo dinamiche molto più complesse di quelle che razionalmente possiamo percepire: solitamente stacco il telefono e cerco di aprire un dialogo a vari livelli con la persona che assiste l’animale, dando la possibilità a quest’ultimo di spegnersi con i suoi tempi e le sue modalità, differenti l’uno dall’altro. Credo infatti che ogni animale decida di andarsene in modo assolutamente unico e “personale”. In venti anni, ho accompagnato centinaia di “individui” e non c’è stato un caso uguale all’altro. Mi sono quindi reso conto che più approfondivo questo percorso più il concetto di eutanasia si allontanava. Mi sono trovato ad entrare in una fluidità esperienziale unica. Ho notato che quando le persone si mettono davvero in gioco durante il percorso di accompagnamento dell’animale, riescono a cambiare il proprio ruolo nella relazione, vedendo poi – durante la fase finale – l’animale diventare “guida” dell’umano.

Nel caso in cui un animale soffra troppo, che tipo di percorso proponete?

È uno spazio complesso dove ogni cultura propone la propria visione. In questo tipo di esperienza possiamo vedere il dolore come parte di questa complessità. Per quanto riguarda il dolore fisico dell’animale, si possono adottare cure palliative che permettono di eliminare o ridurre al massimo il disagio fisico dell’animale. Per quel che riguarda il dolore emozionale, frutto del legame instaurato tra umano e animale, ci si sposta sul piano animico. Si possono quindi utilizzare i fiori di Bach o mille altri rimedi analoghi. Infine, non va dimenticato il dolore dell’umano, che ha un’influenza importantissima sull’evolversi degli eventi. Il dolore umano non è esclusivamente legato a quel singolo momento, ma appartiene a una storia biografica: quando l’animale entra in relazione con l’essere umano, subentra in un momento preciso dell’esistenza della persona, rispondendo a un bisogno di quest’ultima (lo si può comprendere anche dal nome che viene affidato all’amico peloso o alla tipologia di animale scelto) e tutto ciò inevitabilmente influisce, rafforzando ulteriormente il vuoto che si crea quando l’animale se ne va. Vi sono diverse modalità di reazione al distacco: c’è chi prende subito un altro animale con sé, e chi non ne vuole più. Credo che la cosa migliore sia imparare a stare un po’ nel dolore, prendere confidenza con tale esperienza e poi riuscire a guarire anche rispetto alle proprie esperienze precedenti. 

Chi vuole avvicinarsi a questo genere di percorso, oltre a leggere il libro, cosa può fare?

Propongo un percorso sull’accompagnamento a Treviso (scopri di più) che dura tre fine settimana e affronta tre temi fondamentali: il lasciare andare, il cambio di ruolo e il saper entrare nella fluidità. Sono passaggi interiori che preparano le persone ad essere più consapevoli nel momento del passaggio. A questo proposito, vi racconto un aneddoto che mi è capitato un paio di giorni fa: mi ha chiamato una ragazza che ha seguito questo percorso con me quattro anni fa, raccontandomi che la sua cagnolina se n’era andata da qualche giorno. Mi ha detto di aver fatto tutti gli esercizi imparati, di aver letto tutti i miei libri ma quando poi si è trovata a dover gestire la situazione è entrata nel panico, si è sentita sola. Con il passare del tempo, però, le si sono attivate risorse che non sapeva di avere, che hanno permesso alla cagnolina di andarsene via serena, accompagnata dalla proprietaria e dal suo compagno. Mi ha raccontato che c’è stato un momento preciso particolare, probabilmente scelto dalla coscienza della loro relazione, in cui se n’è andata nel migliore dei modi.

Hai scritto questo libro con Daniela Muggia: come mai avete deciso di scriverlo insieme e in che modo vi siete “completati a vicenda”?

È stata proprio Daniela a contattarmi: attraverso il lavoro svolto dalla sua associazione (Associazione Tonglen onlus) per l’accompagnamento empatico di persone morenti, lei e i suoi collaboratori con cui porta avanti le attività, avevano ricevuto richieste di aiuto da parte di famiglie che avevano animali in fin di vita. Mi ha proposto quindi di scrivere un libro insieme, ed è stata un’avventura bellissima e difficilissima, essendo noi molto diversi. È nato così questo testo che mi piace davvero molto: Daniela porta un contributo importante sulla fisica quantistica, creando un legame con la dimensione scientifica e un approfondimento sulle cure palliative. 

Cosa pensano i tuoi colleghi di questo approccio?

Molti colleghi sono convinti che l’unica possibilità di togliere il dolore sia togliere la vita all’animale. Mi sono dovuto allontanare da diversi gruppi web, perché venivo spesso attaccato per la mia visione non tradizionale. Armonie Animali, il network di veterinari di cui faccio parte, è un ambiente molto più sereno da questo punto di vista; magari non tutti sanno bene nel merito di cosa mi occupo, ma rispettano il mio lavoro.

Vorremmo parlare dell’impatto dell’eutanasia sui veterinari: pare che ci sia un tasso di depressione molto alto. Cosa ne pensi?

È un aspetto completamente sottovalutato. Noi veterinari nasciamo professionalmente per salvare l’animale, ogni cosa che impariamo e facciamo va verso la vita. Di conseguenza l’esperienza della morte viene vissuta come una sconfitta, doppia essendo, in caso di eutanasia, noi ad indurla. Animicamente credo che si crei una frattura all’interno del veterinario, come un attrito. A questo punto il veterinario in questione ha due possibilità: o si separa da questa frattura eliminando la valenza emozionale per proteggersi (a costo di ledere il senso della professione), o – in caso di persone più sensibili – al ripetersi di questa azione subisce una destabilizzazione interiore sempre maggiore. Considerando che l’attività media di un veterinario conta statisticamente un paio di casi di eutanasia la settimana, diventa un vero e proprio meccanismo di non senso. La morte in natura è inserita in un contesto armonico, ed è ovvio che quando l’animale entra nella vita della famiglia le cose si complichino, ma ci sono delle possibilità di uscita da questa situazione. Purtroppo, nelle facoltà veterinarie, il tema della morte non viene mai affrontato, nonostante i dati statistici dimostrino che è un tema delicato e sempre più di attualità. Ma le cose stanno cambiando, la sensibilità collettiva è in aumento. Da circa dieci anni infatti è nato anche un comitato bioetico che ha cercato di inserire delle regole per gestire questo fenomeno.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/03/eutanasia-per-animali-quali-alternative/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Boschi vivi: un cimitero naturale per la salvaguardia del paesaggio

Boschi Vivi è una cooperativa e un progetto di economia circolare: si tratta dell’unico servizio di interramento delle ceneri che opera in area boschiva in Italia e che reinveste i propri utili in progetti di salvaguardia dei boschi e dei paesaggi. Nata nel marzo 2016, Boschi Vivi si pone inoltre l’obiettivo di rendere il bosco prescelto per l’interramento un luogo partecipato, organizzando all’interno attività ludiche e ricreative e rivoluzionando di fatto il sistema dei servizi cimiteriali.

Non vorremmo mai parlarne. Anzi, non ci pensiamo e se lo facciamo dobbiamo spesso superare una sensazione di vuoto e di disagio abbastanza spiccato. Ma come diceva lo scrittore argentino Jorge Louis Borges, “la morte è un’usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare”. Perché non provare a renderlo un avvenimento che possa migliorare le condizioni di chi rimane? A questo interrogativo prova a dare una risposta e una soluzione la Cooperativa Boschi Vivi, nata nel marzo 2016 e formata da quattro soci: Anselma Lovens,  Camilla Novelli, Riccardo Prosperi e Giacomo Marchiori.

Si tratta dell’unico servizio di interramento delle ceneri che opera in area boschiva e reinveste in progetti di cura dei boschi. Tramite l’acquisizione o la presa in gestione di un’area boschiva da Enti sia pubblici che privati, Boschi Vivi provvede a restituirla alla comunità, con la rigenerazione dell’area in oggetto, sia per quanto riguarda il recupero ambientale e vegetazionale sia per il miglioramento della fruibilità. L’area dove viene attuato il servizio viene monitorata e gestita nel tempo e l’accesso è libero per tutti.

Perché il recupero dei boschi?

Mentre la formazione di Riccardo è di natura giurisprudenziale, le altre due socie e l’altro socio di Boschi Vivi hanno una formazione tendenzialmente forestale connessa alla tutela del paesaggio. Provengono dalla Liguria, regione teatro di una forte frammentazione della proprietà boschiva e che spesso viene abbandonata: “L’abbandono dei boschi in Liguria è un problema forte” ci racconta Anselma Lovens “e più dell’ottanta per cento dei boschi è di proprietà privata, ma è una proprietà molto frammentata e a volte anche inconsapevole: ci sono persone che ereditano boschi e nemmeno sanno di esserne i proprietari. Bisogna in realtà occuparsi dei boschi, perché per molto tempo questi ambienti sono stati antropizzati dall’uomo per diversi utilizzi, hanno bisogno di essere gestiti per evitare il rischio idrogeologico, di frane e di incendi e sono competenze che stanno venendo sempre più a mancare. Sono equilibri che, in caso di abbandono, sarebbero persi con conseguenze negative per tutti”.MG_8503.jpg

Come funziona il progetto: perché Boschi Vivi?

Parlare di “Boschi Vivi” rispetto a quello che stiamo trattando può suonare paradossale, ma di fatto questo progetto vuole ripensare anche il modo di utilizzo del nuovo cimitero naturale. La scelta di aderire al progetto di Boschi Vivi presuppone la volontà di cremazione e dispersione delle ceneri da parte della persona interessata. Chi vuole aderire “prenota una visita informativa nella quale una guida spiega come funziona il progetto, la persona sceglie così l’albero nei cui pressi, a suo tempo, verranno interrati i resti con una piccola targa commemorativa”, ci spiega Anselma “Siamo arrivati dunque con questa idea che mette a sistema una scelta che in realtà nella normativa è già inquadrata, noi ci occupiamo di tutto l’iter burocratico per renderla effettiva. La proposta, inoltre, è aperta anche per gli animali”. Le persone hanno a disposizione più opzioni, che variano a seconda della disponibilità economica: si va dall’albero di comunità, che rappresenta il prezzo più basso e consiste nell’essere dispersi insieme ad altre persone sotto un albero, a progetti più onerosi e personalizzati per famiglie o singoli. Si paga una sola volta, una tantum, e il diritto vale per novantanove anni dall’inizio del progetto. Nessuna lapide né fiori recisi: il bosco si presenterà in modo molto simile a come sarebbe in assenza dell’attività commemorativa: “Il bosco è già di per sé una scenografia naturale meravigliosa e rasserenante”.MG_8931.jpg

Il nome Boschi Vivi è sinonimo anche di un’altra volontà dei quattro soci: “L’idea nostra è mantenere il bosco vivo in tutti i sensi: abbiamo intenzione di organizzare all’interno corsi di yoga, letture, laboratori per i bambini”, ci racconta Giacomo Marchiori. “Abbiamo fatto dei questionari alle persone propedeutici alla nostra attività, dove è emerso un aspetto importante: anche chi non è interessato a farsi cremare o disperdere, comunque utilizzerebbe un bosco adattato a questa attività per poterci fare le sue attività quotidiane come passeggiare o ad esempio andare a funghi. Per questo progetto noi ci siamo ispirati ad alcune esperienze già attive da tempo nei paesi anglosassoni, in Germania, Austria e Svizzera, ma nessuno di questi finora ha la particolarità del fine del recupero e della tutela del paesaggio. Questo è dovuto al nostro background di pianificatori forestali, che ci ha fatto osservare la realtà italiana e il problema dell’abbandono dei nostri boschi. È un forte valore aggiunto del progetto, una possibile soluzione al problema e pensiamo che oggi l’Italia sia pronta per accoglierla”. Dopo aver vinto diversi bandi, il progetto è partito in un bosco divenuto di proprietà della Cooperativa, nel comune di Martina-Urbe in provincia di Savona. Per migliorare il recupero e il ripristino di alcune aree del bosco in questione, da martedì 9 ottobre Boschi Vivi ha dato vita ad una campagna di crowfunding  che scadrà tra circa un mese, allo scopo di sostenere le spese di riqualificazione del bosco stesso.MG_8969

“Il servizio cimiteriale è rimasto inalterato a livello di offerta dai periodi napoleonici”, conclude Anselma. “È un sistema cristallizzato e aveva bisogno di uno stimolo secondo noi votato all’innovazione. Abbiamo sentito un trasporto verso questa nuova consapevolezza che l’Italia sta avendo della necessità di tutela paesaggistica e ambientale e crediamo di poter porre le basi per creare rete e diffondere altri boschi vivi non solo in Liguria, ma in tutto il territorio italiano”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/io-faccio-cosi-185-boschi-vivi-cimitero-naturale-salvaguardia-paesaggio/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Onu: i pesticidi causano 200mila morti l’anno

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Pesticidi: causano 200 mila morti all’anno, la quasi totalità nei Paesi in Via di Sviluppo. Il rapporto dell’Onu che conferma gli effetti di queste sostanze sulla salute e sui diritti umani.

I pesticidi usati in agricoltura provocano 200mila morti l’anno. Quasi tutti nei Paesi in via di sviluppo: è questo il grido di allarme lanciato dall’Onu. La stima è contenuta in un rapporto realizzato dagli inviati speciali dell’Organizzazione per il Diritto al cibo, Hilal Elver, e per le Sostanze tossiche, Baskut Tuncak. Nei giorni scorsi, il report è presentato al Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra. C’è di più. Secondo i Relatori Speciali, non solo fanno male alla salute e all’ambiente. Non sono nemmeno necessari per garantire l’aumento della produzione agricola finalizzata al nutrimento della popolazione mondiale in crescita.

Pesticidi: dannosi e non necessari

Il rapporto è molto chiaro. Non solo i pesticidi sarebbero responsabili di un aumento stimato di 200mila decessi all’anno per avvelenamento acuto, ma non sono nemmeno necessari. Secondo gli inviati ONU, “nei 50 anni passati, la popolazione globale è più che raddoppiata, mentre la terra arabile disponibile è aumentata solo del 10%”.

Generalmente, affermano gli inviati, si ritiene che l’agricoltura intensiva industriale sia necessaria per aumentare i raccolti. E quindi per sfamare una popolazione mondiale in continua crescita. I dati confermano che, però, non è così. Anzi. È stato già ampiamente dimostrato, infatti, che i pesticidi causano danni ambientali, uccidono o fanno ammalare le persone, destabilizzano l’ecosistema e limitano la biodiversità. Altrettanto vero, inoltre, è che le aziende del settore hanno ormai adottato “una negazione sistematica della grandezza del danno portato da queste sostanze chimiche”. Hanno inoltre attuato “tecniche di marketing aggressive e non etiche” per promuovere i propri prodotti. Strategie che non sarebbero state contrastate a sufficienza. L’industria chimica, affermano gli inviati, tende infatti ad attribuire la colpa dei danni dei pesticidi all’uso improprio fatto dagli agricoltori. Spendono quindi enormi quantità di denaro per influenzare i decisori politici e contestare le prove scientifiche.

La risposta di Agrofarma al rapporto dell’Onu

Non si è fatta attendere la risposta di Agrofarma, l’Associazione nazionale imprese agrofarmaci che fa parte di Federchimica.

Secondo l’associazione, “gli agrofarmaci sono strumenti indispensabili per ottenere livelli di produttività delle coltivazioni sufficienti a sostenere la crescente popolazione mondiale; sforzi per una migliore distribuzione degli alimenti e per la riduzione degli sprechi sono doverosi, ma senza l’impiego degli agrofarmaci non si avrebbe abbastanza cibo per tutti. L’esempio virtuoso dell’agricoltura italiana ed europea conferma che l’agricoltura integrata, che prevede l’utilizzo della chimica, può essere pienamente sostenibile. Il problema non sono dunque i prodotti fitosanitari in sé stessi, ma il loro scorretto utilizzo”.

Affermazioni che cozzano con il rapporto che evidenzia come “alcuni pesticidi possano persistere nell’ambiente per decenni arrivando all’effetto controproducente di ridurre il valore nutrizionale degli alimenti oltre che a uccidere animali che non sono propriamente dei parassiti”.

Per l’Onu è necessario colmare il vuoto dell’assenza di un trattato generale che regoli i pesticidi altamente pericolosi. Produrre cibo nutriente, più sano e rispettoso dell’ambiente non solo è possibile: è necessario.

FOTO: Jenni Jones

Fonte: ambientebio.it

Smog, nel 2013 più di 5 milioni e mezzo di morti premature nel mondo

Secondo lo studio internazionale presentato nel corso dell’American Association for the Advancement of Science, più di metà dei decessi è avvenuta in India e in Cina. I ricercatori hanno paragonato il problema dell’inquinamento dell’aria alle condizioni di vita durante la rivoluzione industrialesmog

L’inquinamento atmosferico ha causato più di 5 milioni e mezzo di morti premature durante il 2013. È quanto sostiene una ricerca presentata nel corso dell’incontro annuale dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS – Associazione Americana per l’Avanzamento della Scienza) a Washington DC. Più di metà dei decessi sono avvenuti in India e in Cina. Secondo gli scienziati americani, canadesi cinesi e indiani che hanno lavorato allo studio, nel 2013 le cattive condizioni dell’aria hanno ucciso circa 1,6 milioni di persone in Cina e 1,4 milioni di persone in India. “L’inquinamento atmosferico è il quarto fattore di rischio di morte a livello globale e il maggiore fattore di rischio ambientale per la contrazione di malattie”, ha dichiarato Michael Brauer, ricercatore dell’Università della British Columbia. Brauer ha aggiunto che l’inquinamento dell’aria aumenta il rischio di contrarre malattie cardiache, infarto, cancro ai polmoni, bronchite, enfisema e infezioni acute. I ricercatori hanno paragonato il problema dell’inquinamento atmosferico in Asia alla situazione che si era creata durante la rivoluzione industriale in Europa e in America: una crescita economica massiccia frenata dalle nuvole di materiali tossici presenti nell’aria. Nel 2013 l’inquinamento da carbone, da solo, ha ucciso 366 mila persone in Cina, secondo quanto rilevato dal ricercatore Qiao Ma. Il carbone bruciato per produrre energia elettrica è stato il maggiore fattore inquinante nel paese e gli obiettivi che si è posta la Cina di ridurre le emissioni, così come stabilito lo scorso anno a Parigi, secondo gli scienziati non sono sufficienti. “Anche nello scenario più pulito, che dovrebbe verificarsi nel 2030”, ha sottolineato Ma, “la popolazione della Cina, in continua crescita, patirà da 990 mila a 1,3 milioni di morti l’anno. Chanda Venkataraman, ricercatore indiano, attribuisce l’inquinamento che affligge l’aria del suo paese al carbone, al legname e ai fuochi alimentati con letame che rilasciano nell’aria enormi quantità di particelle tossiche e finiscono nelle case delle famiglie più povere. In India, circa 920 mila morti sono state attribuite all’inquinamento atmosferico causato dagli impianti di produzione di energia elettrica e dalle emissioni delle autovetture. Circa 590 mila decessi sono causati dall’inquinamento familiare provocato dal riscaldamento e dai fuochi creati per cucinare. Venkataraman, professore dell’Indian Institute of Technology di Bombay, ha dichiarato che l’India deve confrontarsi con l’inquinamento prodotto da tre fonti: industriale, agricolo e casalingo. I ricercatori hanno guardato con favore ai provvedimenti normativi adottati dai legislatori americani, canadesi, europei e giapponesi per porre un freno all’inquinamento negli ultimi cinquanta anni. Dan Greenbaum, ex presidente del dipartimento per la protezione ambientale del Massachusetts, ha affermato che “dopo essere stato incaricato di progettare e migliorare strategie finalizzate a migliorare la qualità dell’aria negli Stati Uniti sa bene quanto sia difficile. La ricerca ci aiuta a scegliere la strada giusta indentificando le azioni che possono davvero migliorare la salute pubblica”. La Corte Suprema degli USA ha fermato alcuni recenti tentativi di frenare le emissioni di carbone, ordinando all’EPA (Environmental Protection Agency – Agenzia per la Protezione dell’Ambiente) di non promulgare le nuove normative per gli impianti alimentati a carbone, almeno fino a quando non verranno stabiliti i limiti legali. Questo ha fatto nascere timori sul fatto che le nazioni che hanno siglato l’accordo di Parigi riescano a mantenersi fedeli ai patti, ma l’amministrazione Obama ha ribadito che l’intesa parigina non sarà toccata.

Fonte: The Guardian

Traduzione: Laura Tajoli

Tratto: ecodallecitta.it

E’ peggio temere la morte o fuggire la Vita?

“La Vita è davvero un miracolo eppure noi la passiamo in gran parte inconsapevoli, inseguendo obiettivi fatui, scappando da problemi apparentemente immensi, ma in realtà spesso futili e sognando un Domani Felice. Un domani che non arriva mai, perché non abbiamo mai tempo per costruirlo veramente, per viverlo Adesso”.

Siamo fatti di carne e ossa. Banale no? Eppure chi ci pensa mai veramente? Ieri notte ero a letto, ho fatto un po’ tardi. Mi sono messo sotto le coperte nella mia casa tra i monti. Ero solo, completamente solo. Ho appoggiato la testa al braccio e ho sentito il battito del mio cuore. Avete presente? quel sottofondo che ci accompagna sempre ma non ascoltiamo quasi mai? Batteva e in un attimo di consapevolezza l’ho visualizzato. Un affare rosso, un po’ impressionante, dentro il mio petto. Mi faceva quasi paura…

Un pezzo di carne a cui non penso mai ma che mi tiene in vita e senza il quale io non sarei più. Ed ecco che il senso di tutte le azioni quotidiane svanisce in un istante. Cazzo, un giorno quel coso smetterà di battere! Nella migliore delle ipotesi saro’ molto vecchio, ma smettera’. E chissa’ quali altre diavolerie contiene il mio corpo. Pezzi di carne a cui non penso mai, ma che mi permettono di essere, fare, pensare.3031743-poster-p-1-3031743-the-future-of-work-enough-about-introverts-mastering-the-way-to-work-with-extroverts

Che impressione… Siamo così forti e così fragili… La Vita è davvero un miracolo eppure noi la passiamo in gran parte inconsapevoli, inseguendo obiettivi fatui, scappando da problemi apparentemente immensi, ma in realtà spesso futili e sognando un Domani Felice. Un domani che non arriva mai, perché non abbiamo mai tempo per costruirlo veramente, per viverlo Adesso.

Mi sono addormentato con questi pensieri. Addormentato… Che succede quando dormo? Dove vado? Cosa è reale e cosa sogno? Domande banali vero? Solo che a volte penso che a forza di definire banali alcune verità e retorici alcuni valori abbiamo finito per l’allontanarli dalla nostra vita. La morte e la nascita sono eventi straordinari. Eventi a cui non assistiamo quasi mai.

Avvengono in luoghi impersonali, sterilizzati, bianchi, grigi, verdini. I cadaveri, i nostri noi del futuro, vengono seppelliti in bare super resistenti in cimiteri lontani. Vediamo delle croci, vediamo delle foto, ma non vediamo i nostri organi decomporsi. Le guerre, dove scorre il sangue, sono lontane: “Per carità! Non mostriamo i corpi in tv! I bambini si impressionerebbero!”

Sangue? Morte? Corpi? Eliminati, anestetizzati. Si fa l’amore con una busta di plastica che impedisce il contatto con l’altro, si partorisce con il cesareo, si mangiano animali accuratamente sezionati da altri, senza occhi, senza alcun legame apparente tra cadavere e corpo.

E così l’intera vita è virtualizzata. Possiamo vivere 50 o 100 anni, ma li passiamo senza sapere cosa siamo, come siamo fatti, di cosa ci nutriamo, in che mondo siamo immersi. Poi un giorno un pezzo si rompe ed ecco che inizia il calvario negli ospedali. Ecco che improvvisamente siamo pieni di rimpianti, vorremmo Vivere davvero… ma ora sì, rischia di non esserci più tempo. Cosa aspettiamo veramente? Da cosa fuggiamo nel nostro eterno rinviare la Vita? Cosa ci terrorizza così tanto? E perché? Non lo so. Forse potrei approfondire l’argomento, magari cercare di vivere una Vita Consapevole, ma non ho tempo… Ho troppi impegni. Domani forse.

O almeno, questo è quello che mi sono detto fino ad oggi. Ma ora non più. Ora voglio vivere il mio presente.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/temere-morte-fuggire-vita/

Isde: “Grave l’inquinamento da traffico aereo, a rischio la salute di chi vive vicino agli aeroporti”

Malattie cardiovascolari, respiratorie, neoplastiche, disturbi della sfera neuro-comportamentale, disturbi dell’apprendimento e dell’attenzione nei bambini: per l’Associazione italiana medici per l’ambiente sono queste le conseguenze del vivere a distanza ridotta da un aeroporto. “Ridurre il numero dei voli”379515

Il trasporto aereo provoca inquinamento atmosferico, acustico ed elettromagnetico. Un dato ormai riconosciuto scientificamente e comprovato in modo incontrovertibile da decenni di studi e ricerche. Ad affermarlo è l’Associazione italiana medici per l’ambiente (Isde) di Viterbo. “Le popolazioni che vivono in prossimità degli aeroporti, come quelle residenti a CiampinoMarino e nel X Municipio di Roma – proseguono gli esperti – pagano pertanto, in termini di malattie e cause di morte correlate anche a questa particolare forma d’inquinamento, il prezzo più alto di scelte che hanno spesso messo al primo posto il profitto di pochi invece che la salute dei cittadini”.
L’Isde, che ha partecipato a Ciampino al convegno ‘Aeroporto, ambiente, salute, territorio’ promosso dal Comitato per la riduzione dell’impatto ambientale dell’aeroporto di Ciampino, cita come riferimenti studi già realizzati e in corso di Arpa-Lazio, delDipartimento di epidemiologia e prevenzione della Regione Lazio, dell’Università Sapienza di Roma e dell’Università Tor Vergata di Roma.
“In questi lavori scientifici – ha indicato nella sua relazione Antonella Litta, rappresentante dell’Isde di Viterbo – sono stati rilevati e studiati molti degli effetti sanitari già noti e generati dal trasporto aereo, soprattutto negli anni che hanno registrato un forte incremento del numero di voli sull’aeroporto di Ciampino, ovvero:malattie cardiovascolari, respiratorie, neoplastiche, disturbi della sfera neuro-comportamentale, disturbi dell’apprendimento e dell’attenzione nei bambini, e – aggiunge – una riduzione della qualità della vita per compromissione della qualità del sonno a causa delle operazioni aeroportuali svolte nelle ore notturne”.
La dottoressa Litta ha poi evidenziato come il trasporto aereo, incrementato dai voli ‘low-cost’ per lo più al servizio del cosiddetto ‘turismo mordi e fuggi’, “provochi gravissimi danni al clima (per i gas serra e le polveri generate dai combustibili utilizzati per la propulsione degli aerei), e come il surriscaldamento climatico e le sue conseguenze (alluvioni, desertificazioni, cicloni sempre più violenti, recrudescenze di particolari malattie infettive, riduzione della disponibilità di acqua potabile), abbiano ricadute drammatiche sull’intera umanità ed in particolare sulle popolazioni più povere del pianeta, quelle che per la stragrande parte non usufruiscono e non possono usufruire del trasporto aereo ma ne subiscono le nocive conseguenze e che vengono costrette a forzate migrazioni sanitarie”.
La rappresentante dell’Isde Viterbo lancia una appello alle istituzioni “affinché subito siano drasticamente ridotti i voli sull’aeroporto di Ciampino, prospettandone anche la possibile chiusura, in considerazione – avverte – della preoccupante situazione sanitaria determinata dalla lunga esposizione della popolazione a molteplici fattori d’inquinamento ambientale, di cui gran parte generata proprio dalle attività aeroportuali”.

Fonte: ecodallecittà.it

Amianto all’Università di Torino: terza morte per mesotelioma pleurico

Un professore, un ricercatore e un bibliotecario sono deceduti per mesotelioma pleurico. Sul caso il sostituto procuratore Raffaele Guariniello aprì un’inchiesta nel 1999

Dopo un docente di francese, Gianni Mombello, e un ricercatore di economia a Scienze Politiche, Andrea Brero, negli scorsi giorni è deceduto un bibliotecario di Palazzo Nuovo. Sale dunque a tre il numero dei decessi per mesotelioma pleurico nella sede universitaria torinese che, dalla fine degli anni Sessanta, ospita le materie giuridiche e umanistiche. L’uomo, 54 anni, lavorava all’interno di Palazzo Nuovo dal 1982 e il suo caso è entrato nel fascicolo di inchiesta che il sostituto procuratore Raffaele Guariniello ha aperto alcuni anni fa sulla presenza di amianto nell’edificio. Guariniello aveva iniziato a indagare nel lontano 1999 e fra queste tre vittime ci sarebbe un punto di contatto: la frequentazione della stessa biblioteca. La presenza di materiali contenenti amianto è accertata sino al 2003: non solo crisotilo, ma anche amianto blu, quello considerato più pericoloso. Nell’accertamento Asl fatto a cavallo fra 1999 e 2000 si scoprì che “le facciate esterne dell’intero palazzo sono state rivestite con lastre di tamponamento contenenti amianto”, più specificatamente “lastre modello Glasal con amianto” secondo quanto rilevato dall’Arpa: ma a destare preoccupazione furono, nel 1999, soprattutto le condizioni dei materiali: “Le lastre non sono in buon stato di conservazione, presentano spesso deformazioni e rotture”. Quando iniziarono i lavori per la biblioteca universitaria frammenti di lastre di materiale furono trovate ai lati del cantiere. La bonifica avvenne ma con notevoli ritardi: nell’ottobre 1999 i presidi annunciarono “imminenti lavori di rimozione” e l’Arcas, la società incaricata delle rimozione, finì nel mirino dell’Asl per non avere provveduto alla rimozione dei “residui di lavorazione in imballaggi chiusi”. Nel 2001 l’Asl scrive al rettore riguardo al rischio di dispersione di amianto nell’ambiente. Un rischio affrontato in maniera inadeguata, ma non per ignoranza del pericolo. Un verbale del Cda dell’ateneo datato 1990, infatti, testimonia come i vertici dell’Università fossero al corrente della precarietà dei rivestimenti in amianto. Pochi sapevano, ma le informazioni rimasero sotto chiave: professori, amministrativi e studenti respirarono le fibre di amianto. Il caso Eternit lascia supporre che i tre decessi di questi ultimi anni non siano che l’inizio di una lista destinata ad allungarsi in futuro.

Fonte:  Ansa

In Cina muore una bambina di 8 anni per smog

Per i medici dello Jiangsu Cancer Hospital la morte di una bambina di 8 anni è stata causata dallo smogsmog-cina-594x350

La piccola di 8 anni che viveva in Cina nello Jiangsu si è ammalata di cancro ai polmoni e secondo i medici dello Jiangsu Cancer Hospital il cancro si è sviluppato a causa dello smog. La piccola abitava in un edificio nei pressi di una zona trafficata. I medici cinesi, come d’altronde ha già reso noto l’OMS, hanno sottolineato come il Pm 2,5 sia altamente cancerogeno, ossia le polveri micro sottili.

Come riporta il South China Morning post:

A Pechino le morti per cancro al polmone sono aumentati del 56 per cento dal 2001 al 2010. Un quinto di tutti i malati di cancro soffrono di cancro al polmone rivela il Pechino Health Bureau, e è diventato la principale causa di decessi per cancro tra gli uomini nella capitale e la seconda più grande tra le donne, dopo il cancro al seno, nel 2010.

L’inquinamento atmosferico è per lo più causato dal trasporto, produzione di energia, emissioni industriali o agricole e residenziali e rappresenta un pericolo per la salute simile al respirare il fumo passivo. L’OMS ha dichiarato che nel 2010 sono morte di cancro al polmone 223.000 persone nel mondo a causa dell’inquinamento atmosferico e proprio io cancro al polmone è è il tumore più comune in Asia. L’oncologo Hao Xishan ha spiegato che:

La Cina aveva circa il 20 per cento dei casi di cancro nel mondo ma che recentemente ha diagnosticato che le morti per cancro al polmone, fegato, stomaco, esofago, colon, della cervice uterina, mammella e rinofaringe sono stati responsabili dell’80 per cento delle morti per cancro nel paese.

Ma l’inquinamento da smog non si ferma e proprio oggi a Shanghai è stato dichiarato lo stato di allerta suggerendo agli studenti di evitare attività all’aria aperta.

Fonte:  Avvenire

Poliisobutilene fuorilegge dopo la morte di 4000 uccelli nel Regno Unito

Una nuova legge dell’IMO, l’Organizzazione Marittima Internazionale, vieta lo scarico in mare della sostanza che a Dorset ha causato la morte di 4000 uccelli di 18 specie diverse144127739-586x436

Ad aprile e a gennaio di quest’anno, due diversi incidenti avevano causato la morte di 4000 uccelli di 18 specie differenti sulle spiagge della Cornovaglia, più precisamente a Dorset. Dopo un’indagine compiuta dal governo del Regno Unito, di concerto con la guardia costiera, si è avuta la conferma che a provocare le morti è stato lo scarico nell’ambiente marino del poliisobutilene, una sostanza chimica che finisce in mare dopo la pulizia delle cisterne delle navi e il lavaggio delle acque di zavorra. Anche se molti ambientalisti avevano già denunciato i pericoli connessi al suo utilizzo, finora nessuna norma proibiva di scaricarla in mare in quantità limitate. Ora il giro di vite. In una riunione dell’IMO, l’Organizzazione Marittima Internazionale è stato annunciato che, a partire dal 2014, tutte le PIB ad alta viscosità saranno riclassificate in una categoria che ne vieta il loro scarico in mare e che richiede che i serbatoi siano pre-lavati e residui smaltiti in porto. Ciò si applica anche alle nuove forme “altamente reattive” di poliisobutilene. Queste sostanze chimiche vengono utilizzate per migliorare le prestazioni dell’olio lubrificante e si trovano in prodotti che vanno dagli adesivi ai sigillanti, per finire con le gomme da masticare. Una volta finite in acqua, queste sostanze appiccicose diventano una sorta di trappola per gli uccelli che ne rimangono invischiati: l’incapacità di muoversi porta all’ipotermia, alla fame e, infine, alla morte. Molte associazioni ambientaliste si sono mobilitate e circa 25mila persone hanno firmato petizioni a sostegno del divieto.

Siamo molto soddisfatti per l’iniziativa presa dall’IMO. Il commercio mondiale di prodotti PIB è in aumento e con esso i rischi per il nostro ambiente marino, ecco perché è particolarmente prezioso la messa al bando globale di quest’oggi sullo scarico deliberato di PIB. Si tratta di un vero e proprio passo in avanti per i nostri mari e ci auguriamo che possa porre fine a questo particolare inquinamento che minaccia gli uccelli marini e ogni altra forma di vita marina,

ha dichiarato Alec Taylor, responsabile delle politiche marine dell’associazione ambientalista RSPB.

Fonte. Ecoblog

Fukushima, “le radiazioni possono uccidere in 4 ore”

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La contaminazione alla disastrata centrale nucleare di Fukushima fa sempre più paura. Il livello di radiazioni nei pressi di tre serbatoi contenenti acqua contaminata nella centrale giapponese è infatti di 18 volte più alto rispetto al 22 agosto scorso, ovvero 1.800 millisievert all’ora. La legge giapponese fissa la soglia massima di esposizione alle radiazioni per i lavoratori delle centrali nucleari a 50 millisievert/ora. Il nuovo livello di radioattività è in grado di uccidere una persona esposta nel giro di quattro ore. Lo ha reso noto la Tepco che non esclude che l’aumento di radioattività sia dovuto ad infiltrazioni di acqua contaminata. Nelle scorse settimane la compagnia che gestisce l’impianto ha ammesso una perdita cronica di acqua sotterranea contaminata, più una fuoriuscita di 300 tonnellate di acqua da una cisterna. Il premier nipponico Shinzo Abe ha ribadito che il governo andrà avanti adottando tutte le misure necessarie per gestire le conseguenze del disastro nucleare, aggiungendo che predisporrà un piano per farlo “rapidamente”. Questa settimana il governo di Abe dovrebbe discutere questa settimana dei finanziamenti per la bonifica di Fukushima. Ieri intanto un milione di giapponesi hanno preso parte ad una gigantesca esercitazione per simulare un terremoto di magnitudo 9,1 e verificare la prontezza dei servizi d’emergenza. Dal 1960 ogni anno nel Sol Levante si celebra la Giornata nazionale per la prevenzione dei disastri per commemorare il terremoto del 1923 che provocò 100.000 morti. A due anni dal devastante sisma e tsunami del 2011, che causò anche l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, il governo nipponico ha aggiornato le stime per il caso di un terremoto di magnitudo superiore ai 9 gradi, previsto entro 30 anni, che potrebbe provocare fino a 320.000 morti.

Fonte: il cambiamento