Enric Duran, il “Robin Hood delle banche”, ha un piano per sconfiggere il capitalismo globale

Soprannominato il Robin Hood delle banche, l’attivista catalano Enric Duran ha preso nei confronti delle banche utilizzata per finanziare il movimento anticapitalista – operazione che gli è valsa il soprannome di “Robin Hood delle banche”. Ora si trova, forse, in Francia.

 

mezzo milione di euro in prestiti bancari mai ripagati per finanziare il movimento anticapitalista. Adesso il tentativo è quello di far crescere Faircoop, una rete mondiale basata sui principi di solidarietà e cooperazione.

“Vogliamo creare una società postcapitalista in tutto il pianeta”. Enric Duran lo dice con la tranquillità di chi ti sta raccontando i programmi per la domenica pomeriggio. La sua voce su Skype arriva leggermente distorta dalla connessione e non riesco a fare a meno di immaginarlo in una stanza semibuia piena di cavi, processori, schede e circuiti, col viso illuminato a metà dallo schermo del computer. Enric è ricercato in Spagna dove rischia una pena fino ad 8 anni di reclusione per una truffaEnricDuranGuapo

Spagnolo – o meglio, catalano – classe 1976, Enric iniziò ad avvicinarsi al mondo dell’anticapitalismo organizzato sul finire degli anni Novanta. Allora era un esperto di reti e contribuì ad organizzare le manifestazioni di protesta al meeting della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale a Praga, nel 2000. In seguito studiò a lungo i meccanismi della finanza globale, il debito, la natura stessa dei soldi, avvicinandosi alle idee della decrescita e della transizione. Infine l’idea: chiedere prestiti alle banche (in un periodo di credito facile) senza la minima intenzione di restituirli per finanziare un costruire una società alternativa” scriverà sul suo blog. Con parte dei soldi avuti dalle banche Duran pubblicò Crisis, un giornale in catalano stampato e distribuito gratuitamente in 200mila copie, in cui spiegava i meccanismi di ricatto e sopraffazione messi in atto dalla finanza capitalista globale. Crisis uscì il 17 settembre 2008, appena 3 giorni dopo che Lehman Brothers iniziò la procedura di bancarotta, sistema alternativo. Mungere il capitalismo per nutrire i suoi anticorpi. Fra il 2006 e il 2008 Duran chiese ed ottenne 68 prestiti da 39 banche differenti per un totale di quasi mezzo milione di euro. “Ho rubato 492.000 euro a coloro che più di tutti ci derubano, per denunciarli e il che aumentò a dismisura la risonanza dell’iniziativa. Nell’anno successivo fece uscire un nuovo giornale, Podem (possiamo), che venne distribuito il 17 marzo 2009 in 350.000 copie e che alla denuncia di Crisis faceva seguire una serie di proposte di alternative percorribili; il sottotitolo era: “Possiamo vivere senza capitalismo. Possiamo essere il cambiamento che vogliamo!”. In quell’occasione Enric si presentò fisicamente al campus della UB, la Università di Barcellona e fu immediatamente arrestato, restando in detenzione cautelare. Fu rilasciato dopo due mesi in seguito al pagamento della cauzione da parte di un donatore anonimo. Dal febbraio 2013 è latitante per non essersi presentato all’udienza del processo in cui il fisco e le banche chiedevano una condanna a 8 anni di carcere.

43e371138314386666743c19edf77638

Nel frattempo Enric non ha certo perso la voglia di cambiare il mondo, né il suo tipico spirito di iniziativa. Dal 2008 è attiva la Cooperativa Integrale Catalana (CIC), una progetto a cui ha dedicato attenzioni crescenti e che negli anni ha messo in relazione molti soggetti dell’altermondialismo e del successivo movimento degli Indignados – 15M. Alla CIC lavorano circa un’ottantina di persone, che aiutano e sostengono i circa 700 progetti produttivi associati e le migliaia di membri. Adesso il tentativo è quello di compiere il passaggio successivo, il più importante e ambizioso: creare una rete mondiale, al cui interno far confluire la CIC, basata su principi di solidarietà e cooperazione. La rete mondiale ha un nome, Faircoop , ha la forma di una cooperativa ed esiste a partire dall’ottobre 2014. Ne fanno parte già circa 80 realtà che si scambiano beni e servizi attraverso una moneta elettronica chiamata faircoin.
Alberto Gallo, esperto di monete sociali, volontario attivista in Arcipelago SCEC  e facilitatore degli scambi territoriali per Piemex, ci ha messo in contatto con Enric perché potessimo capire meglio come funziona questo sistema complesso. Ed ecco che torniamo alla chiamata Skype, alla voce di Enric che esce lievemente distorta dai microfoni del pc e alla sua sicurezza nel professare i propri intenti.

Enric, ci spieghi cos’è Faircoop?

E’ una cooperativa aperta mondiale che opera per creare una società postcapitalista in tutto il pianeta di cui attualmente fanno parte fra le settanta e le ottanta realtà.

E invece il faircoin? Come Funziona?

Il faircoin è la moneta utilizzata per gli scambi interni fra le realtà che partecipano alla cooperativa. Si basa sull’algoritmo del bitcoin, ma è stato modificato per cambiarne alcune caratteristiche sostanziali. Mentre il bitcoin ha dei forti elementi competitivi e speculativi, il faircoin si basa sulla cooperazione.download

Il bitcoin ha un alto impatto ambientale per via dell’energia consumata dai computer centrali per crittare i segnali (si calcola che una singola transazione consumi la stessa di energia di un villino familiare americano in un giorno). Quello del faircoin sarà minore?

Sì, il dispendio energetico è decisamente minore. Inoltre stiamo lavorando a un faircoin 2.0 che migliori ancora questo aspetto, assieme a tante altre migliorie nel sistema di emissione e gestione della moneta.

Sappiamo che state pensando di integrare all’interno del sistema faircoin altre valute alternative o complementari, come Arcipelago SCEC. Si tratta di monete con sistemi di emissione e valore molto diversi (ad esempio lo SCEC è emesso a credito e il suo valore è legato all’euro, mentre l’emissione e la valutazione dei faircoin è data da un algoritmo), come pensate di fare?

Faircoin è un sistema nato per connettere realtà anche molto distanti tra loro, e allo stesso tempo per creare una rete di supporto alle realtà che stanno lavorando per un cambiamento del sistema economico, sociale ed ambientale. La funzione delle valute locali rimane molto importante per creare occasioni di incontro e tessere relazioni umane, oltre che a valorizzare le specifiche aree che emergono come cruciali a livello locale. In futuro questo passaggio potrà trovare convergenze che renderanno forse possibile un’integrazione completa, ma per ora stiamo concentrando lo sforzo sulla creazione di un meta-livello culturale e strutturale, capace di dare organicità e maggior capacità di impatto alle singole esperienze locali.

 

Com’è possibile supportare Faircoop ora?

Occorre innanzi tutto conoscere l’iniziativa, e se si ha la disponibilità partecipare ai lavori di costruzione degli strumenti. In secondo luogo ci si può iscrivere alla piattaforma di Faircoop e crearsi un wallet (i.e. portafoglio virtuale) in Faircoin (info in italiano su https://fair.coop/it/, ndr). Per le associazioni e movimenti che aderiranno, c’è un campagna per donare 1000 Faircoin alle prime 100 realtà che si iscrivono: questa è una delle modalità che abbiamo previsto per valorizzare chi saprà farsi promotore di questo cambiamento e già sta contribuendo a creare valore in quest’ottica. Invito chi sia interessato a questa iniziativa a prendere contatti per creare un gruppo di attivisti e includere così anche l’Italia al gruppo di paesi dell’Europa Meridionale che già si sono avvicinati a questo progetto (Spagna, Grecia, Portogallo, Francia).en1

Enric continua a parlare col suo tono calmo e coinvolgente. Dà l’impressione che un cambiamento sia ineluttabile e che tutti ne facciamo parte. Prima di salutarci gli raccontiamo di Italia Che Cambia, riceviamo altri input sugli sviluppi in altri stati europei, sulla scelta di disobbedienza civile, sull’evolversi della situazione europea e non solo. Ci salutiamo con un abbraccio virtuale. In attesa che Enric torni ad essere un uomo libero e non più un fuggitivo (e in tanti stanno lottando per questo), continueremo a seguirlo con interesse. A vederla dall’esterno, la lotta di un uomo contro il sistema capitalista sembra l’ennesima riproposizione dell’epopea di Don Chisciotte, destinato a perdere la propria battaglia contro i mulini a vento. Ma sono tanti gli Eric Duran in Europa, in Italia, nel mondo, e si stanno organizzando con sempre maggiore precisione e strategia. Persino i mulini ormai si accorgono che il vento sta cambiando.

 

 

Fonte : italiachecambia.org

Rob Hopkins e la transizione verso un mondo sostenibile

George Ferguson è il sindaco di Bristol, una grossa città del sud dell’Inghilterra di quasi mezzo milione di abitanti, e il suo salario annuale ammonta a circa 50mila sterline. Al momento della sua elezione, nel novembre del 2012, Ferguson ha annunciato che questa somma gli sarebbe stata corrisposta in Bristol Poundsla moneta alternativa di Bristol. Il Bristol Pound è la moneta locale più diffusa in Inghilterra, ma non certo l’unica. Ne esistono anche a Totnes, Brixton, Lewes, Stroud. E sapete cos’hanno in comune queste località britanniche? Sono tutte Città in Transizione.

Transizione… Ma verso che cosa? E con quali modalità, coinvolgendo chi? Sono queste le prime domande che, ormai quasi dieci anni fa, un giovane insegnante di permacultura della provincia inglese ha rivolto a se stesso, consapevole della necessità di avviare un grande processo per modificare la società e traghettarla verso il cambiamento a cui il mondo sta ineluttabilmente andando incontro. Il nome di questo insegnante è Rob Hopkins, co-fondatore del movimento delle Transition Towns. Il punto di partenza è un ragionamento tanto semplice quanto cruciale: la società attuale dipende quasi interamente dai combustibili fossili, in particolare dal petrolio. Come teorizzò ormai quasi cinquant’anni fa il geofisico Marion King Hubbert, il picco del petrolio è già stato raggiunto e questo vuol dire che le riserve dell’oro nero stanno cominciando a esaurirsi e d’ora in poi sarà sempre più difficile e costoso estrarlo. A questo, si accompagna un degrado dell’ecosistema che ha raggiunto livelli allarmanti, come testimoniano i pesanti cambiamenti climatici in corso. Che fare quindi? Le conclusioni sono quasi obbligate: è necessario avviare la costruzione di una nuova società che non sia più oil addicted, ma che faccia ricorso alle numerose soluzioni alternative ed ecologiche di approvvigionamento energetico e di reperimento delle materie prime.IMG_2051

Ma da buon permacultore, Rob sapeva che non si può modificare una comunità concentrandosi su un solo obiettivo, appartenente a un singolo ambito. Ecco quindi che una città resiliente deve anche ripensare la propria politica finanziaria, dotandosi di uno strumento monetario che, come ha detto uno degli ideatori del Bristol Pound, sia «creato dai cittadini per i cittadini». Anche il comparto produttivo e commerciale deve essere oggetto di intervento, creando filiere locali che consentano alla ricchezza generata di rimanere sul territorio. Non si può poi prescindere dall’educazione: scuole e università devono preparare i ragazzi alle buone pratiche, senza limitarsi alla teoria e insegnando anche il “saper fare”. E che dire dell’urbanistica, dell’edilizia, dei trasporti, dell’informazione, dell’accesso ai dati, delle relazioni sociali…  «La chiamiamo transizione perché parliamo di un passaggio», ci ha spiegato Rob Hopkins quando lo abbiamo incontrato a Bologna lo scorso ottobre, durante la sua visita in Italia organizzata da Transition Italia. «Un passaggio dal modello attuale, che ci conduce al suicidio climatico, a un modello compatibile, che ci porta verso una vita serena e sana su questo pianeta». Ma questo non è che il punto di partenza: «Per me la transizione ha a che fare con la costruzione di un sistema culturale ricco, abbondante, locale, resiliente. E soprattutto col vedere le sfide di questi tempi come opportunità per stimolare la nostra creatività e la nostra originalità».ChelseaFringe3_2219212b

In occasione del suo viaggio a Bologna, Rob ha incontrato studenti dei licei e dell’università, i maggiori rappresentanti istituzionali del Comune e dell’Alma Mater, mass media, attivisti e semplici cittadini. Come un vento rinfrescante, con l’ironia e la semplicità che lo contraddistinguono, ha portato a tutti ottimismo ed entusiasmo attraverso la forza dell’esempio. I suoi incontri infatti, sono sempre stati caratterizzati non solo da spiegazioni teoriche dei nuovi modelli che la transizione cerca di costruire e insediare, ma anche da testimonianzecase history, con tanto di foto e filmati, di ciò che i transizionisti stanno facendo in giro per il mondo. Così, davanti alle espressioni curiose e interessate del sindaco Virginio Merola e del prorettore Dario Braga, il papà della Transizione ha raccontato delle edible bus stops di una linea di Londra, ovvero le fermate del bus “commestibili”, cioè corredate di piccoli orti con verdure piantate e coltivate dai residenti della zona a disposizione degli utenti dell’autobus. Oppure del Bristol Pound di cui abbiamo parlato all’inizio, la moneta complementare di Bristol, che dopo aver avuto l’approvazione della Bank of England, viene ora accettata da più di 650 negozi e ha un sistema di pagamento elettronico e on-line. O ancora, il Local Entrepreneur Forum, un tavolo che favorisce l’incontri di investitori e imprenditori che vogliono avviare attività sociali, sostenibili, resilienti e finalizzate a creare benessere nel territorio. Sono queste iniziative che possono essere ricondotte all’idea della REconomy. «Verso il 2010 – racconta Rob in proposito –, è emerso questo concetto. Abbiamo capito che la transizione era una cosa seria e ambiziosa, perché ci chiede di reinventare il modo con cui ci alimentiamo, produciamo energia, viviamo. Per questo motivo, era necessario creare anche un nuovo modo di fare economia: generare nuovi posti di lavoro, avviare nuove attività di imprenditoria sociale, trovare nuove modalità di investimento del denaro. C’era bisogno di canalizzare le risorse al fine di rendere possibile nel mondo reale questo cambiamento».well_done_dragons-1024x443

Parallelamente, si è sviluppato l’aspetto della transizione interiore: «La transizione non è solo pannelli solari e carote biologiche! C’è bisogno di creare una cultura resiliente e sana del lavoro di gruppo, allo scopo di risolvere gli storici problemi legati all’attivismo, che è soggetto a un alto rischio di bruciarsi dopo la spinta iniziale. Per questo motivo abbiamo cominciato a chiederci come potevamo progettare la nostra attività in modo da sostenerci a vicenda e questa idea della transizione interiore è stata per molti aspetti il punto di svolta. Spesso, quando viaggio e incontro le persone, mi sento dire: “la transizione è fantastica, bravo Rob, hai fatto una cosa splendida!”. Ma non li ho fatti io tutti quei progetti, in Brasile, a Brixton, a Bologna, in Giappone. Ovunque la risposta che vedo è che la transizione si adatta al territorio e alle passioni delle persone che lo abitano. Io sono un po’ come un’ape che se ne va in giro a raccontare storie. E adesso ne avrò una in più di cui parlare e riguarderà ciò che state facendo voi a Bologna, in Italia». Già, l’Italia… «Qui l’economia è un disastro e continua a peggiorare. Però la vedo come un’opportunità, una possibilità da parte del vostro paese di posizionarsi come prima economia post-crescita. Se solo fossimo capaci di abbandonare l’obiettivo della crescita, la pretesa tornare a un’epoca impossibile. Qui c’è una cultura del cibo straordinaria, ci sono enormi potenzialità per le energie rinnovabili, grandi capacità manuali e pratiche. Basta guardare dalla giusta prospettiva e l’Italia potrebbe diventare la Silicon Valley di una nuova economia». Questo è un invito. Di più, è un’esortazione, quasi una sfida che ci viene posta. Gli strumenti ci sono, le potenzialità e le risorse anche. Adesso spetta solo a noi.

Rob ci lascia con una conclusione che tradisce lo squisito british humor con cui ha conquistato tutti in giro per il mondo, ma che cela anche una grande verità. «Non c’è garanzia che il lavoro che stiamo facendo abbia l’effetto che vogliamo. Del resto, se ci fosse la certezza che andrà tutto bene sarebbe noioso e non ci sarebbe motivo di farlo. È qualcosa che sentiamo di dover fare anche, soprattutto, perché non sappiamo come andrà a finire».

 

 

Fonte: : italiachecambia.org