Cambiare non per moda. Intervista a Vincenzo Linarello di Goel

Foto dal sito cangiari.it

C’è una Calabria che vuole cambiare, che è stanca di essere etichettata e conosciuta solo per storie di mafia, clientelismo, corruzione. Questa Calabria vede in GOEL una delle sue storie più suggestive e di successo. GOEL – Gruppo Cooperativo nasce nel 2003 nella Locride dall’unione di persone, imprese e cooperative sociali accomunate dall’obiettivo di riscattare il territorio calabrese e i suoi abitanti attraverso il lavoro legale, la promozione sociale e un’opposizione attiva alla ‘ndrangheta. Da lì in poi è stato un susseguirsi di importanti traguardi da tutti i punti di vista: sociale, culturale, occupazionale. In altri termini, un percorso di rinnovato cambiamento.

Fra le tante attività nate in seno a GOEL ce n’è una che dichiara questo obiettivo già nel nome. Stiamo parlando di CANGIARI, marchio di moda eco-etica che in dialetto calabrese significa proprio “cambiare”. Cangiari nasce dalla riscoperta di un sapere artigianale antico, quello della tessitura tradizionale calabrese, che ha origine grecanica e bizantina, ma vi unisce una buona dose di ricerca e innovazione. Inoltre, tutta la filiera produttiva avviene secondo i principi di etica a 360 gradi tipici di GOEL: sostenibilità ambientale nella scelta dei tessuti e delle colorazioni biologiche, rispetto del lavoro e giusta retribuzione, valorizzazione del territorio, legalità.

Vincenzo Linarello,presidente di GOEL, ci spiega gli ingredienti di questa ricetta calabrese che è riuscita a salvaguardare unsapere antico trasformandolo in un’attività di successo.

CANGIARI in dialetto calabrese significa cambiare. Di che tipo di cambiamento si fa portavoce questo marchio?

Essenzialmente tutto GOEL, quindi anche CANGIARI, converge su un obiettivo, su una missione unica che è quella di innescare percorsi di riscatto in Calabria da mafia, politica corrotta, affarismo, clientelismo. Così come abbiamo realizzato in altri settori, utilizziamo le attività economiche che portiamo avanti per piegarle a questo scopo di riscatto e cambiamento. CANGIARI da questo punto di vista è un’attività speciale perché, pur non essendo fra le attività più grandi di GOEL, si esprime con un linguaggio e in un ambito del tutto nuovo. Da questo punto di vista, purtroppo, i nostri mondi, quelli legati al sociale, utilizzano sempre un linguaggio e un approccio molto tradizionali, identici a se stessi nel tempo. Questa iniziativa, che abbiamo sviluppato anche per dare sostenibilità economica ad un artigianato che non aveva prospettive, quello dei tessuti fatti con il telaio a mano, ci è piaciuta fin dall’inizio perché è un potentissimo mezzo di comunicazione che usa un linguaggio completamente nuovo. Di conseguenza, questo è il ruolo importante che ha il marchio CANGIARI all’interno del nostro progetto di cambiamento.

A proposito dell’aspetto economico. Spesso uno dei limiti dei progetti a forte spinta etica è proprio la sostenibilità economica. Come è stata vissuta questa vostra scelta dagli altri attori del mondo del Terzo settore?

E’ stata accolta come momento di innovazione. Oggi il Terzo settore è in crisi, e lo è perché gran parte, per non dire tutto, si regge sulla commessa pubblica dei servizi socio-assistenziali. Di conseguenza, oggi l’impresa sociale che va sul mercato privato è tutta da inventare, non è il punto di partenza in Italia. Con la crisi dei trasferimenti pubblici agli enti locali, si è verificata anche una crisi nel mercato pubblico dei servizi socio-assistenziali e molte cooperative si sono trovate costrette a reinventarsi anche una prospettiva sul mercato privato, per continuare almeno a fare inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Rispetto a questo, il Gruppo GOEL in generale è stato visto come uno degli esempi in Italia di realtà che sta costruendosi, pur avendo anche noi un mercato pubblico, un’alternativa sul mercato privato.

Spesso sentiamo che l’artigianato, anzi gli artigianati, sono una delle principali ricchezze del nostro paese, ma tanti di questi saperi antichi sono oggi a rischio estinzione. Voi siete riusciti ad arginare questo processo. Pensate che la vostra esperienza sia replicabile anche in altri luoghi?

Il discorso sull’artigianato viene trattato troppo spesso con tanta retorica. Il nodo fondamentale non è che l’artigianato si perde per via della volontà di qualcuno che lo vuole mettere ai margini: l’artigianato si perde perché non c’è sostenibilità. L’artigianato ha un grande difetto in un’epoca di meccanizzazione o addirittura robotizzazione della produzione: costa ore di lavoro. Le ore di lavoro significano un aumento di costo di un prodotto che ha un equivalente industriale che viene messo sul mercato a prezzi enormemente inferiori. Quindi o c’è una capacità di innovazione tale da restituire la sostenibilità economica agli artigianati oppure gli artigianati cesseranno di esistere, se non come forma artistica. Da questo punto di vista, CANGIARI potrebbe rappresentare un modello. Detto ciò, però, non è sempre facile – e a volte non è possibile – inventarsi un “CANGIARI” da tutti gli artigianati.

La scelta di un pubblico di fascia medio-alta è legata a questi motivi?

È stata una scelta obbligata. Nella tessitura a mano con il telaio tradizionale calabrese si realizza un tessuto che è largo 70-80 centimetri, contro un tessuto industriale largo un metro e cinquanta. Pur essendo largo la metà, comunque per farne un metro lineare ci si mette da tre a sei ore di lavoro. Retribuendole con un costo sindacale si arriva a un costo del tessuto spropositato rispetto a quelli industriali messi sul mercato. Quindi o ci rivolgevamo a questo segmento di fascia alta oppure non era proprio possibile retribuire dignitosamente il lavoro dell’artigiano.

Progetti per il futuro di GOEL?

Tanti, qualcuno direbbe troppi. Abbiamo intenzione di lavorare molto, di potenziare il segmento di ricerca, anche di ricerca pura, soprattutto in relazione agli estratti botanici e agli oli essenziali. Stiamo lanciando la nostra linea di bio-eco-dermocosmesi che sarà marchio GOEL Bio Cosmethical, c’è un progetto nei negozi Yamamay già in vendita in questi giorni. Poi a partire da febbraio, marzo, avremo una linea tutta nostra. E soprattutto stiamo scrivendo il piano di sviluppo di GOEL per i prossimi dieci anni, dove la grande sfida sarà quella di crescere “crescendo” anche in etica. Che è un po’ un’eresia, perché tutti quanti abbiamo la convinzione che più si diventa grandi e meno si diventa etici. Invece la grande sfida di GOEL è quella di dimostrare che l’etica è efficace non solo nelle dimensioni piccole ma può esserlo anche in quelle grandi, togliendo giustificazione a tutti quelli che pensano che la spregiudicatezza economica sia assolutamente necessaria quando le dimensioni del business diventano elevate, come ad esempio la ‘ndrangheta, giusto per non fare riferimenti casuali.

Andrea Degl’Innocenti

Fonte: http://www.conmagazine.it/2018/11/12/cambiare-non-per-moda-intervista-a-vincenzo-linarello-di-goel/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Serpica Naro, una stilista immaginaria per liberare la moda dal precariato

Serpica Naro, una stilista provocatrice virtuale si è infiltrata nel calendario ufficiale della Settimana della Moda milanese del 2005 per denunciare le condizioni dei lavoratori precari nell’industria della moda italiana. Da questa beffa mediatica è nato un collettivo che organizza eventi, laboratori e iniziative in particolare intorno ai concetti di proprietà intellettuale, soggettività nelle industrie creative, lavoro e precarietà nella moda.

Serpica Naro, non un brand ma un metabrand. Cosa significa? Condivisione, libera circolazione di idee e immaginari. Ma è anche una scelta consapevole, quella di non fare uso di pratiche di sfruttamento lavorativo lungo la catena di produzione e distribuzione. Da un lato c’è il marchio tradizionale, ha una struttura piramidale e tende a “vampirizzare” tutto ciò che gli ruota intorno, capitalizza i guadagni nelle mani di pochissimi e tiene la maggior parte dei lavoratori in condizioni di instabilità sia economica sia contrattuale. Dall’altro c’è il metabrand, che ha invece andatura circolare, punta alla condivisione dei saperi e all’organizzazione etica della risorse umane.

Quello del lavoro è uno dei temi fondanti di Serpica Naro, anagramma – in realtà – di San Precario, protettore del popolo dei lavoratori precari. Ricercatori, creativi o operai. Chiunque soffre di reddito intermittente o sottosalario e vive schiacciato da un futuro incerto può fare appello allo stesso santo protettore. San Precario si diffonde come una vera e propria icona pop nel 2004, ma per presentare il suo anagramma al grande pubblico, il collettivo che lo ha ideato ha scelto un’occasione particolare: la settimana della moda di Milano dell’anno successivo, il 2005. Quale occasione migliore, infatti, se non un grande evento nel quale lavora un grande dispiego di risorse umane in condizioni di precarietà assoluta? Nasce così Serpica Naro, una stilista giapponese fittizia, con tanto di book della propria collezione, press agencies in diverse parti del mondo e registrazione del marchio (poi liberato). Un’idea realizzata grazie al lavoro di circa 200 persone tra precari del mondo della moda, dello spettacolo e della comunicazione. La “stilista” riesce a infiltrarsi nella calendarizzazione dell’evento e sfila sulle passerelle di Milano riscuotendo un notevole successo, tanto che non rimane soltanto un’azione isolata ma rappresenta ancora oggi un marchio di sartoria indipendente fondato sul concetto di scambio e condivisione. Chiara fa parte del collettivo che continua ad animare il progetto, racconta le origini dell’idea e i principi che stanno alla base della sua evoluzione. “Cerchiamo di conciliare il recupero degli antichi saperi con l’utilizzo e l’implementazione delle nuove tecnologie, sempre in una dimensione open source”, spiega.299024_10150406218380281_322468978_n


Parla di Serpica Naro come di un coacervo di idee in continua fermentazione. Corsi di cucito, workshop e tanto altro. Oggi i due fiori all’occhiello sono il “Parla come cuci” e “Noor – nato con la camicia”. Il primo, “non un corso ma un percorso” – precisa Chiara – realizzato insieme a una scuola di italiano per migranti, è un momento in cui parlare mentre si cuce per fare pratica conversando in italiano o per imparare a chiamare le cose in lingue diverse. Il secondo è un progetto sartoriale che coinvolge un giovane rifugiato afgano, Noor, sarto che cuce camicie su misura o realizza copie dei vestiti che ami. Oggi SerpicaLab – laboratorio del collettivo Serpica Naro – vive nel quartiere popolare di Stadera a Milano ma conta su partnership e libere collaborazioni in tutta Italia e nel mondo. È uno spazio che permette di sperimentare ma anche di riflettere su altre possibili forme di organizzazione del lavoro, su base collaborativa e orizzontale, lontane della logica dello sfruttamento e fondate sui principi del riciclo dei materiali e sull’autoproduzione. È un rivoluzione copernicana, quella di un brand che non vuole dettare moda ma invita a creare e seguire il proprio stile.

Intervista e realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/io-faccio-cosi-178-serpica-naro-stilista-immaginaria-liberare-moda-precariato/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

 

 

 

Made in Carcere: una rivoluzione solidale nel mondo della moda

 

Luciana delle Donne, ex manager nel settore bancario, ha deciso di cambiare completamente vita e ha creato in Puglia la cooperativa sociale Made in Carcere che offre lavoro in tutta Italia a donne detenute per reati minori. Una seconda vita per le persone e… i tessuti: Made in Carcere realizza infatti i propri gadget, accessori e borse utilizzando materiali di scarto che altrimenti andrebbero perduti.   “Il bello si può costruire in ogni luogo”. Sono queste le parole di Luciana Delle Donne quando spiega la motivazione che l’ha spinta a cambiare vita e a fondare Made in Carcere, un progetto che nelle prigioni di Lecce e Trani insegna alle donne detenute il mestiere tessile, riciclando tessuti provenienti dalle eccedenze delle aziende che sostengono questa iniziativa. Borse, cravatte e braccialetti, ce n’è per tutti i gusti e non resta che scegliere.

L’avventura di Luciana con “Made in Carcere” inizia nel 2008, dopo 20 anni passati a lavorare nel mondo della finanza nel campo dell’innovazione tecnologica. Ad un certo punto si era manifestata in lei l’esigenza sempre più forte di cambiare e dare un taglio netto. Luciana racconta che da quell’esperienza non riceveva più stimoli, i soldi e la possibilità di avere successo erano un film già visto: aveva bisogno di una “sfida impossibile” e l’ha trovata nell’innovazione sociale, nel tentativo di dare una seconda possibilità alle donne ai margini della società.11

“Le persone che hanno commesso un reato non sono il reato – sottolinea Luciana – ed è fondamentale restituire dignità a chi vive in questi luoghi”. E dati alla mano conviene: secondo le statistiche l’80% delle persone che lavorano in carcere non tornano a delinquere perché dietro le sbarre trovano una via per il riscatto e non solo rabbia e repressione. Una seconda vita per le persone dunque, ma anche per i tessuti: con “Made in Carcere” lo scarto diventa una ricchezza e si trasforma in oggetti bellissimi, grazie al lavoro delle donne e delle aziende che le sostengono. Citando Ann Leonard, Luciana ricorda infatti che “consumiamo e generiamo rifiuti come se avessimo tre pianeti a disposizione, invece ne abbiamo uno solo”.8

Quando le chiedono se si è mai pentita della sua scelta Luciana ammette che si guarda ogni giorno allo specchio constatando quanto sia faticoso, ma il suo progetto sta crescendo e non tornerebbe mai indietro. Anzi pensa al futuro e a come ampliare il raggio di azione: presto, una produzione di biscotti senza zucchero nelle carceri minorili.

 

Intervista: Daniel Tarozzi e Paolo Cignini
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/io-faccio-cosi-156-made-in-carcere-rivoluzione-mondo-moda/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Terra Madre: un’altra moda, biologica, etica e sostenibile

Mentre i grandi marchi dell’abbigliamento stanno cercando di recuperare l’immagine “erosa” dalle campagne di sensibilizzazione sulle sostanze tossiche usate in questo tipo di industria, sta prendendo piede quello che si chiama “abbigliamento biologico”. Si tratta di un settore relativamente nuovo, in Italia fatto di piccole realtà, che prevede l’uso di materiali e tessuti (cotone, canapa, ortica, lana, seta) provenienti da un’agricoltura non convenzionale che, come tale, non fa uso di sostanze chimiche di sintesi per trattare le colture.

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La selezione delle materie prime nell’abbigliamento biologico prevede metodi di coltivazione naturali per preservare la qualità del suolo, per affrontare le malattie delle piante e controllare i parassiti e trasformare le materie prime adoperando tecnologie sostenibili attraverso una filiera economica equosolidale. Ma non si tratta solo di agricoltura: tutti i materiali provenienti dal mondo animale sono, anch’essi, prelevati in modo sostenibile ed etico. È il caso, per fare un esempio, della lana di pecora o di alpaca proveniente da allevamenti a chilometro zero ed etici, della seta Ahimsa o seta non violenta che non prevede l’uccisione in massa di migliaia di bruchi per produrre pochi grammi di seta tradizionale.  Ne abbiamo parlato con Teresa Celeste e Patrick Madiona, insieme anche nella vita da oltre trent’anni e ideatori di Terra Madre & Co, una piccola azienda di abbigliamento biologico e solidale di Massa Marittima, in provincia di Grosseto.

Quando vi è venuta l’idea di un’azienda di abiti biologici?

Abbiamo deciso di passare al biologico otto anni fa. Io ero un’appassionata di uncinetto e quando lavoravo, vedevo che i filati facevano le scintille provocandomi strane sensazioni alle mani. Ho iniziato a farmi delle domande e da lì è iniziata la ricerca. Poi siamo arrivati, dopo varie esperienze in questa direzione, in India. Avevamo la necessità di recuperare tessuti e filati all’origine. Siamo arrivati fino in Nepal e abbiamo visto le realtà dalle quali avremmo voluto arrivassero i nostri tessuti. Volevamo essere certi che la produzione all’origine fosse etica e sostenibile sia nei confronti dell’ambiente che delle persone e in particolare dei bambini. Siamo venuti a contatto con la produzione della seta Ahimsa, abbiamo avuto molte difficoltà per trovare produzioni di cotone biologico certificato. Abbiamo incontrato un produttore di lana Cashmere che ci ha aperto un vero e proprio mondo mostrandoci le realtà in cui viene prodotto.

Quali sono i valori fondanti della vostra piccola, grande azienda?

La sostenibilità ecologica e sociale.

Che cos’è la seta Ahimsa che usate per realizzare i vostri capi?

La seta Ahimsa è bellissima e rara oltre che non violenta.Per ottenere il filo di seta, nella lavorazione della seta comune, i bozzoli vengono gettati nell’acqua bollente per uccidere il bruco e spesso la seta viene trattata chimicamente. Per 250 grammi di seta si uccidono circa 3000 bruchi. La seta Ahimsa, o non violenta, è prodotta senza uccidere i bachi. Proviene da bozzoli di seta tussah, seta selvaggia, l’unica seta adatta per i vegani o per tutti coloro che rispettano profondamente la natura, in quanto non si ottiene bollendo i bozzoli dei bachi da seta, ma si aspetta che questi abbiano completato la metamorfosi, volando via sotto forma di magnifiche farfalle dopo aver forato il bozzolo.

La vostra è un’azienda che produce biologico e anche equo e solidale?

Sì, infatti nella lavorazione della seta Ahimsa il filo, che normalmente può anche essere lungo fino a 900 metri, si spezza e viene rifilato manualmente con grande pazienza da una cooperativa di donne indiane, quindi oltre ad acquistare una seta naturale prodotta senza uccidere nessun animale si sostiene un’intera comunità di donne legate a un progetto sociale per uno sviluppo equo ed eco-sostenibile. La seta Ahimsa non è lucida come la seta comune, ma molto più morbida al tatto e sulla pelle ed è dotata di una sua particolare lucentezza. Prendiamo questa seta che viene prodotta in modo etico per creare i nostri modelli. Conosciamo personalmente le persone che lavorano in questo settore.

Dove prendete la lana di Alpaca?

C’è un allevamento di Alpaca a 30 chilometri da qui. La signora svizzera che ha questo allevamento e che ci ha fornito la lana, lo fa da anni con molta passione. Ci confezioniamo capi invernali che poi vendiamo anche attraverso il sito internet. La lana viene cardata e filata da lei stessa e poi venduta. Con gli altri produttori di biologico ci passiamo le informazioni sui produttori etici e sicuri da questo punto di vista.

Per i vostri capi usate anche i filati di ortica. Che cosa sono?

Si tratta di un tessuto realizzato a partire dalla pianta di ortica. È un filato sottilissimo e molto bello. Non solo ortica ma anche canapa. Dovremmo pensare a produrre colture sostenibili qui in Italia. La canapa viene prodotta soprattutto in Romania e in Cina. Vedo, in questo settore grosse possibilità anche di sviluppare lavoro nel nostro territorio. Usiamo anche il cotone. In Egitto c’è un’azienda che lo produce con l’agricoltura biodinamica, è morbidissimo e diverso dal cotone a cui siamo abituati.. Le produzioni alternative ci sono e vanno cercate con attenzione.

Quanti siete?

La nostra è una piccola realtà familiare. Ci sono anche delle amiche che sanno lavorare bene e con le quali ci sono delle collaborazioni ma si tratta di una realtà molto piccola. Abbiamo creato dei modelli con mia figlia che è interessata a continuare questo settore. Ci piace così e non ci siamo mai rivolti ai canali classici di distribuzione. A noi interessa di più la qualità della vita che deve venire prima di tutto. Se fossimo stati interessati a qualcosa di diverso saremmo partiti per Milano dove ci sono senz’altro più possibilità ma a noi piace vivere una vita a misura d’uomo, nel nostro territorio. La nostra è una passione per le tecniche e per la conoscenza ma non solo. Ad esempio il Macramè e i suoi nodi o l’uncinetto sono anche una meditazione profonda e non solo un modo di confezionare indumenti.

Come siete organizzati? Teresa, come crei le collezioni?

Abbiamo un laboratorio e un negozio che apriamo durante l’estate. Prima invece avevamo un negozio aperto tutto l’anno. Adesso abbiamo un sito e abbiamo iniziato a vendere anche on line. Non programmiamo una collezione vera e propria per l’estate e per l’inverno. Produco i miei capi quando ho il materiale giusto, con i colori che mi piacciono e con la giusta ispirazione senza preoccuparmi dell’estate o dell’inverno. Nel passaggio verso un abbigliamento biologico facemmo delle sfilate qui a Massa Marittima ma poi capimmo che era un’assurdità anche solo il fatto di creare i vestiti per l’anno successivo. Il mio pensiero da quel tipo di moda è molto lontano.

Chi sono i vostri clienti?

Il riscontro maggiore è con i turisti. Con la gente del luogo è stato più difficile. La gente all’inizio ci prendeva per pazzi e non era abituata a questo tipo di attività. Adesso ci sono anche clienti del posto e clienti italiani nonostante noi non abbiamo mai fatto molto per pubblicizzare la nostra azienda.

E i costi? I vostri prodotti sono più costosi rispetto alla media.

Tutto è relativo e pian piano la gente imparerà a capire la differenza tra un prodotto biologico e uno tradizionale.

Quali sono state le difficoltà?

C’è stata resistenza e timore intorno a noi all’inizio. Adesso però credo che la gente prima o poi inizierà a capire l’importanza di un prodotto naturale e biologico. Molte persone non sono ancora informate.

Chi vi ha aiutato all’inizio?

Giuditta Blandini che, a Firenze, è stata la prima ad occuparsi di abbigliamento biologico e l’azienda Altarosa. Sono state entrambe molto disponibili con noi.

È possibile una moda etica e sostenibile? E come vedi, Teresa, il futuro in questo senso?

Vedo un futuro bellissimo per la moda. Ogni donna dovrebbe avere il diritto di mettersi quello che le va. Questo significa esattamente moda etica e sostenibile. Non dovrebbe esistere la dipendenza da uno stilista. Ciascuna di noi è una stilista, con la sua creatività, il suo gusto e la sua personalità. Dobbiamo arrivare a cercare e a valorizzare questa creatività personale. Le donne per come le presenta la moda tradizionale sono tutte uguali mentre ogni donna è diversa e particolare. E come tale deve essere valorizzata. Pensando a tutte le lotte che le donne hanno fatto nel tempo, mi dispiace vedere che per la moda a cui siamo abituate, le donne siano presentate come se dovessero essere tutte uguali. La donna attraversa differenti età e momenti come la gravidanza o la maturità che comportano cambiamenti nel corpo. Ed è bello così.

Un modello che è tipico di Terra Madre?

Il Multidress, realizzato qualche anno fa. È un modello che si può indossare in molti modi diversi e ogni donna lo può mettere come desidera. È un pezzo semplice. Credo che la semplicità sia molto importante.

Riuscite a vivere con la vostra attività?

Noi lo facciamo su piccola scala e integriamo la nostra attività da un anno con l’ospitalità che offriamo su Airbnb. Adesso stiamo cercando di lavorare on line e abbiamo visto un piccolo incremento in questi ultimi mesi.

Quali sono i vostri prossimi progetti?

Sto pensando di rilavorare alcuni materiali recuperandoli e riutilizzandoli. Quindi un progetto di riuso e trasformazione anche dei materiali che si hanno senza buttare niente. Inoltre, mi piacerebbe puntare di più sulla canapa che è un tessuto naturale che va bene sia per l’estate che per l’inverno. Poi il nostro obiettivo è quello del chilometro zero. Ci sono adesso realtà in Italia che iniziano a pensare di produrre seta non violenta. Ci sono delle sperimentazioni in questo senso. Non è escluso che si inizi a produrre anche in Italia in questa direzione. Nella nostra vita personale, invece, c’è il progetto di vivere il più possibile in campagna e piantare alberi. È il nostro sogno nel cassetto.

Fonte. ilcambiamento.it

Officine Frida: design e moda sostenibile dagli scarti

Un  laboratorio di moda e design all’insegna della creatività e della sostenibilità. Questa settimana vi raccontiamo la storia delle Officine Frida, dove lo scarto di lavorazione si trasforma in una risorsa preziosa capace di prendere nuova vita.

“La città è di aspetto curiosissimo, viene situata in tre valli profonde nelle quali, con artificio, e sulla pietra nativa e asciutta, seggono le chiese sopra le case e quelle pendono sotto a queste, confondendo i vivi e morti la stanza”. Così scriveva di Matera Giovan Battista Pacichelli, nel 1703. In questa città esoterica, dove un filo sottile ma tenace lega preistoria e modernità, si trovano le Officine Frida, che del passato vorrebbero farne tesoro per il futuro.

Officine Frida nasce come associazione culturale dall’incontro di sei soci, è un laboratorio di moda sostenibile e design che realizza abbigliamento e accessori da materiale di recupero proveniente da privati, da scarti di lavorazione di aziende locali, campionari, banner pubblicitari, scampoli e rimanenze di ogni tipo di tessuto. Il nome è un omaggio alla pittrice messicana Frida Kahlo, simbolo di creatività e icona di un’immagine femminile fortemente determinata, capace allo stesso tempo di innovare e di difendere con orgoglio le proprie radici.10404076_674416279295967_1220380559144171961_n

“L’idea era quella di partire dalla sostenibilità, sia relativa alle materie che utilizziamo per il nostro lavoro, sia relativa alla sostenibilità economica per chi si rivolge a noi: non dovendo acquistare le materie prime, abbattiamo il costo finale delle nostre produzioni” ci spiega Mariella Basile, co-fondatrice di Officine Frida. “Quello che deve creare la relazione tra noi e chi si rivolge a noi è sul cosa fare, sul come lo si fa e soprattutto su quali principi si parte per farlo”. I soci di Officine Frida provengono da diverse realtà (teatro, arte, economia solidale per citarne alcune) ed hanno fatto di questa diversità una ricchezza: Officine Frida è aperta a proposte esterne, chi ha voglia di creare spazi laboratoriali ed eventi all’interno è libero di proporre perché “è il vero spirito di Officine Frida: è un luogo che si fonda sullo scambio. E questo ci sta procurando delle esperienze bellissime, ci mette in contatto diretto con il territorio”. I materiali utilizzati per le creazioni da Officine Frida vengono infatti regalati da fabbriche della zona, da amici tappezzieri fino alla gente comune, che porta nello spazio oggetti e tessuti che non vengono più usati in casa. “Sono scarti, ma è già qualcosa. E da lì nascono comunque relazioni!”.città

Ci spiega Mariella che Matera “ci sta insegnando, in questi ultimi anni, un sud diverso che si apre molto all’esterno, che accoglie. Siamo partiti con il passaparola da amici e persone a noi più intime, con il tempo sono poi venute sempre più persone a portarci tessuti e materiali: la bellezza è stata scoprire la quantità e la qualità delle cose che escono dalle case delle persone!”. Officine Frida si pone dunque come uno spazio dove lo scarto diventa il mezzo per rivalutare il senso della relazione e dello stare in società, un luogo dove il destino apparentemente scontato di un materiale (divenire rifiuto) si trasforma completamente, fino a divenire l’esatto contrario: ricchezza, sogno per una nuova e originale attività lavorativa, mezzo per creare relazioni e inclusione sociale, la base per una nuova Italia che Cambia.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2015/11/io-faccio-cosi-98-officine-frida-design-moda-sostenibile/

 

Orange fiber: moda sostenibile dalla buccia delle arance

Avete mai pensato di vestirvi con la buccia (scartata) delle arance? L’idea poteva venire solo a due donne (un uomo avrebbe pensato più che altro ad una motocicletta) e siciliane (un lombardo arrivava al massimo alla fibre di riso). Però un po’ di Lombardia c’è lo stesso, perché questa start up è stata creata da due ricercatrici del Politecnico di Milano, Adriana Santonocito ed Enrica Arena.10671300_606955952767334_3152572095154423684_n

Il nome, “Orange fiber”, la dice tutta: ottenere dalle bucce una fibra naturale adatta ai realizzare filati e, ovviamente, vestiti. Pare che il tessuto sia pure “vitaminico”, cioè rilasci un po’ di vitamine al contatto col corpo. Trovo che vestirsi con la buccia d’arancia sia non solo molto trendy, ma anche molto sensato. Ecco perché vi invito a dare un occhio al sito della loro start up. Pensate, ogni anno 700 mila tonnellate di scarti da agrumi vengono gettati in discarica: non è uno spreco bello e buono?10352196_636426559820273_8921919162466013629_n

L’azienda, costituita nel 2014, ha sede a Catania e in Trentino, e si regge sull’entusiasmo e sulla fantasia delle due ricercatrici. E’ di sei mesi il primo tessuto-prototipo: raso in tinta unita e pizzo. Aspettiamo che qualche stilista lo usi per la sua prossima collezione… e magari inviti anche Italia che Cambia!

Visualizza Orange fiber sulla Mappa dell’Italia che Cambia!

Fonte : italiachecambia.org

Foglio d’alluminio: 15 (ri)usi intelligenti

In tanti lo conoscono come “carta stagnola”. Altri lo chiamano “carta argentata”. Ma il nome corretto per identificarlo è “foglio d’alluminio”, un imballaggio che protegge i nostri cibi, fatto di alluminio al 100% e infinite volte riciclabile, ma non solo. Ecco 15 modi per riusarlo in modo intelligente380269

Il foglio d’alluminio da sempre si presta agli usi più disparati e la giornalista del portale WELLME, Marta Albè, ha riassunto 15 sorprendenti modi per poterlo usare e riusare. Eccoli per voi, suddivisi in utilizzo per la casa, per la moda e la bellezza, per gli alimenti e per le pulizie domestiche.

Per la casa

1) Prima di iniziare ad imbiancare le pareti di una delle stanze della casa, ricoprite la maniglia della porta con

della carta stagnola, in modo che essa non si sporchi con la vernice e evitando di doverla rimuovere.
2) Per facilitare lo spostamento di mobili pesanti, rivestite i loro piedini di supporto con della carta stagnola, in modo da poterli sollevare solo di poco e da riuscire a trascinarli senza rovinare il pavimento.
3) Il telecomando sembra non funzionare più? Può darsi che le molle che sorreggono le batterie si siano allentate. E’ possibile rendere il tutto più stabile aggiungendo un pezzetti di carta d’alluminio tra la molla e la batteria.

Moda e bellezza

4) Per prolungare la durata di una saponetta, asciugala e rivestila con della carta stagnola, in modo che possa essere sempre protetta dall’umidità e dall’acqua, anche quando si trova vicino al lavandino.

5) Un trucco per stirare in metà tempo consiste nello stendere un foglio di carta stagnola al di sopra dell’asse da stiro su cui appoggerete gli abiti. Con il ferro stirerete la parte superiore e la carta stagnola contribuirà a stirare per voi la parte inferiore, assorbendo e trattenendo il calore.

6) La carta stagnola può essere utilizzata per proteggere le bacchette degli occhiali nel caso dobbiate indossarli mentre sui vostri capelli avete in posa una maschera curativa che potrebbe ungerle o dell’henné che potrebbe macchiarle.
7) Per alcuni tessuti molto delicati è solitamente sconsigliato procedere alla stiratura con il ferro da stiro, ma nel caso fosse necessario rimuovere delle pieghe, stendete sull’asse da stiro un foglio di carta stagnola e appoggiate su di esso l’abito. Passate con il ferro al di sopra dell’abito senza toccare il tessuto, mantenendo una distanza di qualche centimetro, fino a quando le pieghe non saranno scomparse.

Per gli alimenti

8) Per ammorbidire lo zucchero di canna, nel caso si sia indurito formando un unico blocco, rivestite una teglia con della carta stagnola e versate su di essa lo zucchero, quindi riscaldatelo in forno per alcuni minuti, fino a quando sarà possibile sgretolarlo.

9) Se non possedete una sacca da pasticcere o un’apposita siringa, ma volete cimentarvi comunque nella decorazione di una torta, piegate a cono un foglio di carta stagnola e lasciate una piccola apertura sulla punta. Dopo averlo riempito con la crema per decorare, ripiegate la parte superiore, in modo da evitare di sgocciolare.

10) Per evitare che il pane ancora caldo si raffreddi in attesa dell’arrivo degli ospiti, rivestite una ciotola o un cestino con della carta stagnola e riponete all’interno di essa il pane avvolto in un tovagliolo.

11) Se vi accorgete che durante la cottura di una torta nel forno la sua superficie tende a diventare dorata prima del tempo, ricoprite la teglia con della carta stagnola quando il dolce giunge a metà cottura.

Per le pulizie domestiche

12) Per rendere splendenti i vostri oggetti in metallo, ricoprite una ciotola con della carta in alluminio, versate all’interno di essa acqua fredda e due cucchiaini di sale, quindi lasciateli in immersione per almeno tre minuti prima di risciacquarli e asciugarli.

13) Per rendere più semplice la pulizia del caminetto o del barbecue, ricoprite con della carta stagnola le zone in cui temete che la cenere si accumuli maggiormente, in modo da poterla rimuovere con facilità.
14) Per prolungare la vita della vostra paglietta d’alluminio, conservatela, dopo averla asciugata con attenzione, in un contenitore rivestito con carta stagnola, oppure avvolgete direttamente con essa la paglietta stessa.
15) Se avete la necessità di affilare il vostro paio di forbici, la maniera più semplice per intervenire consiste nel procedere nel taglio di alcuni fogli di carta stagnola.

Fonte: ecodallecitta.it

Progetto Quid, il brand che unisce moda e solidarietà

Chi ha detto che stili e tendenze sono argomenti frivoli e inconciliabili con l’impegno sociale? Dove sta scritto che l’imprenditoria etica deve trascurare l’immagine e la qualità del prodotto? E perché continuiamo a rimanere ancorati al vecchio luogo comune che profit e no profit sono incompatibili? La piccola, grande rivoluzione di Progetto Quid sta anche, forse soprattutto, nel mettere in discussione questi paradigmi, che separano due mondi in realtà perfettamente sovrapponibili.

Il nome dice molto: Quid, quel qualcosa in più, il valore aggiunto di cui è impregnato ogni capo che viene acquistato e indossato, proveniente da una filiera produttiva molto particolare. Ma ancora di più dice il logo del brand: la molletta. Un oggetto semplice, ma che svolge un compito importantissimo: tenere insieme due ambiti, due approcci, due visioni differenti, in una sintesi che unisce in un solo oggetto solidarietà e stile, sostenibilità e qualità, etica ed estetica.A6HoOoJma6W1iTpEymZd-300x168

Anna Fiscale è una delle anime dell’iniziativa, partita circa un anno e mezzo fa per mano di un gruppo di amici che si sono ritrovati attorno a un tavolo per discutere insieme di un progetto che li mettesse in gioco e che potesse contribuire alla crescita della realtà veronese, alla quale tutti appartenevano. «Siamo in otto, tutti sotto i 35 anni», spiega Anna. «È nata un po’ come una scommessa, ma poi ha acquisito un valore sociale ed economico, tanto da riuscire a dare lavoro a sette donne con un passato difficile». È infatti questa una delle particolarità del  progetto: «Produciamo capi d’abbigliamento partendo da tessuti di qualità e “ a chilometro zero”, scartati dalle aziende del territorio. I nostri designer creano modelli nuovi e originali, che poi vengono realizzati artigianalmente». La produzione sartoriale è affidata ad alcune donne – per adesso sono sette – con alle spalle una storia di vita problematica, che hanno così la possibilità di reinserirsi nella società, affinare le proprie abilità professionali e percepire uno stipendio. «Il coinvolgimento di donne con un background difficile è sicuramente uno dei nostri punti di forza, perché abbiamo cercato sin dall’inizio di stabilire una relazione con loro, non solo un rapporto cliente-fornitore, ma qualcosa di più, dando loro autonomia creativa rispetto ad alcuni pezzi e coinvolgendole nello studio del design. In un anno di attività sono cresciute molto, in termini sia di entusiasmo che di abilità sartoriali. Ed è bello sapere che queste donne, la maggior parte delle quali viene da contesti difficili, riescono ad avere un salario a fine mese grazie al nostro progetto».foto-sonora-quid-300x200

Progetto Quid è fortemente radicato sul territorio: le aziende da cui vengono recuperati i tessuti, che altrimenti verrebbero macerati, sono tutte del veronese, così come la Fondazione San Zeno, importante interlocutore che ha dato ai ragazzi la possibilità di aprire un temporary store nel centro del capoluogo veneto. Un’altra istituzione locale, la Fondazione Cattolica, ha consentito a Progetto Quid di strutturarsi meglio, trasformandosi da associazione in cooperativa sociale. «Crediamo molto nella nostra città – sottolinea Anna – ed essa ricambia l’entusiasmo. All’inaugurazione del punto vendita c’è stato un afflusso ininterrotto di gente dalle sette di sera sino a mezzanotte. Molti dei nostri clienti sono affezionati, magari si sono avvicinati attratti da un capo particolare, ma poi, dopo aver conosciuto il progetto, hanno cominciato a visitarci e supportarci con regolarità». Questa è la prova provata che l’idea funziona. «Circa il 60% di coloro che acquistano i nostri prodotti si avvicina a noi perché apprezza il design e la qualità realizzativa dei modelli che proponiamo. Questo ci da fiducia, perché ci fa capire che abbiamo la capacità di stare sul mercato. Quando poi il cliente viene informato della finalità su cui si fonda il progetto, compra più volentieri. Ma noi vogliamo che le persone siano attratte dalla bellezza e dall’unicità del nostro prodotto, che viene poi arricchito dal valore sociale e ambientale di cui è portatore».MG_2616-624x416-300x200

Molte iniziative analoghe puntano quasi esclusivamente sull’aspetto etico, spesso a discapito della qualità. «Crediamo che questo sia un limite fortemente penalizzante: svanito l’entusiasmo iniziale, se la gente non vede un prodotto bello e affidabile difficilmente torna. Bisogna fare leva al tempo stesso sulla coscienza e sul gusto estetico». L’autosufficienza economica del progetto è uno degli obiettivi di Quid, che però può essere raggiunto solamente se alla visione consapevole viene affiancata quella imprenditoriale. «Personalmente collaboro part-time con un progetto di responsabilità sociale d’impresa e il resto del tempo mi occupo di Quid, che riesce a darmi un rimborso spese, ma non la stabilità economica a cui aspiro. I ragazzi e le ragazze che partecipano al progetto si trovano nella stessa situazione: Ludovico, il vicepresidente, è impiegato in uno studio di commercialisti; Valeria lavora in un’azienda di moda, così come Elisabetta; Umberto è il nostro creativo; Marco e Fabio, che ci danno una mano nella comunicazione, hanno avviato una loro società. Il nostro obiettivo è quello di regolarizzare entro il 2014 due soci di Quid con contratti part-time e, per il 2015, avere due full-time e un part-time. Adesso stiamo vivendo questa esperienza con slancio e passione, però ci piacerebbe che diventasse il nostro lavoro, che non generasse solo un valore sociale aggiunto, creando occupazione per donne con storie difficili e per il nostro staff logistico, ma che garantisse anche una prospettiva lavorativa per tutti noi, perché quando investi tutte le tue energie e il tuo tempo in un progetto in cui credi fortemente è anche giusto che tu venga premiato per quello che fai».IMG_4027-copia2-200x300

Quello di Progetto Quid è un esempio, un precedente importante a cui possono fare riferimento tutti coloro che vogliono avviare percorsi concreti di cambiamento. A questo proposito Anna ha le idee chiare: «Il punto di partenza devono essere fortissime motivazioni e un piano d’azione ben studiato, in cui si ha fiducia. Anche perché sono convinta che il bene chiami bene, quindi per chiunque abbia un progetto che ha un riscontro sociale rilevante le porte si aprono; non lo facciamo per il profitto fine a sé stesso, ma per creare una società un po’ più etica». Ma è anche giusto creare consapevolezza nelle generazioni precedenti: «Si parla spesso di giovani demotivati, che vanno all’estero, c’è poca fiducia nel cambiamento. Però ci sono tante piccole e grandi realtà che stanno sensibilizzando le generazioni nuove e vecchie e stanno aprendo tanti spiragli per un’economia più solidale e più etica, che non vuole affatto dire meno attraente». Incoraggia il fatto che molte di queste esperienze di cambiamento sono portate avanti proprio da ragazzi e ragazze. «Nel nostro caso – racconta Anna –, inizialmente la giovane età era motivo di diffidenza. Ma pian piano, da un lato noi abbiamo perseverato, forti della convinzione nella nostra idea e nelle nostre capacità, dall’altro i decisori sono stati contagiati dal nostro entusiasmo. È stata una prova dura, ma l’abbiamo superata acquisendo consapevolezza dei nostri mezzi». D’altra parte, come sostiene anche Anna, un nuovo modello economico, corrispondente a un nuovo stile di vita, si sta affermando sotto varie forme, nel nostro paese così come a livello globale. È un modello che pone al primo posto le relazioni umane, che rifiuta l’idea di ricchezza come accumulazione di denaro, che si sviluppa in armonia con l’ambiente e con chi lo abita, che preferisce la logica della cooperazione a quella della competizione.maxresdefault-300x168

Ma Anna e gli altri ragazzi e ragazze di Progetto Quid non si accontentano dei risultati ottenuti sinora: «La nostra idea è proporci ad aziende di moda e brand affermati sul mercato come braccio etico, inserendo nelle collezioni un pezzo charity realizzato da noi apposta per loro. A partire dal materiale inutilizzato, identificare un capo che possa essere confezionato dalle nostre donne e poi commercializzato in alcuni punti vendita del brand partner. Questo perché crediamo che la partnership fra profit e no profit per la creazione di un prodotto bello e di valore possa essere la formula vincente anche per incuriosire il mercato, sempre però con particolare attenzione verso un progetto e un prodotto etici. La nostra idea è anche quella di coinvolgere le ragazze provenienti dal carcere di Verona e provare a collocarle all’interno di un nostro spazio, in modo che riescano a ottenere un reinserimento lavorativo tramite Progetto Quid. Iniziando proprio dal carcere, vorremmo dare una formazione sartoriale all’interno della struttura alle detenute, che poi potrebbero costituire la nostra forza lavoro e costruirsi un futuro professionale».

Francesco Bevilacqua                                                                  

Il servizio è stato realizzato a Verona giovedì 20 febbraio 2014.

Fonte:italiachecambia.org

Il sito di Progetto Quid

Per H&M la moda può essere economica e etica

H&M, il secondo più grande retailer di moda del mondo ritiene che non vi sia alcun conflitto tra il vendere vestiti e migliorare ambiente e condizioni di lavoro dei suoi fornitori

Lo abbiamo sostenuto più volte su Ecoblog: la moda a basso prezzo non può essere democratica, poiché pagare 5 euro un vestito o un pantalone vuol dire alimentare la catena dello sfruttamento umano e dell’inquinamento ambientale in paesi asiatici come Cina, Cambogia e Bangladesh. Helena Helmersson direttore della sostenibilità per H&M ha dichiarato a Reuters:

Vogliamo rendere la moda più sostenibile e democratica poiché non crediamo che la sostenibilità debba essere un lusso.

L’azienda svedese è uno dei più grandi acquirenti di capi di abbigliamento dal Bangladesh, dove il crollo della fabbrica Rana Plaza nell’aprile 2013 ha ucciso più di 1.100 persone, attirando l’attenzione globale sulle pessime condizioni di lavoro in Asia.H&M And Lady Gaga Open Epic H&M Store In Times Square

Ma H&M si dichiara orgogliosa di avere fornitori in Bangladesh e l’80% della produzione arriva proprio dall’Asia. Spiega Helena Helmersson che le fabbriche del Rana Plaza non erano fornitori di H&M:

Non è una coincidenza che non fosse tra i nostri fornitori. Siamo orgogliosi del nostro ‘Made in Bangladesh’ e la nostra presenza ha un impatto positivo.

Ma l’impegno di H&M non è stato promosso da un sondaggio tedesco condotto da Serviceplan per il mercato della Germania, il più grande per H&M: i consumatori più giovani si sono dimostrati particolarmente critici in merito all’uso della manodopera a basso costo portando il colosso svedese a scendere i basso nella classifica delle aziende sostenibili. Ora l’espansione di H&M si avrà nei paesi dell’Africa Sub-Sahariana tra Etiopia e Kenya. Il sondaggio tedesco, che è una classifica soggettiva da parte dei clienti è alle spalle e Interbrand ha promosso la società dal 46esimo al 42esimo posto tra i primi 50 marchi globali “verdi” nel 2013 e nei prossimi mesi H&M lancerà una collezione in denim realizzata con tessuto riciclato e la nuova Conscious per la P/E 2014 in bambù, poliestere riciclato e cotone biologico. Infatti H&M si è impegnata a utilizzare solo cotone da fonti sostenibili entro il 2020 e di eliminare gradualmente l’uso di sostanze chimiche tossiche per non inquinare le fonti di acqua.

Fonte: ecoblog

Chris Martin con George Clooney per Vivienne Westwood con Save The Arctic

Vivienne Westwood la geniale stilista di moda inglese catalizza i suoi sforzi sulle celebrità: da Chris Martin a George Clooney ecco i testimonial per la Green Campaign in favore dell’Artico e con Greenpeace

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Vivienne Westwood la geniale e poliedrica stilista inglese lancia la Green Campaign avvalendosi di celebrità che testimoniano la necessità che l’Artico sia salvato dalle trivellazioni petrolifere in accordo con Save The Arctic di Greenpeace. Chris Martin il frontman dei ColdPlay si mette in gioco indossando una t-shirt con iconico messaggio. A prestarsi per la campagna anche Georgia May Jagger, Jerry Hall, George Clooney, Monty Python’s Terry Jones e Terry Gilliam che hanno posato per l’obiettivo di Andy Gotts. Le celebrità per Vivienne Westwood a favore della campagna Save The Arcticgeorge-clooney1

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L’iconica t-shirt della collezione Gold Label è in vendita sul sito di Vivienne Westwood a 65 euro e la stilista si dice assolutamente convinta che prima della moda sia importante la lotta ai cambiamenti climatici. La scelta di ricorrere alle immagini dei vip per Westwood si piega poiché:

Le celebrità sono spesso la chiave per fornire messaggi trasversali. L’opinione pubblica è sensibile alle celebrità.

Fonte: ecoblog