Fashion Revolution, l’evento di moda etica e sostenibile a Torino

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Fashion Revolution è l’evento che ha avuto luogo lunedì 30 aprile a Torino presso il Palazzo della Luce di via Bertola, durante il quale è stato possibile conoscere ed interagire con diversi brand, progetti e start-up influenti in tema di moda sostenibile, avvicinandosi ad un nuovo modo di vedere e interpretare la moda. Sempre più spesso si parla di moda etica e sostenibile, ma cosa si intende esattamente con questo termine? Tale concetto si relaziona ad un nuovo modo di concepire l’industria dell’abbigliamento, in una visione che considera l’intero contesto, quale quello ambientale, sociale ed economico in cui il prodotto viene realizzato, con una particolare attenzione all’intero ciclo, dalla produzione allo smaltimento. Sono sempre più numerose le realtà che al giorno d’oggi si stanno attivando al fine di informare e far emergere nuove consapevolezze e abitudini che favoriscano nuovi stili di vita, più attenti e sensibili a questa tematica.

La città di Torino ha ospitato per la prima volta l’evento dal nome Fashion Revolution, aprendo le porte ad una nuova ed ormai necessaria visione del mondo della moda partendo proprio dall’ottica della sostenibilità. La giornata ha avuto luogo presso il Palazzo della Luce di via Bertola ed ha permesso di far incontrare e interagire le persone con diversi brand e laboratori artistici che hanno improntato il loro lavoro secondo i principi della sostenibilità. L’evento è stato organizzato da Francesca Mitolo che, con il suo brand di moda etica dal nome Teeshare, è attualmente presidente del collettivo Rén-Reinvent Educate Network, organizzazione che si occupa in maniera propositiva e concreta di moda etica e che mette in contatto imprenditori, produttori, fornitori, designer e stilisti col fine di creare uno spazio reale di incontro, di cultura e di riferimento che esplori i confini della moda etica e che formuli iniziative stimolanti tese a educare, ispirare e promuovere la conoscenza della moda etica e sostenibile. Il messaggio è semplice: “vogliamo incoraggiare un modus vivendi etico, basato sulla promozione della sostenibilità, salute, cura dell’ambiente a tutto tondo, nel profondo rispetto per gli esseri umani, perché al centro di questo flusso ci sono proprio le persone”.

In Italia la responsabile coordinatrice dell’evento è Marina Spadafora, designer e direttore creativo, particolarmente sensibile alle tematiche della moda etica e sostenibile.fashion-revolution-moda-etica-sostenibile-torino-1525253074

Il movimento Fashion Revolution è stato fondato nel 2013 a Londra successivamente al crollo dell’edificio Rana Plaza a Dacca, in Bangladesh avvenuto il 4 aprile 2013, che ha causato la morte di 1.129 lavoratori e che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nella storia. Il fatto che all’interno della fabbrica fossero prodotti abiti e capi di molte aziende note ha portato il sistema moda a porsi delle domande, tra cui “la moda deve essere il problema o la soluzione?” Ad oggi tanti designer ed il fast fashion in generale tendono ad essere sempre più trasparenti e sensibili in termini di sostenibilità, non solo dal punto di vista del prodotto, utilizzando quindi materiali naturali e riciclati, ma anche dal punto di vista etico, legato quindi alle tematiche ambientali ed alla retribuzione del lavoratore, ponendo sullo stesso piano prodotto, ambiente e persone. Durante la manifestazione si sono alternate esibizioni teatrali, musicali e artistiche, con il coinvolgimento di numerosi espositori attivi in quest’ambito. Tra questi ha partecipato “Repainted”, un marchio italiano di abbigliamento realizzato con un tecno tessuto eco-sostenibile, ottenuto con il 100% di materiali riciclati. Era poi presente “Teeshare”, connubio tra arte e moda sostenibile, le cui creazioni sono confezionate in laboratori italiani etico-sociali, in collaborazione con artisti internazionali e basate sul concetto di trasparenza produttiva. Altro espositore è stato “Aroma30”, marchio nato tra Roma e Londra, la cui manifattura dei capi è connotata da una forte spinta etica data dalla scelta di laboratori locali a conduzione familiare, realizzazione del capo solo su richiesta per evitare sovrapproduzione e design “no waste” con tessuti upcycled, impegnandosi a ridurre l’impatto della produzione tessile sull’ambiente.  Il termine upcycling supera in quest’ottica la tradizionale concezione di riciclo, pensando l’utilizzo di materiale di scarto che, avendo esaurito la funzione di partenza, torna in gioco con un nuovo aspetto.
Ha poi partecipato all’evento “Indetail”, brand indipendente realizzato in Italia che, a livello di processo, cerca di potenziare il valore umano all’interno della filiera in quanto, come afferma Lucia Sandrini, designer e mente creativa, “il fare bene concorre a creare bellezza. La bellezza non è solo l’estetica finale ma anche il procedimento, la passione con cui le persone donano se stesse. Molte volte si pensa alla moda sostenibile esclusivamente per una questione di tessuto, mentre la moda sostenibile sono soprattutto le persone che lo producono”.fashion-revolution-moda-etica-sostenibile-torino-1525253056

L’evento ha inoltre visto la partecipazione di Tiziano Guardini, ospite speciale in collaborazione con Isko, giovane e talentuoso eco-designer che idea nuovi modelli con l’utilizzo di materiali riciclati e naturali, in una visione secondo cui la sopravvivenza dell’uomo è legata al recupero del rapporto con la natura. Esempio virtuoso nell’ambito della moda sostenibile è infine “Dress the Change”, piattaforma dedicata alla moda etica che nasce da un crowdfunding organizzato da Banca Etica e che fornisce ai consumatori uno strumento per informarsi e poter conoscere le realtà virtuose del mondo della moda, partendo dalla convinzione che “noi consumatori siamo anche elettori e che con i nostri acquisti possiamo influire considerevolmente sulle politiche di mercato”.

Foto credits: Alessandro Bello.

Foto copertina
Didascalia: Fashion Revolution Torino 2018
Autore: Fashion Revolution

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/fashion-revolution-moda-etica-sostenibile-torino/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Socially Made in Italy: moda etica e saper fare per il riscatto delle donne detenute

Socially Made in Italy si definisce come “una comunità tra etica, fashion e diritti umani”. Nasce nel 2015 allo scopo di creare una sorta di distretto produttivo tra i laboratori delle cooperative sociali che si occupano di inserimento lavorativo per le donne in carcere, coinvolgere direttamente i marchi dell’alta moda a collaborare per rendere questi laboratori all’altezza del made in Italy, per dar vita ad una filiera produttiva socialmente rispettabile e soprattutto in grado di essere competitività in termini di qualità e prezzo del prodotto.

Esistono mondi apparentemente lontani, inconciliabili. Esistono anche mondi nascosti, di cui si sa poco, come il mondo delle carceri e delle detenute che tentano di riscattare la propria vita, di non vivere di passato ma di cercare una possibilità per un presente e un futuro di riscatto, umano e sociale. La storia che vi raccontiamo questa settimana è una prova tangibile che anche i mondi all’apparenza più distanti possono creare valore unendosi, e che l’idea di una funzione rieducativa della pena non è affatto un’astrazione, ma può concretizzarsi grazie al lavoro. Di qualità.

Socially Made in Italy  si definisce come “una comunità tra etica, fashion e diritti umani” (“a community between ethics, fashion & human rights”).

Per comprenderla a fondo sono necessari alcuni passaggi: nel 1992 nasce l’esperienza della Cooperativa Alice (attualmente capofila del progetto Socially) che all’interno del carcere di San Vittore sviluppa progetti di inserimento lavorativo per donne detenute in vari ambiti, tra cui l’abbigliamento e la sartoria forense. Sigillo è invece il marchio del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) nato qualche anno fa sulla base di una proposta specifica della Cooperativa Alice insieme ad altre cooperative, con cui si certificano la qualità e l’eticità dei prodotti realizzati all’interno delle sezioni femminili di alcuni dei più affollati penitenziari italiani, nel quale si è cominciato a parlare per la prima volta di lavoro detentivo per le donne in un’ottica unitaria in termini di immagine, comunicazione e azione. Socially made in Italy nasce nel 2015 ed è il ragionamento immediatamente successivo all’esperienza di Sigillo: creare una sorta di distretto produttivo tra i laboratori delle cooperative sociali che si occupano di inserimento lavorativo per le donne in carcere, coinvolgere direttamente i marchi dell’alta moda a collaborare per rendere questi laboratori all’altezza del made in Italy, per dar vita ad una filiera produttiva socialmente rispettabile e soprattutto in grado di essere competitività in termini di qualità e prezzo del prodotto. “Siamo una community tra l’etica, il fashion e i diritti umani. Prima di tutto offriamo un network di laboratori che utilizzano il lavoro come strumento di riabilitazione sociale, attingendo la forza lavoro dagli istituti penitenziari, partiamo dal nostro know-how specifico che è quello penitenziario” ci spiega Caterina Micolano, fondatrice di Socially made in italy. “Vogliamo proporci come interlocutori autentici del made in Italy, è un obiettivo ambizioso ma che stiamo sperimentando e che è possibile raggiungere solo se c’è la complicità di chi quel saper fare l’ha saputo diffondere e promuovere nel sistema economico mondiale: i marchi dell’alta moda.

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Non più da considerare come clienti da conquistare, a cui chiedere di affidare delle lavorazioni, ma da coinvolgere direttamente in questa sfida: riuscire, mettendoci insieme, ciascuno per la propria parte, ad accompagnare questi laboratori ad essere all’altezza del made in italy. Per quanto riguarda i diritti umani, il tema è correlato al lavoro: quando parliamo di lavoro penitenziario noi intendiamo il lavoro retribuito nel rispetto dei contratti sindacali. Non c’è dignità senza partire dai diritti inviolabili dell’uomo.”

Attualmente le cooperative e i relativi laboratori coinvolti con Socially sono quattro, si trovano a Catania, Venezia, Milano e Vigevano. I prodotti principali al momento di Socially sono soprattutto borse, in parte anche gadgettistica. Mediamente ogni laboratorio ha tra le quindici e le venti persone impiegate dalle cooperative che lo gestiscono, per un totale di circa cinquanta lavoratrici coinvolte nel progetto Socially. Ma c’è di più: “Le persone che lavorano hanno un periodo di formazione che dura più o meno un anno, a volte retribuite quando ci sono delle borse lavoro offerte da istituzioni o fondazioni” ci spiega Luisa della Morte, autrice del progetto Socially Made in Italy “al termine di questo periodo le persone vengono assunte, hanno un contratto di riferimento delle cooperative sociali, e sono anche socie lavoratrici, assumendosi diritti e doveri nei confronti della cooperativa, è un processo di accrescimento e di responsabilizzazione grande ma che da i suoi frutti.”OBC0378

Carmina Campus e la sostenibilità dei brand

Il valore aggiunto di Socially è quello di proporre una filiera produttiva socialmente responsabile, ed in questa caratteristica rientra anche l’attenzione alla sostenibilità ambientale che il progetto intende conseguire. L’esempio paradigmatico è la collaborazione con il marchio Carmina Campus : “E’ Il marchio con cui è nata la sperimentazione e sta continuando la collaborazione” spiega Caterina Micolano “un marchio di riferimento perché utilizza esclusivamente scarti di lavorazione che vengono reinterpretai stilisticamente e dimostrano come la creatività possa riportare in un ruolo di protagonista ciò che la logica di lavorazione ordinaria considera scarto. Lo scarto diventa materiale che racconta una storia, quella dell’azienda che l’ha prodotto, e questa è la visione che ci vede comuni perché noi raccontiamo la storia dei nostri laboratori, le storie delle persone che accompagniamo, le storie delle nostre imprese. Un’abbinata vincente tra sostenibilità e creatività”.

L’Ethical Fashion Brand creato da Ilaria Venturini Fendi si è fatto molto partecipe del progetto, arrivando ad interpretare stilisticamente le borse realizzate dai laboratori che partecipano a Socially partendo dall’interpretazione dell’economia carceraria. Infatti, la prima linea di Carmina Campus realizzata con Socially utilizza materiali di riciclo (come nel dna di Carmina Campus) ma che arrivano dal sistema penitenziario: le coperte fuori uso del carcere, su cui sono state effettuate le prime lavorazioni in feltro completamente riviste dal punto di vista creativo e abbinate con i tessuti di rimanenze di magazzini abituati a fornire i brand dell’alta moda, che vengono poi lavorati per le fodere interne o per i dettagli in pelle delle borse.ilaria-venturini-fendi

Ilaria Venturini Fendi durante la sua prima visita al Carcere di Rebibbia

Il valore del lavoro in carcere: nella qualità del lavoro un processo di riscatto
Caterina Micolano e Luisa della Morte, durante il nostro incontro, hanno più volte sottolineato l’importanza di concepire Socially Made in Italy più come un progetto culturale che un semplice progetto di lavoro: secondo Caterina Micolano “una delle ambizioni centrali del progetto è l’invito fatto a noi stessi cooperatori a cambiare mentalità per essere in grado di stare sul mercato, cambiare nel senso di credere fermamente di poter essere competitivi sul mercato in termini di qualità della lavorazione, competitività del prezzo”.

Un progetto culturale dunque perché non ambisce a far leva sulla detenzione come leva morale per far conoscere il brand, ma al contrario parte dall’idea di lavoro di qualità come occasione di riscatto per dimenticare il passato e costruire il presente e il futuro: “Il segmento della detenzione aiuta a volersi scrollare di dosso la tentazione di provare a essere più competitivi sul mercato raccontando che se compri quell’oggetto stai facendo qualcosa di buono: la detenzione non è un segmento di società che ispira necessariamente dei sentimenti positivi, questo per noi è la base del lavoro perché vorremmo che lo scopo della cooperazione sociale tornasse ad essere quello di restituire dignità attraverso il lavoro. E la restituzione della dignità è quella di poter dimostrare di saper far bene qualcosa”.

 

Il sito di Socially Made in Italy 

 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/04/io-faccio-cosi-116-socially-made-in-italy-moda-etica-saper-fare-per-riscatto-donne-detenute/

 

 

Moda donna: è trendy, cheap e etica la collezione donna Auteurs du Monde

Altromercato ha presentato Auteurs du Monde la collezione autunno inverno 2014-2015 disegnata da Marina Spadafora. La collezione dei bijoux ecologici è stata disegnata invece da Valentina Follo.

Auteurs du Monde è innanzitutto una bella collezione moda donna appena presentata da Altromercato per l’autunno inverno 2014-2015. La collezione si compone di capi di abbigliamento, accessori persona e bigiotteria confezionati dalle abili mani di artigiani di Asia, America Latina, India e Africa.dsc-0951-pscs6

Auteurs du Monde è una collezione di moda etica, vuol dire cioè che è prodotta con materiali naturali nel pieno rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori e senza alcun tipo di sfruttamento. Sono riconosciuti agli artigiani i costi reali della lavorazione e viene dunque garantita una retribuzione adeguata. I lavoratori sono pagati in anticipo per il 50% del valore dell’ordine e saldati alla consegna della merce. Sono seguiti inoltre sia nella formazione, sia nello sviluppo delle loro piccole imprese.auteurs-du-monde-ai14-2

Ma veniamo agli stupendi capi disegnati da Marina Spadafora che si ispira proprio nei colori e nei disegni alle nuances dei materiali di origine provenienti da India, Africa e America Latina. Troviamo dunque le tonalità dello zaffiro, polvere e grigio nuvola ma anche i caldi toni della senape e del prugna. Dicevamo che le materie prime sono tutte di origine naturale, come cotone biologico, seta cruda, lana e alpaca. Molto bella la linea abiti peraltro a prezzi molto accessibili e nella media (dai 48 euro ai 65 euro a abito) in morbido jersey di cotone e realizzata in Etiopia. E’ originale grazie alle stampe che riportano immagini, simboli e scritture tipiche dell’Etiopia.auteurs-du-monde-ai14-3

Dagli artigiani indiani di Bodhi arrivano le elegantissime camicie in seta e garza di cotone mentre è color zaffiro l’abito ricamato a mano dagli artigiani di Mumbai. Elegantissima la linea maglie in alpaca mista a lana, maglioni e cardigan in 100% lana realizzati manualmente dagli artigiani di Kts in Nepal. La collezione peraltro la si può sfogliare e acquistare online anche sul sito di Altromercato.auteurs-du-monde-ai14-4

Oltre ai capi di abbigliamento che includono vestiti, gonne, capi spalla ci sono gli accessori persona e bigiotteria sempre realizzati con materiali naturali come cotone, la seta e l’alpaca. Stupende le sciarpine e stole in seta, cotone, lana e cachemire; molto trendy le borse che sono sia stampate sia ricamate.ctm-21220

Spiega Paolo Palomba, Direttore Generale di Altromercato:

I produttori artigiani, Autori del Mondo, sono il riferimento di un impegno per la moda etica e sostenibile con stile, glamour e qualità eccellenti, realizzata mediante le pratiche del fair trade, della sostenibilità ambientale, del riciclo. Nel ricordo del fashionrevolutionday celebrato lo scorso 24 aprile, che ha richiamato tutta la grande moda internazionale ad una filiera equa corretta e trasparente, ancora una volta Auteurs du Monde offe a tutti la possibilità di agire, affermando con trasparenza chi e come sono stati fatti i vestiti che indossate.

Infine una menzione a parte la meritano i bijoux realizzati sempre tenendo conto della necessità di usate materie prime ecologiche e disegnati da Valentina Follo che riusa tessuto recuperato da scarti di produzione, pasta di vetro riciclato o corno recuperato.ctm-00000821

Auteurs du Monde, la moda etica dalla collezione autunno inverno 2014 2015

Fonte: ecoblog.it