Greenpeace: il pesce che mangiamo contiene plastica

I risultati dei test effettuati dall’associazione ambientalista parlano chiaro: quasi un terzo del pesce contiene microplastiche.http _media.ecoblog.it_8_826_greenpeace-pesce-plastica

Sono molto preoccupanti i risultati della ricerca condotta da Università Politecnica delle Marche, Greenpeace e Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova che conferma la presenza di particelle di microplastica anche in pesci e invertebrati pescati nel Mar Tirreno. I campionamenti, centinaia, sono stati effettuati l’estate scorsa dai volontari di Greenpeace a bordo della nave Rainbow Warrior. Tra il 25% e il 30% del pesce analizzato, proveniente da diversi siti di campionamento nel Tirreno, contiene almeno una particella di plastica di dimensioni inferiori a 5 millimetri. Sono interessate diverse specie di pesci con differenti abitudini alimentari, dalle specie planctoniche, agli invertebrati, fino ai pesci predatori. Percentuali simili si riscontrano anche nel pesce dell’Adriatico.

I risultati ottenuti confermano ancora una volta che l’ingestione di microplastiche da parte degli organismi marini è un fenomeno diffuso e sottolineano la rilevanza ambientale del problema dei rifiuti plastici in mare – commenta la docente di Biologia Applicata alla Università Politecnica delle Marche Stefania Gorbi È urgente quindi che la ricerca scientifica acquisisca nuove conoscenze e contribuisca a sensibilizzare la coscienza di tutti su questa tematica emergente.

La maggior parte delle plastiche ritrovate nel pesce è polietilene (PE), cioè il polimero con cui si produce il packaging e dei prodotti usa e getta.

Ciò che ci preoccupa maggiormente è la rapida evoluzione di questo problema e la graduale trasformazione delle microplastiche in nanoplastiche – precisa Serena Maso, Campagna Mare di Greenpeace – particelle ancora più piccole che se ingerite dai pesci possono trasferirsi nei tessuti ed essere quindi ingerite anche dall’uomo“.

Secondo le stime più accurate, ogni anno finiscono in mare circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici di vario tipo con una netta prevalenza di imballaggi monouso usa e getta: bottiglie d’acqua e bibite ma anche fustini di detersivi liquidi.

Foto: Unsplash

Fonte: ecoblog.it

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Meno plastica, ma solo dal 2030

Riciclo o riuso degli imballaggi in plastica entro il 2030, riduzione delle microplastiche nei cosmetici e misure per ridurre oggetti in plastica mono-uso come le stoviglie. La Commissione europea ha presentato nuovi obiettivi anti-inquinamento. Ma sono in molti a sostenere che il 2030 sarà troppo tardi: bisogna agire prima.9737-10511

La Commissione europea, riunita a Strasburgo in occasione di una sessione plenaria del Parlamento europeo, ha presentato nuovi obiettivi anti-inquinamento. Si punta entro il 2030 a riusare o riciclare tutti gli imballaggi di plastica e a ridurre l’uso di microplastiche. La strategia comprenderebbe un’etichettatura più chiara per distinguere polimeri compostabili e biodegradabili e regole per la raccolta differenziata sulle imbarcazioni e il trattamento dei rifiuti nei porti. Attese entro gennaio misure per ridurre l’impatto delle bottiglie d’acqua in plastica.

Eppure, a differenza di quanto lasciano intendere i titoloni trionfalistici dei media, «la nostra non è una strategia anti-plastica», ha detto il vice presidente della Commissione Frans Timmermans, parlando a un gruppo di giornalisti belgi. «La plastica rimane indispensabile per l’economia. L’industria di questo settore dà lavoro a 1,5 milioni di persone nell’Unione». E, tra le altre cose, la Commissione vuole mettere a disposizione dell’industria 100 milioni di euro da investire nella ricerca tecnologica. Da sottolineare poi che la strategia viene formulata proprio dopo che la Cina ha deciso di vietare l’importazione di rifiuti dal resto del mondo; questo sta costringendo l’Unione Europea a rivedere le priorità. Finora, la UE esportava verso la Cina il 60% dei rifiuti di plastica e il 13% dei rifiuti di carta, chiedendo al paese asiatico di riciclarli o di bruciarli. Sempre secondo l’esecutivo comunitario, sarà possibile creare 200mila nuovi posti di lavoro da qui al 2030, nel settore del riciclo. L’uso una sola volta di molti imballaggi di plastica fa sì che il valore di questi sacchetti venga perso al 95% in brevissimo tempo. Nel 2015, la Commissione ha imposto che il 55% dei rifiuti di plastica venga riciclato. La proposta è stata fatta propria almeno preliminarmente dal Parlamento e dal Consiglio nel dicembre scorso.

La nuova strategia comunitaria giunge mentre la stessa Commissione europea sta valutando una tassa sulla plastica per finanziare il bilancio europeo. «Sarà necessario fare uno studio d’impatto – nota ancora Frans Timmermans -, tenendo presente che se il nostro obiettivo è di ridurre l’uso della plastica il gettito potrebbe diminuire. Dobbiamo chiederci se questa soluzione possa essere un reddito sostenibile nel tempo».

“La strategia europea sulla plastica presentata oggi dalla Commissione Europea è una buona notizia per l’ambiente e l’innovazione industriale” ha dichiarato Stefano Ciafani direttore generale di Legambiente.

L’Italia, ricorda Legambiente, è stato il primo Paese in Europa ad varare la legge contro gli shopper non compostabili, approvata nel 2006 ed entrata in vigore nel 2012, ad applicare dall’1 gennaio 2018 la messa al bando dei sacchetti leggeri e ultraleggeri di plastica tradizionale, a dire stop ai cotton fioc non biodegradabili e compostabili (dal 2019) e alle microplastiche nei cosmetici (a partire dal 2020). Non va inoltre dimenticato l’impegno sul fronte dell’economia circolare promosso da Comuni, Consorzi ed imprese private.

“Ora – aggiunge Ciafani – i prossimi passi da compiere nel nostro Paese devono riguardare un sistema di controlli efficace per garantire il rispetto delle leggi approvate, nuove misure per contrastare l’usa e getta, ridurre l’uso eccessivo di acque in bottiglia, con conseguente consumo di grandi quantità di plastica, e allo stesso tempo occorre sviluppare la chimica verde, per riconvertire i vecchi petrolchimici in nuove bioraffinerie per promuovere filiere di produzione industriale innovative e rispettose dell’ambiente”.

«Purtroppo l’orizzonte del 2030 appare un po’ troppo lontano rispetto ad una vera e propria emergenza che sta assumendo, giorno dopo giorno, dimensioni estremamente preoccupanti e sulla quale bisogna intervenire con urgenza» dice il WWF.

«Dagli anni ‘50 ad oggi, con l’avvio della grande diffusione dell’uso della plastica, abbiamo prodotto 8,3 miliardi di tonnellate di plastica, gettandone in natura circa 6,3 miliardi. È come se ogni abitante della Terra trascinasse con se circa una tonnellata di plastica. Il 79% di questa è finita nelle discariche e in tutti gli ambienti naturali contaminando aree remote come i ghiacci polari fino le grandi fosse marine a 10 km di profondità. Specie simbolo, come tartarughe marine e balene, sono le vittime più evidenti, ma la tossicità dei rifiuti plastici in mare sta contaminando anche le catene alimentari che arrivano fino alla nostra tavola».

«Senza aspettare l’entrata in vigore delle nuove norme, infatti, da subito tutti possono impegnarsi per ridurre il proprio impatto adottando stili di vita ‘zero plastica’. Le alternative ci sono già e il mercato stesso offre soluzioni sempre nuove ogni giorno: dalla riduzione degli imballaggi al refill di cosmetici e prodotti per la casa».

 

Fonte: ilcambiamento.it

Microplastiche: l’inquinamento coinvolge anche i laghi. L’indagine di Legambiente ed Enea

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Sei i laghi campionati nel 2017, in tutti rinvenute microparticelle di plastica. I laghi di Como e quello Maggiore sono quelli in cui è stata trovata la maggiore densità media di particelle al chilometro quadrato: rispettivamente 157mila e 123mila

Il problema del marine litter e delle microplastiche in acqua non riguarda solo mari e oceani, che rischiano di diventare zuppe di plastica, ma anche i bacini lacustri e fiumi. A confermare la presenza di questo fenomeno nelle acque interne, i dati di Legambiente che, nel corso della sua campagna itinerante Goletta dei Laghi 2017, ha realizzato per il secondo anno consecutivo, in collaborazione con ENEA, un campionamento ad hoc sulle microplastiche, con dimensione inferiore ai 5 millimetri, presenti nei laghi monitorando sei bacini: Iseo, Maggiore, Garda, Trasimeno, e per la prima volta Como e Bracciano, per un totale di quasi 50 chilometri percorsi dalla manta, la rete utilizzata per i vari campionamenti. Allo stesso tempo, per la prima volta, sono stati campionati anche alcuni corsi fluviali immissari ed emissari, a monte e a valle degli impianti di trattamento delle acque presenti: il fiume Oglio per l’Iseo, in entrata e in uscita dal lago, l’Adda per il Lago di Como, il Sarca in entrata nella parte trentina del Garda e il Mincio come emissario, visto che le particelle di plastica sono trasportate il più delle volte da corsi d’acqua e dagli scarichi. Dalla ricerca di Legambiente ed ENEA, l’unica a livello nazionale di questo tipo, emerge che, nei sei laghi monitorati sono state rinvenute microparticelle di plastica. Tra i bacini lacustri che presentano più microparticelle ci sono quello di Como e il lago Maggiore. Il primo con una densità media di 157mila particelle per chilometro quadrato, nella parte settentrionale, e con un picco di oltre 500mila particelle nel secondo transetto collocato più a nord, in corrispondenza del restringimento tra Dervio (Lc) e Santa Maria Rezzonico (Co). Il lago Maggiore presenta una densità media di 123mila particelle per chilometro quadrato, con un picco di oltre 560mila particelle in corrispondenza della foce del fiume Tresa, tra Luino e Germignaga (Va), sul quale insiste il depuratore e campionato successivamente ad un evento temporalesco, che potrebbe aver aumentato l’apporto degli scarichi e quindi di particelle dal fiume. Non se la passano bene neanche quello di Bracciano e di Iseo. Il primo, fortemente colpito quest’estate dalla siccità e dell’eccessiva captazione che hanno creato condizioni ambientali critiche, nei dieci transetti campionati dai tecnici di Goletta dei Laghi presenta una media di 117mila particelle per chilometro quadrato. Il secondo, quello di Iseo, una media 63 mila particelle. Valori medi più bassi invece per il lago di Garda – quasi 10mila particelle per chilometro quadrato – e per il Trasimeno con 7.914 particelle su chilometro quadrato. Per i vari campionamenti, i tecnici di Goletta dei laghi hanno utilizzato una rete tipo “manta” costruita appositamente per navigare nello strato superficiale della colonna d’acqua e per filtrare grandi volumi, trattenendo il materiale d’interesse. La Manta – costituita da una bocca rettangolare metallica da cui si diparte il cono di rete e un bicchiere raccoglitore finale; e due ali metalliche vuote, esterne alla bocca, che la mantengono in galleggiamento sulla superficie – è stata trainata lungo rotte prestabilite per 20 minuti, percorsi ad una velocità media di 2,5 nodi. In tutti i campioni analizzati sono state trovate microplastiche: un dato per Legambiente inconfutabile sulla diffusione di questa contaminazione in ambiente lacustre, nonostante le diversità di ogni lago.

“Le microplastiche – dichiara Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – sono ormai sempre più presenti negli ecosistemi marini e terrestri, si tratta di un inquinamento di difficile quantificazione e impossibile da rimuovere totalmente. Con la Goletta dei laghi e grazie alla collaborazione con Enea, abbiamo realizzato il primo studio a livello nazionale sull’inquinamento da microplastiche nei fiumi e nei laghi, uno strumento fondamentale per capire e conoscere la portata del fenomeno. Le cause sono per lo più alla cattiva gestione dei rifiuti a monte e l’apporto che deriva dagli scarichi degli impianti di depurazione e da quelli che ancora oggi finiscono nei fiumi e nei laghi senza trattamento alcuno”.

Per fronteggiare questo problema e ridurre gli impatti, aggiunge Zampetti: “servono politiche di buona gestione su tutto il bacino idrografico, attività di sensibilizzazione e azioni efficaci di prevenzione. A questo riguardo ben venga l’approvazione arrivata ieri degli emendamenti, a prima firma di Ermete Realacci, che prevedono la messa al bando dal 2019 dei cotton fioc non biodegradabili e non compostabili e lo stop dal 2020 all’uso delle microplastiche nei cosmetici. Una bella notizia per l’ambiente e la conferma della leadership dell’Italia nel contrastare il marine litter che soffoca mari, fiumi e laghi anche nel nostro Paese. Infine è prioritario che il monitoraggio delle microplastiche sia inserito tra le attività istituzionali di controllo ambientale previste dalle norme sulla qualità dei corpi idrici, come fatto per il mare e le spiagge, considerando le microplastiche come indicatore per la definizione dello stato di salute delle acque interne”.

Per quanto riguarda i corsi fluviali immissari ed emissari dei bacini, Legambiente ricorda che i fiumi attraversano ampie porzioni di territorio e sono nastri trasportatori di ciò che ricevono, soprattutto in termini di rifiuti legati spesso ad una malagestione a livello urbano o portati dal dilavamento delle acque meteoriche, e legati al problema della maladepurazione. Per questo Goletta dei Laghi 2017 ha voluto allargare il fronte della ricerca campionando, prima e dopo gli impianti di depurazione, i corsi fluviali. In particolare per l’Iseo è stato esaminato il fiume Oglio in entrata e in uscita, per quello di Como il fiume Adda, per il Garda il Sarca in entrata nella parte trentina e il Mincio come emissario. La differenza tra i campioni prelevati a valle e a monte dei depuratori può arrivare fino all’80% di particelle per metro cubo, come nel caso dell’Oglio e del Mincio. Nel fiume Oglio, come affluente del lago di Iseo, è stato rilevato un incremento di particelle a valle dell’impianto di depurazione pari all’81%. Nell’Oglio emissario, la differenza tra la media delle particelle per metro cubo a monte e a valle del depuratore, mostra un incremento del 13%. Per l’Adda, come affluente del lago di Como, l’incremento del numero di particelle a valle del depuratore risulta pari al 62%, mentre, nell’Adda emissario del lago di Como l’incremento del numero di particelle ogni metro cubo è pari al 58%. Per il fiume Sarca, affluente del Garda nella parte trentina, la situazione vede un incremento del numero di particelle ogni metro cubo di acqua pari al 74%; l’incremento di particelle registrate nel Mincio prima e dopo due impianti di trattamento delle acque è pari all’80%. Nei vari campionamenti fluviali, la manta è stata calata da ponti, a centro fiume, permettendo il filtraggio dell’acqua per un tempo standard di 20 minuti. Durante ogni campionamento sono stati registrati i dati della stazione e le condizioni climatiche e ambientali, utili dall’interpretazione dei risultati.

“I risultati sulla densità e composizione delle microplastiche campionate nel corso della passata edizione di Goletta dei Laghi di Legambiente – dichiara Maria Sighicelli, ricercatrice ENEA – hanno evidenziato un’importante presenza di microparticelle nei laghi italiani. In particolare, i transetti vicini a input fluviali e ristringimenti sono quelli più ricchi di plastica. I dati analizzati relativi ai campionamenti eseguiti nella campagna 2017 confermano una forte eterogeneità tra i transetti, sicuramente fisiologica, legata alla dinamica del fenomeno e in particolare a fattori naturali e antropici, che concorrono alla diffusione delle particelle nelle acque superficiali. Ad esempio, oltre 500 mila particelle per chilometro quadrato nel lago Maggiore, sono state registrate nel transetto in prossimità della foce del fiume Tresa a valle del depuratore”.

“Dai dati ottenuti sulla presenza di microplastiche negli immissari ed emissari dei laghi subalpini – spiega Loris Pietrelli, ricercatore ENEA – è evidente la stretta correlazione fra numero di microplastiche e presenza di impianti di depurazione delle acque reflue urbane. Sarebbe pertanto opportuno migliorare i processi di depurazione e contemporaneamente aggiornare la normativa. Ad esempio, qual è il numero di microfibre per metro cubo ammissibile per lo scarico in acque superficiali?”

Infine uno sguardo anche ai macrorifiuti e alle attività di citizen science. Oltre al campionamento delle microplastiche dei laghi, Goletta dei laghi ha attivato una campagna di citizen science per il monitoraggio dei rifiuti presenti sulle spiagge sulle sponde dei bacini lacustri. Nel 90 % dei siti campionati è stata registrata la presenza di plastica, molto spesso frammenti di piccole dimensioni dovuti in larga parte ai rifiuti urbani, che a causa di una non corretta gestione da parte delle amministrazioni oltre all’abbandono, arrivano sulle sponde o direttamente in acqua e lì si degradano in frammenti sempre più piccoli. A questo si aggiunge un inefficace servizio di depurazione dei reflui urbani che contribuisce al fenomeno della diffusione di rifiuti. Tra tutti i cotton fioc, che sono stato oggetto di una campagna specifica di Legambiente #norifiutinelwc.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Mediterranea, da 2 anni in mare per “misurarne” la salute

Cinque anni a vela attraverso il Mediterraneo, il Mar Rosso, il Mar Nero per connettere persone, luoghi, sogni, pensieri… Oltre a fare il punto sullo stato di salute del nostro mare. Questo il progetto di un gruppo di sognatori del mare accompagnati dagli amici di Mediterranea. Sono passati già due anni dal momento in cui tutto ha avuto inizio. Per fare il punto abbiamo incontrato Simone Perotti, marinaio, scrittore e co-ideatore del Progetto Mediterranea.

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Sono passati già quasi due anni da quel maggio del 2014 in cui Mediterranea è salpata. Quante miglia sono state percorse delle 20.000 previste? In quali paesi siete sbarcati? Dove siete in questo momento e qual è la vostra prossima tappa?

Circa 5.500, che vuol dire che alla fine saranno ben più delle 20000 teoriche previste. E’ pur vero che dall’Italia ci siamo già spinti per ogni dove in Grecia, poi nel Mar di Marmara, nel Mar Nero e fino alla Georgia, fino alla foce del Danubio, ma molto c’è ancora da navigare. Dunque Italia, Grecia, Turchia, Georgia, Bulgaria, Romania. Ora siamo a Creta e tra Dodecaneso e Rodi arriveremo ad agosto. Poi andremo a est, verso la Siria e verso Cipro.

Mediterranea è salpata anche con lo scopo di fare il punto sulla salute del nostro mare. Quali sono i risultati al momento?

Non buoni. Troviamo molte microplastiche nei prelievi di plancton che effettuiamo per l’istituto di ricerca inglese Sahfos (Sir Alister Hardy Foundation for Ocean Seas) e a breve avvieremo, quasi certamente, una ricerca sulle macroplastiche, con l’utilizzo delle reti maggiori per prelievi in superficie. Oggi i dati ci dimostrano cosa accade a non curarsi del mare per decenni, a scaricarci dentro di tutto. Con l’Università di Siena, un anno fa, abbiamo aperto il ventre di pesci trovati lungo la costa, pescati dai pescatori e pronti a finire sulle nostre tavole: contenevano spesso microplastiche, cioè (semplificando) la degenerazione delle grandi buste di plastica che vediamo in mare. Averle smaltite per decenni ha generato questa situazione. E ora il mare muore…

Tra sponsor, associazioni ed enti che avreste voluto vi sostenessero, chi vi ha aiutato o vi sta aiutando?

Al momento siamo noi a sostenere la ricerca, più che il contrario. Il co-sailing è talmente potente come strumento di condivisione e di progettualità, da rendere un gruppo di avventurosi appassionati senza soldi perfino in grado di finanziare un istituto di ricerca inglese col proprio impegno e col proprio lavoro. Cosa che trovo straordinaria. Abbiamo invece avuto occasioni di lavoro congiunto, di mutuo sostegno, con Università di Siena, INAF e altri. Una buona premessa. Penso che le cose, lentamente, si affermino quando sono buone. E Mediterranea lo è.

Quanti uomini e donne amanti del mare sono saliti in questi due anni su Mediterranea accompagnandovi e condividendo sogni e riflessioni?

Centinaia, credo quasi mezzo migliaio di posti occupati in quasi tre anni, dalla partenza da Messolongi. Mediterranea è soprattutto un esperimento sociale, e come tale sta dando i suoi frutti. I pochi che avevano obiettivi diversi da quelli della spedizione hanno preso la loro strada divergente, il grosso è entrato sempre più dentro il progetto. In una spedizione lunga e ambiziosa i contatti con il le persone, la condivisione, è uno dei centri focali dell’esperienza. E da questo punto di vista Mediterranea ci sorprende per la sua capacità d’attrazione. La gente sogna grazie a questa spedizione, e i più arditi vengono con noi per una settimana, o per due, e poi perfino per unirsi al gruppo della spedizione stessa, facendone parte ufficialmente. Una grande soddisfazione che il gruppo si allarghi di miglio in miglio.

Hai incontrato giornalisti, intellettuali, scrittori e artisti per chiedere le risposte a questa epoca di decadenza e di crisi. Quali sono state le risposte che ti hanno convinto o sorpreso di più? C’è una persona che in particolare ti ha colpito?

Mi ha coplito molto che alla nostra idea di lavorare per la realizzazione degli “Stati Uniti del Mediterraneo” nessuno ci abbia dato una manata in faccia come si fa con chi ci vuole prendere in giro. Al contrario! Quasi tutti sono caduti dalle nuvole, ci hanno pensato un po’ su e poi hanno esclamato: “Ma che splendida idea, che bell’orizzonte, che bella prospettiva! Lavoriamoci!”. Vuol dire che l’esigenza di trovare un nuovo modello mediterraneo è possibile, sentita e vera. Dunque anche il presupposto ideologico e se vogliamo politico della nostra spedizione è sensato. Una buona conferma per noi che, come Diogene, avanziamo sporgendo avanti la mano che tiene la lanterna accesa.

I sogni e la libertà non sono innocui quando riusciamo a incarnarli. Quali sono state le difficoltà maggiori che avete dovuto affrontare?

Quelle di Giasone, quelle di Ulisse, quelle di Ghilgamesh, quelle di Enea, quelle di Colombo, e cioè avere un progetto ambizioso e dover passare dalle chiacchiere ai fatti. Ma sono difficoltà contenute, perché il vero scoglio è avere idee e volerle davvero realizzare. Poi come fare è problema che viene dopo. Noto che la maggiore difficoltà è sempre quella che deriva dalle persone: di fronte ai problemi ci si blocca, si ha la tentazione di mollare. Ma una spedizione lunga e ambiziosa, come una carriera di lavoro, come un matrimonio, come ogni impresa, ha momenti di difficoltà che o interrompono il flusso o rendono più solidi. Andare avanti, come iniziare, è una questione da gente con lo stomaco che regge bene.

Fare comunità, mettersi insieme anche se per un progetto o per realizzare un sogno comune è comunque una cosa difficile. Voi avete realizzato un’esperienza di co-sailing. Cos’è e com’è andato questo esperimento?

E’ quello a cui accennavo. fare le cose da soli è più rapido, farle insieme è più complesso. Ma da soli si va meno lontano. Soprattutto, da soli facciamo già tutto, mentre insieme ad altri poco. Credo che questa spedizione sia rivoluzionaria soprattutto per questo. Testimonia che le teste della gente, messe insieme, fanno sì una grande confusione, ma generano anche opportunità sia per l’esterno che per l’interno. Tenere duro di fronte ai problemi da soli è difficile, in tanti è difficilissimo, perché oltre al problema in sé devi anche gestire le persone. E tuttavia, ognuno è portatore di soluzioni, di energia, e questa è una risorsa straordinaria. Ci stiamo forgiando, come singoli e come gruppo. Stiamo facendo un percorso. Non siamo fermi, come individui e come realtà collettiva. Questo trovo che sia splendido. In un mondo inchiavardato dalle convenzioni, noi siamo inconvenzionali, cosa che metterei già di per sè al petto come medaglia.

Dal sogno e poi dal progetto immaginato, Simone, a una realtà che si sta svolgendo e che è quasi a metà del suo percorso. Era così che la immaginavi quando ancora la sognavi?

Sì, direi che questo avevamo in mente, e questo stiamo realizzando. Sia nelle difficoltà sia nelle cose che vanno per il meglio.

C’è stato un momento in cui avete avuto paura?

A San benedetto del Tronto, quando, prima di salpare, un Forza 12 (dati della Capitaneria) ha disormeggiato Mediterranea e per un pelo non l’affonda. Quel giorno ho pensato che il progetto sarebbe naufragato insieme alla barca. Poi l’affetto di centinaia di persone ci ha sostenuto. Sia moralmente che economicamente. Un’esperienza di solidarietà splendida. Altro elemento di grande valore.

I migranti all’interno del Mediterraneo sembrano persone senza diritto di cittadinanza e senza un luogo cui appartenere. Dal punto di vista di Mediterranea che idea vi siete fatti?

Li abbiamo intervistati, visti arrivare. Abbiamo provato l’emozione di gettar loro una cima, di vedere con quante poche residue forze la prendevano in mano, stanchi e affranti. Ma abbiamo anche visto la gioia di dormire per la prima volta in un luogo dove nessuno li avrebbe bombardati o violentati. Abbiamo provato l’emozione profonda di dir loro “benvenuti” e comprendere che quella parola era la cosa più preziosa per i loro cuori martoriati. Abbiamo visto che non sono straccioni, che non sono disperati, al contrario, sono persone come me e te, e anche più dignitose di noi talvolta, che scappano per una vita migliore. Tutto dunque ma non disperati, al contrario, gente che spera. Sono l’epifenomeno di questo mondo, che straccia, rompe, vessa, sfrutta e poi si stupisce delle migrazioni che ne conseguono. Ipocrisia, ecco la causa. Questo dolore è figlio della mentalità capitalista e ipocrita.

L’Unione degli Stati del Mediterraneo. Il vostro sembra il primo passo ideale per realizzarla davvero in futuro. Perché è così importante che sia quella la strada?

Come dicevo occorre un nuovo modello di impostazione esistenziale e sociale. Non più quello nordeuropeo e nordamericano, di cui siamo solo follower sciocchi e pedissequi, ma un modello nuovo, adeguato ai tempi, adatto a noi. Penso che, come sempre, dal Mediterraneo uscirà una voce originale, nel cui canto possiamo riconoscerci. Cerchiamo di dare il nostro contributo alla stesura di questo spartito. I nostri sono vocalizzi, tra i tanti buoni che vedo, per cercare quel tono di canto. Non si può vivere secondo modelli inautentici e adatti ad altri. Occorre trovare un proprio modello originale, migliorarlo, renderlo vivo. Cosa che il Mediterraneo non fa più da troppo tempo, diciamo un secolo e mezzo. Ora basta, è bene abitare a casa propria, ma quella casa, prima di entrarci, va ristrutturata. Altrimenti fa acqua quando piove.

Sulla scia di Unlearning, di questi cinque anni in giro per l’universo Mediterraneo si potrebbe realizzare un film documentario e poi magari distribuirlo con Movieday. C’è questo progetto?

In parte sì. Lo stiamo maturando. Intanto riprendiamo tutto. Abbiamo molto materiale già, ed altro ancora produrremo. Poi si vedrà.

Fonte: ilcambiamento.it