Nel 2030 nelle metropoli due auto su tre saranno elettriche

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Mentre la Germania sembra avere imboccato con grande impegno la strada di una progressiva riconversione all’elettrico, una ricerca congiunta di McKinsey e Bloomberg New Energy Finance pubblicata di recente ci dice che nel 2030, nelle metropoli dei Paesi più ricchi del mondo, due terzi delle auto potrebbero essere elettriche e il 40% a guida autonoma. Diversi gli scenari nei paesi emergenti dove la mobilità potrebbe puntare su un mix di mezzi pubblici elettrici e car sharing.  Lo studio focalizza l’attenzione su alcune città con un’alta densità di popolazione un alto reddito come Chicago, Hong Kong, Londra e Singapore e qui prevede che la mobilità abbandonerà le auto private e utilizzerà i mezzi pubblici elettrici, il car sharing e i veicoli a guida autonoma.  Nei paesi emergenti – e quindi in metropoli quali New Delhi, Mexico City e Mumbai – il rapporto prevede che l’inquinamento venga ridotto attraverso una elettrificazione generalizzata del trasporto pubblico e con lo sviluppo del car sharing.

Fonte: Ansa

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Bicicletta, Parigi sempre più metropoli delle due ruote

L’ambizioso progetto del sindaco Anne Hidalgo prevede il raddoppio delle piste ciclabili. Ai francesi cultori della grandeur, si sa, non piace arrivare secondi. Parigi città che ha inventatola bicicletta e che è stata fra le prime metropoli a sviluppare un articolato sistema di bike sharing vuole diventare capitale della bicicletta, gareggiando “spalla a spalla” con l’amministrazione londinese che ha in mente progetti faraonici per il futuro delle due ruote. Il sindaco parigino Anne Hidalgo dopo avere lanciato un programma di riduzione dell’inquinamento da traffico automobilistico, lo scorso 3 aprile ha presentato un “plan vélo”con il quale fissa l’obiettivo di moltiplicare per tre il numero dei tragitti effettuati in bicicletta da qui al 2020, dall’attuale 5% del totale al 15%. Il piano sarà dibattuto al Conseil de Paris il prossimo 14 aprile e prevede un budget di 150 milioni di euro distribuito su cinque anni. Si tratta di un budget leggermente superiore a quello di Amsterdam (che riserva 20 milioni di euro per anno alla ciclabilità) e nettamente inferiore al miliardo e 200mila eruro stanziato fino al 2016 da Londra. Il piano di Anne Hidalgo perfezionerà ciò che alcuni suoi illustri predecessori – Jacques Chirac (1982), Jean Tiberi (1996) e Bertrand Delanoë (2002 e 2010) hanno fatto per migliorare la ciclabilità della capitale francese: la lunghezza complessiva delle piste ciclabili dovrebbe passare dagli attuali 700 a 1400 chilometri. Ci saranno piste bidirezionali e interamente dedicate alla bicicletta che uniranno il Nord e il Sud e l’Est e l’Ovest, altre che percorreranno il lungo Senna e numerose piste locali che copriranno il territorio della Ville Lumière. Parigi aumenterà le “zone 30” riducendo al 10% della viabilità, principalmente nelle grandi arterie, il limite dei 50 km/h. Gli automobilisti parigini dovranno abituarsi alla convivenza con ciclisti che avranno la possibilità di muoversi in senso contrario a quello del flusso automobilistico. Insomma gli investimenti non verranno convogliati solamente su Vélib’, come avveniva negli scorsi anni, anche se per incentivare i parigini a inforcare la bici verranno comunque stanziati 7 milioni di euro che serviranno per creare 10mila nuovi punti di stazionamento, alcuni dei quali con griglie e sistemi antifurto. Ci si potrà lasciare la bici giorno e notte per 5 euro al mese.75583533-586x390

© Foto Getty Images

Fonte. ecoblog.it

Urban food policy pact, l’alleanza tra metropoli per una politica alimentare sostenibile

Parte da Milano l’operazione “Urban food policy pact”. Trenta metropoli mondiali al lavoro per definire gli standard di una politica alimentare urbana sostenibile e condividerli per EXPO. Prima adesione: Hanoi, Vietnam380464

Trenta metropoli collegate in rete per il seminario web che oggi, da Milano, ha dato il via ufficiale all’operazione“Urban food policy pact”, il patto tra città proposto dal Sindaco Giuliano Pisapia che verrà firmato dal numero più alto possibile di realtà urbane nel corso di un grande evento in chiusura di Expo Milano 2015.
Londra, Francoforte, New York, Chicago, Melbourne, Amsterdam, Barcellona, Dakar, Osaka, Mosca, Tel Aviv: sono solo alcune delle municipalità che si sono messe in rete con Milano dai quattro punti cardinali. Obiettivo del primo appuntamento: mettere a fuoco i passi da compiere per la definizione di uno standard per le strategie alimentari urbane, e definire la tabella di marcia che condurrà alla firma dello “Urban food policy pact” da parte dei sindaci. Con una firma sicura fin d’ora: quella di Hanoi, annunciata venerdì scorso al Sindaco Pisapia nel corso di un incontro a Palazzo Marino con una delegazione in arrivo dalla capitale del Vietnam.  Il lavoro di preparazione del documento proseguirà nei mesi che portano a Expo Milano. Quattro le tappe principali: la creazione dei gruppi di lavoro internazionali; da ottobre a gennaio 2015 discussione delle tematiche e definizione degli standard da condividere; a fine febbraio appuntamento a Londra per scrivere la prima bozza del Patto; entro aprile vedrà la luce la versione definitiva del documento e verrà presentata alle altre metropoli del Pianeta; alla metà di ottobre 2015 il grande evento internazionale per la firma del Patto. L’operazione “Food policy” del Comune di Milano è in ogni caso una strategia internazionale che si avvale di più strumenti. Al lavoro in rete avviato oggi si affiancheranno quelli finanziati dai fondi europei: nei prossimi due anni Milano svolgerà il ruolo di capofila del progetto “Food Smart cities for development”, che la Commissione Ue ha recentemente deciso di sostenere con un finanziamento di 2,7 milioni di euro. L’iniziativa si inserisce nel quadro del Programma europeo DEAR (Development, Education and Awareness raising) e coinvolgerà dodici realtà urbane d’Europa, Africa e America latina. Tra i partner associati anche esponenti della società civile: Expo dei popoli – coordinamento di ONG, associazioni, reti della società civile italiana e internazionale che promuove il Forum dei popoli in programma per giugno 2015 a Milano, con un ruolo chiave nell’elaborazione del progetto – e le reti del Commercio equo e solidale.  Per parte sua Milano continua il percorso di implementazione di un sistema alimentare sostenibile per la città, che si avvale del supporto e delle competenze degli esperti della Fondazione Cariplo. Obiettivo è mettere a sistema le politiche che incrociano i temi dell’alimentazione da diversi punti di vista: territorio, welfare, educazione, ambiente, benessere e relazioni internazionali. È un modello già testato con successo altrove nel mondo – da New York a Vancouver, da Chicago a Londra ad Amsterdam – anche se declinato in modi diversi. Le “Food policies” sono nate infatti negli Stati Uniti negli anni ’80, si sono diffuse in tutto il nord America e in seguito nell’Europa del nord. Sono politiche che si propongono di migliorare gli aspetti della gestione del ciclo alimentare propriamente inteso (coltivazione, distribuzione e consumo), con tutte le attività che lo influenzano.

Fonte: ecodallecita.it

La luce nelle metropoli? Ci pensano i LED

Molte città italiane pensano a illuminare strade, quartieri e palazzi con tecnologie LED. Una scelta responsabile, visto che un’illuminazione più efficiente può contribuire a ridurre sprechi e soprattutto risparmiare

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Diverse città italiane hanno iniziato o sono pronte a rifarsi il look, illuminando strade, quartieri e palazzi con tecnologie LED. Una scelta responsabile, visto che un’illuminazione più efficiente può contribuire a ridurre lo spreco di risorse preziose del pianeta e le conseguenti emissioni di anidride carbonica, migliorando così la qualità dell’aria che respiriamo e incidendo meno sul riscaldamento globale. Ma non solo: i benefici ambientali si associano a vantaggi anche economici.  Si tratta infatti ormai di un prodotto disponibile in varie forme, sia per interni sia per l’illuminazione pubblica, che permette di abbattere notevolmente, soprattutto nel lungo periodo, l’energia consumata e i relativi costi, diventando così ‘concorrenziale’ rispetto alle lampadine a basso consumo. Tanto che, a quanto pare, sempre più il LED sarà il protagonista dell’illuminazione del futuro.

Secondo uno studio della Pike Research, per esempio, le lampade a LED stanno già conquistando ampi spazi nell’illuminazione stradale, i costi infatti sono diminuiti del 50 per cento nel corso degli ultimi due anni, e si prevede che continueranno a scendere. In particolare, secondo le previsioni, entro il 2015 i LED diventeranno leader nell’illuminazione delle strade dietro, in termini di vendite, solo alle lampade al sodio ad alta pressione, generando, entro il 2020, più di 2 miliardi di dollari di fatturato annuo. Mentre secondo un report di Navigant Research, alla luce della progressiva riduzione del prezzo, della migliore qualità raggiunta e dei risparmi legati a un’illuminazione efficiente, in generale il numero di unità vendute in tutto il mondo di lampade a LED crescerà da 68 milioni, nel 2013, a 1,28 miliardi entro il 2021. Del resto, come risulta da uno studio Ecofys Philips, migliorare l’efficienza energetica nell’uso generale dell’elettricità consentirebbe di risparmiare fino a 1900 miliardi di dollari entro il 2020. Risparmi che, come sostiene Eric Rondolat, CEO di Philips Lighting, potrebbero essere potenzialmente reinvestiti in città e nuove infrastrutture, a favore di una crescita più sostenibile.

Ma in cosa consiste questo modo innovativo di fare luce, che coniuga il massimo risparmio con elevata efficienza e resa estetica? LED è l’acronimo di Light Emitting Diode: diodo che emette luce. In altre parole, sono piccolissimi componenti solidi in grado di emettere luce quando attraversati dalla corrente. Una tecnologia, ormai, usata da decenni: il primo LED a emissione luminosa è stato introdotto nel 1962, ma era caratterizzato da un’emissione molto debole. Da allora, però, la tecnologia ha fatto passi da giganti in termini di efficienza luminosa, spettro di emissione, intensità, durata di vita, affidabilità e potenzialità applicative. Infatti, come sottolinea il Wwf, se negli anni 60 l’efficienza energetica di questo sistema era ancora molto bassa, tra il 2006 e il 2007 è migliorata notevolmente, raggiungendo il livello delle lampadine a basso consumo. E si prevede che la qualità e l’efficienza energetica continueranno a migliorare ulteriormente tanto che, tra qualche anno, questa tecnologia potrebbe dominare il mondo dell’illuminazione, soppiantando le attuali lampadine a basso consumo: migliore è infatti la performance per quanto riguarda il ritardo dell’accensione e la diffusione della luce, inoltre non contiene sostanze tossiche, come il mercurio e il sodio, che troviamo invece in tutte le cosiddette lampade a risparmio energetico. Ma non solo. «I LED sono sorgenti di piccole dimensioni che non si scaldano a centinaia di gradi come una vecchia lampadina a filamento, non necessitano di tubi pieni di gas come le lampade a fluorescenza e durano molto a lungo; inoltre non emettono i dannosi raggi ultravioletti e la loro luce non scalda gli oggetti illuminati: sono tutte ottime qualità per una sorgente luminosa. Non a caso la Gioconda e l’Ultima Cena di Leonardo sono illuminati con apparecchi a LED» commenta l’architetto Margherita Suss. Quindi meno energia elettrica consumata, meno rifiuti tecnologici e praticamente nessuna sostanza inquinante da smaltire. Intanto, l’Unione Europea ha adottato a dicembre scorso un regolamento (1194/2012) che indica i requisiti di progettazione ecocompatibile di faretti e lampadine LED. I requisiti minimi, che saranno applicati a partire da settembre, riguardano le ore di vita della lampada (se dura più a lungo, sono necessarie meno sostituzioni, quindi si generano meno rifiuti), l’efficienza energetica, la resa cromatica, il mantenimento del flusso luminoso e il numero di cicli acceso-spento. Ma già adesso ci sono buoni motivi, secondo l’associazione ambientalista, per scegliere i LED rispetto alle lampadine a basso consumo: garantiscono stessa efficienza energetica, se non addirittura superiore (70-80 lm/W), durano più a lungo (fino a 40mila ore), offrono una migliore resa del colore, un ottimo fascio di luce, luce brillante simile a quella degli spot alogeni, accensione immediata, nessuna irradiazione ultravioletta. «Ma come tutte le tecnologie “giovani” – aggiunge Suss, che collabora al progetto Lumière, un’iniziativa dell’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile) per ridurre consumi e sprechi di energia rendendo più efficienti gli impianti di illuminazione pubblica – il costo è ancora piuttosto alto. Una lampadina a LED di buona qualità costa ancora, infatti, quasi 10 volte la sua omologa a fluorescenza di pari prestazioni. E questo, purtroppo, permette l’invasione del mercato da parte di prodotti economici di bassissima qualità e affidabilità che tolgono “ossigeno” alla ricerca di settore. È come sempre l’utente finale che deve saper premiare la qualità e lasciarsi guidare dai professionisti per le scelte importanti attraverso un progetto illuminotecnico». Per orientarsi tra le soluzioni a LED attualmente disponibili per illuminare case e uffici, il Wwf propone una guida nel sito Top Ten, rivolto ai consumatori, per facilitare la scelta dei prodotti che assicurano un minor consumo energetico.

Fonte: lastampa