Pegaso: l’imprenditoria etica investe nella medicina sostenibile

Quando i valori dell’imprenditoria etica incontrano i principi della medicina sostenibile prende vita un altro modo di occuparsi di salute, in senso globale. Siamo andati in Veneto per conoscere i fondatori di Pegaso, che fin dall’inizio hanno deciso di investire in qualità e consapevolezza. La Pegaso è un’azienda veneta che produce composti naturali per la prevenzione e la cura delle comuni patologie. È caratterizzata da una forte prevalenza di donne nell’organico, ad iniziare dalle proprietarie, Cristina e Paola Tosi, fino allo staff manageriale e scientifico. Un modo etico e sostenibile di fare impresa e di occuparsi di salute

Da azienda familiare si è sviluppata per integrare e supportare il lavoro delle donne, spesso anche madri. Così, se si lavora in Pegaso, si ha la possibilità di lavorare da casa, di avere orari più elastici ma anche di partecipare ad una evoluzione continua per la qualità del lavoro e delle relazioni: corsi di yoga, PNL (Programmazione Neuro Linguistica) per comunicare con più consapevolezza e per crescere nella propria professionalità. Creare un gruppo coeso restituisce produttività; ognuno si sente parte integrante del team, impara le proprie responsabilità, il proprio ruolo e costruisce relazioni di fiducia.

La scelta di investire nella qualità viene applicata anche in altri campi. La famiglia Tosi ad esempio ha scelto di investire in ricerca scientifica per ottenere la massima efficacia dei prodotti offerti a medici e pazienti. Infatti oltre all’attività di produzione ha scelto di investire nell’ideazione di rimedi naturali, integratori alimentari e nutraceutici (elementi funzionali provenienti dal cibo). Prendendo spunto dalle tradizioni millenarie e dalla scienza dell’alimentazione si è voluto investire nella trasformazione degli estratti naturali, attraverso tecnologie moderne, amplificandone l’efficacia e la sicurezza.

Bruno, Paola e Cristina. La famiglia Tosi in occasione dei 25 anni di Pegaso

In questo campo investire in ricerca vuol dire fare sperimentazione clinica, verifiche di purezza, di stabilità e biodisponibilità (i componenti che realmente entrano e agiscono nel metabolismo). Arrivando a formulazioni in cui il fitocomplesso (l’insieme di tutte le componenti della pianta e non le molecole isolate) abbia una precisa e verificata attività fisiologica. In questo mercato l’affidabilità dei prodotti naturali è spesso lasciata alla volontà delle aziende produttrici perché sono ancore poche le normative e gli standard di riferimento. Molte regole di accuratezza non sono obbligatorie creando un panorama dei “rimedi naturali” disomogeneo e imprevedibile. Incontriamo Pegaso in occasione della terza edizione di Pegaso Academy, l’evento scientifico che ogni anno l’azienda sponsorizza. Quest’anno con GineConLogica medici e nutrizionisti si sono confrontati con colleghi e professionisti ponendo attenzione alla salute e al benessere delle donne. A 360 gradi: alimentazione, microbiota, movimento, psiche e gestione dell’umore in rapporto al sistema immunitario, agli ormoni e ai passaggi fisiologici del femminile (pubertà, fertilità, menopausa). “La gente ha voglia di essere più consapevole e chiede ai propri medici di essere più partecipe della propria salute. Vogliono fare scelte informate anche perché negli ultimi 50 anni, le aspettativa di vita sono cambiate molto, soprattutto in termini di qualità di vita. Le donne trainano questa spinta verso il benessere perché si assumono ancora il ruolo essenziale di gestire la salute della propria famiglia ma in più vogliono stare bene, anche con se stesse, sapersi proteggere e godere delle opportunità a disposizione”, ci spiega la responsabile dell’area ricerca dott.ssa Heide De Togni.

L’esigenza di salute sta cambiando, si conoscono i benefici di una medicina più consapevole che possa integrare diversi approcci. Così utilizzare un probiotico (microrganismi con attività specifica sul microbiota intestinale e quindi sull’intero organismo) diventa l’occasione per capire come migliorare la propria alimentazione, i propri ritmi, le proprie esigenze. Solo facendo cultura e investendo anche in una medicina più attenta alla fisiologia si può parlare realmente di prevenzione e di sostenibilità. La medicina sostenibile ha molte sfaccettature poiché si occupa della salute a lungo raggio nel tempo, della qualità di vita, della spesa economica sanitaria e dell’ambiente. Uno degli obiettivi è quello di ridurre il carico farmacologico delle persone, dove possibile, per limitare la tossicità dei farmaci di sintesi, l’inquinamento, la spesa farmaceutica e promuovere un benessere reale e duraturo. Ad esempio diverse opportunità di cura, provenienti proprio dalla natura, possono ridurre l’utilizzo degli antibiotici e limitare il problema sempre più diffuso dell’antibiotico resistenza, migliorando comunque le condizioni di risposta dell’organismo. Gli effetti positivi quindi sono anche sociali poiché intervengono in problematiche che la sanità ha difficoltà a gestire.

L’imprenditoria etica esiste e sembra sentire un po’ meno la crisi economica, tanto da investire in divulgazione scientifica, ricerca e buone relazioni. Forse la voglia di dare il meglio di sé ha spinto le sorelle Tosi a voler trasformare le proprie passioni e il proprio rigore in un’occasione di crescita anche del proprio territorio e del settore di riferimento grazie alla consapevolezza che solo insieme ci può essere un miglioramento della società.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/pegaso-imprenditoria-etica-investe-nella-medicina-sostenibile-io-faccio-cosi-235/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Annunci

E se in ogni ospedale ci fosse una stanza delle risate?

Se ridere è la miglior medicina, ogni ospedale dovrebbe essere dotato di una stanza delle risate a disposizione dei pazienti e del personale ospedaliero. Lucia Berdini, docente di yoga della risata, elenca alcuni dei vantaggi che si avrebbero se in ogni ospedale fosse presente una “laughter room”. Perché non dare il via ad una gioiosa rivoluzione dal basso?

“La salute dovrebbe essere costituita da un’interazione d’amore con l’essere umano, non una transazione d’affari”
Patch Adams.

Patch Adams non è bastato, non vi sono bastati i lacrimoni che vi sono scesi a  guardare il suo film, non vi basta sto popò di studi che dimostrano che ridere fa bene? A forza di leggere, di sperimentare sulla mia pelle e vedere il cambiamento radicale nelle vite di tantissime persone accanto a me, a forza di studiare tomi sul potere delle emozioni, sugli effetti benefici che ha il senso dell’umorismo sulla nostra vita, mi sono chiesta: ma perché in ogni ospedale non c’è una stanza dedicata alle risate?Health-and-Wellness-2

Sì insomma, il nome poi lo scegliete voi, ma sarete sicuramente d’accordo con me sul fatto che:

– potrebbe essere un aiuto incredibile alle terapie allopatiche. Quando rilasciamo le tensioni e ci abbandoniamo alle risate, ossigeniamo le cellule e diamo un grande aiuto al nostro sistema immunitario, produciamo endorfine – un antidolorifico naturale – più immunoglobuline A e G, più cellule Natural Killer, più serotonina e ossitocina.

– i tempi di degenza dei pazienti diminuirebbero sicuramente

– permetterebbe al paziente di trascorrere una degenza più piacevole e allegra e gli permetterebbe addirittura di collegare i momenti in ospedale con dei ricordi positivi

– la stanza dovrebbe essere aperta anche al personale ospedaliero che, di sicuro, sarebbe più rilassato, disponibile, empatico con i pazienti (e chissà quanti aggettivi belli sto tralasciando)

– il costo per la costruzione della Laughter Room sarebbe molto basso. Per ridere – specialmente se lo si fa senza un motivo e si fa affidamento all’interazione tra le persone per provocare le risate (vedi Yoga della Risata) – non c’è bisogno di alcuna attrezzatura! (al massimo un maxi schermo e dvd comici, che sicuramente verrebbero donati a quintali!)El-poder-de-la-risa-para-poder-sanar-el-alma_1

– si potrebbe formare del personale interno che dedica un’ora al dì, tra le sue ore lavorative, a dedicare del tempo alla Stanza delle risate

– si ridurrebbero i costi dovuti ad assenteismo, turn-over e burnout del personale

– probabilmente il burn-out scomparirebbe del tutto (visto che ridere azzera i livelli di cortisolo e adrenalina, gli ormoni dello stress)

– gli infermieri, Oss, dottori, primari e quant’altro lavorerebbero con maggiore sinergia, positività e sicuramente efficacia (quando ridiamo e siamo rilassati la quantità di ossigeno al cervello aumenta mostruosamente – vi ricordo che il cervello, per avere delle performance d’eccellenza, ha bisogno di un buon 25% in più di ossigeno rispetto a tutte le altre cellule)

– potrebbe essere una possibilità per gli adulti di ridere e divertirsi tanto quanto un bambino, che si lascia andare ai giochi poetici ed emozionanti dei clown-dottori (gli adulti, spesso, fanno più difficoltà a farsi coccolare e lasciarsi andare di fronte a un clown)

– nella Laughter Room i momenti potrebbero essere diversificati: si potrebbe passare dalla visione di film umoristici (in qualche ospedale italiano la Cinema Terapia, grazie a Medicinema, è diventata già realtà!), a sessioni di Yoga della Risata per varie fasce d’età (abbiamo già pronti migliaia di Leader e Teacher in tutta Italia pronti per regalare qualche ora del loro tempo per questa nobile causa!), incontri di ludicità consapevole, a spettacoli clown, a interventi mirati di clown-dottori e chi più ne ha più ne metta, in modo che ad ogni ora sia possibile partecipare ad attività ludiche e divertenti

– si creerebbero dei momenti di buona socialità tra i pazienti, che potrebbero trovare un supporto naturale e nuove amicizie (vi ricordo che il fattore numero 1 per una vita felice è decretato dalla rete sociale sulla quale possiamo fare affidamento!)

– la persona che si prenderebbe cura dell’organizzazione delle attività nella “stanza della risata” avrebbe lo stipendio già pagato grazie a tutti i soldi che vengono risparmiati grazie ai benefici creati dalle attività della stanza stessa (minori tempi di degenza, meno assenteismo, ecc…)

– tantissime associazioni su tutto il territorio italiano sarebbero già pronte e vogliose di poter aiutare, dare una mano, raccogliere fondi per la messa in opera di tale rivoluzione gioiosa in tutti gli ospedali

il presidente delle Repubblica e il ministro della Sanità in persona dovrebbero auspicare e promuovere questo tipo di iniziativa

– il prossimo scrivilo tu nei commenti, e io lo aggiungerò!

Ora vi chiedo un aiuto: scrivete (tramite una mail a redazione@italiachecambia.org) quali sono gli altri punti che potremmo aggiungere a questa lista in modo che nel tempo crescerà sempre più e diventerà un vero e proprio manifesto. A quel punto sarà talmente ovvio che le “stanze della risata” debbano essere istituite che i dirigenti ospedalieri faranno a cazzotti per avere la stanza delle risate più bella del mondo.Old-people-laughing-newark-notts

A quel punto:
– istituiremo un premio nazionale per la “Stanza della Risata più bella d’Italia”,
– un premio per “il paziente, l’infermiere e il primario più scemo dell’istituto”,
– faremo dei grafici per dimostrare quanto ci si guadagna – in ogni senso – a ridere di più in ospedale,
– i pazienti non vorranno più andarsene
– i dottori, gli infermieri, gli Oss saranno felici di andare a lavorare,
– la gente comincerà a portare più risate anche a casa,
e la vera rivoluzione dal basso avrà inizio!

Grazie al mio amico Marco per aver detto, quella sera della sua prima sessione di risate, “questa è la vera rivoluzione dal basso”!

È un sogno grande, lo so. Ma è possibile. E sono sicura che fra qualche anno ci sarà davvero una Laughter Room in ogni ospedale! Condividete a più non posso (soprattutto con chi lavora in ospedale, visto mai che si illumina e decide di farsi promotore!).

#risateinogniospedale #laughterroom #rivoluzionegioiosa #ospedalicheridono

La pagina Facebook di Lucia Berdini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/ospedale-stanza-risate/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Aboca: così le piante hanno conquistato la scienza

Un museo, una casa editrice, dei progetti sul territorio e… 40 anni di storia nel settore dei prodotti per la salute. Possono sembrare elementi slegati tra loro e invece in una valle toscana, la Val Tiberina, ad Aboca, esiste un’azienda che fa tutto ciò! Aboca nasce nel 1978 quando l’attuale Presidente Valentino Mercati acquista la villa di Aboca, piccola frazione da cui prese il nome l’azienda. Dopo una prima analisi, Mercati decise di coltivare piante medicinali in un’epoca in cui il settore era quasi inesistente e la scelta si rivelò vincente. Da allora, infatti, l’innovazione è stata continua fino ad arrivare ad oggi, in cui Aboca può vantare 1300 dipendenti, e 1400 ettari di terra coltivata con agricoltura biologica a piante medicinali per realizzare dispositivi medici e integratori alimentari.

La produzione è verticalizzata: dalla coltivazione, alla trasformazione, alla ricerca e sviluppo, ai cosiddetti ‘colletti blu’, tutto avviene internamente o in stabilimenti che insistono su territori limitrofi. Ma quello che contraddistingue  Aboca è probabilmente dato dalla sua capacità di sviluppare relazioni con la comunità scientifica diventando protagonista delle ricerche di settore sia in ambito scientifico che in ambito medico e farmaceutico facendo incontrare “natura e terapia”.

“La nostra sfida – ci spiega Davide Mercati – è stata portare la medicina naturale basata sull’utilizzo delle piante nell’ambito della medicina allopatica moderna basata su evidenze cliniche. Siamo stati una sorta di traghettatore che ha portato il mondo delle piante medicinali fuori dalla tradizione della medicina cosiddetta alternativa per portarla nel mondo scientifico. Siamo passati dalla vecchia tisana allo studio clinico. Il mondo scientifico fino agli anni ’80 guardava con diffidenza a questi mondi, poi la convinzione e la caparbietà di Valentino Mercati e dalla sua famiglia, nonché dei suoi dipendenti, ha permesso di trasportare il mondo delle erbe nel mondo della scienza. Oggi università, ospedali e centri di ricerca fanno studi clinici basati su sostanze vegetali. Spesso sono loro che vengono a cercarci!”.

Oggi Aboca è presente in 14 nazioni. La crescita di fatturati e dipendenti è stata costante nel tempo ma negli ultimi sei anni ha avuto un’impennata. Questo grazie ad un aumento costante della sensibilità degli italiani verso questo settore.

“Una volta il nostro cliente tipo era quello che cercava la natura e la vita naturale – continua Davide Mercati – oggi a questo si è affiancato il cliente che cerca semplicemente un prodotto efficace e sicuro. Il farlo nel rispetto dell’ambiente e dell’organismo umano garantisce l’assenza di effetti collaterali e la consapevolezza di agire in modo sostenibile.

Aboca ha una visione di lungo periodo – spiega ancora Mercati –  non guarda solo alla crescita di fatturato per l’anno in corso, ma investe ingenti risorse economiche, umane e intellettuali per far evolvere tutto il settore delle sostanze vegetali ed allargare il numero di patologie che siamo in grado di affrontare. Il nostro futuro sarà costellato da un numero crescente di collaborazioni con università e istituti di ricerca insieme ad una crescente attenzione all’ambiente e alla natura. Per questo, tutte le nostre coltivazioni sono biologiche, senza uso di OGM o di sostanze chimiche di sintesi dannose per l’ambiente. Inoltre, per il confezionamento dei nostri prodotti usiamo solo cartone e vetro. Abbiamo eliminato i cosiddetti blister, non usiamo plastica. I nostri “opuscoli” sono in carta certificata, cerchiamo di ridurre costantemente sprechi ed educhiamo il nostro personale affinché i nostri atteggiamenti siano sempre più ecosostenibili. Infine, abbiamo una casa editrice per sensibilizzare sul tema dell’ambiente”.

Ma non è tutto. Come detto all’inizio, Aboca ha anche fondato “Aboca Museum”: un Museo delle Erbe che recupera e tramanda la storia del millenario rapporto tra l’Uomo e le Piante. Si legge sul sito: “Aboca Museum, attraverso il percorso Erbe e Salute nei Secoli, nella prestigiosa sede rinascimentale di Sansepolcro, con suggestive e fedeli ricostruzioni di antichi laboratori, diffonde l’antica tradizione delle Erbe Medicinali con le fonti del passato: preziosi erbari, libri di botanica farmaceutica, antichi mortai, ceramiche e vetrerie”.IMG_0960

Passeggiando per le sale rimaniamo colpiti dalla cura del dettaglio, sia nella conservazione di testi antichi, di prodotti o dei reperti, che per la bellezza delle sale. Entrando nella libreria, inoltre, ci sentiamo a casa. Tra i testi pubblicati, accanto a quelli legati al settore erboristico e artistico, spiccano autori come Ugo Mattei, Fritjof Capra, Antonio Cianciullo, Stefano Mancuso e molti altri nomi noti. Infine, Aboca svolge una serie di attività nelle scuole: “L’azienda Aboca, nell’ambito della sua specializzazione nella coltivazione e trasformazione di piante medicinali, offre agli studenti di tutte le età percorsi didattici differenziati con l’obiettivo di favorire la riscoperta del rapporto millenario che lega l’uomo alle piante medicinali”.

Oggi l’azienda è sempre guidata dalla famiglia Mercati ma è passata da azienda a conduzione famigliare ad azienda “glocale” o multinazionale che dir si voglia. Spiega Davide Mercati: “Oggi seguiamo modelli strutturali aziendali con l’aiuto di consulenti esterni. Non possiamo più avere ‘un solo padrone’, ma una serie di manager in grado di incarnarne lo spirito e i valori alla base dell’azienda, per far sì che dai vertici alle basi ci siano valori condivisi nonché un rapporto bidirezionale di idee, dall’alto al basso e viceversa”.

Non male per un’azienda quarantenne. Buon Compleanno!

Intervista e riprese: Daniela Bartolini e Daniel Tarozzi
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/aboca-piante-hanno-conquistato-scienza/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Armonie Animali: veterinari a servizio della salute globale

Una rete italiana di veterinari impegnati per promuovere la salute degli animali tramite un approccio sistemico che connetta la salute animale, ambientale e umana al fine di porre le basi per una Medicina Veterinaria personalizzata, etica e sostenibile. È questo l’obiettivo di Armonie Animali. Armonie Animali è il primo network di veterinari in Italia che integra l’approccio scientifico con le Medicine non Convenzionali (MnC) e l’approccio sistemico. Uno dei punti base di Armonie Animali è il concetto One Health, che connette la salute animale, ambientale e umana verso un’unica strategia volta a creare una medicina veterinaria rinnovata, etica e sostenibile, dove le patologie animali vengono affrontate non solo con l’utilizzo di farmaci o rimedi omeopatici ma valutando anche i fattori ambientali, sociali e psico-emozionali.

“In Italia abbiamo una grande quantità di Pet, di animali da compagnia, in Italia sono sessanta milioni” ci spiega Pietro Luciano Venezia, medico veterinario della rete di Armonie Animali e co-fondatore dell’iniziativa “e di questi sessanta, circa quindici milioni sono cani e gatti. Sono numerose le questioni che nascono approfondendo questo dato: bisogna capire come relazionarsi con questi animali, che sono sempre più membri della famiglia e non sono animali, di come curarli e di come alimentarli. Spesso noi siamo portati a porre giustamente l’accento su altri allevamenti e ci scordiamo che qui stiamo parlando di uno dei più grandi allevamenti di predatori che ci sia in Italia. Il che pone anche questioni ambientali molto importanti, a partire dall’alimentazione”.

Perché Armonie Animali

Secondo Stefano Cattinelli, anche lui medico veterinario e co-fondatore di Armonie Animali, è stata la spinta dall’esterno una delle prime cause che ha accelerato la nascita del network di veterinari, mappati su scala regionale sul sito; a dicembre 2016 il numero dei veterinari iscritti era di cinquantadue (l’associazione è nata nell’estate del 2016) . L’obiettivo fondamentale è infatti quello di riunirsi sistematicamente per discutere di diversi argomenti (Italia Che Cambia ha già seguito il primo convegno nazionale di Armonie Animali il 10 e 11 dicembre 2016, dedicato all’alimentazione) per poi poter aprire al pubblico questi argomenti che stanno suscitando un interesse sempre maggiore tra le persone. La rete è composta da professionisti che da decenni si occupano di questi argomenti, e si pone l’obiettivo di proporre delle soluzioni sostenendo la salute globale partendo dal benessere dell’animale, dalle scelte alimentari e dalla riduzione di terapie chimiche che inquinano l’ambiente. Formazione e informazione vanno di pari passo per mettere in luce delle problematiche alle quali spesso non pensiamo.15420823_1811566959090855_388098997509168595_n

Il convegno organizzato da Armonie Animali qualche mese fa


Le problematiche ambientali, sociali e umane

La salute umana è inestricabilmente connessa tra la salute sociale, ambientale e umana. Non sono legami sconnessi. Quando si parla di animali oggi, si parla di milioni di essere senzienti: in Italia abbiamo cinquecento milioni di polli, sessanta milioni di animali da compagnia, nove milioni di maiali, dodici milioni tra capre e pecore e circa dieci milioni di bovini. Riferendoci solo ai Pet, a seconda di quello che cane e gatti mangiano io muovo un sistema, che è sia economico che un sistema sociale e ambientale. “A seconda dove vanno i soldi che escono dal mio portafoglio, io posso tenere in piedi un sistema patologico che è legato alla deforestazione, al land grabbing e a molti altri temi spinosi” ci spiega Pietro Venezia “altrimenti scelgo un’altra strada: è chiaro che se il mio cane viene alimentato ad esempio con scarti di macelleria che vengono da allevamenti o produzioni bio per l’alimentazione vegetale, chiaramente io sposto l’asse in una direzione più sana, che potrebbe permettere anche a chi ha terra di poter produrre del cibo per gli animali. Fino ad oggi è come se cani e gatti non sporcassero, non importa quello che mangiano, è come se vivessero su una nuvola ma bisogna proprio cominciare a parlarne”. L’obiettivo di Armonie Animali è proprio quello di far incontrare i veterinari di tutta Italia per poter trovare insieme delle soluzioni che non siano solo di opposizione, ma anche propositive.

La relazione uomo-animale: le costellazioni familiari

 

Stefano Cattinelli all’interno di Armonie Animali si occupa specificatamente della relazione che la persona ha con il proprio animale. “Abbiamo realizzato il nostro primo convegno proprio sull’alimentazione animale, perché il semplice comprare le crocchette per il proprio cane o gatto è un gesto distratto che necessita di un cambiamento e di una presa di coscienza, e questo cambiamento avviene all’interno della relazione” ci racconta Stefano. “Iniziare a fare da mangiare al proprio animale significa stare maggiormente dentro alla sua salute e dentro la relazione. Sostenere la responsabilità all’interno della relazione con il proprio animale per me è fondamentale”.

Quando un’animale entra in casa avviene sempre un cambiamento: “La mia esperienza professionale mi ha spinto anche verso le costellazioni familiari per gli animali: in questa esperienza mi sto accorgendo sempre di più che l’animale assume un ruolo che porta al movimento interiore della persona che si relaziona con lui, è un essere che accompagna la crescita della persona. Nell’esperienza delle costellazioni si può scoprire come l’animale attraverso il suo disagio cerca di far cambiare e di far muovere l’interiorità umana verso una nuova posizione. Questo è molto bello, la persona tramite questo lavoro si rende conto del valore spirituale che ha l’animale e dunque prende coscienza c del ruolo importante che ha anche nella sua interiorità”.

Ci resta una considerazione finale che faccio da ospite del primo convegno nazionale di Armonie Animali: vedere questi professionisti riuniti insieme, da tutta Italia, mi ha emozionato profondamente. Approcci spesso molto diversi nelle relazioni, discussioni difficili su argomenti spinosi non sono mai sfociate in contrapposizioni sterili, bensì in veri dibattiti così profondi da coinvolgere (lo ammetto) un perfetto ignorante dei temi trattati come il sottoscritto: mi è sembrato un contesto dove davvero la ricerca della diversità fa rima con la voglia di arricchirsi. È anche uno dei nostri pilastri della nostra esperienza, e auguriamo lunga vita a questa nuova e originale, bellissima rete.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/io-faccio-cosi-158-armonie-animali-veterinari-servizio-salute-globale/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Ridere fa buon sangue! Comunità ospitale “La Terra del Sorriso”

Una comunità ospitale, un “luogo dell’altrove”: possiamo definire così La Terra del Sorriso, un progetto sociale che si fonde con la storia personale e professionale dei suoi fondatori Leonardo Spina e Sonia Fioravanti, che vi raccontiamo.

Non tutti i mali vengono per nuocere: nessun proverbio è così adatto per descrivere la storia di Leonardo e Sonia.
Leonardo Spina è autore e gelotologo, Sonia Fioravanti una psicoterapeuta specializzata in ipnosi clinica: insieme sono i fondatori della Terra del Sorriso, comunità ospitale nei pressi di Orvieto che è il luogo dove il mondo delle credenze, dei valori e delle idee di Leonardo e Sonia sta prendendo forma.

Da dove è nato questo mondo? Per scoprirlo, bisogna fare un salto nel passato: “Ormai quasi trent’anni fa io e Sonia ci siamo misurati con un problema di salute molto grave: uno di noi due ricevette la diagnosi di un tumore – spiega Leonardo – e la medicina classica ci portava verso cure tradizionali come un intervento, la chemioterapia e la radioterapia. Capimmo, dalle nostre emozioni, che questa non era la strada ideale per noi. Avevamo paura e fretta ed una persona che sta male non può provare queste emozioni”. Un incontro con un omeopata di Milano aprì la strada ad una guarigione diversa, possibile non solamente con una medicina bensì con un insieme di comportamenti personali. Inizialmente, fu importante comprendere il perché della malattia: Leonardo e Sonia riuscirono a capire insieme che un evento traumatico ma vissuto con troppa leggerezza era stato, in parte, la causa scatenante di questo tumore. Successivamente, l’attitudine ed il modo di affrontare il tumore si rivelarono altrettanto salutari: “ci stringemmo ancora di più l’uno con l’altro – ci racconta Leonardo – ed io, essendomi occupato in passato di teatro comico, portavo nella coppia ciò che c’era da ridere in questo tipo di problema”.  Dopo un anno, il problema scomparve. “Imparammo che nella medicina tradizionale non esisteva un approccio globale. c’era un attenzione sul corpo rispetto alla malattia ma non sulla mente e sulle emozioni” ci spiega Sonia. “La nostra fu una scelta di campo: ci curammo senza comprendere fino in fondo il valore delle cure naturali. E scegliemmo la spinta emozionale a non cedere alla paura, un atteggiamento fortemente legato al sorriso e al ridere perché questo ci dava forza: da qui sono nate tutte le nostre tappe successive”.MG_9684.jpg

“Comicità e salute”, “Ridere per Vivere” e “Homo Ridens”

Giunti a questa fase della storia, il proverbio più efficace è ‘Ridere fa buon sangue’. Almeno Leonardo ci dice così. “È vero alla lettera. Quando parliamo di buon sangue parliamo della composizione chimica del sangue, ed il ridere alimenta la produzione di certe sostanze che oggi sappiamo essere benefiche per il nostro organismo. Trovammo così il modo per unire la parte scientifica-psicologica di Sonia e la parte più artistica, buffa e comica che appartiene a me”.

La voglia di raccontare e divulgare la propria esperienza si fece talmente forte da segnare le tappe successive: la prima tappa fu la creazione di un modello di lavoro, chiamato “Comicità e Salute”, rivolto soprattutto ai ragazzi delle scuole ai quali Leonardo e Sonia parlavano di prevenzione primaria. Successivamente, nacque un’associazione chiamata “Ridere per Vivere”  (diventata poi una Federazione di quindici associazioni e cooperative sociali) che hanno formato e formano ancora oggi operatori socio-sanitari professionali, i “volontari del sorriso” e i clown-dottori. Fu dopo queste tappe che Leonardo e Sonia iniziarono a sognare la creazione di un vero e proprio luogo fisico, per dare la possibilità alle persone di incontrarsi e scambiarsi esperienze ed emozioni.  Il primo passo fu la creazione di un istituto di ricerca, documentazione e formazione chiamato Homo Ridens, che oltre a formare e a documentare il lavoro degli operatori del sorriso svolge ricerche cliniche validate su vari aspetti della gelotologia e delle cosiddette Nuove Scienze come la psicologia energetica, la medicina quantica, le scoperte della nuova biologia e dell’epigenetica.
Fondato Homo Ridens, mancava solamente un luogo fisico, “un luogo dell’altrove dove il nostro mondo di credenze potesse esprimersi” come lo racconta Sonia: la Terra del Sorriso.DSC00157.jpg

La Terra del Sorriso

La Terra del Sorriso è nata nel 2005 ed è sia un progetto sociale che una comunità ospitale aperta all’accoglienza per tutte le età, per chi vuole vivere un periodo a stretto contatto con la natura. Si trova sul Monte Peglia, nei pressi di Orvieto, ed è composta da tanti ettari di terra con ulivi, alberi da frutta e boschi. La terra è pulita, non è mai stata contaminata da concimi chimici. La Terra del Sorriso si basa su quattro pilastri fondamentali: il primo è la permacultura, rappresentata oggi soprattutto dall’orto sinergico. Il secondo pilastro è la Formazione: nella Terra del Sorriso è nata una scuola di alta formazione per operatori socio-sanitari, clown-dottori e volontari del sorriso.
L’arte, il terzo pilastro, secondo Leonardo “è di per sé terapeutica. Porta bellezza e felicità. Offriamo spazi e laboratori a giovani artisti e abbiamo il sogno di rendere le strutture architettonicamente comiche!”. Infine l’ultimo pilastro è quello che gli inglesi chiamano care, il prendersi cura delle persone: “La Terra del Sorriso è stata per molto tempo rifugio di giovani che nella società non trovavano una propria collocazione e che hanno lavorato e collaborato con noi cercando allo stesso tempo una propria identità – ci spiega Leonardo – e oggi posso dire che quasi tutti coloro passati per qua hanno trovato poi una loro collocazione.” Una dimensione aperta che si è dunque concretizzata, ma che non ha smesso di sognare oltre.

Il progetto RI.DO: RItorno al DOmani

RI.DO, RItorno al Domani , è un progetto di riabilitazione olistica di Homo Ridens e della Terra del Sorriso per bambini post-oncologici, che hanno superato da poco tempo un tumore e che, tornando a casa, hanno un sistema immunitario da ricostruire e un equilibrio familiare ed emozionale da recuperare. Sonia ci spiega l’obiettivo del progetto: “Noi ci prenderemo carica di un piccolo nucleo di bambini, massimo quattro-cinque per volta, che soggiorneranno nella Terra del Sorriso per quindici-venti giorni circa, insieme ad un suo familiare che potrà usufruire anche di attività specifiche per adulti su come continuare dopo il soggiorno le cure di prevenzione alle ricadute del male. I bambini, da un punto di vista emozionale, incontreranno gli operatori del sorriso, i nostri clown-dottori olistica, volontari scelti appositamente con un bando per far parte di questo progetto. Le cure fitoterapiche, anche attraverso un’alimentazione a base biologico- vegetariana- vegana, accompagneranno poi la prima fase di disintossicazione del fegato, dei reni e del sangue dagli effetti residui della chemioterapia. Il rapporto con la natura e con gli animali completa il percorso di riabilitazione”.

L’obiettivo del progetto Ri.Do. è dunque quello di riabilitare i bambini a trecentosessanta gradi, evitando possibili ricadute nella malattia, ed il tutto con un bassissimo costo per le famiglie: è infatti attiva una campagna di crowdfunding allo scopo di finanziare le spese necessarie al soggiorno dei bambini, che partiranno dal maggio 2016 con un primo nucleo.DSC_9790_2

Leonardo Spina e Sonia Fioravanti

Concludiamo con una frase di Sonia, che ci riporta all’inizio di questa storia e ne fissa il senso: “Quando incontriamo i simili e abbiamo la gioia di condividere pensieri ed emozioni, diventiamoi potenti. È importante incontrare persone, così come stringere legami con tutti coloro che lavorano per un progetto d’amore su questo Pianeta. È qui che sta la nostra piccola rivoluzione, che noi chiamano Ri-Evoluzione. È il frutto della nostra esperienza e sentivamo il bisogno di condividerlo nella pratica, per dare il nostro contributo”.

 

Il sito della Terra del Sorriso

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/02/io-faccio-cosi-108-comunita-ospitale-la-terra-del-sorriso/

 

È possibile una medicina sobria, rispettosa e giusta?

Informazione unilaterale, qualità poco misurabile, corruzione, conflitti di interesse, scarsa trasparenza nelle scelte e nelle decisioni. Questa è oggi la sanità, soprattutto nei Paesi industrializzati, il settore economico a più largo consumo di beni e servizi. Ospitiamo l’editoriale del dottor Antonio Casella.buona_medicina

Nella realtà di oggi, almeno nei Paesi industrializzati, quello sanitario è probabilmente il settore economico a più largo consumo di beni e servizi. Si tratta di un settore molto particolare, che si configura come un sistema complesso, caratterizzato dall’incertezza, dall’asimmetria informativa, dalla qualità poco misurabile, dalla variabilità delle decisioni. Questo facilita e rende possibile fenomeni di corruzione, di conflitti di interesse, di scarsa trasparenza nelle scelte e nelle decisioni da cui dipendono sia il funzionamento sia i costi di quel complesso sistema. Tutto è cominciato con un lento ma inarrestabile progresso. In medicina, il progresso ha cambiato radicalmente il destino degli ammalati: pensiamo alla penicillina, e poi agli antibiotici; ai raggi x e alla possibilità di vedere dentro il corpo per scoprire cosa non va. E tutto quello che è seguito: la realizzazione di farmaci capaci di arrestare, curare, guarire malattie che solo pochi decenni prima rappresentavano una condanna certa; l’invenzione di tecnologie diagnostiche sempre più raffinate, che fanno pensare che, entro breve, sarà possibile individuare qualsiasi malattia prima che abbia avuto la possibilità di danneggiarci, e poi di eliminarla, e di vivere sempre più a lungo, sani e forse eternamente giovani. Ecco: ad un certo punto il progresso ha generato illusioni, si è staccato dalla realtà. Fra i cittadini si è diffusa la convinzione che sia meglio un farmaco in più che uno in meno; che qualsiasi esame diagnostico sia utile, meglio ancora se nuovo e molto tecnologico; che in qualunque evento della vita di un essere umano sia più sicuro un intervento medico che l’evoluzione naturale della situazione. Un’inchiesta svolta in Svizzera rileva che la quasi totalità della popolazione (tra il 70 e l’80%) è dell’opinione che la medicina sia una scienza esatta, quindi non soggetta a dubbi, incertezze, percentuali di errore. Alcuni anni fa tre studiosi della qualità dell’assistenza sanitaria e della medicina basata sulle prove di efficacia (Domenighetti G., Grilli R., Liberati A. “Promoting Consumer’s Demand for Evidence-Based Medicine”,International Journal of Technology Assessment Care1998; 14: 97-105) si chiesero come promuovere presso i cittadini una domanda di cure e prestazioni sanitarie scientificamente più fondata di quella che viene utilizzata abitualmente, che si basa in gran parte su convinzioni non verificate e su necessità indotte dal mercato, che poco hanno a che fare con la salute  correttamente intesa. La domanda continua ad essere attuale: esiste un modo per permettere ai cittadini di valutare in maniera corretta e non manipolata la qualità delle cure che vengono loro proposte? La risposta non è facile. Da un lato, si direbbe che per la maggior parte delle persone il sistema sanitario sia una sorta di “scatola nera” i cui contenuti sfuggono agli occhi ed alla comprensione dei non addetti ai lavori: i cittadini non hanno alcun modo di sapere che l’80% dei nuovi farmaci sono copie di farmaci già esistenti, ad eccezione del prezzo che di solito triplica in nome della novità; e che soltanto il 2,5% di quei farmaci rappresenta un progresso terapeutico reale. Oppure che secondo l’ OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) le prestazioni che non danno nessun beneficio ai pazienti incidono per una percentuale fra il 20 ed il 40% sulla spesa sanitaria. Che il consumo pro-capite di antibiotici, nel nostro Paese è uno tra i più alti tra i Paesi OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Che le tecnologie medicali: per esempio il numero di RMN (Risonnze Magnetiche Nucleari) e TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) presenti nel nostro Paese rispetto ad altri paesi sviluppati ha un rapporto rispetto al numero di abitanti tra i più alti; e che le stime sul numero di esami radiologici effettuati ci pongono ancora ai primi posti tra i Paesi OCSE. Ed inoltre, chi ha tentato di valutare lo spreco economico rappresentato dalla corruzione e dalla frode nei sistemi sanitari d’Europa ha stimato questo impatto in 153 milioni di euro al giorno. I cittadini hanno ancora troppo poche possibilità di accedere a informazioni di questo tipo, di comprenderle in maniera corretta e di utilizzarle nella loro relazione con il sistema sanitario e nell’orientamento delle  loro richieste. Il problema è l’inquinamento dell’informazione scientifica.

Come scrive Richard Smith, direttore per molti anni del British Medical Journal (una delle più importanti riviste mediche internazionali), ogni tanto bisognerebbe ricordare all’opinione pubblica che la morte è inevitabile, che la maggior parte delle malattie gravi non può essere guarita, che le protesi qualche volta si rompono, che i farmaci hanno anche effetti negativi, che molti interventi medici offrono benefici marginali o non funzionano affatto e che ci sono modi migliori per spendere soldi che acquistare tecnologia sanitaria. La presa di coscienza e la collaborazione dei professionisti dell’informazione e della sanità è fondamentale per moderare le aspettative  dei cittadini e riportarli ad atteggiamenti più realisti e più critici di fronte alla promessa di nuove cure “miracolose”. Per esempio, è convinzione comune che quanto prima è individuata una malattia, tanto più favorevole è la prognosi, cioè tanto maggiori sono le probabilità di guarigione; effettivamente in molti casi è così, ma non sempre. Studiando l’evoluzione naturale delle malattie ci si è accorti che le cose non vanno sempre in modo così semplice e lineare; per nostra fortuna un numero significativo di malattie regredisce spontaneamente prima di avere dato sintomi che mettano in all’arme la persona. Malattie anche gravi, come i tumori, possono guarire da sole o non manifestarsi mai, grazie alle prodigiose difese naturali messe in campo dal nostro organismo. Per esempio risulta che il 30% dei tumori della mammella riscontrati con gli screening attualmente in uso non si sarebbero manifestati comunque anche se non trattati. Negli ultimi trent’anni con il progredire delle capacità diagnostiche, il numero di diagnosi di cancro della tiroide e della prostata è molto aumentato ma, nonostante tutte queste diagnosi precoci, la mortalità è rimasta pressoché immutata. Ciò significa che si è registrato un eccesso di diagnosi, che ha portato a classificare come malate persone le quali, con ogni probabilità, sono state poi sottoposte  a interventi medici che non hanno modificato gli esiti della malattia. Negli ultimi anni le soglie di molti parametri biologici (come il tasso di colesterolo, la glicemia, la lipidemia, la pressione arteriosa, la densità ossea….) sono state riviste al ribasso, cosicché i confini dei valori considerati patologici si sono allargati moltissimo. Risultato? Tutti gli adulti viventi sono virtualmente affetti da una “malattia” cronica. Chi ha interesse ad aumentare artificiosamente il numero di persone che necessiterebbero di cure, di farmaci, di controlli, di interventi? E’ stato dimostrato, purtroppo, che i criteri diagnostici sono sempre più spesso definiti da gruppi e commissioni che ricevono cospicui finanziamenti da case farmaceutiche direttamente interessate all’espansione del mercato. “Quando visitate un paziente anziano pensate per prima cosa a quali farmaci togliergli, non a quali farmaci dargli”,ripeteva Fabrizio Fabris, grande geriatra e maestro di geriatri.

Medici, cittadini e anche professionisti dell’informazione dovrebbero puntare soprattutto all’assunzione di stili di vita equilibrati e sobri, cioè mangiare con moderazione, non eccedere nell’alcol, non fumare, coltivare interessi diversi. Farmaci ed esami? Solo quando è davvero necessario.

Per uscire dall’illusione pericolosa che una buona sanità coincida con la certezza di diagnosi immediate ed infallibili, di interventi e di cure risolutive per ogni sintomo, compresi quelli legati alla naturale instabilità del benessere  psicofisico e all’invecchiamento, è indispensabile che la “scatola nera”, di cui accennavo prima, diventi più trasparente: i cittadini devono informarsi ed essere informati su come funziona l’organizzazione sanitaria; su cosa c’è dietro l’offerta di farmaci e di interventi più o meno miracolosi; su cosa significa realmente prevenzione, su cosa è la diagnosi, su cosa significa curare e cosa, invece, guarire, e che differenza c’è tra le due cose.

Come aumentare la trasparenza?

La trasparenza passa essenzialmente dalla comunicazione e dall’informazione, in particolare da quella che è stata definita “health literacy” (alfabetizzazione sanitaria): indica la capacità delle persone di ottenere e comprendere le informazioni necessarie per accedere correttamente alle prestazioni sanitarie, per adottare e mantenere stili di vita adeguati, per utilizzare in modo appropriato ciò che il mercato della salute mette a disposizione.

Un cambiamento culturale

L’obbiettivo principale del cambiamento nella cultura della salute è quello di riportare le attese dei cittadini alla realtà, attraverso informazioni più corrette e non influenzate da interessi economici, da parte sia dei professionisti sanitari sia dei mezzi di informazione; di promuovere l’autonomia decisionale degli individui e di ridurre il consumismo inadeguato da parte della popolazione.

La nascita e i principi che ispirano il movimento SLOW MEDICINE

Mentre nel 2012 negli Stati Uniti muoveva i primi passi il progetto Choosing Wisely, in italiano “scegliere con saggezza” promosso  dalla Fondazione ABIM (American Board of Internal Medicine Foundation), in Italia nasceva Slow Medicine, frutto dell’incontro fra due realtà che si muovevano da tempo nella stessa direzione: un gruppo di medici della Società Italiana  per la Qualità nell’Assistenza Sanitaria, che al XX Convegno della SIQuAS di Grado, il 29 maggio 2010, avevano prodotto il Primo Manifesto per una Slow Medicine che contiene le linee di direzione del futuro movimento; e due dei fondatori dell’Istituto CHANGE di Torino (www. Counseling.it), da 25 anni impegnato nella diffusione di una cultura della comunicazione e della qualità della relazione nell’intervento sanitario. Alla stesura del manifesto seguì un atto più ufficiale, la creazione dell’Associazione Slow Medicine nel gennaio 2011.

La medicina slow si propone di promuovere una medicina sobria, rispettosa e giusta.

Sobria significa rifiutare gli spechi. La Slow Medicine riconosce che fare di più non vuol dire fare  meglio. La diffusione e l’uso di nuovi trattamenti sanitari e di nuove procedure diagnostiche non sempre si accompagnano a maggiori benefici per i pazienti. Interessi economici e ragioni di carattere culturale e sociale spingono all’eccessivo consumo di prestazioni sanitarie, dilatando oltre misura le aspettative delle persone, più di quanto il sistema sanitario sia poi in grado di soddisfare.

Rispettosa perché accoglie e tiene in considerazione i valori, le preferenze e gli orientamenti dell’altro in ogni momento della vita; incoraggia una comunicazione onesta, attenta e completa con i pazienti.

Giusta perché promuove cure appropriate, cioè adeguate alla persona e alle circostanze, di dimostrata efficacia e accessibili sia per i pazienti sia per i professionisti della salute.

Chi è Antonio Casella.

Laureato a Pavia alla Facoltà di Medicina e Chirurgia nel 1988. Halavorato per anni  all’Asl di Pavia e presso alcune RSA di città e provincia, dove ha svolto prevalentemente attività clinica.

Dal 2000/2001 ha iniziato ad interessarsi di aspetti gestionali delle Organizzazioni Sanitarie e Sociosanitarie; ha frequentato il “Master of advanced studies in economia e gestione sanitaria e sociosanitaria”presso l’Università di Lugano, nell’ambito della Swiss School of Public Health (SSPH+), network di sei Università Svizzere (Basilea, Berna, Ginevra, Losanna, Lugano, Zurigo). In Toscana ha collaborato con la AUSL Versilia e con le Confraternite delle Misericordie di Pisa, Viareggio e Lucca. Ha  frequentato  il “Master di II livello in telemedicina” presso il Dipartimento di Chirurgia  della Facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Pisa. Ha approfondito alcune aree specifiche come:

  • quella relativa al  Governo Clinico in ambito sanitario, frequentando il corso annuale e conseguendo il Clinical Governace core-curriculum presso il Centro Studi GIMBE (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sull’Evidenza) di Bologna, del quale sono diventato docente accreditato per l’area della Clinical Governance;
  • quella relativa alla Metodologia di Rete nell’ambito del sociale, frequentando il corso annuale e conseguendo l’Attestato di Formazione su “La metodologia di rete. Gestione di progetti nel sociale.” presso il Centro Studi Erickson di Trento;
  • ha conseguito, sempre presso il Centro Studi GIMBE, l’Health Education core-corriculum (la nuova ECM: formazione, training e sviluppo professionale; strategie per migliorare la pratica professionale; la valutazione della competence professionale).

Da anni collabora come consulente libero-professionista presso RSA della Regione Lombardia.

È socio della Fondazione GIMBE, dell’Associazione ALESSANDRO LIBERATI (NIC), di SLOW MEDICINE, della SIHTA e di SIMPIOS.

Fonte: ilcambiamento.it

L’agricoltura rigenerativa medicina della terra

I combustibili fossili si stanno esaurendo e le emissioni inquinanti condannano uomini e ambiente; impensabile continuare a sostenere l’attuale domanda di energia, qualsiasi riconversione si adotti. Occorre invece approdare a un paradigma totalmente diverso di filosofia e intenzioni umane, partendo dal rapporto con la terra. E’ la riflessione di Chris Rhodes, direttore del Fresh-lands Environmental Actions, membro della Royal Society of Chemistry e portavoce del movimento delle Transition Town inglesi.agricoltura_rigenerativa

La soluzione? Probabilmente è un insieme di soluzioni individuali e ciò significa adottare un paradigma totalmente diverso di filosofia e intenzioni umane. La domanda più pressante è quella che riguarda la capacità di nutrire la popolazione mondiale e la necessità di risolvere i problemi di città o aree che dipendono completamente dall’esterno per cibo ed elettricità. Allora occorre fare in modo che sussistano sistemi circoscritti all’interno dei quali gli elementi individuali della vita si nutrano a vicenda, in una mutualità che porta beneficio e non danno. E’ questo il pensiero di Chris Rhodes, che arriva dritto all’agricoltura cosiddetta rigenerativa e alla permacultura. “In questi metodi – spiega – la maggior parte dell’energia è prodotta in maniera naturale dalla flora e dalla fauna che vivono su e di quei terreni, poiché l’alimento per il suolo viene fornito dalle piante e, in una meravigliosa simbiosi, i batteri di un suolo che vive forniscono nutrimento alle piante”. Com’è possibile dunque una transizione il più possibile indolore da un’agricoltura industriale a una rigenerativa e agrocoecologica? “Per cominciare – spiega Rhodes – occorre decolonizzare e ristrutturare l’agricoltura industriale di oggi spostandosi verso sistemi alimentari tradizionali e locali e ciò richiede un cambiamento del modo di pensare che ostacola e limita la cooperazione e l’abbondanza”. Occorre andare verso raggruppamenti localizzati di piccole comunità, fattorie locali e infrastrutture ferroviarie che le connettano permettendo i movimenti essenziali di beni e persone. E Rhodes salva la comunicazione elettronica e via internet se serve per connettere le piccole comunità tra loro, le nazioni e i continenti, per scambiare idee e conoscenza. Già gli studi degli anni ’70 mostravano come per produrre 1 caloria di cibo occorressero 10 calorie di energia, prospettiva insostenibile. Ciò che è stato fatto finora ha portato a cambiamenti climatici che sempre più hanno ripercussioni negative sull’agricoltura stessa e la strada, secondo Rhodes, è quella appunto di preservare ed espandere i sistemi produttivi tradizionali di alimenti e fibre, riadattando culture e conoscenze perdute, che l’industrializzazione ha soppiantato. E’ la strada maestra per un futuro sostenibile che consenta la sopravvivenza del genere umano e Rhodes non manca di sottolineare come il termine “villaggio globale” sia infingardo, sottintendendo un “supermarket globale” dove le multinazionali piantano le tende. Rhodes sottolinea poi come i sistemi rigenerativi possano includere anche le città, “la cui progettazione va analizzata in termini di meccanismi naturali” che si stabiliscono tra di esse. “Molti non realizzano quanto urgente sia la necessità di un nuovo sviluppo rurale per l’Occidente industrializzato. Nei princìpi di “economia buddhista” di E.F. Schumacher, descritti nel libro “Small is Beautiful – A Study of Economics as if People mattered”, si sottolinea la necessità di deindustrializzazione, per la quale prendere spunto da società semplici che consumano molto meno di noi”. Quindi anziché un villaggio globale, un globo di villaggi che potrà veramente essere la terra dei nostri figli.

Per saperne di più in Italia (l’elenco non vuole essere esaustivo ma solo esemplificativo):

Terra Organica

Deafal

Ecoabitare

 

Fonte: ilcambiamento.it

La peste del ventunesimo secolo e le due medicine

Sonia Savioli si dedica alla terra da 27 anni; semina, raccoglie e ha compreso come la chimica non serva alle piante, anzi faccia danno. E le piante sono un po’ come guardarsi dentro, da un seme crescono la nostra biologia, i nostri equilibri, la nostra anima e i nostri corpi. Nemmeno a noi fa bene la chimica, conclude Savioli. E ci propone questa sua riflessione sull’importanza del terreno, sia quando è “terra” sia quando è “uomo”.medicina_industriale

Uno dei grandi tabù del nostro tempo è la medicina “industriale”. Possiamo chiamarla così? Dato che è nelle mani di poche grandi industrie multinazionali, le quali condizionano le politiche sanitarie dei governi, le informazioni (e le menzogne) dei media ufficiali, le ricerche pubblicate (o non pubblicate) sulle riviste scientifiche ufficiali, i corsi universitari e l’ascesa o la caduta di carriere mediche, direi che possiamo chiamarla così.

La medicina industriale sta alla medicina naturale come l’agricoltura industriale sta all’agricoltura biologica. D’altra parte, ambedue si occupano di creature viventi: l’agricoltura e la medicina industriale unicamente per trarne profitto economico e, in ambedue i casi, il profitto principalmente della grande industria. L’agricoltura e la medicina naturale, escludono la grande industria (tutto ciò che è naturale pare essere incompatibile con la grande industria) e, benché chi ci lavora debba cercare di portarsi a casa la pagnotta, ambedue le attività hanno come presupposto filosofico, ideologico e morale, la necessità di mantenere o ripristinare la salute e la forza, l’equilibrio e il benessere delle creature a loro affidate. La medicina e l’agricoltura industriale hanno presupposti e obiettivi completamente differenti: vogliono sterminare i nemici degli organismi di cui si occupano; organismi che considerano imperfetti, deboli e inetti; nemici che vedono nella natura che ci circonda e nella nostra stessa natura: virus, batteri e predisposizioni genetiche. Natura di cui facciamo parte, della cui sostanza siamo composti e ci nutriamo. Virus e batteri che ricerca avidamente e combatte indefessamente (a furia di antibiotici somministrati anche per una sbucciatura al ginocchio, noi si diventa immunodeficenti e i batteri antibiotico resistenti). “Koch aveva ragione: il microbo è niente, il terreno è tutto”, lo disse persino Pasteur, convertitosi alla realtà poco prima di morire. Da ventisette anni semino, pianto, raccolgo e posso vedere con i miei occhi come la “medicine chimiche” non servano alle piante quando terreno e clima non sono adatti a loro. Grazie al cambiamento climatico e al riscaldarsi del pianeta, in questa zona già piuttosto arida di Toscana parecchi tipi di piante da frutto un tempo coltivati si sono estinti. Non sono serviti a nulla i pesticidi usati dagli agricoltori industrializzati. Il rimedio trovato dagli altri è stato quello di ricercare e piantare vecchie cultivar, specie più adatte a sopportare caldo, aridità, gelate più tardive. Piante più forti e rustiche, in grado di sopportare e difendersi. La medicina industriale combatte la malattia attaccando ciò che all’interno del nostro organismi ci sta danneggiando, senza domandarsi il perché, senza occuparsi delle cause, senza valutare le conseguenze delle sue “cure”. Al vertice della medicina industriale ci sono le grandi industrie multinazionali; quelle a cui dobbiamo colpi di stato, sfruttamento a livelli schiavistici nel terzo mondo e tentativi sempre più pressanti di importarlo anche in Europa, distruzione dei mari e delle terre, falsificazioni di ricerche scientifiche. Per tali industrie della medicina ogni ammalato è un cliente, ogni sano è un cliente perso. Ma potenziale. L’interesse di chi guadagna miliardi (e potere) distruggendo l’ambiente e la salute è di continuare a distruggere; l’interesse di chi guadagna miliardi (e potere) vendendo medicine è di non prevenire e di non guarire la malattia, ma di “curare” il cliente in modo che sopravviva (non importa come) il più a lungo possibile. Come possono le industrie multinazionali voler eliminare le cause delle malattie? Nel novanta per cento dei casi sono loro le cause: i loro rifiuti tossici, i loro cibi industriali, i loro pesticidi irrorati nei campi e sui nostri cibi, i loro trasporti su gomma e per mare e per cielo che impestano l’aria e producono il riscaldamento globale, il loro petrolio e la loro plastica sparsi per ogni dove… E come possono industrie multinazionali che prosperano economicamente, oltre che per merito di tutte queste cause di inquinamento e malattia, anche per merito di medicinali elargiti a malati cronici, che sono ormai la maggioranza dei malati, desiderare il proprio drastico ridimensionamento e la propria estinzione come industria globale? Perché questo comporterebbe “curare il terreno”. Ed ecco a chi oggi ci affidiamo per mantenere o ripristinare la nostra salute; ecco perché il potere medico è tabù indiscutibile; ecco chi istruisce, consiglia, “aggiorna” i nostri medici curanti, i nostri pediatri.

La medicina è industria e merce e pretende di essere più che una scienza: una religione dogmatica e indiscutibile.

Secondo l’Associazione degli Anestesisti i morti per errori medici in Italia sono 14.000 l’anno (quattordicimila!). C’è chi contesta questo dato. affermando che sono molti di più, ma noi ci atterremo alla stima più bassa, dato che ci sembra già mostruosa. Eppure l’infallibilità di tale scienza rimane un dogma, metterla in discussione è tabù. I medici che ci si provano vengono ostracizzati, minacciati, diffamati, infamati. E così, se una buona percentuale di medici meno ottusi ha qualche dubbio, se lo tiene per sé. I medici che scelgono le terapie naturali sanno che per loro le difficoltà saranno molto maggiori, i guadagni molto minori. Se poi scelgono di contestare la medicina industriale, vuol dire che sono degli eroici combattenti decisi a vender cara la pelle con il solo scopo di difendere un avamposto. In attesa di tempi migliori.

Primo, non nuocere.

Nel  quattordicesimo secolo in tutta Europa imperversò la peste. Morì la gran parte della popolazione, più nelle città che nelle campagne. In alcune città morì il 90% degli abitanti.

La peste è un batterio.

Batteri e virus sono apparsi sulla terra qualche miliardo di anni prima di noi, pare, e sono incommensurabilmente più numerosi di noi. Il buon senso e la logica dovrebbero dirci, e la medicina naturale ritiene, che qualsiasi organismo si sia sviluppato in seguito sul nostro pianeta non possa che essere in grado, in condizioni normali, di difendersi egregiamente da essi. Se e quando è necessario difendersi. Lo scopo della medicina naturale, quando il nostro organismo non è in grado di reagire in modo efficace a un’eventuale attacco, dovrebbe essere quello di aiutarlo sì a difendersi, ma soprattutto di ripristinare l’equilibrio e la forza del nostro sistema immunitario, e di eliminare le cause che hanno portato a tale squilibrio. E’ ovvio che un fitoterapeuta o un omeopata (né alcun altro tipo di medico) non possono ripristinare l’equilibrio e le “condizioni normali” a Taranto o a Caserta, a Porto Marghera o sotto una linea dell’alta tensione. Questo era il compito della medicina preventiva, questo era il significato che le si dava negli anni ’60 e ’70, quando tanto se ne parlava: denunciare e combattere le cause delle malattie, le condizioni nocive di lavoro, l’inquinamento ambientale, l’avvelenamento dell’aria, dell’acqua, della terra. Oggi per “medicina preventiva” s’intende che ti fanno una TAC perché hai mal di testa, senza nemmeno visitarti. Poi le scorie radioattive delle TAC vanno nella cava di Cerignola, alla faccia del prevenire.

Ma quali erano le “condizioni normali” nel quattordicesimo secolo in Europa?

La Civiltà Occidentale attraversava un periodo particolarmente fiorente e prospero. Infatti la borghesia cittadina si era ormai impadronita delle campagne e stava sviluppando a tutto spiano le forze produttive. I contadini non dovevano più produrre per il proprio sostentamento e per quello del padrone, come negli arretrati tempi feudali. Dovevano produrre per il padrone e per il commercio del padrone, e per sé stessi se ce la facevano. Il commercio del padrone, che adesso era un mercante della città, richiedeva un tale sviluppo della produzione, che molti contadini, non riuscendo a “svilupparsi” così in grande e così celermente, lasciavano le campagne e fuggivano nelle città. Dove potevano lavorare come operai e servi per gli stessi mercanti che li avevano affamati e sfruttati fino all’osso nelle campagne, o potevano mendicare e morire di fame. Vi ricorda qualcosa? Un po’ più in grande, magari: oggi le nostre campagne sono i continenti del cosiddetto Terzo Mondo; abbiamo arraffato le loro terre, i contadini espropriati e affamati sono corsi a riempire le città vivendo nelle bidonvilles e lavorando per una scodella di riso, per un tozzo di pane nelle fabbriche che producono per conto delle multinazionali euro nordamericane. Ma non è che la storia si ripeta. E’ semplicemente la stessa storia di dominio che va avanti e si espande in Impero Globale.

Ma torniamo alla peste e vediamo se è tutta colpa del batterio.

Nella fiorente seconda metà del 1300 a Siena, per esempio, vivevano più di 50.000 abitanti. Come adesso. Adesso però il Comune di Siena occupa una superficie che si è moltiplicata di parecchie volte. Allora quei 50.000 e passa abitanti se ne stavano ammucchiati dentro le antiche mura di una città senza fogne né acquedotto. A Milano, all’interno delle mura medievali, c’erano 200.000 persone; a Firenze 120.000. In tutte queste città gli abitanti erano di parecchie volte superiori a quelli che adesso occupano lo stesso spazio. Tutti i loro escrementi quotidiani venivano gettati nelle strade, tutti i loro rifiuti di qualsiasi genere marcivano sotto il sole o si mischiavano alla pioggia colando per ogni dove. Sotto il sole estivo tutto marciva allegramente e la puzza della città si sentiva a chilometri di distanza.

C’è da meravigliarsi se gli umani di quei tempi e di quei luoghi attribuissero il contagio pestifero ai miasmi di quell’aria mefitica? Sicuramente respirarla non era salutare.

C’erano poi le concerie, le tintorie per i tessuti (l’industria e il commercio fiorivano): liquami che riempivano i  terreni intorno alle mura, percolavano nelle falde. Migliaia di miserabili, che lavoravano in quelle tintorie e concerie, vivevano ammassati in tuguri che oggi in quelle stesse città sono utilizzati come sottoscala o cantine, dove non arrivava mai un raggio di sole, dove un’umidità fatta soprattutto di fetidi liquami impregnava suolo e muri. E pagavano una pigione. In compenso i ricchi mangiavano carne tutti i giorni, ma i ricchi abitavano nelle città e la carne d’estate in quelle cloache ci metteva poco a imputridire. Anche per questo le spezie erano così preziose e i piatti del tardo medioevo così speziati.

Quello che il fatidico batterio trovò sul suo cammino furono quindi popolazioni stremate dalla fame e dallo sfruttamento. Trovò gente già mezza morta: di fame, di fatica, di putredine in cui viveva, dei cibi putridi che mangiava; oltre che di paura, disperazione, terrore e rabbia. Perché la lotta di classe infuriava in tutta Europa, come appare logico, e infuriavano in tutta Europa le guerre del capitale per impadronirsi dei mercati. Entrando in una di quelle “belle” città, calpestando immondizie ed escrementi in tutte le fasi di marcescenza e respirando i loro miasmi, sfiorando muri intrisi di umidità che non asciugava mai, c’era da meravigliarsi che gli abitanti fossero ancora vivi. Forse si stupì anche il batterio e decise che erano i posti giusti per darci dentro.Morirono i poveri e morirono i ricchi. L’unico vero vantaggio della ricca borghesia era poter fuggire in campagna, nelle loro proprietà e domini: perché si vide subito che la peste aveva una preferenza spiccata  per le città in particolare, e poi per i borghi che erano città in miniatura. Penso che oggi la nostra situazione abbia molte somiglianze con quella della Grande Peste. Anche se non buttiamo più orina ed escrementi e rifiuti in mezzo alle strade.  Tra parentesi: non si sa bene se la gente allora morisse tutti di un tipo di peste, di più tipi di peste, di più tipi di malattie. I nostri rifiuti li buttiamo più in là, sono molto più pericolosi di quelli medievali, ci ritornano indietro comunque. Cosa troverebbe allora il “nostro” batterio? Ammesso che riesca a sopravvivere ai “nostri” rifiuti: abbiamo fiumi batteriologicamente puri, zone di mare batteriologicamente pure, sicuramente anche terre batteriologicamente pure: i batteri non sopravvivono ai nostri rifiuti e liquami. E infatti, mentre fino a 50-60 anni fa si moriva quasi esclusivamente per infezioni: polmonite, tifo, difterite, dissenteria e così via, oggi  in Occidente si muore soprattutto di malattie autoimmuni: le malattie autoimmuni sono quelle in cui il sistema immunitario attacca il proprio stesso organismo. Come se dall’organismo stesso venisse la minaccia. Cancro, leucemia, sclerosi multipla, artrite reumatoide, colite ulcerosa, lupus eritematoso, asma allergica… Le malattie autoimmuni sono una reazione di difesa che cerca i nemici al proprio interno. Ma non è quello che fa anche la “medicina industriale”? Negli USA tagliano mammelle per prevenire il cancro. Dunque non è certo del batterio che dovremmo preoccuparci, tanto più che coi nostri antibiotici sempre più micidiali (è indispensabile che lo siano, dato che ormai hanno selezionato batteri antibioticoresistenti) li sconfiggeremo certamente. Ma forse di qualcosa dovremmo preoccuparci. Ci sono tanti tipi di peste. La nostra peste magari nascerebbe dalle discariche di rifiuti tossici. Quelle illegali già scoperte costellano tutta l’Italia: Trentino, Brianza, La Spezia, Veneto, Toscana, Ciociaria, basso Lazio, Pescara, Molise, Campania, Puglia, Aspromonte, Crotone, Catania…. dai campi alle cave, dalle massicciate ferroviarie e stradali alle fondamenta di ospedali e scuole. Poi ci sono gli inceneritori e le tossiche ceneri che vengono mischiate con il cemento e con l’asfalto. E i cibi? Noi non mangiamo cibi putridi, magari qualcuno è anche batteriologicamente puro, come l’acqua clorata. Mangiamo cibi geneticamente modificati, plastificati, addizionati di sostanze chimiche, imbevuti dei veleni dell’agricoltura industriale, raffinati fino a perdere ogni sostanza. Nelle città respiriamo gas di scarico, cioè benzina bruciata.

I bambini di oggi, nella forsennata lotta della Medicina Industriale contro virus e batteri,  rischiano di ricevere fino a 40 vaccinazioni prima di diventare adulti.

Sui vaccini i pareri tra le due medicine sono discordi (come su quasi tutto). La medicina naturale li considera, nel migliore dei casi, un rischio per l’efficienza e l’equilibrio del sistema immunitario. Se avesse ragione, dopo le 30 o 40 vaccinazioni il sistema immunitario sarebbe come un pugile suonato. E in ultimo, per dare il colpetto di grazia, sono arrivati i telefoni cellulari: pochi giorni fa l’associazione dei pediatri ha sconsigliato i telefonini per i bambini sotto i dieci anni. Alla buon’ora! Perché cuociono i loro teneri cervelli. I cervelli adulti sono un po’ più coriacei e ci vuole più tempo per la cottura. In Italia i tumori infantili aumentano del 2% all’anno. In Italia ci sono 57.000 ammalati di sclerosi multipla, 1800 in più ogni anno; la sclerosi multipla si manifesta perlopiù tra i 29 e i 33 anni; paesi record sono USA e Canada. Gli ammalati di artrite reumatoide sono in Italia 330.000, la maggior parte tra i 35 e i 40 anni; 100.000 giovani, soprattutto tra i 15 e 30 anni sono ammalati di colite ulcerosa o del Morbo di Crohn. Ecco cosa troverebbe oggi il nostro batterio: un’umanità avvelenata, debilitata, isterilita, la cui salute è minacciata da tutto ciò che fa, che respira, che beve, che mangia e, nell’accelerata fulminea del progresso, anche da ciò che ascolta e che fa frizzare cervello, timpani, nervi acustici e bulbi oculari. Le avvisaglie della prossima peste, batterio o non batterio, ci sono tutte, comprese la paura, la frustrazione, la disperazione che colpisce soprattutto le giovani generazioni. Cosa aspettano allora i medici?Cosa dovrebbe fare oggi una categoria di persone che per mestiere ha scelto di occuparsi della salute umana, di fronte alle minacce all’ambiente che mettono in discussione la vita intera? Di fronte a uno stile di vita autodistruttivo? Non toccherebbe a loro lanciare l’allarme alla collettività, alle istituzioni e anche ai singoli pazienti? Interrogare e interrogarsi, denunciare, combattere, prendersi le responsabilità che competono al medico: anche di fronte agli interessi delle grandi industrie, comprese quelle farmaceutiche. Quanto perderà di fiducia e credibilità la categoria dei medici, quanto sarà vista con sospetto e disprezzata, se viene meno al suo ruolo in questa battaglia? E quanto invece potrebbe fare di buono, di utile, di importante, usando la sua scienza e la sua autorevolezza per preservare, prevenire, riconquistare la salute degli esseri umani, che non può prescindere da quella della terra che abitiamo e che ci dà da vivere.

Fonte: il cambiamento.it

Slow Medicine - Libro

Voto medio su 1 recensioni: Buono

€ 17

Il Potere Occulto dell'Industria della Sanità - Libro

Voto medio su 2 recensioni: Da non perdere

€ 18

Animali, curarli con la medicina non convenzionale

Fitoterapia, omeopatia, floriterapia, agopuntura per la scarsa o nulla tossicità e per la loro natura estrattiva e non sintetica sono la scelta giusta per i nostri amici a 4 zampe

David Satanassi

Da Ippocrate ad Hamer, la terapia ha fortunatamente incontrato il genio illuminato di Hahnemann, che per primo ha avvertito la necessità di togliere la tossicità e la sacrificalità alla terapia, sublimando la parte curativa dal veleno in cura. Ciò avviene attraverso un passaggio simil alchemico della cura stessa, diluendola e “succuotendola”, cioè arricchendola di energia cosmica ed entrando in quella che la relatività esporrà come l’”inversione dell’energia rispetto alla materia”. Questa trasmutazione della medicina amara in medicina dolce è il più importante passaggio filosofico e metodologico nell’abbattimento del paradigma espiativo e nel recupero di quella purezza che deve avvenire senza sacrificio, ma come uno stato di maggior consapevolezza attraverso un mezzo propiziatorio, possibilistico, inducendo nella guarigione il carattere di una scelta. Il mezzo velenifero, ovvero la terapia soppressiva, distoglie il malato dall’osservazione riportandolo unicamente a una condizione di necessità e coercizione; in questo caso lo stato di abbandono di un presupposto patologico non viene mai accolto come possibilistico. Si fugge solamente da dove l’incendio divampa, così è distrutta la casa e il salto procura fratture irreparabili: la

“Sarebbe una mancanza di umiltà dell’uomo considerare tutto, animali compresi, a sua immagine e somiglianza, omologando ancora una volta nel suo specchio antropocentrico ogni alterità biologica”animali1

coscienza non cambia e la medicina amara rende malevolo anche colui che la destreggia, il terapeuta, che diviene il boia e la malattia resa inguaribile.

La scelta terapautica in ambito animale

Con queste premesse, la scelta terapeutica in ambito animale è assai complessa, considerando che il soggetto in questione è “muto”, privo di “colpa”, con una connaturata sanità/vitalità, una proverbiale forza e strenua reattività. Quale sarebbe dunque la medicina più giusta, più eticamente adeguata, filologicamente vicina al suo volere di creatura più prossima alla perfezione originaria, al “cominciamento”? Qualora il condizionamento non prefigga nessuna via di fuga, quale potrà essere la terapia adeguata per un animale che non chiede una terapia, non vuole e mal tollera veleni, non vuole né necessita di contaminazioni poiché il suo terreno è più puro; che non teme la morte e il dolore in quanto ha meno vita ma più vitalità? Quale sarà il suo volere muto o il suo non volere? E ancora: esiste un obbligo morale nella terapia? Quale sia il suo percorso ontologico e la sua dignità, come possiamo pensare che necessiti della terapia soppressiva? Sarebbe una mancanza di umiltà dell’uomo considerare tutto, animali compresi, a sua immagine e somiglianza, omologando ancora una volta nel suo specchio antropocentrico ogni alterità biologica. Il dolore, massima espressione emotiva di reazione resa e tradotta da sintomo a malattia, costituisce il più grave danno nell’interpretazione semiotica della malattia: la morte non è vissuta come un dramma poiché l’animale è troppo intento a vivere per interessarsene e l’angoscia non è mai di tipo esistenziale, ma vissuta semmai in seno all’attività coercitiva dell’uomo sull’animale stesso. Come il Dio cristiano si è fatto uomo per essere compreso, così l’uomo dovrebbe farsi animale e cercare in quegli ambiti emotivi quale possa essere il suo volere muto. Solo in quella dignità scoprirà la maggior forza e l’incontaminazione. Correggere invece la natura significa giudicarla imperfetta. È per questi fondamentali motivi etici, filosofici e morali, che la terapia convenzionale è giudicabile non adeguata alle necessità animali, per questo vanno condannati tutti i trattamenti soppressivi e aventi carattere di contaminazione. Calzante in tal senso l’esempio dell’uso dello psicofarmaco, che oltre alla personalità toglie ogni connotato di istintiva natura a favore di una nuova identità farmaco-indotta come trattamento sanitario obbligatorio (TSO).

Medicina non convenzionale per gli animali

La medicina non convenzionale quindi è, e deve essere, la scelta prioritaria per ogni approccio terapeutico, ricordando come essa si avvalga della decontaminazione del farmaco. Privato infatti della sua velenosità, attraverso l’estensione hannemanniana al concetto di purezza non sacrificale, la medicina non convenzionale trova nelle miscele e nelle diluizioni il mezzo più prossimo all’origine, negli estratti vegetali ciò che in natura è già a disposizione degli animali stessi, nell’essenza (come essenzialità), nell’alcool come “spirito”, ciò che è di più di vero e minimo indispensabile esista, evitando di cadere nella presunzione di un trattamento obbligatorio o nella contaminazione di un vaccino non vagliato dalle vie naturali, ma potremmo dire inflitto tramite un’azione invasiva e adiuvata. Perciò, alcune delle cure naturali e medicine alternative (fitoterapia, omeopatia, floriterapia, agopuntura) per la scarsa o nulla tossicità, per la loro natura estrattiva e non sintetica, per la loro via di somministrazione, per la sperimentazione incruenta, rappresentano il punto di riflessione per una nuovo approccio alle terapie all’animale, estrinsecando una filosofia zooantropologica che reietti l’antropocentrismo più austero e totalizzante a favore di una cosciente ecofarmacologia.

L’omeopatia hahnemanniana

L’omeopatia unicista, detta anche omeopatia classica o omeopatia hahnemanniana, è diffusa in tutto il mondo e ha due secoli di meritata storia; è l’omeopatia del suo fondatore C.F.S. Hahnemann (1755-1843) e di J.T. Kent (1849-1916) che completò l’opera di Hahnemann con il Kent’s Repertory. La cura di omeopatia unicista è sempre individualizzata con il medicinale omeopatico unitario (detto anche rimedio unitario) che consta di un solo principio curativo alla volta: il simile scelto tra più di 650 rimedi unitari. Il medicinale unitario cura la malattia attraverso la sua azione pura sul malato intero e, se somministrato sperimentalmente a una persona in salute, produce una malattia artificiale molto simile alla malattia naturale che cura nel malato: è questo il principio di similitudine. Fonte: omeopatiadinamica.it

David Satanassi Medico veterinario, omeopata, bioeticista.

Tratto : viviconsapevole.it

 

Processo Tirreno Power, Medicina democratica si costituisce parte civile

Medicina Democratica ha deciso di presentarsi come parte civile al processo contro Tirreno Power e anche di fornire assistenza a chi intende richiedere risarcimento

Medicina Democratica si costituisce parte civile nel processo Tirreno Power e attraverso il progetto Ma che colpa abbiamo noi assisterà chi vuole presentare la richiesta di risarcimento. In sostanza con il progetto Ma che colpa abbiamo noi MD procede alla raccolta delle cartelle cliniche e di tutta la documentazione medica di coloro che sostengono di essere state vittime di danni causati dall’inquinamento seguendo il classico procedimento delle class action americane. Nella pratica all’interno del processo che si svolge a Savona nei confronti dei responsabili della centrale elettrica di Vado Ligure si inizia così a dare un nome e cognome alle vittime che già la Procura di Savona ha rilevato attraverso una perizia commissionata essere in eccesso rispetto alle medie nazionali, di circa 1000 unità all’anno.ma-che-colpa-abbiamo-noi-620x350

Il ragionamento alla base del processo è in fondo semplice e parte da un dato scientifico confermato anche dall’OMS: le polveri sottili ovvero i PM10 inquinano e causano malattie gravi quali, cancro, autoimmuni e cardiovascolari.

Spiega il dott. Annibale Biggieri epidemiologo ambientale e docente universitario di statistica medica:

Un tempo credevo che l’unica opera visibile dalla luna fosse la muraglia cinese. Un professore americano mi ha fatto notare che esiste un’altra opera visibile dalla luna: l’inquinamento’’. Risponde così Biggeri a una Signora che chiede a quale distanza possono arrivare le emissioni della centrale. Le polveri sottili si depositano a grandi distanze. Per effetto del ricircolo, a causa dei venti, le polveri possono continuare a muoversi nel tempo. E’ per questo che anche i migliori provvedimenti non hanno effetto nel breve periodo. E’ comunque possibile sviluppare modelli matematici per conoscere le zone di ricaduta. Con il fenomeno dell’inversione termica, al contrario, le emissioni resta intrappolate, come in una stanza chiusa.

Fonte:  Speziapolis