Disuguaglianze: chi rende i ricchi sempre più ricchi?

A livello mondiale l’1% di persone detiene una ricchezza pari a quella del restante 99%: la questione delle disuguaglianze è un tema assai dibattuto, ma ci si dovrebbe chiedere chi contribuisce a fare diventare i ricchi sempre più ricchi.Occupy Wall Street Protestors March Down New York's Fifth Avenue

Se ad esempio mangio da Mc Donald’s, bevo Coca Cola, acquisto prodotti della Nestlè, investo in azioni speculative, metto i miei soldi in banche ben poco etiche, non potrò poi sorprendermi che immense ricchezze siano in pochissime mani che sempre più si arricchiscono e sempre più impoveriscono gli altri; non potrò sorprendermi dell’effetto serra, della desertificazione dei suoli, dell’inquinamento massiccio, dello sfruttamento di schiavi in tutto il mondo, perché io contribuisco indirettamente a tutto questo. Nel mondo vetrina in cui l’unica cosa che conta sono i soldi, chi è già ricco, grazie alla finanza, al controllo dei mass media, attraverso la politica connivente e alla pubblicità, avrà sempre più possibilità di arricchirsi. Nella legge del mercato chi è grande vuole diventare più grande per mangiarsi gli altri. E’ esattamente il nostro sistema di competizione, dove la distruzione della concorrenza è obiettivo prioritario e dove plotoni di coach, counselor, esperti e consiglieri vari, forniti di lauree e lunghi pedigree, attraverso grandi sorrisi e metodologie spesso made in USA, suggeriscono alle ditte e ai manager in ogni modo possibile, comprese le varie trovate mistiche, meditative e new age, su come prevalere sui concorrenti e vendere alla gente qualsiasi prodotto. E alla fine della catena chi c’è? Ci sono il consumatore e l’investitore che con le loro scelte consentono a chi è già ricchissimo di diventarlo ancora di più. Un sistema che non mette nessun freno alla crescita dei patrimoni, che benedice il denaro, che santifica chi è capace di arricchirsi velocemente e lo tratta come un genio o un divo, è chiaro che si sta facendo del male da solo. Poiché ci si dimentica che chi fa tanti soldi, veloce e in fretta, di solito non si comporta in maniera filantropica o con attenzione all’ambiente e se sporadicamente lo fa è solo per ragioni di immagine, non certo perché ha a cuore gli altri o il mondo, altrimenti molto probabilmente si sarebbe posto ben altri obiettivi che non esclusivamente arricchirsi. Da un punto di vista culturale sarebbe poi assai educativo smettere di pensare che chi è ricco e ha successo attraverso i soldi, sia una persona da imitare, da prendere ad esempio. Spesso chi fa tanti soldi non ha altra motivazione e scopo, come fosse una droga, una malattia e ne ha così tanti che non sa più nemmeno come spenderli.

Quindi, chi fa diventare i ricchi sempre più ricchi, almeno nei paesi occidentali e nei cosiddetti paesi emergenti che ci seguono nella strada del consumismo folle, è proprio gran parte della popolazione che si lamenta che i ricchi sono sempre più ricchi. Per farli diventare meno ricchi e diminuire le disuguaglianze, basterebbe comprare il meno possibile i loro prodotti e investire il meno possibile nelle loro azioni. In fondo non è difficile, ormai in rete si trovano notizie di qualsiasi patrimonio, ditta, banca e multinazionale per rendersi conto a chi si stanno dando i propri soldi. Se ciò non bastasse, ormai da anni è disponibile la guida al consumo critico  che facendo un lavoro egregio dà dettagliate informazioni su multinazionali e affini.

In genere si pensa che la soluzione alle diseguaglianze sia redistribuire la ricchezza, il che sarebbe giusto per chi non ha nulla o quasi nulla; ma che senso ha dare più denaro a chi ne ha e li spreca costantemente? Uno dei motivi dei grandi disastri ambientali e sociali è proprio il consumismo. Avere a disposizione maggiori soldi spesso significa maggiori consumi  e di conseguenza ingrassare ancora di più l’1%. Se non si cambia profondamente il sistema di valori, più soldi si distribuiscono, a chi comunque ha già tutto e più si comprano merci superflue arricchendo gli stessi responsabili delle disuguaglianze. Invece che maggiori soldi si dovrebbero avere meno esigenze, soprattutto se indotte da un sistema pubblicitario martellante e costante che ci fa nascere bisogni  assolutamente non necessari ma altamente impattanti. Basta guardare le pubblicità in televisione, internet, giornali e riviste per rendersene conto: su 100 pubblicità ce ne potrà essere forse solo una di un prodotto che serve realmente. Tutto il resto è costituito da prodotti di cui potremmo benissimo fare a meno e, non comprandoli, ci basterebbero meno soldi per vivere e dovremmo lavorare meno. Non si capisce infatti come mai si dica che siamo in crisi e allo stesso tempo siamo sommersi di pubblicità di automobili, profumi e cosmetici, gioielli, orologi di marca, vestiti e moda in genere, accessori per cani e gatti (indispensabili in tempi di carestia) costantemente in crescita, giochi d’azzardo, cellulari sofisticatissimi e via di questo passo. Se avessimo più soldi li getteremmo ulteriormente in tutti questi e altri oggetti simili che servono solo ad arricchire chi è già ricco sfondato. E dando meno soldi a loro si riducono anche gli abusi, gli sfruttamenti degli schiavi che lavorano per i super ricchi e ci permettono di avere moltissimi prodotti a prezzi irrisori che riempiono le nostre case. Per fermare i giganti dell’1% che grazie anche alla nostra complicità, sfruttano, affamano e non hanno nessun rispetto per l’ambiente, bisogna togliere loro il nostro appoggio, comprare il meno possibile i loro prodotti, non investire nelle loro azioni e non supportare le banche che li tengono in vita.

Sembra un passo piccolo e insignificante ma invece è l’inizio di un cammino di liberazione.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

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Expo? No grazie!

Mc Donald’s, Enel, Eni, Coca Cola: sono alcuni tra i partner dell’Esposizione Universale sull’alimentazione e la nutrizione che si apre oggi a Milano, nonchè multinazionali che gestiscono il nostro cibo pensando solo al proprio profitto. Intervista a Luca Trada del comitato No Expo e presentazione di cinque infografiche che ricostruiscono il viaggio del cibo dalla chimica al piatto.noexpo

Oggi si apre Expo Milano 2015, l’Esposizione Universale sull’alimentazione e la nutrizione, che si terrà nel capoluogo lombardo fino al 31 ottobre e il cui slogan è “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. Ma di così nutriente per il pianeta e di energetico per la vita non c’è proprio nulla. Basta leggere i nomi di alcuni tra gli sponsor: Mc Donald’sEnelCoca Cola,Eni, ovvero multinazionali e società che si sporcano le mani con la devastazione del territorio e con la globalizzazione alimentare, in netto contrasto con lo slogan della kermesse milanese. E poi le inchieste giudiziarie, la cementificazione di aree agricole, lo sperpero di miliardi di euro, i costi che non rientreranno mai. Infine la ciliegina sulla torta: tra i tavoli tematici non ce n’è uno in cui si discuta del biologico, presente invece solo in uno dei padiglioni espositivi, il Parco della Biodiversità. Oggi, in occasione dell’apertura dell’esposizione, presentiamo cinque infografiche, tratte dal rapporto I padroni del nostro cibo a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, per ricostruire il viaggio del nostro cibo dalla chimica al piatto e per conoscere le più grandi multinazionali che lo gestiscono badando solo al profitto. Ovvero, quelle stesse che si presentano all’Expo 2015 come le salvatrici dell’umanità mentre hanno a cuore solo i loro interessi. Una enorme contraddizione, enfatizzata e supportata dal Governo Renzi e da una campagna pubblicitaria spaventosa. «Questa è la grande presa in giro e il grande equivoco – afferma Luca Trada del Comitato No Expo – Nel senso che lo slogan di Expo è l’alibi, è la patina buona ed etica per accattivare un consumatore evoluto ed attento verso quello che acquista e mangia. Ma non è altro che un contenitore che trasforma la sostanza di Expo in una realtà a metà tra una sagra paesana  e una fiera del turismo. Insomma, una kermesse vuota di contenuti ma allo stesso tempo una vetrina per tutti quei soggetti, siano essi enti governativi o multinazionali o aziende, responsabili del mancato e regolare accesso al cibo e all’acqua da parte di miliardi di persone». Dal sito ufficiale si legge che Expo Milano 2015 si confronta con il problema del nutrimento dell’uomo e della Terra e si pone come momento di dialogo tra i protagonisti della comunità internazionale sulle principali sfide dell’umanità. «Dal 2007 noi affermiamo che la fiera non era e non è un’opportunità, perché quello che manca è proprio una critica di fondo rispetto ai problemi reali del pianeta – continua Trada –Mancava una critica a chi imponeva modelli alimentari imposti e politiche territoriali devastanti, e a chi toglieva l’acqua ad interi Paesi; ovvero mancava e manca tuttora una critica a quelle stesse multinazionali, come Mc Donald’s, Dupont, Nestlè, Eni, Enel, che oggi si ritrovano ad essere sponsor di Expo».
E nonostante i tanti dossier pubblicati, come quello di Terra Nuova, la corruzione dilagante accertata dalle inchieste giudiziarie, le cifre negative che parlano chiaro (si stima che neanche un numero di 20 milioni di visitatori riuscirebbe a far rientrare le spese) e la cementificazione di terreni agricoli che lascerà in futuro solo cattedrali nel deserto, l’inaugurazione c’è stata e l’esposizione andrà avanti fino ad ottobre. Com’è possibile tutto questo? «Dobbiamo analizzare il fenomeno a vari livelli – conclude Luca Trada – Al primo c’è la macchina della propaganda, che ha lavorato nel corso degli anni e soprattutto negli ultimi mesi, anche a livello subliminale, come per esempio nelle scuole, e tartassando il consumatore con pesanti campagne pubblicitarie; poi c’è la mancanza di critica di cui parlavo prima, che crea una sfera di retorica impressionante, per cui si parla della bontà del cibo senza invece affrontare i grandi problemi macroeconomici; infine c’è la politica governativa: e qui mi riferisco al Presidente del Consiglio Renzi, che circa una settimana fa ha fatto il suo solito show a Pompei, utilizzando quel luogo archeologico per lanciare l’apertura di Expo, affermando che “l’Italia è più interessante nel futuro che nel passato”, e puntando a vendere 20 milioni di biglietti. Beh, se avessimo investito i 10 miliardi di euro, fin qui spesi per Expo ed inutili per il bene collettivo, per riportare al suo splendore Pompei o altri siti archeologici italiani, quanti milioni di turisti sarebbero arrivati in Italia? E quante migliaia di posti di lavoro avremmo creato? L’Italia non ha bisogno di fiere come Expo, è già un monumento a cielo aperto, basta solo valorizzarla in ogni settore, sia esso culturale o agricolo».

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Fonte: ilcambiamento.it

Chi “mangia” veramente con Expo?

Corruzione, inquinamento, spreco, cementificazione, questo è l’EXPO di Milano, da qualsiasi parte la si veda è una sciagura sul paese. L’editoriale di Paolo Ermani.

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Sulla corruzione che la magistratura ha fatto finora emergere è la solita litania di cifre pazzesche, indagati, scandali, mazzette, mafia assortita e così via. I costi sono lievitati esponenzialmente come al solito, rimarranno sulle spalle dei cittadini/sudditi e buonanotte ai suonatori; tanto mica siamo in crisi, abbiamo soldi da spendere noi italiani furbi e lungimiranti, che più siamo derubati e presi in giro e più insistiamo pervicacemente a dare carta bianca sempre agli stessi. Si calcola che nemmeno se arrivassero 20 milioni di visitatori, che è già numero miracoloso da raggiungere, si rientrerà delle spese. Se gli italiani e i milanesi fossero davvero in crisi, alla fame, non avrebbero mai permesso una simile follia. A queste kermesse dell’assurdo basta dare un nome che riecheggi un po’ qualcosa di nobile, che intenerisca i cuori così come gli esperti di marketing sanno molto bene, basta coinvolgere un po’ di personaggi impegnati nel sociale, nell’ambiente e poi il gioco è fatto e dietro ad una pseudo parvenza di sostenibilità si può fare di tutto. Come si fa a dire di sfamare il mondo, combattere gli sprechi quando Expo per sua natura è l’apoteosi dello spreco? Chi si “nutrirà” veramente grazie ad Expo? Guardate la lista degli sponsor ed è già tutto chiaro. Si parla di alimentazione e ci si inginocchia a sponsor come Mc Donald’s , fra le multinazionali peggiori, garanzia di devastazione ambientale e degli apparati digerenti, riempiti di cadaveri animali e chimica, altro che sostenibilità. Fiera che rispetta l’ambiente? Certamente, si cementifica tutto con massimo impiego di energia, soldi e risorse, poi rimarranno le solite cattedrali nel deserto a futura memoria. Si produrranno quantità inimmaginabili di rifiuti che alimenteranno i cancrovalorizzatori. E a proposito di rispetto per l’ambiente, quanto inquineranno i viaggi delle persone che verranno a vedere i monumenti dello spreco? Il settore turistico è uno dei più inquinanti del pianeta, ve le immaginate milioni di persone che usano l’aereo o l’auto per arrivare a Milano? Il massimo della purezza ambientale, non c’è che dire. Purtroppo, magari in buona fede, partecipano a questa assurdità anche gruppi e persone che pensano che, chissà, possa essere forse una occasione per comunicare qualche messaggio decente. Ma ragioniamo razionalmente. Per dare un minimo di contenuto etico si aderisce e quindi si legittima una mostruosità che asfalterà qualsiasi misero risultato pseudo etico di personaggi come Vandana Shiva o simili che vengono ovviamente invitati in modo da mettere qualche foglia di fico qui e lì. Bisogna invece dire un chiaro e netto no a queste operazioni che, ormai lo sanno pure i sassi, servono solo ai soliti sporchissimi interessi, anzi sono fatte apposta. Più no ci sono e più si rafforza la cultura che questi eventi non hanno senso e non meritano il nostro apporto da nessun punto di vista. Non appoggiate l’Expo in alcun modo, non andateci e non fateci andare i vostri parenti e amici, il pianeta ve ne sarà estremamente grato. Infine un appello a tutti quei giovani che gratuitamente donano il proprio tempo per la sagra della corruzione. Non fatevi sfruttare, non regalate il vostro appoggio, la vostra energia il vostro sudore, la vostra intelligenza a questa gente senza scrupoli. Ci sono mille modi migliori per conoscere altre culture, per fare attività veramente utili, interessanti e arricchenti che vadano a favore degli altri e dell’ambiente e non a favore di chi sul vostro lavoro ci lucra, si ingrassa e l’ambiente lo distrugge.

Fonte: ilcambiamento.it

Clowning Around With Charity, ovvero come McDonald’s si serve della filantropia puntando l’attenzione sui bambini

In un dossier di trenta pagine, l’avvocatessa Michele Simon illustra le operazioni di marketing del colosso americano travestite da opere di beneficenza con l’obiettivo e la conseguenza di ottenere consenso e approvazione attraverso un messaggio distorto della carità.mc_donalds1

L’attenta ricerca di Michele Simon sul modo in cui McDonald’s utilizza la filantropia in riferimento ai bambini è puntuale, analitica e condotta con estremo rigore scientifico. Disarma o, al contrario, “arma” il lettore. Quel che è certo è che provoca sconcerto. Il vero dramma è la presa di coscienza, l’amara consapevolezza che attanaglia chi si immerge nella sua lettura. Come un fiume in piena, le circa trenta pagine del suo dossier “Clowning around with Charity” (clicca qui per leggere il dossier integrale) focalizzano l’attenzione sullo scarso, pressoché inesistente, interesse del colosso commerciale americano verso scopi benefici, abilmente millantati come precipui della politica aziendale. Corroborando la sua indagine di dati e statistiche, con tanto di grafici, l’avvocata, specializzata in strategie legali per contrastare le tattiche aziendali che danneggiano la salute pubblica, evidenzia il vero, mal celato, scopo di tutta la messa in scena intitolata “Carità” . «Quello che questa relazione dimostrerà – asserisce – è che il reale valore delle donazioni di beneficenza del McDonald’s è relativamente esiguo se messo a confronto con quanto propagandato dall’azienda». La storia delle attività caritatevoli del McDonald’s rivela che il successo nelle relazioni sociali fu il principale obiettivo sin dall’inizio. L’idea di farsi promotrice di opere di bene risale alla fine degli anni ’50 e fu foraggiata nel corso dei decenni fino a oggi. Ciò che Simon tiene a sottolineare è la pratica diffusa dell’azienda di esagerare quanto destina effettivamente alla sua tanto propagandata “scelta della carità”: le Ronald McDonald’s House Charities (RMHC). La filantropia non cade nel vuoto ma dovrebbe essere vista con occhio critico, visti i seri rischi per la salute che i bambini si trovano a dover fronteggiare oggi; le attività filantropiche del McDonald’s sono utili prevalentemente per i suoi introiti e sortiscono gravi effetti negativi per la salute pubblica. Con più di 34.000 punti vendita distribuiti su tutto il globo terrestre ed entrate annuali che superano i 27 miliardi di dollari, McDonald’s è, rispetto ai suoi concorrenti, il leader indiscusso nell’industria dei fast food e nella distribuzione di cibo non proprio salutare. Poiché si attesta come status symbol americano (e globale), esso è diventato un punto focale di interesse pubblico nel perpetuare la promozione di povere abitudini nutrizionali che sono causa di malattie collegate all’alimentazione. Un tipico menu extra-calorico, ad esempio, conta 1100 calorie distribuite in: 45 grammi di grassi (il 70% della quantità giornaliera raccomandata), 66 grammi di zucchero e 1370 milligrammi di sale (il 57% della quantità giornaliera raccomandata). Un numero crescente di studi ha sostanziato un’innegabile relazione tra il consumo di cibo di fast food ed esiti negativi per la salute, come patologie cardiache e diabete di tipo 2. Inoltre, le ricerche suggeriscono una connessione tra la dislocazione dei punti vendita e l’obesità infantile, in quanto questi si insediano in prossimità di scuole e centri commerciali. Un dato significativo è rappresentato dallo scarto percentuale del tasso di obesità minorile tra le minoranze etniche come quella afro-americana e ispanica, aumentato del 120% circa tra il 1986 e il 1998, e i bianchi, attestato intorno al 50%. Per comprendere meglio questo valore, bisogna considerare che McDonald’s investe più di un miliardo di dollari ogni anno soltanto per il marketing. Una sostanziale porzione di questo budget è spesa per il marketing rivolto ai bambini, che è estremamente proficuo. Tant’è che in uno studio su bambini di tre anni di età è emerso che preferiscano il sapore del cibo avvolto nella carta con l’immagine del logo dell’azienda piuttosto che quello senza. Nonostante le richieste a tutela dei consumatori per un marketing responsabile, il Rudd Center For Food Policy and Obesity dell’Università di Yale ha stimato che l’esposizione dei minori alla pubblicità del McDonald’s è incrementata, dal 2007 al 2009, del 21% per i bambini in fascia di età prescolare e del 26% per i bambini in generale. La gioventù degli afro-americani e degli ispanici è maggiormente esposta al bombardamento pubblicitario del McDonald’s, con contenuti che appartengono a loro specificatamente. Come risultato di questa aggressione pubblicitaria nei confronti dei bambini, la multinazionale è stata oggetto di invettiva e accuse da parte di numerosi gruppi a tutela della salute pubblica e dei minori e minacciata di vertenze legali. La reazione ottenuta è stata l’ingaggio di varie forme di pubbliche relazioni per la promozione di campagne pubblicitarie con la pretesa di trasmettere ai ragazzi nozioni di corretta e salutare alimentazione. Una rete formata da più di tremila professionisti nel campo della salute ha richiesto al McDonald’s di smettere di vendere cibo spazzatura ai bambini. Non solo questo. Numerosi altri temi emergono nel corso della ricerca di Michele Simon nei meandri delle attività filantropiche gestite dal McDonald’s: la promozione incessante del marchio attraverso le Ronald McDonald House Charities, nonostante venga devoluta solo una frazione degli introiti raccolti per la carità; l’arrogarsi il merito indebito della generosità dei suoi clienti che rimpinguano, ad esempio, la scatola per le donazioni alle Ronald McDonald Houses, spacciate come proprie; la vendita di cibo nocivo per i bambini collegata a una misera devoluzione benefica dei soldi ricavati; l’accanimento pubblicitario verso i minori nelle scuole mascherato di intenzioni caritatevoli e didattiche. Mettendo a comparazione i dati ricavati dall’indagine annuale condotta dalla Committee Encouraging Corporate Philantropy sull’impegno benefico di società quali PepsiCo, Coca-Cola e Yum! Brands (a cui appartengono Taco Bell, Pizza Hut e KFC), risulta che queste devolvono lo 0,12% delle proprie entrate per iniziative caritatevoli attraverso denaro e donazione di propri prodotti. McDonald’s, invece, offre generalmente lo 0,08%.In altre parole, nonostante le esagerate dichiarazioni di generosità, è tra le società più avare quando si tratta di dollari realmente spesi per la carità. A confronto, individui che percepiscono redditi annui più alti di 50.000 dollari donano il 4,7% delle loro entrate in beneficenza: circa quattordici volte di più di quello che elargisce McDonald’s, che ha investito quasi 25 volte di più in campagne pubblicitarie che in donazioni nel 2011. Secondo le stime disponibili dell’anno 2012, l’azienda ha donato in media un quinto delle entrate delle Ronald McDonald’s House Charities, ovvero quella che descrive come la “scelta di carità” della società: si tratta di un’organizzazione non-profit con sede principale a Oak Brook, in Illinois, sorta nel 1974. In realtà,non è altro che l’estensione, a detta di Simon, del suo marchio. Nel corso degli anni sono sorti 290 stanziamenti locali in 58 Stati, a capo di 326 case, 184 camere per la famiglia e 49 stazioni mobili di cura. Non c’è alcun dubbio circa la nobiltà della causa sostenuta: principalmente, fornire camere dentro o in prossimità degli ospedali affinché i genitori possano essere vicini ai figli malati mentre ricevono le cure. Ma davvero esiguo e trascurabile è il contributo che le strutture locali percepiscono dalla società di McDonald’s, che rappresenta solo uno dei suoi maggiori sponsor. I volontari sono il vero motore: più di 144.000, a livello locale, si prodigano per la causa benefica occupandosi di tutto ciò che occorre, dal rispondere al telefono al preparare i pasti, dal raccogliere i fondi all’organizzare le attività degli ospiti. Il marchio McDonald’s guadagna considerevolmente in ritorno di immagine, grazie all’impegno profuso gratuitamente dai volontari. Il denaro che le strutture locali ricevono dal colosso commerciale è talmente scarso che queste sono costrette a chiarire sui loro siti web la relazione che intercorre con esso e a fare una vera e propria dichiarazione di indipendenza dalla RMHC globale, alla quale sono comunque vincolati da un accordo firmato che sancisce le modalità di utilizzo del marchio, per incoraggiare i finanziamenti. Esse ricevono soltanto il 10% delle proprie entrate da McDonald’s, incluse le donazioni dirette dei clienti attraverso le scatole di raccolta fondi collocate nei punti vendita. Quindi, McDonald’s sfrutta le strutture di carità locali per promuovere il proprio marchio contribuendo a creare, a causa del nome, la fuorviante, errata, comune percezione che provveda totalmente al finanziamento delle suddette. La RMHC globale cerca di incoraggiare le persone all’elargizione di somme di denaro anche promuovendo eventi per la raccolta fondi e creando gruppi di solidarietà on line tramite pagine Facebook e siti Internet. Su alcuni indirizzi web vengono pubblicate liste di oggetti che sarebbero ben graditi in queste strutture come giochi, giocattoli, libri ma anche detersivi, dentifrici, buste per l’immondizia. Viene persino pubblicizzata, nella pianificazione delle volontà testamentarie, la scelta di destinare parte del lascito alla carità. Simon analizza attentamente quanto questo interesse verso le iniziative benefiche non sia affatto disinteressato dal punto di vista economico per l’azienda. Riporta, a sostegno della propria asserzione, lo stralcio illuminante di un articolo di Inger Stole, professore associato di Comunicazioni presso l’Università dell’Illinois, riguardante il cosiddetto “purchase-triggered”, ovvero il fenomeno dell’“acquisto innescato”. Questo ha luogo quando una società devolve parte del ricavato delle vendite dei propri prodotti a favore di una causa socialmente utile per “innescare”, appunto, reazioni di predisposizione positiva all’acquisto. McDonald’s ricorre a questo eccellente stratagemma per migliorare la propria immagine pubblica, creare rapporti di vicinanza con i consumatori ma, soprattutto, far impennare la percentuale di acquisto di cibo dannoso per la salute. La Simon smaschera che sia effettiva e fattiva la partecipazione del colosso al progetto itinerante noto comeb “Tooth Truck”, un’unità medica (un camion, di fatto) che gira in cinque scuole offrendo assistenza gratuita a 380 studenti colpiti da patologie odontoiatriche. Messo a punto dalla RMHC di Ozarks, esso è associato al marchio McDonald’s ma, in realtà, viene finanziato annualmente, per metà, dai fondi dei contribuenti della Medicaid del Missouri e, per l’altro 50%, da donazioni pubbliche. L’aspetto paradossale della faccenda è che l’azienda considerata fautrice della lodevole iniziativa benefica, in realtà, è la principale responsabile dei danni che si vanta di riparare, perché procurati dalla soda contenuta nei fiumi e fiumi di bevande zuccherate la cui vendita rappresenta il 10% del totale dei proventi dell’azienda stessa. Ma il successo di pubblico del marchio non subisce colpi d’arresto e, anzi, lo vede collocarsi in vetta alla classifica dei “100 marchi più amati dai bambini”, al quinto posto nei “Top Marchi US” e all’ottavo de “Le compagnie più rispettate del mondo”. Il concetto sostanziale del dossier è che la filantropia basata sull’educazione è forse la forma più insidiosa di marketing, perchè la gente non si rende conto di ciò che effettivamente sta accadendo. Annettendo il proprio marchio alle scuole e promuovendo la carità nei luoghi preposti all’apprendimento, McDonald’s gode del consenso degli educatori, guadagna approvazione pubblica, influenza giovani menti trasmettendo un messaggio distorto della carità e si accaparra clienti che, con tutta probabilità, gli saranno fedeli a vita. Tutte le critiche mosse all’azienda per l’aggressivo e predatorio marketing nei confronti dei bambini sono state abilmente deviate con il ricorso tattico al coinvolgimento delle scuole e al loro utilizzo come alleate nella ricerca di donazioni caritatevoli.

Fonte: il cambiamento