Nel 2010 in mare 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici

Secondo una ricerca pubblicata su Science la quantità di rifiuti plastici nei mari e negli Oceani potrebbe decuplicare nei prossimi dieci anni

La quantità di rifiuti plastici riversati nelle acque marine e degli oceani è destinata a decuplicare nei prossimi dieci anni e maggiore sarà la densità, più alte saranno le probabilità che queste microparticole plastiche si accumulino nella catena alimentare e nei nostri stomaci. A lanciare l’allarme è l’ultimo numero di Science che ha pubblicato una ricerca coordinata da Jenna Jambeck dell’Università di Athens, Stati Uniti, secondo la quale i 192 Paesi costieri del mondo hanno rilasciato nel 2010 una quantità complessiva di 27 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, di cui 8 milioni di tonnellate hanno finito il loro percorso in mare. Secondo la ricerca la quantità è in aumento e potrebbe essere di 9,1 milioni di tonnellate quest’anno. Maglia nera – come in molte classifiche sull’ambiente – è la Cina che nel 2010 ha fatto finire in mare 2,8 milioni di tonnellate di materie plastiche negli oceani. La seguono l’Indonesia, le Filippine, il Vietnam, lo Sri Lanka. Gli Stati Uniti sono il ventesimo paese al mondo, mentre nessun Paese dell’Unione Europea figura nella top 20. Se i 23 Paesi che la compongono venissero sommati, sarebbero il 18esimo Paese più inquinante del mondo. Secondo Richard Thompson dell’Università di Plymouth

in generale, noi tentiamo di stimare la quantità di detriti nell’ambiente marino considerando il numero di rifiuti fluttuanti sulla superficie degli oceani. Ma siamo in molti a pensare che questo metodo porti a una sottovalutazione del problema.

Qualora i sistemi di gestione dei rifiuti non dovessero migliorare o se le quantità di plastica utilizzate non dovessero diminuire è possibile – secondo lo studio – che nel 2025 vengano disperse in mare, ogni anno, 80 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Un numero destinato a portare all’asfissia la vita della vita marina.

Fonte:  Le Monde

© Foto Getty Images

Annunci

Pantelleria, la vite di Zibibbo è patrimonio Unesco: si fermeranno le trivellazioni in mare?

La vite dello Zibibbo che cresce a Pantelleria è stata dichiarata patrimonio immateriale dall’Unesco: cosa accadrà ora con le trivellazioni previste dal governo Renzi nel mare dell’isola siciliana?

Il sindaco di Pantelleria, Salvatore Gabriele, non sta nella pelle e da Parigi dichiara entusiasta:

Siamo sito Unesco, un omaggio alla nostra identità ai nostri Contadini che con grande sacrifici hanno costruito terrazzamenti, coltivato la vite ad alberello,oggi patrimonio immateriale Unesco da cui si produce il passito naturale. Un grazie particolare vorrei rivolgerlo alla delegazione Italiana, all’Unesco, all’ambasciatore Lomonaco, al prof. Petrillo, al ministro dell’agricoltura Martina, al Ministero dell’agricoltura, alla regione siciliana, all’assessorato all’agricoltura,agli assessori, ai dirigenti generali, all’istituto della vite e del vino che si è occupato della promozione; un ringraziamento voglio farlo personalmente dando pubblica evidenza al Prof. Petrillo straordinario interlocutore e negoziatore. A lui va il nostro ringraziamento più grande. In questi anni ha dato continuità istituzionale affinché si portasse a conclusione questo straordinario risultato. A Graziella Pavia, che ha contribuito con la presentazione degli atti per la costruzione del Dossier. Per l’isola tale riconoscimento rappresenta un grande momento di crescita e di apertura. Da oggi, da Parigi il mondo ci guarderà ancora di più. Dobbiamo sentire tutti il peso della responsabilità per lavorare di più è meglio. L’isola ci appartiene.salvatore-gabriele-unesco-660x495-620x350

Nella foto in alto tutta la squadra al completo, che ha preso parte al successo del riconoscimento della vite a alberello da cui si ricava l’uva per il passito di Pantelleria, famoso in tutto il mondo. Ma questo riconoscimento ora mette seriamente in discussione (e per fortuna!) il piano delle trivellazioni introdotte con lo Sblocca Italia voluto dal governo Renzi: come potranno convivere trivelle seppur off shore e una coltivazione così importante sull’isola di Pantelleria che necessita di ambiente incontaminato? Come si potranno tollerare piattaforme petrolifere con i flussi turistici in aumento per via della notorietà ottenuta dal riconoscimento Unesco?vite-pantelleria-620x350

Fonte:  Agorà
Foto | Agorà

Getta i rifiuti raccolti sulla spiaggia e viene multata con 167 euro: risponde il Sindaco Zedda

La vicenda capitata all’archeologa Ilaria Montis è surreale e emblematica: multata con 167 euro per aver gettato fuori comune i rifiuti raccolti in spiaggia

UPDATE: 
Nel mentre scrivevo questa notizia mi sono premurata di ascoltare la voce dei Vigili urbani di Cagliari a cui ho telefonato, avvisandoli del post on line e chiedendo replica che trovate in un nuovo post. Ho anche scritto via Fb al sindaco Massimo Zedda e per ora c’è il suo comunicato ufficiale che vi riporto. Resta l’amaro in bocca per l’intera vicenda dove la rimozione dei rifiuti viene misurata nella quantità di tasse pagate e non più come una necessità di civiltà e rispetto per l’ambiente in cui si vive.

Sulla vicenda della multa per i rifiuti portati in città da un’altra provincia e da un non residente la questione è molto semplice: Cagliari non può diventare la pattumiera della Sardegna.

Soprattutto i cagliaritani non possono e non devono pagare lo smaltimento di rifiuti prodotti da altri. Queste regole valgono nella maggior parte dei Comuni italiani e valgono anche a Cagliari, dove il servizio di controllo è attivo da tempo.

Abbiamo in città circa 154mila residenti. I rifiuti presenti equivalgono a quelli di una città che ha il doppio degli abitanti. Significa che molti, da fuori Cagliari, portano qui i loro rifiuti e i cagliaritani ne pagano lo smaltimento. E’ un problema che riguarda tutte le grandi città ed è un dato che influisce non poco sul costo che ogni cittadino paga attualmente per il servizio di raccolta dei rifiuti. Due numeri, per capirci: conferendo in discarica 15mila tonnellate di rifiuti in meno (è quanto stimiamo di fare con il servizio di raccolta porta a porta su cui stiamo lavorando) risparmieremo 2 milioni e mezzo di euro sui 12 milioni che spendiamo attualmente per lo smaltimento. Con una differenziata migliore potremo vendere carta, vetro, lattine e plastica recuperando così altri due milioni e mezzo di euro. Soldi che saranno destinati alla riduzione delle attuali aliquote delle tasse locali, un altro degli obiettivi del nuovo appalto per la raccolta dei rifiuti.

Detto questo, spiace perché nel caso specifico le intenzioni erano le migliori. Ma è giusto ricordare che per non pagare multe sarebbe stato sufficiente lasciare i rifiuti nei cestini dei chioschi presenti vicino agli accessi della bellissima spiaggia di Piscinas, gli unici percorribili creati apposta per proteggere le dune. L’altra possibilità sarebbe stata quella di portare i rifiuti nel proprio comune di residenza, dove si paga la Tari (tassa sui rifiuti).

Certi della buona fede della protagonista del caso specifico, non possiamo suggerire l’idea che ognuno possa portare rifiuti a Cagliari e lasciarli nei cassonetti in città. Dispiace, di nuovo, che una persona civile debba pagare per i rifiuti abbandonati da alcuni incivili.

La storia è davvero surreale ma anche emblematica: l’archeologa Ilaria Montis è stata multata a Cagliari in viale Poetto, per aver gettato rifiuti da non residente. E’ successo che Ilaria dopo aver trascorso una serata al mare a Piscinas, come sua abitudine aveva raccolto i rifiuti in spiaggia lasciati da altri bagnanti. Ma non trovando cestini o cassonetti per depositarli li ha caricati in macchina e li ha depositati a Cagliari nel primo cassonetto disponibile, iniziando pure a differenziarli. A quel punto è stata fermata dai vigili urbani che avendo accertato che Ilaria non era residente a Cagliari le hanno elevato una multa da 167 euro. A nulla sono valse le spiegazioni di Ilaria che ha raccontato che erano appunto rifiuti raccolti in spiaggia. Insomma, sembrerebbe quasi che a inquinare non si paga e che invece chi prova a pulire viene multato.

Marine pollution shown by plastic container on a beach next to shells

 

Ilaria Montis è archeologa e ricercatrice all’Università di Cagliari e non era a conoscenza del fatto che gettare rifiuti a Cagliari non essendo residente costituisse un reato:

Domenica sera con un amico ci siamo fermati a fare un tuffo a Piscinas, andando via abbiamo deciso di pulire un po’ la spiaggia, cosa che mi capita di fare spesso, e abbiamo riempito un’intera cassetta di rifiuti vari tra cui bottiglie e flaconi abbandonati da altri bagnanti sulla sabbia. Guardandoci attorno ci siamo resi conto che non c’erano contenitori o cestini, così abbiamo caricato la cassetta in macchina. Il giorno dopo la Polizia di Cagliari mi ha visto mentre gettavo tutto e mi ha fatto la multa perché utilizzavo i cassonetti del comune di Cagliari pur non essendo residente in città. E’ vero, ho la residenza nel comune di Baratili San Pietro in provincia di Oristano, ma non sapevo di non poter gettare i rifiuti a Cagliari, del resto sui cassonetti non c’è alcun divieto. Sono rimasta sconcertata, ho spiegato che era spazzatura di altri raccolta in spiaggia a Piscinas e che stavo anche differenziando la plastica ma sono stati inflessibili: ho rifiutato di firmare il verbale, uno dei vigili si è alterato e mi ha insultato minacciando di portarmi in caserma e denunciarmi. Ho ritirato la multa, 167 euro da pagare entro 60 giorni.

Ilaria ha deciso di non fare ricorso, di pagare la multa ma di raccontare anche questa strana storia:

Non racconto questa brutta storia per narcisismo ma per far riflettere sulla questione dei rifiuti in Sardegna: la mancanza di cassonetti stradali è un grave problema in tutta l’isola perché in tanti, Sardi e turisti, spesso lasciano i rifiuti dove capita non sapendo dove buttarli, e lo vediamo da spiagge, strade e cunette sporche e piene di spazzatura. Episodi come questo fanno pensare che forse è il caso di andare oltre le divise, oltre la burocrazia, oltre le regole e oltre le ideologie per usare il nostro buon senso quando le circostanze lo richiedono. Per tornare alle cose semplici e sensate in un momento in cui tante belle iniziative che nascono dal cuore, senso etico e senso civico delle persone vengono soffocate dall’eccessiva burocrazia che le rende inattuabili.

Fonte:  Sardiniapost

© Foto Getty Images

Inquinamento, alzati i limiti delle sostanze pericolose

Nel Decreto Competitività previsti innalzamenti dei limiti per gli sversamenti delle sostanze inquinanti in mare e delle tolleranze di sostanze tossiche nei siti militari. Qual è il prezzo da pagare per tornare a essere competitivi? Ancora una volta le ragioni del profitto avranno la meglio su quelle della natura? Fra le pieghe del Decreto Competitività, nella sezione Ambiente protetto, spettante al dicastero retto da Gian Luca Galletti, si dà il via libera all’innalzamento dei limiti per gli sversamenti delle sostanze inquinanti in mare e delle tolleranze di sostanze tossiche nei siti militari. La denuncia parte dalle associazioni ambientaliste che sottolineano come, per risolvere l’oneroso problema delle bonifiche, i livelli di inquinamento siano stati equiparati a quelli delle aree industriali, quindi molto più alti rispetto ad aree verdi e residenziali. I valori dei cianuri potranno essere centuplicati (da 1 a 100 mg/kg), così come il benzopirene o la sommatoria dei composti policiclici aromatici (etilbenzene, stirene, toluene e xilene), lo stagno potrà avere una concentrazione nel suolo di 350 volte superiore rispetto alle vecchie tolleranze, mentre i fluoruri potranno essere rilasciati in quantità venti volte superiori, così come il benzene. Per Angelo Bonelli, co-portavoce dei Verdi, si tratta di “un evidente regalo al Ministero della Difesa, che in questo modo potrà evitare di intervenire sui numerosi siti di propria competenza”. Senza infrazioni ai nuovi limiti non ci saranno bonifiche, secondo la logica della polvere scopata sotto il tappeto. Cambiano anche le regole per gli impianti industriali di grandi dimensioni come acciaierie, centrali elettriche e a carbone, cementifici, raffinerie, stabilimenti chimici, rigassificatori e inceneritori: d’ora in poi più si produrrà e più alto sarà il quantitativo di reflui che si potranno scaricare in mare. Il profitto prima della salute, l’industria prima dell’ambiente. La sezione ambientale del Decreto Competitività è una beffa ad anni di conquiste nell’ambito della salute pubblica. Come se le pagine oscure di Taranto e Casale Monferrato non fossero mai state scritte. In poco più di un anno ben quattro decreti sulle bonifiche sono stati emanati da tre diversi governi. All’inizio del 2013, nelle ultime settimane del Governo Monti, il ministro Corrado Clini portò Siti di interesse nazionale (quelli maggiormente inquinati e pericolosi per la salute) da 57 a 39, affidandone 18 alla competenza delle Regioni. Il Decreto del Fare del Governo Letta previde che le bonifiche potessero essere compiute “ove economicamente possibile”. Con Destinazione Italia è stato previsto un condono, con contributi pubblici erogati anche per finanziare le bonifiche a carico dei responsabili dell’inquinamento. Nessuno dei tre decreti ha sortito gli effetti sperati, anzi, il margine di operatività è stato ridotto al minimo e il Decreto Competitività l’ammissione di una sconfitta per la collettività e una vittoria per le aziende coinvolte nella stagione dei veleni che possono assistere compiaciute alla progressiva riduzione della chiamata alle proprie responsabilità a opera della politica.top8-586x389

Fonte:  L’Espresso

© Foto Getty Images –

Il mare più pulito d’Europa è a Cipro: la classifica delle acque di balneazione EEA

Per L’agenzia Europea dell’Ambiente è a Cipro il mare più pulito d’Europa seguito da Malta (99 % ritenuta eccellente), Croazia (95 %) e Grecia (93 %)

Il mare più pulito d’Europa è a Cipro come risulta dalle analisi microbiologiche eseguire dall’EEA, l’Agenzia Europea dell’ambiente che ha mappato tutte le acque balneabili del Vecchio continente, inclusi laghi e fiumi. Anche nel Lussemburgo la qualità delle acque dei laghi è eccellente mentre per i mari oltre alla già citata Cipro risultano eccellenti le spiagge di Malta, Croazia e Grecia. A cavarsela maluccio ci sono l’Estonia (6%), i Paesi Bassi (5%), Belgio (4%),Francia (3%), Spagna (3 %) e Irlanda (3%) che non ottengono la sufficienza per le loro acque di balneazione. La relazione annuale sulla qualità dell’acqua dall’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) raccoglie la qualità dell’acqua in 22.000 zone di balneazione in tutta l’UE, Svizzera e per la prima volta anche in Albania. A disposizione dei cittadini anche il sito interattivo da consultare per conoscere la balneabilità delle aree di interesse. Le analisi sono svolte dalle autorità locali che prelevano campioni di acqua dalla primavera e per tutta la stagione balneare. Le analisi sono poi valutate con un giudizio che va da eccellente, a buono, a sufficiente a insufficiente. I rating si basano sulla presenza di batteri che indicano l’inquinamento da liquami. C’è da precisare che queste analisi si basano sulla presenza di colibatteri fecali e non considerano la presenza di altri rifiuti o di altri parametri che possono danneggiare l’ambiente. Dalle analisi emerge che i siti di balneazione sono puliti e sicuri per la salute umana mentre i mari d’Europa restano minacciati dai cambiamenti climatici, inquinamento, pesca eccessiva e acidificazione.

Cipro ha il mare più incontaminato d’Europa87811961

87836868

149075523

187108452

453771239

465291007

469005223

469005241

479629625

479630125

Janez Potočnik il Commissario per l’ambiente ha dichiarato:

E ‘bello che la qualità delle acque di balneazione europee continui a essere di alto livello, ma non possiamo permetterci di essere compiacenti con una risorsa preziosa come l’acqua. Dobbiamo continuare a garantire che sia le acque di balneazione sia l’acqua potabile così come i nostri ecosistemi acquatici siano completamente protetti.

In Europa il 95% dei siti di balneazione ha soddisfatto i requisiti minimi, l’83% è stato definito eccellente e solo il 2% è stato classificato come insufficiente. La percentuale di siti che passano i requisiti minimi nel 2013 sono più o meno le stesse del 2012, tuttavia, la percentuale di siti eccellenti si è incrementata dal 79% del 2012 all’ 83% del 2013. E’ migliorata leggermente la qualità delle acque costiere con l’85% dei siti classificati come eccellente e lo sono tutte le spiagge della Slovenia e Cipro. Nell’entroterra, la qualità delle acque di balneazione sai è abbassata e il Lussemburgo è stato l’unico paese a ricevere eccellente per tutti i suoi siti di balneazione interni con la Danimarca che chiude con il 94% di siti eccellenti. La Germania ha raggiunto questo punteggio superiore al 92% per quasi 2000 siti di balneazione interni.

Hans Bruyninckx , direttore esecutivo dell’EEA ha dichiarato:

In Europa è migliorata negli ultimi due decenni la condizione delle acque di balneazione e non troviamo più quantità elevate di liquami, mentre la grande sfida ci arriva dai carichi di inquinamento di breve termine che si hanno durante forti piogge o inondazioni; ciò perché il sistema fognario non regge e ciò porta i batteri fecali in terreni agricoli, mari e fiumi.

Fonte:  EEA

© Foto Getty Images –

Inquinamento, i filtri delle sigarette vanno vietati: lo dicono gli scienziati

Gli scienziati ci mettono in guardia: i filtri delle sigarette sono da vietare se si vuole proteggere il Pianeta, la nostra casa, dall’inquinamento

Gli scienziati lo hanno scritto chiaro e tondo: è necessario avviare un sistema di raccolta differenziata dei mozziconi di sigaretta abbandonati nell’ambiente e di considerare i produttori di tabacco i responsabili dell’inquinamento ambientale. Infatti I rifiuti prodotti dall’uso del tabacco contengono le stesse tossine, nicotina, pesticidi e sostanze cancerogene presenti nelle sigarette e sigari e possono contaminare l’ambiente e le fonti d’acqua. La ricerca sull’imponente inquinamento causato dai mozziconi di sigaretta è stata realizzata da Thomas Novotny e Elli Slaughter della San Diego State University che propongono anche di avvisare i fumatori con annunci sui pacchetti di sigarette di evitare di lasciare i loro mozziconi in giro per evitare di peggiorare ulteriormente l’inquinamento ambientale. Si consideri che il 40% dell’inquinamento del Mar Mediterraneo è composto da cicche di sigaretta abbandonate che rilasciano nell’ambiente moltissime sostanze tossiche. I due ricercatori hanno scritto conseguenze e proposte in un articolo scientifico pubblicato dal Current Environmental Health Reports. I mozziconi di sigarette e altri rifiuti legati al tabacco (pacchetti scartati, accendini e fiammiferi, residui di sigari) sono più comunemente raccolti nelle strade urbane e nelle spiagge di tutto il mondo: si stima che circa 4.500 miliardi delle annuali 6000 miliardi di sigarette vendute in tutto il mondo non finiscano in una pattumiera o in un portacenere ma siano gettate per strada. E probabilmente il divieto di fumare in alcuni luoghi ha peggiorato la situazione. sigarette

Gli studi dimostrano che le sostanze chimiche all’interno di sigarette, come l’arsenico, la nicotina, il piombo e il fenolo etilico, finiscono nell’acqua di mare e vanno a contaminare lentamente ma inesorabilmente flora e fauna. I filtri di sigarette non sono biodegradabili e rilasciano sostanze per almeno 10 anni. I ricercatori hanno definito le sigarette con il filtro una “farsa ” in termini di sicurezza dei consumatori, poiché anche lo stesso National Cancer Institute in una recente ricerca ha dimostrato che le sigarette con filtro non sono più sane e sicure di quelle senza filtro e quindi Novotny e Slaughter quindi propongono un divieto di sigarette con filtro, considerato che inquinano in maniera così massiccia. Peraltro i due ricercatori chiedono anche nuovi interventi ambientali e partenariati tra controllo del tabacco e gruppi ambientalisti e propongono contenzioso per ritenere l’industria del tabacco legalmente responsabile per i costi di bonifica sostenendo l’uso di etichette sui pacchetti di sigarette circa la tossicità dei mozziconi nell’ambiente. Infine propongono un sistema di consegna del reso, i mozziconi per l’appunto oppure il pagamento di riciclo anticipato da parte delle multinazionali del tabacco.

Fonte:  Science Daily

© Foto Getty Images

Roma, al mare in maniera sostenibile con i trasporti pubblici

Il 1° maggio apre la stagione balneare a Ostia (Roma). Per l’occasione, riprendono le Linee Mare per lasciare l’automobile a casa e godersi la spiaggia378955

Dal 1 maggio al 30 settembre sarà stagione balneare anche a Roma, secondo quanto comunicato dal sindaco Ignazio Marino con ordinanza numero 65. La nuova stagione dispone, fra l’altro, l’obbligo per i titolari degli stabilimenti balneari di consentire il libero e gratuito accesso e transito per il raggiungimento della battigia antistante l’area. A tal proposito, l’inizio di maggio segnerà anche il ritorno del servizio di trasporto che collega con le spiagge libere lungo la via Litoranea. Con le “Linee Mare” 07 e 062 e le corse prolungate a Torvaianica della 070 Express, prendere la tintarella in modo eco-sostenibile sarà possibile. I tre collegamenti, uniti alla ferrovia regionale Roma-Lido (sulla quale la domenica saranno previsti anche treni aggiuntivi), costituiscono infatti una valida alternativa all’automobile, soprattutto dal punto di vista economico. Fino al 30 maggio la 062 effettuerà corse ogni 23 minuti nei feriali e nei festivi. Dal 31 maggio al 21 settembre corse ogni 23 minuti nei feriali e ogni 13 nei festivi e il sabato. Per la 07 ritmi accelerati dal 14 giugno al 31 agosto con corse ogni 10 minuti nei feriali e ogni 5 il sabato e i festivi. Per la 070 dal 14 giugno corse ogni 10 minuti.

Fonte: ecodallecitta.it

L’ufficiale che rifiutò di inquinare il mare

Un ufficiale di Marina si oppone allo sversamento in mare di liquidi oleosi inquinanti e viene sottoposto a sanzioni e costretto al congedo. Lui ha combattuto nelle aule giudiziarie e oggi racconta la sua storia.inquinamento_mare

Fonte: Il Tirreno. Abbiamo deciso di rilanciare l’articolo comparso sul quotidiano toscano Il Tirreno perchè racconta una storia che dice molto di questa Italia con cui oggi ci ritroviamo a fare i conti. E la riportiamo anche per dare conto dell’esistenza di persone come David Grassi, che speriamo possano essere tantissime e trovare il coraggio di farsi sentire.

LIVORNO. Invece di abbassare la testa e obbedire rispondendo: «Signorsì, signore», ha guardato il superiore negli occhi e ha risposto: «No, signor capitano, questo non lo possiamo fare. E se lo dovesse fare lei, sappia che ho già fatto delle foto e alcuni filmati che invierò a chi di dovere, anche alla stampa se necessario, per denunciare quello che è successo a bordo». L’ordine che l’ufficiale David Grassi, insieme ad altri due colleghi, si è rifiutato di eseguire e che ha cambiato la sua vita per sempre, era quello di sversare in mare migliaia di litri di liquidi oleosi, provenienti dal motore, che si erano accumulati nella sentina; in barba alla tutela dell’ambiente, al rischio inquinamento e al regolamento internazionale che prevede, anche per le navi militari, di svuotare le sostanze inquinanti nel porto più vicino e con l’intervento di una ditta specializzata. Era il 23 febbraio 2002 e l’allora tenente di vascello nato a Oristano ma residente da 4 anni a Livorno, aveva appena compiuto 30 anni, era imbarcato sulla nave da guerra “Maestrale” impegnata nella missione Eduring Freedom nel corno d’Africa. E soprattutto pensava che le battaglie più importanti le avrebbe combattute in mare, non certo nelle aule di un tribunale, tantomeno per riavere indietro la propria dignità dopo essere stato condannato – per quel «No» – a 15 giorni di arresto e a una macchia che ne ha pregiudicato la carriera fino al congedo, avvenuto due anni fa. Invece la guerra civile dell’ufficiale ambientalista è durata 12 anni, un quarto della sua esistenza, e si è conclusa con una (parziale) vittoria: il Tar di Genova, tribunale al quale si era rivolto per far sentire valere le proprie ragioni, giovedì scorso ha cancellato quella sanzione disciplinare ma non gli ha riconosciuto il risarcimento danni che aveva chiesto tramite il avvocato. «In questo lasso di tempo – racconta Grassi che adesso lavora come ingegnere civile e nel tempo libero allena i ragazzi di atletica e basket della Libertas Livorno – ho perso molte cose, sia a livello personale, familiare e professionale. Ma tornando indietro rifarei quello che ho fatto, forse non proprio tutto. Ma certamente non ubbidirei a quell’ordine. Perché? Perché è in certe situazioni che vieni fuori chi sei davvero, da dove vieni, e i valori che ti hanno insegnato i tuoi genitori. E in quel momento non potevo far altro che comportarmi in quel modo senza abbassarmi alle prepotenze ma reagendo con coscienza. Eppure, dico anche che l’affetto e l’attaccamento nei confronti della Marina Militare non sono mai cambiati. Nonostante tutto continuo a credere che le persone nelle quali mi sono imbattuto siano una minoranza e che quel tipo di mentalità sia in via di estinzione».

Fonte: il cambiamento

Legambiente, “basta alle trivellazioni in mare”

“Chiediamo di fermare il progetto Ombrina mare lungo la costa abruzzese e al Parlamento di abrogare l’articolo 35 del decreto sviluppo approvato nel giugno 2012, applicato anche nell’ultimo decreto ‘trivelle’”. È la richiesta avanzata da Legambiente durante l’incontro presso il ministero dell’Ambiente.petrolio_trivellazioni_mare

“È assurdo continuare a pensare che la strategia energetica nazionale del Paese si possa basare sulle fonti fossili”

“Se veramente il ministro Zanonato e il governo vogliono salvaguardare il mare italiano dal petrolio, fermino subito Ombrina mare, la nuova piattaforma che dovrebbe sorgere a sole tre miglia dalla costa abruzzese”. È la richiesta che Legambiente ha avanzato durante l’incontro presso il ministero dell’Ambiente in merito al progetto e a cui hanno partecipato anche altre associazioni ambientaliste e istituzionali locali coordinate dalla provincia di Chieti. In occasione dell’incontro, Legambiente è tornata a ribadire la sua contrarietà al progetto Ombrina, che non porterà nessun vantaggio né alla popolazione né al territorio abruzzese, e per dire il suo no alle trivellazioni petrolifere in mare, anche alla luce dell’ultimo decreto “trivelle” approvato dal ministro dello sviluppo economico. Un provvedimento che conferma il divieto a 12 miglia dalla costa e dalle aree marine protette stabilito dall’articolo 35 della Legge 83/2012 e valido però solo per le nuove richieste. Con questo decreto non solo non si riducono le aree a disposizione delle compagnie petrolifere, ma anzi si ampliano ancora di più. È stata infatti individuata una nuova area, denominata Zona E, al largo del golfo di Oristano che estende anche in quel tratto di mare la possibilità di avviare ricerca ed estrazione di idrocarburi, dopo che nei mesi scorsi il governo aveva già allargato l’area a disposizione delle compagnie petrolifere a sud del canale di Sicilia verso l’isola di Malta. Segnali che evidenziano come la tutela del mare non sia certo il principio ispiratore di questo e dei recenti provvedimenti riguardanti le attività petrolifere nel mare italiano. “Il ministro ha chiuso la stalla quando i buoi sono ormai scappati. La sbandierata riduzione della superficie trivellabile di Zanonato – dichiara Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente – riguarda solo il futuro, dato che ha confermato tutti i procedimenti esistenti anche quelli entro le 12 miglia. Il provvedimento in questione è l’ennesima conseguenza di una strategia energetica nazionale insensata che continua a puntare sulle fonti fossili e su risorse, quali il petrolio presente sotto il mare italiano, che stando ai consumi attuali si esaurirebbero in soli due mesi. Sono altri i provvedimenti per tutelare veramente il mare italiano dalle estrazioni petrolifere, a partire dall’abrogazione dell’articolo 35 del decreto sviluppo, che ha riaperto la strada alle attività anche nelle aree sottocosta e di maggior pregio. Su questo lanciamo nuovamente un appello al Parlamento, anche in seguito all’importante segnale arrivato dall’emendamento presentato dalla senatrice Loredana De Petris per impedire le deroghe che consentono di autorizzare trivellazioni petrolifere anche a ridosso delle coste e senza valutazione d’impatto ambientale”. Oggi le aree interessate dalle attività petrolifere, che non vengono intaccate dal decreto di Zanonato, occupano una superficie marina di circa 24mila kmq, un’area grande come la Sardegna. Il provvedimento salva anche il progetto Ombrina mare. La piattaforma della società inglese Medoilgas sorgerebbe a sole 3 miglia dalla meravigliosa Costa dei Trabocchi della provincia di Chieti, un’area di tale pregio naturalistico tale da essere individuata dal Parlamento italiano nel 2001 come Parco nazionale. Il tutto in una regione che ospita tre Parchi Nazionali, un Parco Regionale, 25 riserve regionali e decine di Siti di Interesse Comunitario (SI C) e Zone di Protezione Speciale (ZPS). “È assurdo continuare a pensare che la strategia energetica nazionale – aggiunge Cogliati Dezza – del Paese si possa basare sulle fonti fossili, che non portano ricchezza, non abbassano di certo la bolletta, e devastano la bellezza dell’Italia. È il momento di fare scelte coraggiose e di definire una vera strategia di sviluppo delle energie rinnovabili. Il futuro energetico del Paese devo guardare alle fonti pulite e all’efficienza energetica, da promuovere, sviluppare e incentivare in tutto il territorio”.

Fonte: il cambiamento

Plastisfera, la comunità batterica sui frammenti di plastica nei mari

I microrifuti di plastica che galleggiano nei mari sono diventati un habitat per una flora batterica distinta da quella marina tradizionale, con conseguenze ecologiche difficilmente prevedibiliBatteri-su-plastica-586x452

Con una produzione annua di plastica pari a 35 kg pro capite per ogni abitante del pianeta, è evidente che una discreta frazione di questa finisca nei mari e negli oceani, spesso sotto forma di detriti di meno di 5 mm (microplastica).

Questi rifiuti sono dannosi per i pesci e gli uccelli che possono ingerirli inavvertitamente, ma possono anche rappresentare un altro tipo di rischio, poiché ospitano un’abbondante flora batterica, in gran parte diversa da quella che si trova nell’acqua di mare. Gli scienziati hanno chiamato “plastisfera” questa comunità di batteri che vive sui residui microplastici che galleggiano sugli oceani del pianeta. (1)

L’immagine in alto riporta una foto al microscopio elettronico a scansione (2)della comunità batterica su un filamento di materiale plastico raccolto in mare (illustrato nel riquadro in basso a destra). Le tacche bianche rappresentano una scala di 10 µm. L’essere a forma di medusa è un batterio ciliato con altri batteri simbiotici che vivono sulla sua superficie (ben visibili nel riquadro in alto a destra), oltre a diatomee e cellule filamentose. Ciò che desta maggiore preoccupazione è il fatto che le popolazioni di batteri della plastisfera sono distinti dalla tipica flora microbica marina (come si vede dal diagramma di Venn qui sotto, da cui si deduce che sono poche le specie di batteri comuni all’idrosfera e alla plastisfera), il che significa chela plastica funge da nuovo habitat ecologico oceanico. Trattandosi di rifiuti poco degradabili e dalla lunga vita è difficile prevedere quali possano essere le conseguenze ecologiche a lungo termine.

Si teme in particolare che la plastisfera possa diventare un vettore di trasporto di microorganismi patogeni, come i vibrioni.Diagramma-Venn-batteri1-586x584

(1) In alcuni siti o blog di lingua italiana il termine ”plastisfera” è usato impropriamente per identificare l’insieme dei rifiuti plastici oceanici, mentre i biologi usano questo termine per indicare le forme di vita che vi risiedono.

(2) La fonte è uno studio del laboratorio di biologia marina del Massachusetts

Fonte: ecoblog