Global warming: scacco matto dai coralli resilienti del Mar Rosso

Saranno i coralli a salvarci dal riscaldamento climatico?Corallo-602x400

La domanda potrebbe non essere così ovvia, tantomeno sciocca: nonostante i coralli siano tra gli esseri marini che maggiormente subiscono l’effetto del surriscaldamento delle acque una ricerca israeliana potrebbe permettere di introdurre novità, e un cambio di approccio, al problema, utilizzando il corallo come “arma” contro il global warming.

Su questa ricerca è impegnato il dipartimento di Biologia marina dell’università Bar Ilan di Ramat Gan, un sobborgo di Tel Aviv, la seconda più grande istituzione accademica israeliana. Il professor Maoz Fine, si immerge regolarmente con il suo team di ricerca nelle acqua cristalline del golfo di Eilat, nel Mar Rosso, per studiare da vicino il più corazzato corallo del mondo, in grado di resistere anche al global warming che sta facendo strage delle barriere coralline del pianeta:

“Nel corso degli ultimi 6.000 anni questi coralli sono stati sottoposti a una severissima selezione, evolvendo in acque caldissime. E solo quelli che sono riusciti a superare quella prova sono giunti sin qui, nelle acque settentrionali del Mar Rosso e del golfo di Eilat”

In anni recenti, l’aumento delle temperature e le emissioni di anidride carbonica hanno portato allo sbiancamento e alla morte delle coloratissime barriere coralline degli oceani. A parte quelle nel golfo di Eilat. Ma anche questi coralli al titanio organico non sono invincibili. Fertilizzanti, pesticidi e inquinamento da idrocarburi stanno abbassando la loro resilienza alle alte temperature. Ma mettere in pericolo i coralli può innescare ripercussioni molto gravi su tutto l’ambiente.

“Sono molto importanti come habitat e incubatrici ittici, fondamentali per mantenere in equilibrio l’intero ecosistema”

ha spiegato Jessica Bellworthy, una dottoranda britannica che lavora a Tel Aviv. I coralli vengono utilizzati anche in farmacologia per produrre rimedi nella cura di pazienti affetti da cancro e Aids. Per questo, mentre il pianeta boccheggia nella morsa di una febbre che ha fatto registrare i tre anni più caldi in epoca moderna, i ricercatori chiedono che tutti i paesi che si affacciano sul Mar Rosso mettano in comune le proprie forze nella corsa alla difesa di questi organismi unici e insostituibili.

Fonte: ecoblog.it

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Mediterranea, da 2 anni in mare per “misurarne” la salute

Cinque anni a vela attraverso il Mediterraneo, il Mar Rosso, il Mar Nero per connettere persone, luoghi, sogni, pensieri… Oltre a fare il punto sullo stato di salute del nostro mare. Questo il progetto di un gruppo di sognatori del mare accompagnati dagli amici di Mediterranea. Sono passati già due anni dal momento in cui tutto ha avuto inizio. Per fare il punto abbiamo incontrato Simone Perotti, marinaio, scrittore e co-ideatore del Progetto Mediterranea.

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Sono passati già quasi due anni da quel maggio del 2014 in cui Mediterranea è salpata. Quante miglia sono state percorse delle 20.000 previste? In quali paesi siete sbarcati? Dove siete in questo momento e qual è la vostra prossima tappa?

Circa 5.500, che vuol dire che alla fine saranno ben più delle 20000 teoriche previste. E’ pur vero che dall’Italia ci siamo già spinti per ogni dove in Grecia, poi nel Mar di Marmara, nel Mar Nero e fino alla Georgia, fino alla foce del Danubio, ma molto c’è ancora da navigare. Dunque Italia, Grecia, Turchia, Georgia, Bulgaria, Romania. Ora siamo a Creta e tra Dodecaneso e Rodi arriveremo ad agosto. Poi andremo a est, verso la Siria e verso Cipro.

Mediterranea è salpata anche con lo scopo di fare il punto sulla salute del nostro mare. Quali sono i risultati al momento?

Non buoni. Troviamo molte microplastiche nei prelievi di plancton che effettuiamo per l’istituto di ricerca inglese Sahfos (Sir Alister Hardy Foundation for Ocean Seas) e a breve avvieremo, quasi certamente, una ricerca sulle macroplastiche, con l’utilizzo delle reti maggiori per prelievi in superficie. Oggi i dati ci dimostrano cosa accade a non curarsi del mare per decenni, a scaricarci dentro di tutto. Con l’Università di Siena, un anno fa, abbiamo aperto il ventre di pesci trovati lungo la costa, pescati dai pescatori e pronti a finire sulle nostre tavole: contenevano spesso microplastiche, cioè (semplificando) la degenerazione delle grandi buste di plastica che vediamo in mare. Averle smaltite per decenni ha generato questa situazione. E ora il mare muore…

Tra sponsor, associazioni ed enti che avreste voluto vi sostenessero, chi vi ha aiutato o vi sta aiutando?

Al momento siamo noi a sostenere la ricerca, più che il contrario. Il co-sailing è talmente potente come strumento di condivisione e di progettualità, da rendere un gruppo di avventurosi appassionati senza soldi perfino in grado di finanziare un istituto di ricerca inglese col proprio impegno e col proprio lavoro. Cosa che trovo straordinaria. Abbiamo invece avuto occasioni di lavoro congiunto, di mutuo sostegno, con Università di Siena, INAF e altri. Una buona premessa. Penso che le cose, lentamente, si affermino quando sono buone. E Mediterranea lo è.

Quanti uomini e donne amanti del mare sono saliti in questi due anni su Mediterranea accompagnandovi e condividendo sogni e riflessioni?

Centinaia, credo quasi mezzo migliaio di posti occupati in quasi tre anni, dalla partenza da Messolongi. Mediterranea è soprattutto un esperimento sociale, e come tale sta dando i suoi frutti. I pochi che avevano obiettivi diversi da quelli della spedizione hanno preso la loro strada divergente, il grosso è entrato sempre più dentro il progetto. In una spedizione lunga e ambiziosa i contatti con il le persone, la condivisione, è uno dei centri focali dell’esperienza. E da questo punto di vista Mediterranea ci sorprende per la sua capacità d’attrazione. La gente sogna grazie a questa spedizione, e i più arditi vengono con noi per una settimana, o per due, e poi perfino per unirsi al gruppo della spedizione stessa, facendone parte ufficialmente. Una grande soddisfazione che il gruppo si allarghi di miglio in miglio.

Hai incontrato giornalisti, intellettuali, scrittori e artisti per chiedere le risposte a questa epoca di decadenza e di crisi. Quali sono state le risposte che ti hanno convinto o sorpreso di più? C’è una persona che in particolare ti ha colpito?

Mi ha coplito molto che alla nostra idea di lavorare per la realizzazione degli “Stati Uniti del Mediterraneo” nessuno ci abbia dato una manata in faccia come si fa con chi ci vuole prendere in giro. Al contrario! Quasi tutti sono caduti dalle nuvole, ci hanno pensato un po’ su e poi hanno esclamato: “Ma che splendida idea, che bell’orizzonte, che bella prospettiva! Lavoriamoci!”. Vuol dire che l’esigenza di trovare un nuovo modello mediterraneo è possibile, sentita e vera. Dunque anche il presupposto ideologico e se vogliamo politico della nostra spedizione è sensato. Una buona conferma per noi che, come Diogene, avanziamo sporgendo avanti la mano che tiene la lanterna accesa.

I sogni e la libertà non sono innocui quando riusciamo a incarnarli. Quali sono state le difficoltà maggiori che avete dovuto affrontare?

Quelle di Giasone, quelle di Ulisse, quelle di Ghilgamesh, quelle di Enea, quelle di Colombo, e cioè avere un progetto ambizioso e dover passare dalle chiacchiere ai fatti. Ma sono difficoltà contenute, perché il vero scoglio è avere idee e volerle davvero realizzare. Poi come fare è problema che viene dopo. Noto che la maggiore difficoltà è sempre quella che deriva dalle persone: di fronte ai problemi ci si blocca, si ha la tentazione di mollare. Ma una spedizione lunga e ambiziosa, come una carriera di lavoro, come un matrimonio, come ogni impresa, ha momenti di difficoltà che o interrompono il flusso o rendono più solidi. Andare avanti, come iniziare, è una questione da gente con lo stomaco che regge bene.

Fare comunità, mettersi insieme anche se per un progetto o per realizzare un sogno comune è comunque una cosa difficile. Voi avete realizzato un’esperienza di co-sailing. Cos’è e com’è andato questo esperimento?

E’ quello a cui accennavo. fare le cose da soli è più rapido, farle insieme è più complesso. Ma da soli si va meno lontano. Soprattutto, da soli facciamo già tutto, mentre insieme ad altri poco. Credo che questa spedizione sia rivoluzionaria soprattutto per questo. Testimonia che le teste della gente, messe insieme, fanno sì una grande confusione, ma generano anche opportunità sia per l’esterno che per l’interno. Tenere duro di fronte ai problemi da soli è difficile, in tanti è difficilissimo, perché oltre al problema in sé devi anche gestire le persone. E tuttavia, ognuno è portatore di soluzioni, di energia, e questa è una risorsa straordinaria. Ci stiamo forgiando, come singoli e come gruppo. Stiamo facendo un percorso. Non siamo fermi, come individui e come realtà collettiva. Questo trovo che sia splendido. In un mondo inchiavardato dalle convenzioni, noi siamo inconvenzionali, cosa che metterei già di per sè al petto come medaglia.

Dal sogno e poi dal progetto immaginato, Simone, a una realtà che si sta svolgendo e che è quasi a metà del suo percorso. Era così che la immaginavi quando ancora la sognavi?

Sì, direi che questo avevamo in mente, e questo stiamo realizzando. Sia nelle difficoltà sia nelle cose che vanno per il meglio.

C’è stato un momento in cui avete avuto paura?

A San benedetto del Tronto, quando, prima di salpare, un Forza 12 (dati della Capitaneria) ha disormeggiato Mediterranea e per un pelo non l’affonda. Quel giorno ho pensato che il progetto sarebbe naufragato insieme alla barca. Poi l’affetto di centinaia di persone ci ha sostenuto. Sia moralmente che economicamente. Un’esperienza di solidarietà splendida. Altro elemento di grande valore.

I migranti all’interno del Mediterraneo sembrano persone senza diritto di cittadinanza e senza un luogo cui appartenere. Dal punto di vista di Mediterranea che idea vi siete fatti?

Li abbiamo intervistati, visti arrivare. Abbiamo provato l’emozione di gettar loro una cima, di vedere con quante poche residue forze la prendevano in mano, stanchi e affranti. Ma abbiamo anche visto la gioia di dormire per la prima volta in un luogo dove nessuno li avrebbe bombardati o violentati. Abbiamo provato l’emozione profonda di dir loro “benvenuti” e comprendere che quella parola era la cosa più preziosa per i loro cuori martoriati. Abbiamo visto che non sono straccioni, che non sono disperati, al contrario, sono persone come me e te, e anche più dignitose di noi talvolta, che scappano per una vita migliore. Tutto dunque ma non disperati, al contrario, gente che spera. Sono l’epifenomeno di questo mondo, che straccia, rompe, vessa, sfrutta e poi si stupisce delle migrazioni che ne conseguono. Ipocrisia, ecco la causa. Questo dolore è figlio della mentalità capitalista e ipocrita.

L’Unione degli Stati del Mediterraneo. Il vostro sembra il primo passo ideale per realizzarla davvero in futuro. Perché è così importante che sia quella la strada?

Come dicevo occorre un nuovo modello di impostazione esistenziale e sociale. Non più quello nordeuropeo e nordamericano, di cui siamo solo follower sciocchi e pedissequi, ma un modello nuovo, adeguato ai tempi, adatto a noi. Penso che, come sempre, dal Mediterraneo uscirà una voce originale, nel cui canto possiamo riconoscerci. Cerchiamo di dare il nostro contributo alla stesura di questo spartito. I nostri sono vocalizzi, tra i tanti buoni che vedo, per cercare quel tono di canto. Non si può vivere secondo modelli inautentici e adatti ad altri. Occorre trovare un proprio modello originale, migliorarlo, renderlo vivo. Cosa che il Mediterraneo non fa più da troppo tempo, diciamo un secolo e mezzo. Ora basta, è bene abitare a casa propria, ma quella casa, prima di entrarci, va ristrutturata. Altrimenti fa acqua quando piove.

Sulla scia di Unlearning, di questi cinque anni in giro per l’universo Mediterraneo si potrebbe realizzare un film documentario e poi magari distribuirlo con Movieday. C’è questo progetto?

In parte sì. Lo stiamo maturando. Intanto riprendiamo tutto. Abbiamo molto materiale già, ed altro ancora produrremo. Poi si vedrà.

Fonte: ilcambiamento.it

Il silenzio, il presente, il senso delle cose

Simone Perotti è da maggio in navigazione sulla nave Mediterranea, con un progetto unico che lo porterà fino al 2018 nel Mediterraneo, nel Mar Nero e nel Mar Rosso. Dalla nave legge e vede quanto sta accadendo nel mondo. Ospitiamo le sue riflessioni. Grazie Simone.simone_perotti_gaza

Difficile trovare un senso alle cose, in questi giorni. Non bastava la burrasca interiore, quella che tiene impegnato ognuno di noi tra le onde del destino e il proprio piccolo scafo dell’anima. Le immagini che arrivano dal mondo fanno inorridire: quelle del jihadista che posta su facebook la foto del figlio con una testa mozzata tra le mani; i colpi secchi dei fucili che passano per le armi decine di giovani stesi nella polvere, in Iraq; ancora colpi, quelli delle pistole che freddano alla nuca altri “nazareni”. Ho rivisto Il Cacciatore, capolavoro di Michael Cimino. All’epoca parve di una durezza efferata. L’ho riguardato come uno splendido film sull’amicizia e sul dramma di occuparsi sempre degli altri (De Niro) e finire col ritrovarsi soli proprio per questo. Eppure quella solitudine del protagonista è la stessa che gli fa risparmiare il cervo, nelle scene finali, quando dopo un lungo inseguimento in una battuta di caccia è a tiro, ormai, lo punta, ma poi alza la canna del fucile. La solitudine ha a che fare con il nuovo modello di vita possibile? E ogni tragedia umana deriva dall’eccesso di promiscuità? Può darsi. O forse no. Leggo molto, in questi giorni, sui monaci sufi di Hajji Bektash Veli, e poi sui meteoriti ortodossi, o sulle mille storie di eremitismo. Uomini soli, che meditavano, che cercavano il senso dove solo era possibile trovarlo. Un amico caro, a cui confidavo i miei pensieri tortuosi, mi ha scritto un messaggio qualche giorno dopo: “Scusa se non ho saputo darti consigli. Però ho ripensato molto a quello che mi hai raccontato. Emergono in me due parole: silenzio e presente”. Nel silenzio e nel presente non c’è violenza, non c’è mai aggressione. Non ci aggrediamo verso l’interno, né violentiamo fuori di noi. Ne ha esperienza il marinaio. Cosa fa la burrasca, in fondo? Irrompe clamorosa nella quiete e lancia il cuore verso il futuro. I colpi dell’onda portano la mente del navigatore fino al porto che verrà, dove vorrebbe già trovarsi, a riparo, oppure al prossimo temuto peggioramento del vento, che si augura di non vedere di lì a poco. Quando il silenzio s’impadronisce nuovamente della scena il futuro scompare, gli istanti tornano a battere il ritmo del cuore. Allora, forse, si può tornare a vivere. A chi si intestardisce sulle scelte di vita, quelle che iniziano sempre dal tema dei soldi, del lavoro, della casa, mi trovo sempre più spesso a sorridere. Come sarebbe lungo il discorso che dovrei fargli. Sarebbe tutto incentrato sul tempo, sul silenzio, sulla solitudine. Ma credo che i più non vogliano ascoltarlo. Allora sto zitto, che non servirà forse a loro, ma fa bene a me.

Fonte: ilcambiamento.it