«Ricordate la vostra umanità»: compie 60 anni il Manifesto Russel-Einstein

Nel 1955, di fronte al pericolo di una guerra nucleare che avrebbe cancellato l’umanità, il fisico Albert Einstein, insieme al filosofo e matematico Bertrand Russel, diede vita al documento noto come Manifesto Russel-Einstein, un’analisi delle conseguenze che la bomba atomica aveva causato durante la seconda guerra mondiale e di quelle che avrebbe potuto causare ulteriormente. Dopo 60 anni ci ritroviamo sul baratro, immersi in guerre perenni, dove di nuovo dominano le rivalità tra Usa e Russia, tra Occidente e Medio Oriente. Sull’orlo di una terza guerra mondiale: allora, rileggiamoci quei passi.manifesto_russel_einstein

«Si apre di fronte a noi, se lo vogliamo, un continuo progresso in felicità, conoscenza e saggezza. Sceglieremo invece la morte, perchè non sappiamo dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, come esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se vi riuscirete, si apre la via verso un nuovo paradiso; se no, avete di fronte il rischio di morte universale».

Così scrivevano nel 1955 Albert Einstein, Bertrand Russel, Max Born, Percy W.Blidgeman, Leopold Infeld, Frederic Joliot-Curie, Herman J. Muller, Linus Pauling, Cecil F. Powell, Joseph Rotblat e Hideki Yukawa. Quel documento nasceva da una situazione considerata limite, l’ultimo costone di roccia su un precipizio. Nel marzo 1954 gli Stati Uniti aveva testato la bomba all’idrogeno sull’atollo di Bikini nell’Oceano Pacifico, una bomba mille volte più potente di quella sganciata su Hiroshima. Il peschereccio giapponese Lucky Dragon si trova a 130 chilometri dall’atollo ma il fallout radioattivo uccise un membro dell’equipaggio e fece ammalare gravemente gli altri. In Inghilterra al professor Joseph Rotblat, scienziato polacco che aveva abbandonato il Progetto Manhattan per ragioni morali quando era divenuto chiaro che la Germania non avrebbe sviluppato armi nucleari, venne chiesto di apparire in un programma della BBC per parlare proprio dell’esperimento di Bikini. Gli venne chiesto di parlare degli aspetti tecnici della bomba H, mentre l’arcivescovo di Canterbury e il filosofo Bertrand Russell avrebbero discusso di quelli morali. La bomba H, ne era convinto Rotblat, avrebbe prodotto una quantità enorme di fallout altamente pericoloso e lo scienziato si disse grandemente preoccupato delle conseguenze mortali sugli esseri viventi se tali bombe fossero state utilizzate in una guerra. Confidò queste preoccupazioni anche a Russell, consultarono alcuni fisici, tra cui Einstein, e si arrivò al documento noto come Manifesto Russel-Einstein (peraltro la firma su quello scritto fu l’ultimo cosa che Einstein fece prima di morire). Il Manifesto venne presentato pubblicamente il 9 luglio 1955. Contiene i seguenti passaggi:

«Questo è dunque il problema che vi presentiamo, orrendo e terribile, ma non eludibile: metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? La gente non vuol affrontare questa dicotomia, perchè abolire la guerra è difficile».

«Ma forse quel che osta maggiormente alla piena comprensione della situazione è il termine “umanità”, che suona vago e astratto. La gente fa fatica ad immaginare che il pericolo riguarda le loro stesse persone, i loro figli e nipoti, e non solo un vago concetto di umanità. Essi faticano a comprendere che davvero essi stessi, ed i loro cari, corrono il rischio immediato di una mortale agonia».

Nel 1957, partendo proprio dal Manifesto Russell-Einstein, un gruppo di scienziati appartenenti ad entrambi i fronti della Guerra Fredda si incontrarono nel piccolo villaggio di Pugwash, in Nuova Scozia, presso la residenza del filantropo Cyrus Eaton: l’obiettivo, ancora una volta, era cercare una soluzione per evitare una catastrofe nucleare. Da lì partirono diversi cicli di incontri ai quali parteciparono anche diplomatici, in maniera informale, non in rappresentanza dei loro paesi. Tutto ciò ha poi gettato le basi per negoziati internazionali che hanno portato a trattati quali lo START (che proibiva le armi chimiche e biologiche), il Nuclear Nonproliferation Treaty (NPT) e il Comprehensive Test Ban Treaty (CTBT). Lo stesso Gorbachev ammise che gli scienziati di Pugwash lo avevano aiutato a comprendere come la politica nucleare fosse troppo pericolosa. Le Pugwash Conferences sono nel tempo cresciute e oggi gli inviti vengono inviati dal segretariato generale delle Nazioni Unite. Nel 1995 a vincere il premio Nobel per la pace furono, insieme, Joseph Rotblat and l’organizzazione delle Pugwash Conferences. Ma cosa è rimasto di quegli ideali? Oggi come declinare quella consapevolezza per comprendere ciò in cui siamo immersi? Gli errori sono dunque inutili? O forse chi vive il momento non è in grado di mantenere la lucidità necessaria per capire quando è ora di rimettere in discussione la strada intrapresa? Alla cerimonia di Oslo del 1995 era presente il fisico John Avery, oggi lektor emeritus e professore associato al Dipartimento di chimica dell’università di Copenaghen. «Mai come oggi il pericolo di una catastrofe nucleare è stato più all’ordine del giorno – dice Avery – Ci sono 16.300 armi nucleari oggi nel mondo; di queste, 15.300 sono in mano a Russia e Stati Uniti. Diverse migliaia sono pronte ad essere innescate nel giro di pochi minuti». Bruce G. Blair, del Brookings Institute, sottolinea come «questo sistema sia un incidente che sta aspettando di succedere». Secondo Fred Ikle della Rand Corporation, «nessuno può dire che non accadrà mai un incidente fatale o un’azione non autorizzata». «Malgrado il numero delle armi atomiche sia stato ridotto di circa la metà dalla Guerra Fredda, la potenza esplosiva delle armi attuali è equivalente a circa mezzo milione di bombe come quella di Hiroshima» spiega Avery, che non manca di sottolineare come le armi nucleari siano anche nelle basi militari che determinati paesi, come ad esempio gli Usa, hanno installato in nazioni “amiche”. «Pare che gli Usa vogliano installare una base NATO anche in Ucraina – continua Avery – e non v’è dubbio che ci saranno armi nucleari e possiamo solo immaginare come la Russia reagirà. Non abbiamo imparato niente dal passato? Pochi politici o militari sono in grado di immaginare le conseguenze di una guerra con armi termonucleari. Recenti studi hanno dimostrato che i fumi dalle città in fiamme e macerie raggiungerebbero anche la stratosfera dove rimarrebbero per decenni, diffondendosi in tutto il mondo, oscurando il sole, bloccando il ciclo idrologico e distruggendo lo strato dell’ozono. L’effetto sull’agricoltura nel mondo sarebbe devastante e peggiorerebbero le condizioni dei miliardi di persona oggi già malnutrite. Pensiamo a quanto accaduto a Chernobyl e Fukushima. Si distruggerebbe la civiltà umana e la maggior part della biosfera». E non dimentichiamo che le isole del Pacifico, compresi l’atollo di Bikini e Enewetak, sono state oggetto di 67 test nucleari dal 1946 al 1958. Gli abitanti delle isole Marshall hanno sofferto pesantissimi problemi di salute e ambientali, pagando anche con morti. Il 21 luglio 2014 gli Stati Uniti hanno presentato una mozione perché venga respinta la causa intentata dalla Repubblica delle Isole di Marshall alla Corte Internazionale di Giustizia

Fonte: ilcambiamento.it

Manifesto per un’Europa decrescente

E’ nato il Manifesto per un’Europa decrescente e tra i primi firmatari si sono personaggi noti per il loro impegno su questo fronte: Francesco Gesualdi, Maurizio Pallante, Serena Pellegrino, Jean-Louis Aillon, Laura Cima, Pietro Del Zanna, Domenico Finiguerra, Roberta Radich, Ezio Orzes. Diamo loro la parola perchè spieghino anche ai lettori de Il Cambiamento quanto importante sia andare in questa direzione.europa_decrescente

«I processi di integrazione europea sono oggetto di forte contestazione, anche perché stanno gravemente penalizzando alcune nazioni provate dalla crisi economica, e in tutti i paesi membri si stanno affermando movimenti politici ostili alla moneta comune o addirittura alla ragion d’essere dell’Unione – scrivono i promotori del Manifesto – Come decrescenti, da una parte non possiamo accettare la logica di chi vuole riportare indietro l’orologio della storia proponendo soluzioni peggiori dei mali che vorrebbe curare, dall’altra non possiamo tapparci gli occhi e non constatare che l’Unione Europea, così come è configurata attualmente, non solo non risponde alle esigenze delle sfide che l’umanità si vede costretta ad affrontare – i cambiamenti climatici in primis – ma sostiene attivamente il degrado ecologico e la disintegrazione sociale. Come europei, consapevoli del fatto che gran parte dei problemi che attualmente attanagliano il mondo derivano da degenerazioni del pensiero occidentale, siamo altresì convinti che il Vecchio Continente abbia tutte le carte in regola proporre un’importante inversione di tendenza che possa servire eventualmente da spunto anche per altre civiltà».
«Nel Manifesto per un’Europa decrescente non ci siamo limitati a riproporre i classici capisaldi della decrescita (la critica del PIL, la differenza tra decrescita e recessione, l’elogio dell’autoproduzione, la decolonizzazione dell’immaginario), ma abbiamo cercato di abbozzare un progetto politico compatibile con gli ideali di questa filosofia. Ne è uscita fuori quella che si potrebbe chiamare, con un gioco di parole, ‘riforma rivoluzionaria’: inevitabilmente rivoluzionaria, perché la decrescita segna un vero e proprio cambio di paradigma, che coinvolge inevitabilmente anche le tradizionali forme di governo. D’altro canto, quasi tutte le proposte evocano la sensazione che si potrebbero applicare ‘qui e ora’, perché non comportano né tecnologie avveniristiche né particolari stravolgimenti della vita delle persone; tendono anzi a rafforzare tutti quegli aspetti che rendono la vita umana un’esperienza meritevole di essere vissuta. Il manifesto è volutamente un passo iniziale, un work in progress che chiediamo di condividere a tutte le persone di buona volontà. Un’alimentazione più sana, un ambiente pulito, una nuova concezione del lavoro slegata dal produttivismo, maggior libertà e autonomia… sono tutti obiettivi a portata di mano, a patto di abbandonare per sempre la logica perversa della crescita infinita. Invitiamo chi contesta le presunte privazioni derivanti dall’adozione della decrescita a riflettere seriamente sui sacrifici, quelli sì veramente dolorosi, necessari per mantenere in vita un Moloch che diventa sempre più crudele ed esigente all’aggravarsi dei sintomi della sua fine – riscaldamento del pianeta, perdita di biodiversità, picco del petrolio ed esaurimento di materie prime. Il Manifesto per un’Europa decrescente è il nostro modo di dissociarci e di proporre un’altra economia, un’altra politica, un’altra società».
Clicca qui per leggere il testo integrale del Manifesto.

Anche l’associazione Paea è impegnata sul fronte della decrescita e dello scollocamento: clicca qui per sapere quali sono i prossimi appuntamenti da non perdere.

Fonte: il cambiamento.it

La Decrescita Felice
€ 15

Breve Trattato sulla Decrescita Serena

Voto medio su 1 recensioni: Da non perdere

€ 10

Un Manifesto sull’etica del lavoro

In un periodo dove sul lavoro le idee sono assai poche e quelle poche sono senza grandi prospettive, noi proponiamo un autentico Manifesto sull’etica del lavoro. Se i sindacati, il governo, gli industriali continuano a pensare che basti lavorare, guadagnare e consumare fino a consumare l’intero mondo in maniera irreversibile come sta tragicamente accadendo, noi riteniamo invece che ci sia bisogno non solo di un’ottica del lavoro completamente diversa ma soprattutto di una nuova etica del lavoro, aspetto pressoché sconosciuto ai tre soggetti di cui sopra.etica_del_lavoro

Abbiamo scelto le parole di Simone Perotti (scrittore ma anche skipper e istruttore di vela) perché secondo noi incarnano in maniera puntuale ed efficace questa nuova etica e la sua è una riflessione che ogni persona che lavora o che cerca lavoro dovrebbe fare.

Tratto dal blog di Simone Perotti

Su LinkedIn ho trovato per caso un articolo che ha questo titolo: “How to Get a Job – No Matter What!” (Trad. Come trovare un lavoro – non importa quale). Ho subito pensato che avrei scritto l’opposto: non cercate qualunque lavoro. Soprattutto, non fatelo. Molti lavori non sono adatti a voi. In altri lavori invece soffrireste, fareste le cose mal volentieri, con pessimi risultati. Dunque non vi conviene. Ma c’è di più: molti lavori sono nocivi alla società, e tantissimi sono inutili, dunque sprecano la vostra prestazione, le vostre fatiche non costruiscono nulla. Noi siamo mal messi anche e soprattutto per questo. Quando dico che potremmo vivere già oggi, domattina, in un mondo più simile all’idea che ne abbiamo, intendo dire proprio questo: fare un lavoro rispetto a un altro non è la stessa cosa, cambia tanto, e non solo per voi, anche per il mondo. Non lavorate nell’industria bellica o collegata ad essa, siete corresponsabili della morte delle persone su cui quelle armi verranno usate. Non credete alle balle sulle deterrenze, pensate a cosa dice Gino Strada: “cominciamo a non fare questa guerra…”. Non lavorate nelle banche dove si strozzano i clienti, dove si propongono derivati alle amministrazioni comunali o dove si vendono fondi speculativi alle vecchie signore. Non lavorate in Novartis e Roche se i vari gradi di giudizio diranno che è vero che hanno fatto cartello e pressioni per diffondere un farmaco da 900 euro invece che uno, identico, da 80. Non lavorate nell’energia che inquina, nella produzione o vendita di prodotti inutili e nocivi per l’ambiente, non lavorate nelle aziende che imbottigliano e commercializzano acque minerali, non lavorate in finanza. Non lavorate nelle aziende che calpestano i diritti, che trattano male i dipendenti, che spingono gli impiegati a mettere il lavoro prima della vita. Non lavorate dove si mettono sul mercato cazzate, dove gli spot impongono mode inutili, dove escono milioni di prodotti che non servono, che ci rendono schiavi dei mutui, dei debiti, del lavoro. Non lo fate. Silvano Agosti dice che “siete opere d’arte” (chi più chi meno…)”.Non so se sia così, ma se lo siete davvero, dimostratelo. Non sprecate i talenti che avete stando male, facendovi del male, contribuendo al degrado, alla decadenza di questa civiltà, solo per avere un impiego, per denaro, per noia, o solo perché diventare sobri, gente che vive con poco, vi sembra misero, vi spaventa, non ne avete la forza. Non siate gente comune, che si sente niente se non ha, perché non siete comuni, siete solo persone qualunque, dunque identiche a tutte le altre, e potete fare le stesse cose che fa ognuno che abbia detto “no”, chiunque sia cambiato, abbia accostato la sua rotta per l’isola dove ha davvero senso atterrare. Non rinunciate all’idea di seguire quello che siete, e dunque di inventarvelo un lavoro che serve, che è utile, che ha senso per voi come esseri umani e per il mondo in cui vivete. Prima di dire che non si può, dovete aver tentato ed essere falliti almeno cento volte, altrimenti è solo un alibi. Non gettate via il vostro tempo, l’unica risorsa totalmente non rinnovabile della vita, la più preziosa che avete. La via per la salute, interiore soprattutto, matrice di tutti i possibili stati di benessere della vostra vita, quando la cominciate? I compromessi ci sono, nessuno sostiene il contrario. Ma che siano temporanei, se proprio dovete accettarli, e non, mai! sulle questioni di fondo. Io ho dovuto fare due o tre cose, nei quasi vent’anni che ho lavorato, di cui mi pento. Mi salva solo il pensiero che ne ero consapevole, che già allora avrei voluto fare diverso, e soprattutto che poi l’ho fatto.

Fonte: il cambiamento.it

Pensare come le Montagne

Voto medio su 4 recensioni: Buono

€ 12

Ufficio di Scollocamento - Libro

Voto medio su 3 recensioni: Buono

€ 11.5